La cosa rossa – Seconda parte

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Simone ne era convinto: in qualche modo l’avrebbero beccato, gli avrebbero fatto delle domande e sarebbe finito dentro. Sarebbe stato tremendo trovarsi dall’altra parte, e forse La Cosa sarebbe esplosa in quel momento e avrebbe portato via tutto: avrebbe battuto i pugni, ribaltato il tavolo dell’interrogatorio, urlato che voleva parlare con un avvocato. La Cosa arrivava così, a volte senza preavviso, altre salendo piano piano, come un cucciolo timoroso di uscire dalla propria tana. Passo dopo passo avrebbe acquistato la forza di una valanga e avrebbe travolto tutto, lasciando dietro di sé macchie rosse, macchie di sangue. Erano difficili da lavare le macchie di sangue, Simone l’aveva scoperto quella notte.
Aveva pensato di essere a un punto di svolta, di stare per prendere il mostro e spedirlo dove si meritava. C’era la paura negli occhi della gente quando qualche coppietta veniva uccisa, allora aveva condotto la sua indagine, era arrivato a quella che credeva essere la conclusione, aveva deciso di assicurare il mostro alla giustizia e farlo marcire in galera. Aveva sentito l’adrenalina salirgli fino al cervello: si era vestito di nero, aveva indossato i guanti e preso le manette. Poi era andato fino a casa del sospettato.
Ma quale sospettato, è lui il colpevole, è lui il colpevole, è lui il colpevole.
L’aveva ripetuto tre volte, la condanna era stabilita.
Se l’era trovato davanti addormentato nel letto, tranquillo come un bambino: sembrava innocente, rannicchiato su un lato, indossava soltanto degli slip bianchi un po’ logorati.
Tranquillo, bambino, innocente: tutto finto, tutto finto, tutto finto.
Non c’era niente di vero, era tutta una menzogna, e le menzogne gli mandavano il sangue al cervello, e dopo iniziava a vedere tutto rosso.
L’uomo si era svegliato appena gli si era avvicinato un po’ troppo, e prima che potesse dire qualsiasi menzogna, Simone gli aveva sparato. Un colpo solo, dalla canna della Beretta alle sue budella. Si erano riversate tutte lì, sul lenzuolo, in un cumulo di sangue.
E La Cosa stava per sparire, ma scivolava via sempre con più difficoltà e il suo volto sembrava deformato riflesso nello specchio dell’armadio di fronte al letto. Era come se gli avessero sparso la polvere da sparo sulla faccia e poi avessero soffiato forte, molto forte, e avessero gonfiato anche le sue braccia, tutti i suoi muscoli, e l’avessero costretto a restare per ore in una posa innaturale. Era rigido, era pesante, era rosso. Uno schizzo di sangue stava colando da un angolo dell’occhio, sembrava una lacrima. Per fortuna il mostro abitava in periferia, da solo: nessuno si sarebbe accorto dello sparo. Non c’era nessuno per strada, aveva controllato dopo aver liberato il colpo. Avrebbe avuto tempo per sistemare, ripulire la scena e occuparsi del cadavere, ma quando stava per distruggere il lenzuolo, sul comodino aveva trovato ciò che aveva riattivato La Cosa, o l’aveva imbrigliata bene per impedirle di allontanarsi da lui.
Il mostro aveva un diario, e quel rosso sul tessuto non accennava ad andarsene, restava sempre lì, acceso, sul lenzuolo del mostro. Il mostro che non era il mostro.

***

Simone ci stava mettendo tanto, doveva provare senza aceto. La notte avrebbe cominciato a rischiarare presto, non mancavano troppe ore e a Laura mancava il tempo. Era la prima volta che provava quella sensazione, era molto paziente, in fondo aspettava Simone da anni.
Cos’è il tempo?
Domani avrebbe lasciato chiusa la lavanderia, si sarebbe presa un po’ di tempo per dormire e dimenticare tutta quell’assurda storia. In genere sarebbe bastata mezza compressa, ma stavolta avrebbe preso almeno il doppio della dose. Un sonnifero, sì, ci voleva un sonnifero intero.

***

Simone era di nuovo sotto il lampione. Si era avvicinato in silenzio, scivolando nell’ombra proprio come avrebbe fatto il mostro; c’era una storiella che gli raccontavano da piccolo: diceva che se uccidi un uomo innocente, la sua anima prenderà la tua vita e ti trasformerà in quello che non avresti voluto essere, e adesso Simone aveva la prova che la leggenda fosse vera. E La Cosa stava portando il suo sguardo verso Laura, che aveva fermato le mani e lasciato cadere nell’acqua il lenzuolo, e il lenzuolo stava scivolando via, con la poca corrente che si muoveva, e dio solo poteva sapere dove il tessuto sarebbe finito. L’alone era ancora lì, lo riusciva a vedere nonostante il buio.
Il mondo che circondava Simone era rosso: rossa la notte, rossa la luce spenta del lampione, rossa la sagoma di Laura e più di tutto rosso il lenzuolo. Era tutta un’incredibile macchia rossa che si andava sempre più allargando, inghiottendo il Lungarno, e poi l’intera Firenze. E rossa era La Cosa, e come un’infezione scorreva nelle sue vene: Laura, era colpa di Laura.

***

Non era seta, sarebbe andato bene persino il detersivo per i piatti: a ben guardarlo non era un tessuto di pregio, poco sarebbe importato se si fosse rovinato. L’alternativa era il bicarbonato, ma non aveva nemmeno quello. Se avesse avuto modo di parlare con Simone, gli avrebbe detto che ormai era tardi, gli avrebbe chiesto scusa per non averci pensato prima, al bicarbonato, al detersivo, a tutto il resto. Le aveva chiesto aiuto e non era stata in grado di fare quello che, in fondo, era il suo lavoro, quello che era da sempre destinata a fare.
Poi sentì un rumore alle sue spalle: era quello di passi zoppicanti, come se un piede fosse trascinato. Meglio un piede di un cadavere, pensò, ma non sapeva se sperare che Simone tornasse o fosse inghiottito nel buio di Firenze ancora addormentata.

***

«Cosa stai facendo?»
«Io… io ho provato, ma non ci riesco…»
«Perché? Perché hai lasciato andare il lenzuolo, eh?»
Laura non parlava più, era Simone a vomitarle tutto addosso.
«Vuoi tradirmi, lo sapevo».
Sussurrava, Simone, e la sua voce usciva strana. Era come se fosse un altro a parlare, lo spirito o La Cosa rossa, ma non lui. Simone si portò le mani alla gola per fermarla, poi le spinse verso Laura e fece pressione: stava tremando, piccola piccola, tra le sue dita. Erano due toraci che si muovevano a ritmo diverso, Simone ne vedeva il cuore e i polmoni. La donna cercava di lottare e i suoi contorni adesso erano confusi: se non l’avesse uccisa in fretta, si sarebbe liberata.
La mano mosse da sola prima un colpo, poi un altro e un altro ancora. Tre colpi, come i pensieri, come i numeri che preparano a una danza. E dopo quei colpi ne vennero altri, impossibili da contare. Le armi da taglio erano imprecise, ma la sua mano non si riusciva a fermare, aveva acquistato velocità. L’urlo ricacciato dentro gli aveva deformato il volto fino a fargli scricchiolare le mandibole. Le avrebbe voluto dire che l’aveva sempre odiata, che era stata incapace di aiutarlo davvero anche quella volta, e che il suo amore lo disgustava. L’odiava, sì, come si odia una bestia malata che si deve accudire per forza.
La macchia di sangue sul vestito di Laura si stava espandendo verso le spalle e verso la pancia. Si stava irradiando, come i raggi del sole, e anche quel giorno, nonostante quella notte, il sole sarebbe sorto, ma sarebbe stato rosso. Rosso come la macchia sul lenzuolo e quella fresca, accesa, sul vestito di Laura.
«Non dovevi, non dovevi, non dovevi», non era chiaro a chi lo stesse urlando. E la sua voce, adesso, era diventata gigante, e forte, e avrebbe svegliato l’intero quartiere.
Se solo Laura avesse lavato bene il lenzuolo, se solo dalle parole sul diario non avesse capito l’innocenza del cadavere, se solo il mostro fosse stato già preso, La Cosa non sarebbe mai arrivata.
Era l’alba del 18 settembre 1984 e sarebbe stata l’ultima che La Cosa avrebbe visto. Era rossa, erano entrambe rosse, e la tinta della lama divenne di nuovo più accesa, quando la ficcò nella sua pancia e cominciò a contare i secondi prima di smettere di respirare.
Stupido! Stupido! Stupido!
Sì, era stato uno stupido. Il rosso non c’era più, adesso Simone vedeva solo il nero. Erano le cinque e cinquantadue minuti, e il sole era nero.

 

Lisbeth Pfaff

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La vita dispari – Recensione

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CAMPIELLO: questo libro è uno dei finalisti al premio Campiello, la cui finale si terrà a settembre a Venezia. Colagrande non è nuovo a questo premio, infatti già qualche anno fa, anzi più di qualche visto che era il 2007 , era stato il vincitore del premio speciale ‘opera prima’ con Fideg.
LONTANANZA: il suo stile cerca sempre di far mantenere una certa distanza fra lettore e protagonista della storia. Difficilmente si entra in empatia, si assiste piuttosto come spettatori a un teatro dell’assurdo, creato dal protagonista. In alcuni punti mi fa tornare in mente Pirandello, anche se il distacco che qui sento con il protagonista è troppo. Di certo comunque lo stile di Paolo Colagrande è molto particolare e merita di essere letto.
DISPARI: la vita del protagonista Buttarelli è assai particolare, ma tutto è dovuto proprio a lui, una persona dispari, sempre nella pagina sbagliata. Sembra goffo, stonato e si ritrova a vivere continuamente il contrario di quello che vorrebbe, ogni sua scelta causa l’opposto di quello che credeva e che spesso sperava. Le persone con cui si confronta poi, sono altre macchiette di teatro come lui: particolari, inclini a far consigli senza mai spiegarli bene e il risultato si vede tutto. Non mancano quindi i colpi di scena o più semplicemente l’illogicità delle scelte di questo ragazzo! Una lettura particolare e per questo attraente.

 

Erika Franceschini

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La Cosa rossa – Prima parte

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Gli operai non sarebbero intervenuti prima della mattina successiva: il lampione sarebbe rimasto spento, quella notte, e nel cono d’ombra Laura si muoveva in fretta.
Era il suo lavoro, ma non era abituata a richieste di quel tipo e per questo si era recata al fiume. Non l’avrebbe accettata se non fosse stato proprio Simone a bussare alla sua porta, a dirle che aveva fatto un gran pasticcio e che solo lei poteva aiutarlo. Poteva dirgli di no? Non l’aveva mai fatto, non una volta dal primo giorno in cui si erano conosciuti. L’aveva sempre amato, ma non si era mai dichiarata: Simone l’aveva sempre saputo e confessarlo non avrebbe cambiato le cose.
Quella notte, allora, il 17 settembre 1984, alle ore ventitré e cinquantadue minuti, Simone aveva bussato alla porta di casa, e Laura aveva sorriso sbirciando il suo volto dallo spioncino. Aveva aperto, e sperato, ma era tutto svanito quando lui aveva iniziato a parlare: «Laura, sono nei guai, ne ho combinato uno davvero grosso. Solo tu puoi aiutarmi».
Erano andati al fiume: le sponde dell’Arno erano agitate appena da qualche animale e l’odore di acqua stantia e di decomposizione era forte quella notte. Non pioveva da diversi giorni e il terreno aveva risucchiato buona parte dell’acqua.
Laura sentiva appena il rumore delle correnti che si spostavano intorno a lei, al suo muovere le mani, e al passaggio delle nutrie. Aveva paura del buio, e delle nutrie, e soprattutto del lenzuolo rosso che era china a lavare. Non poteva farlo in negozio, nella sua lavanderia, quella di quartiere di cui si era occupata prima sua madre e poi lei. Non poteva portarlo lì perché qualcuno avrebbe potuto vederla e farsi delle domande.
Era la prima volta che qualcuno la trascinava fuori di notte, in una Firenze deserta e silenziosa, per lavare un lenzuolo sporco di sangue.
Di chi era? Qualcuno, quella notte, era morto.

***

Simone si era fermato qualche metro più in là, vicino al lampione spento, camminava avanti e indietro per assicurarsi che nessuno passasse: era il silenzio a fare la differenza.
Silenzio, silenzio, silenzio.
Contava i passi, ne faceva tre avanti e per tre tornava indietro; si muoveva a scatti quando doveva cambiare direzione, allora estraeva una sigaretta dal pacchetto, la portava alla bocca, la fermava tra le labbra, l’accendeva con una mano mentre con l’altra riparava la fiammella dal vento. Una boccata, due boccate, tre boccate. Lasciava cadere a terra la sigaretta, e di nuovo si muoveva, contando i passi: tre avanti e tre indietro.
Laura era brava nel suo lavoro, ma ci stava mettendo troppo: non aveva portato con sé niente, neppure il sapone, certamente le acque del fiume erano torbide, come l’aria di quella notte, come il lenzuolo sporco di sangue. Ci stava mettendo troppo, Simone aveva paura che alla fine uno sconosciuto passasse e li vedesse. E doveva ricordarsi di raccogliere i resti delle sigarette sparsi sul marciapiede, proprio sotto il lampione spento, per evitare che qualcuno l’indomani li ritrovasse e si chiedesse chi fosse stato lì, e per quanto tempo, e per quale motivo.
Per chi è abituato a fare domande è difficile accettare di esserne oggetto: era come salire a Boboli quando piove e trovarsi in un’aiuola del giardino pieni di fango. A Simone non piaceva il fango e non piacevano neppure le domande se erano gli altri a farle.
Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.
Se lo ripeté tre volte, faceva sempre così: tre era il numero perfetto per fare pace con la propria testa. Il fresco della sera stava cominciando a rendere meno pallide le sue guance e a solleticare le braccia fino alla punta di ciascun dito delle mani. Simone sapeva che non era la notte, non era il freddo, ma La Cosa, come la chiamava lui, che stava per prendere il sopravvento.

***

Lavare il sangue è complicato: sono le macchie più resistenti e tendono ad andare in profondità. Per quelle in superficie basta strusciare, strusciare tanto, e con tanta fatica un buon risultato si ottiene. Sono quelle che penetrano a fondo a portare qualche problema.
Le era capitato altre volte con delle piccole macchie: erano lenzuoli della prima notte di nozze, o almeno con quella motivazione le erano stati affidati. Erano aloni molto più piccoli di quello sul panno che stava stringendo tra le mani e che sfregava, lembo di tessuto contro lembo di tessuto, nella speranza di grattare via la macchia di sangue che iniziava a rapprendersi.
Le braccia facevano male e iniziava a sentire molto caldo, come quando nella lavanderia il ventilatore smetteva di funzionare e lei aveva il ferro da stiro attaccato. Era la sensazione dell’aria che c’era ma che veniva a mancare insieme, soffocandola, avvicinandola sempre più a morire. Non era quello il momento, doveva risolvere quel guaio, così Simone l’aveva chiamato.
Per la parte più profonda ci voleva un bel lavaggio a freddo. L’acqua dell’Arno era fredda, o almeno così le sembrava a contatto con le sue mani sempre più calde. Era la temperatura perfetta, avrebbe impedito alla macchia di fissarsi dentro al tessuto. L’avrebbe rovinato se fosse successo, e per di più avrebbe lasciato una macchia impossibile da togliere. Anche intorno alla luna le nuvole stavano disegnando un alone, Laura lo sapeva perché aveva alzato gli occhi al cielo mentre stava piangendo.

***

Simone si era sentito chiamare: non avevano pronunciato il suo nome, solo un psss appena percepibile, lui l’aveva udito mentre faceva uscire il fumo dalla bocca. Si era avvicinato alla riva del fiume, aveva cercato nella notte buia Laura e l’aveva trovata con le braccia stanche e le mani arrossate. Forse aveva freddo, forse era colpa dell’acqua o del vigore con cui lavava il lenzuolo.
«Aceto. Ci vorrebbe dell’aceto».
Simone aveva annuito, ma era rimasto fermo, immobile, proprio a pochi metri di distanza dal lampione spento: erano simili loro due, così alti, così esili, così rotti. Laura aveva continuato: «Ho bisogno di aceto bianco, puoi andarlo a prendere?»
Simone si era fatto allungare le chiavi di Laura: non era distante, sarebbe andato lì a prenderlo, andare a casa propria era rischioso. Meglio tenere un profilo basso senza allontanarsi troppo da lì. Sarebbe potuto passare qualcuno, in fondo, anche se per ora non era passato nessuno. O sarebbe potuto arrivare il mostro, quello che girava nei dintorni di Firenze e di cui tanto si vociferava, quello che ammazzava le coppiette, magari avrebbe fatto fuori anche una donna sola. Già, perché il mostro era ancora libero, era ancora là fuori, ed era tutta colpa sua.
Sentì che La Cosa stava per esplodere, ancora, nella stessa notte: avrebbe portato via qualcosa, era il tributo che chiedeva ogni volta che arrivava lasciandosi un corpo alle spalle. Stava tornando, e tutto era stato solo un errore, un terribile errore, e la colpa era solo sua, o di quel rosso che gli si era parato davanti agli occhi. Simone chiuse i pugni, lasciò che le unghie si infilassero nella carne e la grattassero via. Si guardò intorno, cercò un nascondiglio nel buio che non l’avrebbe salvato.

***

Il trucco per togliere l’impurità dalla profondità del tessuto era l’aceto: far imbevere il lenzuolo di aceto e lasciarlo in una bacinella per almeno mezz’ora. Avrebbe sciolto tutto, o almeno avrebbe sciolto la macchia, sarebbe rimasto soltanto il dubbio, l’alone della domanda. Cosa era successo? Era stato proprio Simone? Il sangue sarebbe scivolato via nelle acque torbide, ma il sospetto sarebbe rimasto lì, stampato sul lenzuolo e negli occhi di Laura.
Per la prima volta aveva paura di Simone, quasi desiderava che non tornasse. Magari lei avrebbe lasciato lì il lenzuolo e se ne sarebbe andata, scappando lontano, dimenticando quell’uomo e soprattutto quella notte, quella tra il 17 e il 18 settembre 1984, quella in cui qualcosa era cambiato, sì, ma non come avrebbe voluto.
Laura scansò il lenzuolo e si bagnò con l’acqua la faccia: se quello era un brutto sogno, era arrivato il momento di svegliarsi.

 

Lisbeth Pfaff

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Recensione – La Porta di Tolomeo

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FINE: eccomi a parlarvi finalmente di tutta la trilogia di Bartimeus. Ammetto che con il secondo libro ho avuto un momento di stanchezza, anche se non mi è dispiaciuto, ma non ne ero del tutto convinta. Invece dopo aver terminato il terzo posso promuovere il ciclo a pieni voti! Avevo già scritto come mi piacesse la particolarità di questa storia e cioè che i maghi non hanno poteri propri, ma solo la capacità di evocare demoni, che sottomettono come servi e sono questi ultimi gli artefici di tutti i prodigi di cui hanno bisogno. Ma in quest’ultimo libro c’è stato un approfondimento della storia personale di Bartimeus: finalmente il suo legame con Tolomeo è stato chiarito e non solo, questo trovarà una degna conclusione grazie a Kitty.

PIANTO: l’ho finito ieri mattina e sono arrivata alle ultime righe con le lacrime. Mi ha lasciato un incredibile magone e non sono riuscita a staccarmi mentalmente ed emotivamente dalla storia per un bel po’. Questa sensazione mi piace e no, devo ammetterlo. Di sicuro ha lasciato un marchio indelebile nella mia memoria, ed è positivo, però essere inseguita dall’ombra di una storia anche nella vita vera, non è sempre piacevole. Non so se capita anche a voi. Comunque l’emozione è stata tanta e di sicuro questo è ciò che vado cercando in un romanzo.

NIENTE AL CASO: ogni pezzo è andato al proprio posto. I primi due romanzi hanno trovato la definitiva conclusione nel terzo. Inoltre ogni libro è stato dedicato maggiormente a un personaggio, nell’ordine: Nathaniel, Kitty e Bartimeus. Questo mi ha consentito di arrivare alla fine, amando tutti e tre i protagonisti. In compenso il disprezzo per il sistema che regola maghi, demoni e comuni è cresciuto fino alla fine. Credo che l’autore sia riuscito nel suo intento di creare un ciclo a cui davvero ci si affeziona, in cui si amano i personaggi, ma anche si riflette sugli aspetti negativi della politica reale. Lo consiglio.

Monica Spigariol

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Nero AV

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Vedo nero.
All’improvviso vedo nero.
Per dirla meglio, non so se è accaduto all’improvviso. Mi sono svegliato e ho aperto gli occhi senza sapere che la volta scorsa sarebbe stata l’ultima. Ma chi avrebbe dato importanza a un’azione così scontata?
Da principio è stato il panico, con lancio di oggetti e grida, in preda al terrore e al delirio. Avrò passato quasi un’ora in queste condizioni, per ritrovarmi steso sul pavimento tutto sudato e stanco, parecchio stanco. Già da una settimana ero in malattia, ma nulla di serio: giusto la febbre al minimo consentito a un uomo per rimanere a letto e sentirsi vittima degli eventi, con un leggero mal di testa e muco q.b. a far vedere che ci sono abbastanza fazzoletti nel cestino per considerarsi influenzati senza troppe ripercussioni. Sia chiaro, non me ne sono approfittato, ma certe volte c’è bisogno di staccare la spina e alcune settimane sono perfette per stare a casa senza nessuno tra i piedi. Mia moglie ha gli ultimi scrutini a scuola, la figlia piccola è in gita e la grande è in quella fase in cui fa di tutto per non stare coi genitori. Del resto non mi ammalo mai gravemente, posso agilmente chiedere di rimanere a casa, per una volta. Utilizzo appena i giorni di malattia che mi spettano, altrimenti si azzererebbero al nuovo anno e io sono contro gli sprechi.
Dopo la prima reazione, simile alla pazzia, nella calma della stanchezza da sfuriata, ho tentato un’esplorazione dello spazio intorno.
Niente.
Il buio aveva divorato ogni minimo barlume dalla vista. Ho spostato le pupille in tutte le direzioni, cercando piccole speranze negli angoli più periferici. Dall’oculista ho sempre ricevuto complimenti per una capacità eccellente di mantenere la qualità degli occhi sempre costante, dieci decimi. Non per vantarmi, ma sono l’unico in famiglia a stare senza occhiali. Guardo poca televisione, niente cinema, ma soprattutto ho deciso di non comprare più libri cartacei: col tablet posso allargare il carattere fino a eliminare qualsivoglia sforzo. E per cosa ho conservato tutti questi inutili decimi? Per nulla! È un po’come quando ti metti sul divano e ti siedi per sbaglio sul telecomando. Non so perché ma la maggior parte delle volte si finisce per cambiare canale e mettere su AV, il vecchio canale degli strumenti esterni, e il resto del peso corporeo fa piombare il telecomando in fondo ai cuscini. Ecco, non sapevo più come tornare sui canali normali dei miei occhi. Allo stesso modo ho provato a spegnere e riaccendere, ma dormire non ha funzionato. Son rimasto comunque steso a letto ad aspettare chiunque a casa, non sapendo come telefonare a qualcuno. Il mio smartphone è collegato al computer, a due caselle email e a un cloud, quindi ho potuto liberare la parte di cervello che occupava la memoria con i numeri di telefono. Va aggiunto il fatto che senza tasti è veramente difficile usare il cellulare.
Con molta calma, verso le quattro di pomeriggio, è tornata mia figlia.
– Ma perché non mi hai chiamato?
– Storia lunga, amore, possiamo soprassedere?
– Chiamo mamma e vediamo cosa devo comprare.
– E se mi portassi direttamente da un medico?
– Ok, ma hai fatto tutto quello che potevi fare? Forse sei stato troppo tempo a letto, no? Ti si aprivano gli occhi stamattina?
– Non sono Cicciobello! Ma come ti…
– Shhht! Sì mamma… No… Senti, papà pare che è diventato cieco…
È la prima volta che penso a questa parola rivolta a me. Cieco, ormai da più di otto ore.
Decidiamo – che è il modo in cui già da diverso tempo devo dire “decidono” – che Chiara deve guidare fino allo studio del medico, e mia moglie ci raggiungerà lì. In macchina provo per la prima volta la sensazione di blocco cardiaco, credo. Non intendo un infarto vero e proprio, di quelli in cui ti reggi il braccio sinistro, ma solo il percepire che la paura si è diffusa in ogni singola fibra muscolare. Negli spaventi automobilistici si reagisce principalmente con la vista, dove molto prima di ipotetici impatti si serrano gli occhi e si immagina il seguito. Nella mia novella condizione inizio a sentire con molta più forza quel ben noto “brividino” che in molti chiamano sesto senso, credo. Ogni brusca frenata, ogni accelerazione troppo accentuata, qualsiasi virata improvvisa mi porta verso un costante stato di agitazione, vigile senza alcuna possibilità di conoscere la realtà là fuori.
Trovo mia moglie nello studio dello specialista, ne sento la voce già dalle scale. Sarà l’udito che si sta sovrasviluppando? Più realisticamente è lei che non riesce a controllare i decibel. Entriamo e non faccio in tempo a capire come non sbattere contro le sedie (le ricordavo più vicine alla porta) che mi trovo subito nel pieno della visita, col dottor Argentieri a tenermi le palpebre e a puntarmi una luce contro. Non serve proseguire con ulteriori controlli. La situazione è grave, ma non irreversibile.
– Non so come sia possibile, queste cose accadono raramente a entrambi gli occhi contemporaneamente… La metto in termini semplici: è come se le si fossero bruciate tutte e due le uniche lampadine nella stessa stanza. Quante probabilità ci sarebbero?
– Forse la sta facendo troppo facile…
– Ma non si preoccupi, operazioni del genere si fanno tutti i giorni. Nel privato, chiaramente. Ho proprio qui il numero di un chirurgo specializzato, è mio amico, abbiamo fatto gli ultimi due anni di Medicina insieme, posso prendere un appuntamento per voi.
– Sì, ma quanto verrebbe a costare?
– La salute non ha prezzo, caro mio, uno sconto dovrei riuscire a farvelo fare, e poi cosa vorrebbe fare, rimanere cieco a vita per avere una piccola pensioncina d’invalidità?
– Che ammonterebbe a…?
Mia moglie diventa veloce come un pistolero del lontano west, quando si tratta di nuove entrate per la casa.
– Non le saprei dire, ma tra quella e l’indennità di accompagnamento penso possa arrivare a superare i mille euro.
– Oddio papà, ma così potremo finalmente prendere un cane! E poi il sabato sera è così affollato, il centro. Il cartellino per gli handicappati sarebbe proprio il top! Cioè, senza offesa, pà, non volevo intendere…
Lentamente mi disconnetto dalla conversazione. Ritorno sull’AV. Non sono collegato a nessun videoregistratore o dvd. Ricerco però nella memoria un po’di vecchi bei momenti, poi mi annoio. Torno alla schermata nera. Mi ricordo un vecchio film. Da quanto tempo! Rimango nella mia sala cinematografica mentale. Chiudo a chiave. Non ci sono per nessuno.
Toh, c’era anche Totò.

 

Aniello di Maio

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Recensione – Il drago come realtà

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DRAGO: appare subito nel titolo, ma la sua presenza quasi si esaurisce lì. Probabilmente a livello di marketing ha più richiamo di altre figure fantastiche, che pur riempiono un maggior numero di pagine in questo saggio: principesse, nani, orchi, streghe. La De Mari, come già nella sua incredibile saga de L’ultimo elfo, si approfitta dell’ambientazione fantasy per tracciare in realtà un ritratto della società moderna e contemporanea. In questo breve volume, caduti le necessità e i vincoli narrativi, ha maggiore agio per approfondire questi parallelismi secondo la sua sensibilità e il suo occhio acuto, non senza un certo livello di trasporto e veemenza.

COME: lo fa con vari strumenti e registri, passando dalla dissertazione medico-scientifica (i neurotrasmettitori, le endorfine, la serotonina, i dolori del parto, l’effetto placebo, …) al trattato letterario (differenze fra favola e fiaba, breve storia della fiaba, l’epica, la letteratura fantasy, Andersen, Harry Potter, Dumbo, …). I passaggi dall’uno all’altro possono risultare inaspettati e spaesanti, ma io ho molto apprezzato la possibilità che mi ha dato di leggere sia la scrittrice che il chirurgo. Il mio maggior rimpianto forse è il basso numero di pagine, perché me ne sarei bevute volentieri il doppio.

REALTÀ: fiabe e fantasy hanno il gran vantaggio di non avere precise e verosimili coordinate spazio-temporali, pertanto ognuno può immedesimarsi con questo o con quel personaggio, attingendo forza e parole da un contesto che diventa dunque universale. Ecco che un bambino, impaurito a morte dai genitori che si separano, dal timore di non essere amato, di essere diverso, di non essere accettato, di essere solo al di fuori del gruppo, trova negli orfani, nelle matrigne, nei mostri una valvola di sfogo e di comunicazione compatibile con le sue capacità. Oggi gli orchi sono i padri violenti, gli abusatori, i terroristi. L’autrice ci dice che gli orchi esistono e devono essere salvati, perché anche loro sono fratelli.
Consigliato!

Fabio Piovesan

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L’abito di un’amica

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Erano le 17.30 di un caldo venerdì di giugno. Pamela suonò il campanello di casa di Romina, che in teoria avrebbe dovuto aspettarla in strada, ma come al solito era in ritardo.
– Ciao, eccomi qui tutta per te! – salutò la giovane uscendo dal cancelletto.
– Ti muovi? – rispose l’amica salendo già in auto al posto di guida.
– Quella agitata dovrei essere io, non tu!
– Insomma, tu un vestito per domani ce l’hai, io no, e ho pure un posto in prima fila, mi vedranno tutti, ti rendi conto?
– Sì, cara, ho presente dove sarai seduta, visto che sei di fianco a me e sostanzialmente l’ho scelto io.
– Ecco, quindi dovresti capire perché sono agitata. Mancano 18 ore al tuo matrimonio e io non ho ancora un vestito da testimone. Ti rendi conto?
– Sì, me ne rendo conto, ma tu tranquillizzati!
– Come faccio a tranquillizzarmi se quel maledetto negozio ha fatto disastri e ora mi trovo a correre con te a 18 ore dal tuo matrimonio, senza un abito? Tu dovresti essere in camera tua a toccare i pelouche, con la lacrima che scende, a guardare il tuo abito sospirando, ad ascoltare tua madre che racconta di quando eri piccola…– Pamela era sempre stata la romantica e ansiosa delle due, quella che giocava a sposarsi, che organizzava ogni particolare e aveva pronto tutto con settimane di anticipo, per lei non esistevano gli imprevisti.
– Smettila, mi stai mettendo ansia. A parte che in quella camera non ci dormo più da 10 anni, a parte che se sto con mia madre domani finisco in carcere e non sull’altare, a parte tutto questo… smettila di farmi agitare, ok? Ero tranquilla fino a sette secondi fa. Mi ero appena goduta la seduta dall’estetista e tu mi ricordi così cosa sto per fare. – Romina non aveva mai pensato al giorno del suo matrimonio, fino a quando Luca non le aveva messo l’anello davanti, una sera a cena. Lei amava viaggiare con uno zaino, godersi ogni momento e viveva tutto con estrema rilassatezza, a volte anche troppa – Pensiamo ad altro, tipo al tuo vestito. Dove andiamo?
– Direi in centro, così ci sono un bel po’ di negozi.
– Hai già qualche idea?
– Mah, deve nascondere il culone che mi ritrovo e poi…
– E poi?
– Beh, colore standard!– Pamela lo disse sottovoce, lei adorava il nero, secondo lei era sempre perfetto, la sua migliore amica invece non lo indossava mai, sapeva che sarebbe stato un punto dolente.
– Scordatelo! Al mio matrimonio tu non vestirai di nero, chiaro?
– Ma perché no? Mi sta bene, mi smagrisce, è elegante!
– No, no e no. Ci sono vari motivi: uno il galateo dice chiaro e tondo che ai matrimoni non ci si veste di bianco e di nero; due è un colore da morto; tre è estate e devi indossare qualche colore; quattro sei nera dalla testa ai piedi sempre, è ora di cambiare; cinque, il nero ti porta anche ad avere un umore nero come oggi, domani ti voglio sorridente; sei, ti ha già portato sfiga con l’altro vestito quindi, visto che non abbiamo tempo, direi di non rischiare.
– Ma lo sai che odio gli altri colori e mi starà tutto malissimo. Il nero è il top.
– Parcheggia intanto e poi vedremo.

– Salve come posso esservi d’aiuto? – Le accolse la commessa del primo negozio.
– Ehm, cerco un abito da ceri…
– Io domani mi sposo – la interruppe Romina.
– Wow, complimenti, che bello! – rispose tutta entusiasta la commessa.
– Sì, grazie, il problema è che lei è la mia testimone e insomma, dobbiamo trovare qualcosa da metterle!
La donna che avevano davanti sbiancò: – Per domani?
– Sì, esatto, non sto qui a raccontarle la serie di sfighe nere che hanno colpito la mia testimone, sta di fatto che dobbiamo trovarle qualcosa.
– Non sarà facile,- sospirò la negoziante – ma ci proviamo. Colore?
– Ne…
– Scordatelo, ho detto di no! Niente nero, qualcosa di colorato, ma che non la ingrassi, altrimenti chi la sente…
– Uffa, io amo il nero e mi sta bene! – provò a protestare Pamela.
– Ma il matrimonio è il mio e tu hai già provato con il nero e non è andata. Avresti dovuto ascoltarmi fin da subito.
– Ok, ragazze ho capito! Ora prendo io un po’ di cosine da provare, colorate ma non troppo e soprattutto che sfilino la figura, anche se secondo me non ne hai così bisogno.
– Ho un culone enorme da coprire!
– Cara, se tutte avessero il tuo ‘culone’, non esisterebbero più le diete dimagranti – rispose la commessa mentre si allontanava.
Pamela e Romina la osservavano che si aggirava sapientemente nel negozio, spostava vestiti, ne prendeva uno, lo guardava, faceva no con la testa e lo rimetteva giù, poi ne prendeva un altro, faceva sì e se lo appoggiava sul braccio libero. Dopo circa una decina di minuti tornò da loro con il braccio colmo.
– Ecco qui, ho preso un po’ di tutto: vestiti lunghi, corti, tute, vedo non vedo, semplici, più elaborati, così capiamo un po’ anche i tuoi gusti. Ok?
Pamela faticava a parlare, il solo pensiero di dover provare tutta quella roba le metteva ansia e non vedeva nulla di nero: c’era rosso, arancione, giallo, azzurro, ma niente di scuro, nulla. Si sentiva già una balena spiaggiata, immaginava già le foto dell’album con lei che sembra un meteorite caduto sulla terra.
Prese l’abito corto verde che la commessa le aveva messo in mano. Disperata si tolse i suoi fantastici pantaloni lunghi e la sua maglietta lunga rigorosamente neri e si infilò in quel pezzo di stoffa troppo poco coprente. Si vide di traverso allo specchio, ma non la convinceva proprio. Uscì dal camerino e solo guardandola in faccia, Romina capì cosa non andava:
– Non è nero, giusto?
– Sììì!– piagnucolò la testimone.
– Scordatelo, puoi fare gli occhi da cane bastonato, da gattino abbandonato e anche metterti in ginocchio, ma domani ti voglio colorata. Però ammetto che il verde non fa per te, vai con questo.
Così dicendo, Romina le mise in mano una tuta blu, poi fu la volta di un abito lungo a fiori, ma nulla convinceva Pamela.
La commessa intanto continuava a girare da una parte all’altra del negozio alla ricerca di qualcosa di diverso, ma le risposte erano sempre uguali:
– Troppo corto, troppo scollato, troppo chiaro, troppo colorato, troppo poco.
Ad un certo punto ebbe un’illuminazione:
– So cosa fa per te! – scomparve dietro a una porta e ritornò poco dopo con un abito con disegni arabeschi neri su sfondo verde acqua. Aveva un che di etnico, ma nello stesso tempo era elegantissimo. Pamela e Romina rimasero a bocca aperta. Era stupendo.
– Provalo, provalo, provalo – cominciò a urlacchiare in preda all’emozione la futura sposa.
– Mi starà malissimo!
– Impossibile!
Pamela fece un respiro, tolse l’ultimo abito che aveva subito e indossò quello spettacolo. Era stupendo e aveva anche qualcosa di nero. Si vedeva più magra.
– Bellissimo,– disse in un sospiro uscendo dal camerino – mi vedo più magra, ma forse è solo perché sono stanca. Romi, che ne dici? Sembro una balena?
L’amica aveva gli occhi umidi: – Sei bellissima, sarai la testimone più bella di sempre – e poi aggiunse ridendo – Ehi, non va bene, così mi ruberai la scena. Sono io domani la sposa!
Le due amiche risero insieme.
Erano riuscite anche questa volta a trovare un accordo. Tra loro funzionava sempre così, riuscivano a lavorare una sull’altra, a incastrare perfettamente i bisogni e le preferenze di ognuna.
– E ora – disse Pamela – è tempo che tu beva il tuo ultimo spritz da nubile.

 

Erika Franceschini

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