Fortunata

Fortunata_soloimgLa notte in cui la nonna morì c’era un forte temporale.
Ero rimasta sola con lei. I grandi erano tutti nell’altra stanza a parlare con il medico. Dicevano che non c’era più niente da fare. Li avevo sentiti.
Li aveva sentiti anche lei, un attimo prima di andarsene. Aveva mosso appena la mano e io ero corsa a sedermi al suo fianco. Mi guardò, per un istante. Per un istante di troppo. I suoi occhi impauriti rimasero a fissarmi per molti minuti, prima che trovassi la forza di alzarmi e di andare a chiamare i miei genitori.
Prima di aprire la porta, mi voltai a guardarla. Un fulmine illuminò la stanza e il suo volto contratto di dolore. La sua pelle era argento. Non potrò mai dimenticare i suoi occhi. Erano ancora spalancati nel vuoto.
Non avevo mai visto un morto. Non ero mai stata portata a un funerale. Non amavo torturare i piccoli animali del giardino. A casa mia i fiori venivano tolti dai vasi prima che appassissero. Eppure erano già morti quando erano stati colti dalla pianta. Ma io ero troppo piccola e non potevo saperlo.

– Stai benissimo, Patrizia.
La sua voce dolce fa sembrare più accettabile la bugia. Più buona la menzogna. Mi porge uno specchietto, poi si ricorda che non riesco a tenerlo in mano. Si allunga sul mio corpo, spingendo i suoi seni prosperosi e le sue braccia forti proprio davanti ai miei occhi.
– Guardati! Sembri un’altra…
Non voglio. Non posso. Ma voglio che smetta di parlare. Per cui apro e torno a vedere. L’immagine che lo specchio mi restituisce è infame. Non ero pronta per vedere. Non sono mai pronta.
– Con il tuo colore degli occhi, poi!
I miei occhi sono grigi. Anche la mia vita. Vivo imprigionata in questo letto da non so quanto tempo. Le mie giornate sono tutte uguali e i minuti non passano mai veramente.
– Sei felice?
Mi ha chiesto davvero se sono felice?
Sento un fruscio, sopra le lenzuola.
– Che dici, Giovanna? Ti piace?
– Ottimo lavoro, Lucia. Come sempre.
Mia madre è accanto al mio letto.
– Cucciola…
I miei occhi grigi la fissano senza bisogno di parole. Davanti a me ho ancora quell’immagine nitida nello specchio. Il mio viso assomiglia a quello di mia nonna, la sera in cui morì. Aspetto che un fulmine illumini anche il mio volto e che qualcuno si meravigli della fissità del mio sguardo.
Il mio viso assomiglia alla morte.

– Puoi accompagnarmi in un posto, mamma?
La mia richiesta sembra coglierla impreparata. Si era seduta a leggere accanto a me, abituata al mio mutismo come ci si abitua a una cattiva compagnia che non se ne vuole andare.
– Se posso, tesoro. Certo.
– Aiutami ad alzarmi.
Le mie gambe sono fragili. Non riescono più a reggere il mio corpo.
Quando mi tira su, non sento niente. Ho solo l’affanno.
– Lo specchio.
Nella camera ce ne è uno, lontano dal mio letto. Non posso vedermi da lì.
Mi ricorda un libro che avevo letto. Il mostro là dietro non sono io.
Mi appoggia sulla carrozzina e mi tira. Sembra una mamma che accompagna in un passeggino il proprio cucciolo d’uomo. Eppure io sono Patrizia e ho trentatré anni. Fino a qualche anno fa camminavo. Parlavo. Parlavo senza sintetizzatore vocale. Poi è arrivato lo schianto. La corsa in ospedale. Le gambe che non si muovevano. Le braccia immobilizzate. E questa bocca incapace di parlare da sola.
– Eccoci, amore.
Vorrei alzarmi in piedi. Il sintetizzatore è rimasto vicino al letto. I miei occhi non pronunciano alcuna parola.
– Sarai sempre la mia bambina – mi dice dandomi un bacio sulla fronte.
E per quanto la ami, adesso la odio, perché è incapace di capirmi.
Là, nello specchio, c’è uno scheletro di trentacinque chili. Incapace di tenere la testa ritta senza supporto. Di chiedere un bicchiere d’acqua quando ha sete. Di aprire una bottiglietta e bere a cannella.
Quando mi vede piangere, mi accompagna a letto, apre il suo libro e inizia a leggere ad alta voce. Se mi chiedessero perché vivo, non avrei dubbi sulla risposta. Ogni giorno aspetto questo momento: la storia de Il principe felice e i doni delle sue gemme. Mia mamma me la leggeva sempre da piccola. Da quando ho avuto l’incidente, ha ricominciato a farlo.
– Ti ricordi la mia voce? – le chiede il sintetizzatore.
E quando piomba il silenzio, la intravedo piangere.

Quella sera non avevo bevuto. Non avevo assunto droga. Non stavo neppure correndo. Non era troppo tardi.
Tutte le giustificazioni che gli altri avrebbero potuto trovare al mio essermi uccisa dentro erano infondate. Ero astemia. Non prendevo neanche un analgesico per le emicranie. Il mio motorino aveva i fermi. Erano le dieci di sera. Indossavo una tuta.
Sull’asfalto non c’erano segni di frenata. Dalla sua parte. Non mi aveva neppure vista. Non aveva bevuto. Non aveva assunto droga. Non stava neppure correndo. Si era semplicemente distratto nel guardare nello specchietto retrovisore il suo bambino nel seggiolino. Per fortuna si erano salvati. Erano vivi. E sani.
A me era andato peggio, ma dovevo considerarmi fortunata. Così avevano detto, giuro. For – tu – na – ta.
Di tutti i miei sogni non è rimasta che una nuvola di vapore. Mentre aspirano il mio muco nasale, non riesco a smettere di pensare a come sarebbe stato tutto diverso. Se non fossi uscita per chiarire con lui. Se non avessi pianto. Se fossimo restati ad abbracciarci sotto le stelle per un minuto, per dirci addio, come si dice addio a ogni cosa di questo mondo quando si sta per morire. Magari non avrei avuto l’incidente. Magari ne avrei avuto uno peggiore e sarei stata meno fortunata.
– Non a tutti è concessa una seconda possibilità.
Non mi ero accorta neppure della prima.

Ci sono giorni in cui sto meglio. Altri in cui la stanchezza vince. Ho pensato di accelerare la fine. Di intraprendere il mio ultimo viaggio. Una volta ho provato a parlarne con mia madre e lei ha pianto. Le sono rimasta solo io. Sono l’unica cosa che le è rimasta. Non so ancora cosa fare della mia vita. In fondo ho solo trentatré anni. Ma spero di essere libera di scegliere. Forse non oggi. Magari domani. Di scegliere ogni giorno di vivere. O di scegliere di andare via una volta per tutte.
So che mia nonna da qualche parte mi protegge. Il suo volto, il mio volto, mi tormenta ogni volta che incrocio uno specchio. Spero che non ci sia il temporale stanotte: le sponde di metallo potrebbero riflettere nella penombra. E non voglio vedermi di nuovo morta.

Lisbeth Pfaff

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La Diva

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– Dimmi J, cosa sarei io? – un sorriso perfido rivela quanto è conscio ma allo stesso tempo perso.
Estraggo la glock e punto alla testa, nei suoi occhi la totale assenza di paura; solo i folli non sanno cosa sia. Tolgo la sicura.
– Un perdente.

– Devo riconoscere che hai fegato, ma non ti salverà. Non stavolta.
– Come vuoi, peccato che io sia… – esita per un attimo, chiude la bocca e si paralizza. Gira di scatto la testa – Oh! Maledizione!
– Stoooooop! – Da dietro la cinepresa, Roman il regista, interrompe tutto.
– Cazzo, scusate. Non riesco a essere spontaneo dopo trenta volta che ripetiamo la scena! – Erik si alza – Le prime dieci erano perfette!
– Questo lo dici tu! Erik ho bisogno di riprendere da più angolature e voglio la perfezione. Sai farlo!
Il mio collega sbuffa, guardandomi nervoso. – Facciamo una pausa? – Chiede, studiando la mia reazione con la coda dell’occhio.
– Ok, farà bene a tutti. Venti minuti di pausa! – Roman si gira verso l’assistente e gli chiede qualcosa.
Mantenendo il silenzio, mi dirigo verso il mio camerino, con quella stupida pistola finta ancora nella mano. Sbatto la porta e mi siedo davanti allo specchio, lanciando l’arma sul tavolino. Dopo trenta secondi il mio assistente, che in realtà è solo la mia balia quando il mio agente è impegnato, arriva velocemente.
– Anita, stai andando da Dio!
Uno dei suoi compiti è motivarmi. Gli riesce da schifo, fa davvero pena nel suo lavoro. La sua fortuna è di essere il ragazzo meno fastidioso fra quelli che il mio agente mi aveva proposto.
– Grazie, tesoro – mi sfilo le scarpe, sono scomodissime. Non credo che un’assassina a pagamento metterebbe un tacco dodici, ma i costumi non li faccio io. Io recito e basta. – Peccato che quell’idiota di Erik non ricordi mai un cazzo.
– Già, devi avere pazienza con lui. La sua incompetenza risalta le tue qualità.
– Hai ragione – lo guardo stupita, allora il tipo non ha solo un bel culo – Per favore, prendimi dell’acqua e fa sapere a Roman che sono infastidita dalla pausa. Devo ricevere un po’ di attenzioni o il mio ego ne risentirà.
– Va bene! – Il ragazzo prende l’acqua dal frigobar vicino al divanetto dietro di me e me la porge, dopo di che esce per fare ciò che gli ho detto.
Mi passo la bottiglietta sul collo, alla ricerca di un po’ di sollievo. Quelle luci artificiali trasformano lo studio in un forno. Inoltre, il completo che sono costretta a indossare è troppo pesante. Mi sento tutta appiccicosa dopo trentacinque volte che ripetiamo la stessa scena. Non trenta, quell’idiota di Erik non sa nemmeno contare o è troppo impegnato a pensare alla stagista che si scopa nel camerino durante le “pause”.
– Anita cara! – Roman entra quasi correndo.
Non lo guardo neanche, facendo finta di rimirarmi allo specchio. – Roman.
– Stai andando alla grande, sei per-fet-ta!
– Lo so bene, Roman – mi giro con fare scocciato, – si chiama professionalità. Mi pagano per recitare.
– Ti meriti ogni centesimo! – Mi sorride, ma scontrandosi col mio malumore, cambia tattica. Si accuccia, di modo da trovarsi faccia a faccia con me. Mi prende le mani. – Anita lo so che lavorare con Erik non è facile, ma la produzione ha insistito perché fosse il tuo coprotagonista. È amato dal grande pubblico; con quel suo viso d’angelo li ha fregati tutti.
Alzo gli occhi al cielo. Dio solo sa cosa ci veda la gente in quell’arrogante figlio di puttana. Il povero Roman cosa può fare se non cercare di avere il meglio da lui e finire le riprese il prima possibile?
– Lo so bene, Roman.
– Per questo ti chiedo di avere pazienza e continuare a fare quello che stai facendo. Da te mi aspetto di più. So benissimo che non sei solo un bel visino e che hai lavorato molto per arrivare qui! Sei una persona su cui si può fare affidamento. – Stringe le mie mani e aspetta una mia conferma.
Annuisco, con un angolo della bocca tirato su.
– Perfetto! – sorride, mi bacia la guancia ed esce.
– Tesoro, chiudi la porta. Voglio provare a rilassarmi per almeno dieci minuti – piego le braccia sul tavolinetto e ci appoggio la testa. Dopo qualche secondo sento le mani di James sulle spalle. Mi tiro su e lo guardo dallo specchio. – Cosa diavolo fai?
– Ho fatto il massaggiatore professionista, lascia fare a me.
Lo guardo sospettosa, ma dopo qualche secondo devo ricredermi. Il ragazzo ha delle mani magiche. Mi sento davvero più leggera. Chissà se sa usarle così bene anche da qualche altra parte.
Torno a osservarlo, mi cade l’occhio sul badge appuntato alla camicia.
Cosa vai a pensare, Anita?
Lo guardo bene. È carino. Non è la solita bellezza da star, ma la cosa non mi dispiace, anzi. Sembra essere un po’ più giovane di me, ma l’importante è che sia maggiorenne. Cerco di distogliere la mia attenzione da lui, ma quelle mani iniziano a torturare la mia libido.
Sfilo la giacca del completo di modo che lui possa continuare la sua opera.
Lo fisso negli occhi con lo sguardo magnetico che uso nelle scene da femme fatale e inizio a sbottonarmi la camicia. I suoi occhi si aprono leggermente, stupiti. Un sorriso accattivante si dipinge sul mio volto, mentre prendo la sua mano e la accompagno fino a toccare uno dei miei seni.
Guardo dallo specchio mentre mi accarezza e mi sento come se stessi guardando un mio film. James inizia a torturarmi di piacere, mentre con la mano libera scopre la mia spalla e inizia a baciarla.
Mi perdo, spegnendo il cervello, mentre i baci si avvicinano al collo. Lo lascio fare per un po’, poi mi alzo e lo prendo per la camicia, spingendolo contro il tavolino. Afferro i suoi capelli, tirandogli la testa indietro.
Il suo odore mi guida, le mie labbra s’infiammano contro il profilo della sua mascella, vorrebbe prendere il sopravvento, ma glielo impedisco. Incontro il suo sguardo e ci vedo il mio stesso desiderio.
Assaporo le sue labbra, sfiorandole con i denti per invogliarlo a prendere le mie. Non c’è niente di dolce nel mio bacio, lui se ne accorge e diventa audace, sfilandomi la camicia. Continua a baciarmi, scende verso il mio seno, e con una mano spinge il mio bacino verso di lui.
Mi ascolto ansimare, mentre sento la sua erezione contro di me e il mio corpo si infuoca. Lo afferro di nuovo e lo spingo sul divano, mettendo in atto il mio personale show. Mi spoglio lentamente mentre lui mi fissa: i primi a volare via sono i pantaloni e gli slip. Mi piace togliere tutto insieme, gli uomini ne rimangono sempre piacevolmente sorpresi. Tolgo il reggiseno e osservo la sua espressione incredula. È come se non avesse mai visto il corpo nudo di una bella donna in vita sua. Sorrido maliziosa e mi avvicino. Gli sfilo la camicia e accarezzo il suo petto nudo fino ad arrivare alla sua cintura. Infilo una mano nei suoi pantaloni, sentendo il suo respiro che si fa irregolare. Lo stuzzico un po’, ma mi stufo subito. Voglio farlo mio. Finisco di spogliarlo e gli salgo sopra per vedere la sua reazione dall’alto verso il basso.
Sono io la star, mi prendo sempre ciò che desidero.

Sara Fiore

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Divagazioni Pentacolari

divagazioni pentacolariQuello è un toro. Pensavo nella mia testa. Lo capisco da come si muove. Invece la ragazza seduta in fondo… Acquario! Estrosa con un pizzico di romanticismo.

Mi chiamo Lazlo, sono uno di quei tipi che vedete alla televisione, tra lo spot del tonno e il talk show del pomeriggio per le casalinghe indefesse, almeno di giorno.
Quello è un capricorno, oh, quanto mi piace la sua ambizione sfrenata, vorrei assaggiarne le carni, magari con un bel succo caldo e viscoso…
Mi presento.
Lazlo della televisione, faccio il vostro oroscopo, sono il vostro confidente, Saturno e le stelle vi sorrideranno. Lazlo della buona sorte, le vostre anime penderanno dalle mie labbra.
Oh, siete così sciocchi da credere che l’universo sia ai vostri piedi? Venite! Venite a conoscere Lazlo! Leggerà le stelle, dirà che siete bravi, parlerà d’amore prezioso e di fortune ardenti e voi vi berrete tutto, perché siete come insetti sul parabrezza. Chiazze di putrido nella mia sfavillante luminosità.
Fine della registrazione, chiudo gli occhi.
Ho detto al capricorno che deve fottere la moglie con più vigore, se non vuole che gli crescano le corna, mentre c’era lo stacco per la pubblicità ho consigliato all’acquario di cercare un pesce bello grosso, di lasciar stare il romanticismo: non funziona mai!
Certi sono così idioti che si berrebbero qualsiasi fandonia: come il tipo che si fece mezzo stato a piedi per incontrare quella che secondo l’oroscopo sarebbe stata la sua compagna per la vita. Alla fine era la solita mignotta d’alto bordo che smerciava umidi abbracci per soldi appiccicosi.
Vengono tutti per un consiglio d’amore, perché dei soldi non frega niente a nessuno, se vogliono farsi la vacanza sono capaci d’indebitarsi anche le mutande per andare dove fa scalpore. La macchina? Ma perché non prendere l’ultimo modello di quella tedesca dall’aspetto imperioso? Vendono anche la pensione della madre e la retta della mensa dei figli.
Pensare che non erano così…
Una volta servivano mesi per convincere questi idioti a fare la cosa sbagliata. Ora basta parlare di passere e uccelli e tutti si calano le braghe, pagano. Vomitano soldi in un circolo vizioso che li accompagna dalla prostituta al farmacista.
Si chiama sesso. Si fa in due, ma in cinque esce meglio.
Lo dico sempre, volete essere felici? Fate orge, fatele in casa mia… io vi guardo da fuori il pentacolo.
La carne di voialtri è dolce e dopo avervi parlato di stelle siete sempre più saporiti, pieni di speranze e di buone intenzioni. Per questo vi convinco a fine registrazione, mentre il tonno ancora sguazza in pubblicità e prima che la tettona del talk show si presenti col labbro rifatto e l’espressione meno intelligente del pesce nello spot. Dovete avere ancora quell’espressione meravigliata, dovete crederci.
Poi vi convinco a seguirmi in camerino, vi abbuffate di idiozie e credete a tutto, persino che io sia un povero orfano siberiano scampato ai gulag. Mi seguite come i bambini seguivano il pifferaio di Hamelin, vi gettate tra le mie braccia come la sirenetta nella spuma del mare e il mio salvagente è dolce come miele.
Vi racconto una storia, sempre la stessa, ve la bevete sempre!
Che spasso! Pensare che il fuoco viene visto come malevolo, ma quando ne parlo vi fermate tutti a fissarmi, neanche fossi qualche profeta di una fede inesistente. La realtà di voi stupidi piccoli mortali è così spassosa e così veniale che mi meraviglio che siate stati in grado di inventarvi qualcosa di più di ciò che sono.
Eppure Lazlo in televisione fa faville, persino le vecchie decrepite mi seguono, magari stringendo il crocifisso in mano come un talismano portafortuna; non sanno che il mio simbolo è diverso, ma loro non m’interessano: nel pentacolo non c’è spazio per carni flaccide e usurate, serve sangue che ribolle di passione, ventri gonfi di voglie e se dovessi trovare in grembo a qualcuna delle mie clienti un pargolo puro e privo di peccati… oh, che bel regalo sarebbe: almeno cent’anni di disgrazie!

Li guardo contorcersi: mignottelle in cerca di un premio, puttanieri pronti a soddisfare i loro più oscuri bisogni. Nel pentacolo, ogni volta quei cinque corpi fanno ciò che non avevano il coraggio di fare nei loro vestiti firmati, mentre le loro vite asciutte e perbene li fissavano. Si ammucchiano come animali e senza neanche pensarci un istante, barattano quell’umanità che tutti decantano per una veniale quanto animalesca brama di piacere. Anche se momentaneo.
Lazlo li avverte ogni volta prima di entrare: vanno lasciate le preoccupazioni e le remore, dentro il pentacolo si è un branco, se c’è una sola donna non è un problema, la sodomia è tutelata e se ci scappa il morto si può dire che sia selezione naturale. Non si butta via nulla.
Il verso che emettono quando la loro libido è soddisfatta non ha prezzo, non è un grido né un’esternazione di piacere: qualcosa di ancestrale esce da quelle viscere fumanti di orgasmo e si rivede nell’origine dell’uomo. Alcuni si fissano su di me, fermo a guardare fuori dal pentacolo, quando si fanno trasportare troppo corrono carponi per incitarmi, come a cercare approvazione.
Sono parco di queste cose, preferisco i collari chiodati, le torture reciproche e l’odore di eccitamento misto a quello del sangue. Sono prelibatezze che posso concedermi solo quando trovo degli psicopatici, ma ormai tutti sembrano uniformarsi: persino i pazzi sono intolleranti a qualche pietanza e non vogliono l’olio di palma, ma tutti sono pronti a bere il sangue caldo delle ferite che s’infliggono a vicenda.
Io svolgo un’opera pia, li resetto al peccato originale.
Del resto, se c’è qualcuno che li salva, dev’esserci anche qualcuno che li danna per l’eternità. Per ora sto vincendo e tra le fiamme dell’inferno quegli animali che erano uomini continuano a volere ciò per cui hanno cercato Lazlo: scopate facili, ululati animali e il disfacimento dell’opera di Dio.
Io li aspetto a fine corsa, in casa mia. Quando si presentano alla porta della città dolente, quella gente perduta comprende che vivrà l’eternità nel dolore, senza nient’altro che il demonio che hanno cresciuto nel loro grembo aiutati dal pentacolo, strappati dalla loro speranza e sacrificati alle fiamme.

Davide Zampatori

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Ricordi

Ricordi_solo imgGuardo la mano sollevando lo sguardo, allungo il braccio per cercare di prendere quella cosa, non so cosa sia, ma la chiamo, ancora e ancora.
La mano la porta vicino a me, cerco di afferrare quella cosa. Guardo la mano, enorme rispetto alla mia. Sorrido e mi volto. Il volto familiare fa una strana boccaccia, mi fa ridere, poi la mano lascia la cosa, mi accarezza la guancia. – Amore mio!
Quanto è bella la mia mamma.

Ricordi.
Che bella parola. Ho sempre pensato suonasse bene. Delicata, come certi momenti, eppur rude, come altri.
Questo è il primo ricordo che ho della mia vita. Le mani di mia madre, il suo viso e il benessere derivante dal suo tocco. Nient’altro.
Quest’ultima cosa è rimasta immutata nel tempo. Dopo trentacinque anni prenderle la mano o ricevere una sua carezza è come tornare bambini.
La guardo per l’ennesima volta mentre passeggiamo a braccetto lungo i corridoi. Ride.
Sembra felice.

Il secondo ricordo che ho di me bambino risale a quando avevo 3 anni.
Eravamo nel minuscolo cortile condominiale in cui abitavamo al tempo. Lei stendeva i panni, lenzuola bianche nel sole di maggio. Grandi ali profumate e soffici, avrebbero potuto spiccare il volo da un momento all’altro se non fosse stato per le mollette che le imprigionavano ai fili. Piccole farfalle colorate.
Io scorrazzavo con il mio triciclo sull’asfalto reso caldo dal sole. Mi sentivo sicuro, confidavo nelle mie capacità e nel mio corpo, senza nessun timore o paura.
Non me ne rendevo conto, ma a distanza di anni era così che mi sentivo: capace e sicuro senza ombra di dubbio sul mio piccolo mezzo a tre ruote.
Il morso dell’asfalto sui palmi delle mani e sulle ginocchia mi prese alla sprovvista. Non riuscii a fare a meno di gridare, spaventato e dolorante.
E lei fu subito da me. Cosa ricordo? Le sue mani. Sempre più grandi e sicure delle mie, ma un po’ meno del ricordo precedente. Calde e rassicuranti.
Il suo odore e il suo sorriso. – Non è niente piccolo. Vieni qui.
Non avevo davvero bisogno di andare da lei, perché mi teneva già stretto a sé mentre piangevo disperato. Ero sotto la sua pelle e lei era sotto la mia.
Anche questo non sarebbe mai cambiato.

Stringo un po’ di più il suo esile braccio e lei si gira a guardarmi. Apre la bocca in un grande sorriso, le si illuminano gli occhi. E comincia a cantare.
La lascio fare mentre afferro la sua mano. È così piccola ora. Posso sentire le nocche al di sotto del sottile strato di pelle. Le accarezzo con il pollice ed è come sgranare un rosario di carne e sangue. L’inutile preghiera di un figlio che sente sé stesso sotto la pelle di sua madre, ma non riesce a farle provare altrettanto. Vorrei fermarmi e gridare, ma lei non sa più stare ferma, così continuiamo a camminare. Canta.

Ricordo le fiabe che mi raccontava prima di dormire.
La melodia della sua voce riusciva a calmarmi, quasi quanto il suo tocco. Lei lo sapeva, perché mentre parlava teneva stretta la mia piccola mano nella sua. Così grande eppur sempre meno, giorno dopo giorno.
Quanto era bella.
Al tempo sognavo di salvarla da mostri enormi e cattivi. Superavo grandi ostacoli e difficoltà, mi figuravo forte e ferito, ma sempre pronto per lei e ogni volta che nella mia mente riuscivo a salvarla era così bello e piacevole che la mia immaginazione ne chiedeva ancora. Ricominciavo. In un ciclo infinito, fino ad addormentarmi, esausto, ma consapevole che eravamo io e lei contro il mondo. Sempre.
Avrei fatto qualsiasi cosa per vederla sorridere.
È ancora così.
Svoltiamo per l’ennesima volta, tornando al corridoio principale. Un’infermiera mi saluta con un sorriso che non riesco a ricambiare. Continuo a toccare la sua mano, così piccola ora rispetto alla mia. Mando giù il magone e le sorrido di nuovo. Canta.
È così strano e ingiusto. Io ricordo tutto. Ogni cosa dei nostri anni assieme. Lei invece è persa nel suo mondo, nel suo non ricordare. Così opposti. Così lontani. Eppure ogni volta che vengo qui lei sembra riconoscermi. Mi illudo ogni volta, pur sapendo che non è così.
La accompagno nella sala comune. Hanno acceso la televisione e quasi tutti sono incantati a guardarla. Una finestra sull’esterno. Uno squarcio nel vetro delle loro abitudini.
Mia madre non sembra farci caso. Continua a cantare. La accompagno fino alla sua poltrona e la faccio sedere. Ride e canta. Canta e ride. Eppure è ancora così bella.
Le stringo di nuovo la mano, prima di salutarla. Così piccola e debole. Quella mano che era la mia ancora di salvezza. Il mio mondo. Come vorrei riuscire a fare altrettanto. Come vorrei che fosse ancora in grado di capire cosa significa per me. La bacio sulla fronte e mi giro per non guardare le nostre mani che si separano. Cammino spedito verso l’uscita. Non ti voltare.
Se dovessero chiedermi cos’è la tristezza risponderei che è questa: vedere mia madre, malata di Alzheimer, con gli occhi pieni di lacrime mentre canta una canzone che solo lei conosce.

Erika Marchi

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Il mio amico Marl

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‘Non pensare alle cose negative. Spesso dimentichiamo la bellezza della quotidianità, le piccole cose, i piccoli gesti. Pensare positivo non è un modo d’essere, è l’unico modo per riuscire a realizzarsi. Molti si lamentano del proprio lavoro, della propria vita, dimenticando gli obiettivi che hanno raggiunto. Vuoi un cambiamento? Devi essere quel cambiamento’
Chiusi il libro e guardai la copertina, ancora appoggiato al letto. Sbuffai tirandolo via e alzandomi di scatto.
– Queste stronzate non fanno per me, vado a comprare un po’ di erba. – Il gatto, mio unico interlocutore, mi fissò mentre infilavo la giacca e uscivo, con la sigaretta fra i denti.

La luce del sole mi bruciava gli occhi. Ero intontito dalla fame e la ragazza senza nome era protagonista dei miei pensieri.
Quella mattina mi ero svegliato solo. Era stata più di una semplice scopata, molto di più. Eppure se n’era andata. Non ricordavo nulla di lei se non quel particolare: un tatuaggio sul braccio sinistro. Un gatto che cavalca un proiettile. Bizzarro, ma sexy. Il ricordo dei suoi ricci d’ebano che stuzzicavano la mia pelle mentre si muoveva sopra di me, rappresentava la sensazione migliore della mia vita.
Cercai di buttarmi la tristezza alle spalle e un fottutissimo mal di testa mi obbligò a concentrarmi sul presente. Con la mano destra cercai di impostare ai miei capelli un senso di dignità. E lì trovai l’origine della fastidiosa cefalea: un bernoccolo grande come un porcino. Come accidenti me lo ero procurato? Le padelle sparse sul pavimento dell’angolo cucina presagivano più di un indizio in merito, ma non avevo tempo per indagare.
Scesi in strada, maledicendomi per il mio continuo rimuginare alla ragazza, alla fame o all’erba.
La strada sembrava deserta mentre mi dirigevo da Marl, il mio migliore amico e soprattutto il mio fornitore di fiducia.
Talvolta più fornitore che amico!
Ma aveva un cuore d’oro, il buon Marl.
Sentivo una stanchezza che mi ingobbiva la schiena e mi rendeva le gambe gelatina. Non era difficile avessi la febbre.
Alla fine vidi i contorni della casa di Marl, con essa un porto sicuro e l’erba, che ormai bramavo come ossigeno.
Bussai più volte, ma non venne ad aprirmi. Strano! Da quando lo conoscevo, non ricordavo di averlo mai visto fuori dal suo feudo. Lì nasceva la sua magia.
Marl abitava in una catapecchia su due piani, stile vittoriano. Un tempo era stata una reggia ma ora sembrava restare in piedi con lo sputo. Nel seminterrato adibito a laboratorio, Marl incrociava specie d’erba provenienti da ogni angolo del globo per ottenere varietà sempre nuove.
Il suo capolavoro portava il suo nome. La Marlerba.
Un ego niente male eh? Ma Dio, come mi fa stare alla grande quella roba! Di più, quando la fumo mi sento semplicemente… Vivo!
Gongolavo nel pregustarmi quelle nirvaniche sensazioni.
Senza pensarci, scavalcai il recinto in modo goffo ed entrai dalla porta sul cortile. Per fortuna non mi vide nessuno.
La febbre mi aveva preso proprio male. Crollai sul divano di Marl in un sonno profondo.
Dormii quattro o cinque ore in un limbo senza sogni né incubi. Neanche fossi un frigorifero a cui avessero tolto la spina. Mi svegliai, sentendo un baccano infernale dal piano di sopra.
Marl allora è in casa? Che accidenti sta combinando?
Rimasi in dormiveglia, accucciato sul divano, aspettando in posizione fetale.
Mentre continuavo a pormi questi dubbi, Marl si palesò in piedi davanti a me con un sacco di plastica nera, era qualcosa di lungo e sottile, ma non riuscivo a immaginare cosa fosse. Aveva i suoi capelli rossi e posticci sparati verso il soffitto come fiammelle e gli occhi iniettati di vermiglio, come vasetti di marmellata alle fragole.
Il maledetto aveva già aperto le danze senza di me.
– Ciao Phil!
– Marl…
– Non ti vedo in formissima…
– Devo avere la febbre.
– Sembri proprio uno zombie!
– Non scherzare…
– E stammi lontano che cominci a puzzare!
Dal nulla Marl mi vomitò addosso una lunga risata, oscena e gorgogliante come un lavandino otturato. Rabbrividii. Poi lo vidi accoccolarsi insieme al sacco sulla poltrona scassata, di fronte a me. Un attimo dopo, nonostante gli occhi spiritati, sembrò tornare serio.
–Da quanto non ti fumi un po’ di Marlerba?
Io… Non credo di capire…
– Scusa Phil… Ora che guardo meglio hai un bel bernoccolo in testa! Spaziale! Hai un’amnesia! L’amichetta di ieri notte doveva essere un tipetto combattivo, quando ha capito le tue intenzioni.
– Quali intenzioni? Io l’amavo!
– Ma non farmi ridere… ora prendi un tiro di Marlerba e tornerai normale! Se così si può dire… E non fare complimenti!
Marl tirò fuori dalla tasca e accese uno spinello farcito di Marlerba. Fece per passarmelo ma stranamente lo rifiutai. Mi sentivo sempre peggio e in quel momento non era certo il fumo il primo dei miei pensieri.
– Io ho fame… Tanta fame…
Marl esplose di nuovo in quella assurda risata. – Non ti preoccupare ho pensato anche a quello… Prendi!
Mi lanciò il sacco di plastica nera sulle ginocchia augurandomi buon appetito.
– Che diavolo è questo?
– La cena, ovvio! Grazie alla Marlerba abbiamo fattezze e sensazioni praticamente umane, come due ragazzi qualsiasi. Però dobbiamo placare certi appetiti…sai, la fame, la puzza di carne marcescente…
Srotolai la plastica nera dal contenuto. Sentii l’aria mancarmi.
Fra le mani tenevo il braccio sinistro della ragazza con la quale avevo passato la notte precedente. Reciso di netto dal suo corpo. Il tatuaggio a forma di gatto che cavalca un proiettile non lasciava alcun dubbio. Divenni di sale e quasi ignorai la logorrea di Marl.
– Fortuna Phil, che mi ero appostato nei dintorni di casa tua per assicurarmi che tutto filasse liscio, come al solito. Ho sentito quel gran rumore di pentole e ho visto lei mezza nuda che scappava. L’imboscata per fortuna ha funzionato. L’ho accompagnata subito qui per essere preparata… Et voilà! Anche stavolta abbiamo la nostra cenetta. Certo che devi migliorare un po’ il tuo approccio con le donne, Phil.
Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo per l’orrore. Marl mi zittì tappandomi la bocca con le sue mani ancora puzzolenti di sangue e sudore.
– Ma sei diventato matto? Vuoi che venga tutta la città a farci la festa? Adesso ti calmi e non fai cose stupide come urlare, intesi? O dovrò prendere provvedimenti. Vero che farai il bravo, Phil?
Annuii alzando la mano destra come in tribunale. Marl sembrò tranquillizzarsi perché mollò la presa.
Ne approfittai.
– Tu sei pazzo! Io vado dalla polizia! Ti faccio internare!
Spinsi via Marl con tutta la forza che mi restava in corpo. Finì gambe all’aria e ne approfittai per scappare in strada. Corsi fino a esaurire l’aria nei polmoni. Per fortuna dopo qualche centinaio di metri vidi un poliziotto di spalle. Cercai di attirare la sua attenzione e quando mi vide il suo sguardo di rabbia e paura mi fece comprendere che la storiella di Marl forse non era del tutto campata in aria.
Ma era troppo tardi.
Feci in tempo solo a sentire il freddo proiettile che si faceva strada nella mia fronte.
Poi tutto si fece nero.

Dal balcone della sua dimora Marl sbuffava fumo dalla bocca, malinconico.
– Uffa! Ora dovrò fare tutto per conto mio! Stupido di un Phil!
Estrasse il cellulare dalla giacca e scelse un numero dalla rubrica, svogliato.
– Diana? Ciao sono Marl! È tanto che non ci sentiamo… Cenetta per due? Sì? Arrivo subito!

Andrea Moretti

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Aqua

Immagine aqua giulia

Il blu attorno era una coccola di serenità. Quel blu così bello, così intenso. Non un azzurro slavato, né quel blu che assomiglia troppo al nero. Blu come deve essere. Quel posto avrebbe potuto essere una fuga dallo stress, peccato.

Il suono acuto dell’allarme rimbomba, perfora i timpani. Raccolgo le gambe al petto che pare voler esplodere. Non chiudo gli occhi. No. Il buio tornerebbe e temo di dimenticare, ancora una volta.
Anche se è solo un colore lo stringo forte, afferrandolo saldamente per stamparmelo in mente; quel blu così bello, come deve essere.
Assillata dalle sirene, tappo le orecchie con i palmi delle mani, come fossero vere, come servisse veramente a scacciare quel suono.
Quando, quasi per caso lo vedo fluttuare tra quel blu, eccolo che stona, tremola. Un frammento bianco volteggia verso il basso, allungo le mani chiuse a coppa, nel momento in cui ci leghiamo tutto si frantuma, crolla. Il vuoto torna.
Annego.

– Chi è stato a introdurre questa all’interno della Culla?!? – il tenente Wallace agita nell’aria il rettangolo contenente il mio blu – Non possiamo permetterci di contaminare il nucleo! – il silenzio persiste pesante tra l’equipe della sezione 01 – S.I.A. le registrazioni! – il numero 271 fa un passo avanti – Sono stato io Signore!

5.472 giorno
Membri equipaggio: 3000
“Cosa ne sarà di me d’ora in poi?” dopo un po’ di tempo, ho smesso di pensarci su “Forse ho dimenticato come pensare”

5.474 giorno
Membri equipaggio: 2999
Era la prima volta per me e in un certo senso lo era per tutti. Dopo anni trascorsi in una pace apparente, chiusi in uno spazio stretto, gettati nell’infinito, dove non c’è né giorno né notte, certe cose cominciano a perdere significato. Nessuno se lo aspettava.
La morte.

5.475 giorno
Membri equipaggio: 2999
Terminato il referto medico e i trattamenti su salma, il soggetto numero 300 è stato lanciato nel vuoto, sigillato come da prassi in una scatola nera. Pochi secondi ed è sparito, inghiottito in quella profonda oscurità. È tutta colpa mia.

5.477 giorno
Membri equipaggio: 2999
Ogni tanto, tra un caricamento e l’altro, mi ritrovo a fissare, attraverso uno dei miei occhi, quel nero oltre gli oblò. Lo cerco, aspettando che compaia da un momento all’altro: il mio fallimento.
– Suicidio – una parola che non conoscevo fino a ora, l’ho cercata nel sistema, fatta mia, ma nonostante tutto non compresa appieno. È rimasta là, come un filo cucito sulle labbra.

5.479 giorno
Membri equipaggio: 2999
I pochi soggetti che hanno assistito all’accaduto non sembrano aver subito gravi turbamenti. Con il passare degli anni, dopo la Crisi di Home, la desensibilizzazione alla realtà ha finito con il degenerare certe emozioni. Forse è questa la differenza tra noi e lui? Noi abbiamo dimenticato, lui no.
È da quell’evento che a ogni avviso, allarme che sia, mi ritrovo a impallarmi nel terrore. I valori indicano un aumento improvviso del battito cardiaco e dell’immissione d’ossigeno; la scheda continua a pulsare nell’attesa che io accetti quella notifica, trattengo il fiato e spingo verso la cartella aprendola:
“5479 giorno”

Il riflesso sul suo volto fittizio muta, le palpebre sbarrate si rilassano. Lascia cadere le braccia lungo i fianchi e…

…piego la testa all’indietro, il sistema si riassesta, i parametri tornano alla norma con l’accumulo di ossigeno. Apro gli occhi a esaminare i contorni olografici delle braccia leggermente disturbati da interferenze, constato che i file sistemici stanno tornano a ricalibrarsi. Attivo la telecamera 9 verso il numero 271 ancora chino sui cavi all’interno della console madre quando…

…mi rimetto a sedere e con il palmo della mano asciugo le gocce di sudore che imperlano la fronte.
– Era solo un cavo allentato – lei percorre con lo sguardo il proprio ologramma tornare alla sua forma ordinaria, quel “corpo” piccolo ed esile da bambina mi turba, sembra sbagliato. Giorni fa non era così, tutto mi sembrava…

…normale, svolgevo i miei compiti, precisa. Eppure c’è qualcosa fuori posto. È un dettaglio, ma il sistema non rileva nulla. Appena muovo le telecamere su di lui sobbalza.

Eccola là! Ancora! “È solo un’intelligenza artificiale!” continuo a ripetermelo ma da quel giorno è sempre più dura convincersene; qualcosa in lei è cambiato e non riesco a togliermelo dalla testa. Quei due buchi neri e vuoti che un tempo mi inquietavano ora traboccano di…emozioni? Velati, ora, dal blu del dipinto di papà che accidentalmente avevo perso all’interno della Culla.

Il suo Blu ha riportato in me…

ricordi.

Il suo Blu ha risvegliato in me…

– Ti chiedo scusa. A causa mia hai rischiato di subire grosse penalità. Stai bene?
– Il tuo scanner rileva anomalie? – alla mia domanda una sequenza di finestre si aprono all’unisono circondandola, su una di esse vedo il mio volto.
– Nulla, ma come ti dicevo temo ci sia qualcosa nel mio sistema che non funzioni correttamente.
– La manutenzione ha confermato che è tutto nella norma.
– Non posso sbagliare di nuovo.
Gli angoli della bocca si incurvano e ripiomba in un’espressione triste. Umana. Come fosse viva.
So a cosa allude.
– Non è colpa tua – mi accorgo tardi di aver detto una delle più grandi idiozie al mondo, sto seriamente cercando di consolare una macchina?
– Già prima del risveglio avevo analizzato strane anomalie nel sistema nervoso nel numero 300. Dissi che non era pronto. Ma il suo risveglio era un ordine.
– Non era pronto?
– Ansia, claustrofobia e depressione. I suoi ricordi riguardo Home erano troppo vividi, presenti. Così decidemmo di ridurne la quantità, quella che gli rendeva impossibile adattarsi alla vita qui, ma le sue condizioni peggiorarono drasticamente. Lamentava un senso di “vuoto”.
Quei pochi ricordi rimasti presero il sopravvento, così recidemmo il problema alla radice. Un intervento facile, bastava toccare un solo, unico, ricordo.
– Un ricordo?
– Un volto.
– Quale?
– Non faceva parte di nessun carico di nessuna flottiglia. So solo che l’individuo si rivolgeva al numero 300 come: papà.
La testa si svuota all’improvviso, tappo la bocca con la mano, trattenendo a stento il cibo che corre su per l’esofago…ma che cazzo?
– Pressione, respirazione e battito cardiaco in aumento. Avvio una richiesta di controllo.
– No, sto bene! – la richiesta d’intervento viene annullata, non riesco neanche a guardarla, temo di ritrovare la sua freddezza brutale.
Papà…A pensarci adesso, non mi viene in mente nemmeno il suo viso, solo un’immagine sfocata che cinge il cuore. Estraggo dalla tasca il piccolo foglio spiegazzato del disegno di papà, una delle ultime cose che mi rimane di lui.
– Il blu! – la voce di S.I.A. rimbomba energica. Me la ritrovo affianco, mai vista più vicina di così, i suoi occhi brillano nell’osservare il disegno, mutano il proprio colore, così come la chioma che si disperde nell’area.
– È l’ultimo ricordo che ho di mio padre Eric. Amava dipingere, soprattutto l’oceano.
– Eric?
– Il suo nome, tutti ne hanno uno.
– È così importante?
– Ci ricorda chi siamo –
– Anche io avevo un nome, ma dissero che non ne avevo più bisogno, quindi lo cancellai – il suo viso ripiomba nella tristezza. Scompare per un istante per poi riapparire in cima alla Scatola Nera, lo sguardo volto alla finestra sullo spazio.
– Forse lo hai solo dimenticato – ogni cosa che dico sembra sbagliata – Potremmo usare un nome di rimpiazzo finché non te lo ricorderai…– nell’ampio vuoto della Culla in cui ci ritroviamo, governa un silenzio pesante, rotto unicamente dal rumore dei macchinari. Celle su celle contengono uomini e donne in attesa di essere scelti, che il loro tempo finalmente giunga, cullati dal suono dell’acqua che scorre tra le tubature e i canali di scolo, come una ninna nanna.
Tutto questo è S.I.A.
– Che ne dici di “Aqua”? – forse me lo sono solo immaginato, deve essere così, quella che ho visto scendere sulla sua guancia non poteva essere una lacrima.

Giuls Nova

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Camminare

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Mai fatto caso al camminare della gente, se non quando ci sono storte, dolori ecc… A quel punto, shock, una cosa naturale si rivela impegnativa, oltre la consapevolezza.
Ci penso ora che questo ragazzino prova dei jeans: ha la caviglia ingessata ed entra solo nelle tute. Stiamo cercando modelli ampi di gamba, ma che si possano indossare anche senza gesso. Non è una missione impossibile, eppure lui è così abbattuto che vorrei dirgli “Va a casa e torna un altro giorno!”, già so che quello che comprerà oggi gli farà dschifo per sempre. Un po’ ho imparato in questi mesi da commessa.
Lascio parlottare madre e figlio e torno dalla ragazza che aveva gli occhi a cuore mentre provava un abito a fiori.
– Stai benissimo! – Non racconto bugie, guardo il cliente e valuto l’emozione. Se piace, appoggio la loro convinzione, perché sono felici. Se sono in dubbio dico cosa ne penso; se a loro non piace… trovo altro.
La ragazza mi sorride, mentre si rimira allo specchio.  – Davvero?
– Certo! È proprio fatto per te!
Sorride ancora di più.
– Lo prendo! – Esclama in tono acuto, un ultimo sorriso, chiude la tendina e si cambia.
Torno dal ragazzo. Si trova in camerino. Mi guardo attorno per capire se posso fare altro, il mio turno sta per finire, ma mi secca stare con le mani in mano.
Vedo avvicinarsi la ragazza, mi guarda e io le indico la cassa. Caspita come è stata veloce. La osservo camminare, saltella quasi. È leggera. Lo shopping giusto rende leggeri.
Mi viene un piccolo magone, ma lo scaccio, mentre in cassa scambio qualche battuta con lei, che sarà il mio ricordo di luce di oggi. Strappo lo scontrino, le consegno la borsa e la vedo uscire con quella camminata leggiadra che le invidio.
Come cammino io?
Tamburello le dita sul bancone, storcendo le labbra.
Sento i passi della mia collega Clara, di ritorno dalla pausa pranzo.
– Ciao! Quando vuoi, puoi staccare.
– Ok. Aspetto che finisca il ragazzo in fondo o te ne occupi tu?
– C’è solo lui? – si gira a indagare tra gli scaffali.
– Sì.
– Allora faccio io, tranquilla.
Tamburello di nuovo le dita sul bancone, mi guardo attorno come se cercassi anch’io. Il magone aumenta.
– Domani è l’ultimo giorno?
La voce della mia collega mi fa implodere dentro.
– Purtroppo sì. – Mi si è azzerata la salivazione. Non pensavo mi avvilisse tanto andarmene.
– Mi spiace. – mi dice lei, stringendo le labbra. – Non hanno trovato una soluzione…
Io sospiro. – La soluzione non c’era, anche loro erano dispiaciuti, perché dovranno cambiare i vostri turni per fare orario continuato o chiudere a pranzo. Non hanno ancora definito. Antonio e Loredana si sono informati per sistemare tutto, ma a quanto pare un modo non esiste. Almeno per ora. – Concludo, senza sentire speranza.
Lei alza gli occhi al cielo. – Sarà una rottura anche per noi. Chiudere e riaprire…  ormai mi ero abituata bene. Arrivavo e qui era tutto operativo, sistemato. Hai sempre lavorato bene. Odio questa situazione, piombata così all’improvviso.
Annuisco.
Clara allunga il collo e si mette sulle punte.
– La signora ci cerca, vado. Lucia domani ci salutiamo per bene. – Mi abbraccia forte, mi sorride e va.
Io non dico niente, mi sento un peso dentro. Cammino lentamente verso la stanza privata, mi sento un po’ curva, sia nel corpo, sia nei sentimenti.
Tutto è successo troppo velocemente.
Sfioro con la mano gli abiti appesi e li trovo secchi. Questo è un negozietto, nulla di pretenzioso. Ma gli abiti sono di buona fattura, non cinesate. I costi sono contenuti, anche se non come H&M e similari. Mi piace lavorare qui, perché so che vendo un capo che non sarà da buttare dopo una stagione.  Allo stesso tempo, non si ha speso una fortuna. Buon rapporto qualità prezzo.
La clientela è simpatica, anche se io non ho mai visto gran movimento; cosa aspettarsi all’ora di pranzo, il sabato e la domenica?
Quando ho risposto all’annuncio ero scettica, chi vuoi che vada a provarsi vestiti tra le 13 e le 15? Staranno a casa a mangiare, no? Non consideravo che, essendo porta a porta con un ristorante, è facile che qualcuno si infili prima o dopo il pranzo. Infatti il più delle volte le persone entravano, si facevano una passeggiata e poi uscivano. Ma spesso succedeva che magari notavano qualcosa e se non lo compravano subito, magari passassero dopo. In cinque mesi avevo imparato a riconoscere gli sguardi di chi si innamorava di un indumento, ma resisteva.
Lasciavo i post-it a Clara, chiedendo di far attenzione se passasse Tizio… e immancabilmente ci azzeccavo, dopo qualche giorno ricompariva a comprare quello che aveva visto durante il mio turno.
Cammino accarezzando con lo sguardo il reparto maglieria: i colori sono terribilmente spenti.
Entro nella saletta. Mi appoggio schiena alla porta.
Faccio l’impiegata amministrativa, quattro ore al giorno, in una ditta di scarpe: aggiungere quattro ore nel week end, è come avere una settimana in più a fine mese. Sono soldi che fanno comodo. In più mi piace. L’unica cosa spiacevole è non fare mai un pranzo in famiglia, ma rimedio con le cene.
Maledetti voucher.
Maledetti politici!
Possibile che ogni provvedimento sul lavoro getti sempre più nello sconforto i modesti lavoratori? Quelli ricchi no di certo, solo i poveri diavoli che cercano di mantenersi in modo onesto.
Antonio mi aveva proposto il nero. Ma ho rifiutato subito, anche lui non era convinto. Le abbiamo pensate tutte. Il contratto a chiamata no, non ho l’età giusta. La ritenuta d’acconto non mi conveniva. Il tempo determinato era impensabile. Insomma, i voucher erano perfetti! Già tassati, in regola, facili da riscuotere.
Mi tolgo la maglia nera con la scritta staff sulla schiena e la butto in borsa senza piegarla. Indosso la mia verde, stamattina rappresentava la mia calma, ma adesso è solo un altro colore spento.
Non credevo di starci così male. No davvero.
Mi pesa l’ingiustizia: mi sento defraudata di una possibilità, ingiustamente.
Esco e mi dirigo verso la porta laterale. Ho la macchina a pochi passi, ma sembra troppo distante. Ripenso al ragazzo col gesso e studio la mia camminata. Piego le ginocchia, oscillo le braccia, stendo le ginocchia, sento l’asfalto sotto la suola. L’andare è fluido, nessuno scatto, acqua che scorre. Arrivo davanti alla macchina senza avere ancora le chiavi. Le cerco scansando la maglia che insensibile mi urla “STAFF” in faccia.
Apro la portiera e mi siedo.
In fondo è quello che bisogna fare, camminare. Andare avanti. Aggirare o scavalcare gli ostacoli e proseguire.
Metto in moto.
È così.
Faccio retromarcia.
Basta guardarsi indietro! Devo semplicemente camminare avanti: finiranno le difficoltà, no? E poi la prossima settimana potrò mangiare coi miei…
Con lacrime di amarezza, ingrano la prima e parto.

Monica Spigariol

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