La casa della morte

28126369_414623238975579_2086247993_o

E così, tornai dove tutto era cominciato. Anche se in cuor mio sapevo che l’epilogo non sarebbe cambiato.

Non era cambiato proprio nulla: le solite tende sbiadite dal tempo, i soliti divani con la stoffa sgualcita, il solito odore di chiuso. Un conato di vomito mi arrivò alla gola: avevo sempre odiato quell’odore. Mi mossi verso la scala quando una voce dietro di me mi chiamò: – Ispettore Gergali, buongiorno!
Avrei riconosciuto quel tono anche in mezzo a un coro: il dottor Schifani, era ancora lui il direttore sanitario della struttura, quindici anni dopo neanche questo era cambiato. Quell’uomo imponente mi sovrastava di almeno dieci centimetri e di venti kilogrammi, ma la cosa che più mi inquietava era il suo sguardo gelido nonostante il sorriso sulle labbra. Solo qualche capello in meno e qualche ruga in più sulla fronte mostravano il passare degli anni.
– Dottore, ci rivediamo!
– Ahimè sì e sempre in circostanze tristi. Faccio fatica ad accettare che sia risuccesso, dopo così tanto tempo! – si mise una mano davanti agli occhi ma sapevo benissimo che stava solo recitando, non aveva nessun interesse né tanto meno provava dei sentimenti nei confronti degli ospiti della casa. Forse non provava sentimenti proprio per nessuno.
– Mi faccia vedere la stanza! – tagliai corto. Salimmo al primo piano, ultima stanza in fondo al corridoio di sinistra. La numero 15.
La scientifica stava scattando le foto, Silvia si avvicinò appena mi vide:
– Capo! – non aggiunse altro ma mi guardò dritto negli occhi. Era il suo modo per dirmi che dovevamo parlare a quattrocchi, evidentemente aveva già scoperto qualcosa e il dottor Schifani non poteva sentirlo.
– Grazie direttore! – mi girai verso il medico e gli allungai la mano – Se avremo bisogno, la faremo chiamare, può tornare al suo lavoro.
Non sembrava molto felice della mia frase ma si girò e uscì. Appena sentimmo i suoi passi allontanarsi lungo il corridoio, Silvia cominciò a parlare:
– Il cadavere è del signor Russo, aveva 93 anni e da cinque viveva qui, riusciva ancora a deambulare autonomamente, ma la demenza senile cominciava a dare qualche segno nei suoi comportamenti e soprattutto nei suoi ricordi.
– Ok, ok ma dimmi qualcosa di più su come è morto.
– Allora, l’uomo è disteso prono con le gambe che cadono fuori dal letto, il viso completamente schiacciato sul cuscino, per terra un bicchiere rotto e che deve essere stato pieno d’acqua o di un altro liquido perché è bagnato. Non si vedono segni di lotta o di presenza di un’altra persona, sembra più che altro che sia caduto in avanti mentre beveva. Forse un attacco cardiaco.
– E quindi noi perché siamo qui? Silvia, da quando veniamo chiamati perché un uomo di 93 anni viene trovato morto per infarto? – mi resi conto di aver alzato troppo la voce quando gli uomini della scientifica si voltarono verso di me. Silvia sbuffò e cercando di calmarmi le dissi – Scusami, ma questo posto mi innervosisce.
– Se mi avesse lasciato finire, avrebbe capito – rispose stizzita. – Il motivo per cui siamo stati chiamati è semplice: c’è un biglietto vicino al cadavere che dice…
– Il tempo è scaduto, era già andato troppo oltre. È firmato con due parole: la fine!
– Esatto capo – rispose Silvia sconvolta. – Come fa a saperlo?
– Quindici anni fa, il 15 ottobre, era stato trovato un altro cadavere, stessa posizione, stesso biglietto; solo la stanza era diversa: era la numero 7. Poi il giorno successivo un altro e così per una settimana. Nessun indizio, nessun errore. Non abbiamo mai capito chi fosse stato, comunque non è morto per infarto. È un caso di avvelenamento. Nel bicchiere troveranno veleno per topi.
Mi girai e uscii dalla stanza, Silvia rimase immobile e non mi seguì, sapeva che avevo bisogno di stare solo. Dopo tutto quel tempo, La Fine era tornata, non avevo mai dimenticato quel caso, non avevo trovato il colpevole e tutte quelle persone erano morte. Io e miei uomini eravamo rimasti di guardia per giorni, controllando ogni cosa fosse arrivata nelle stanze, eppure ogni giorno, un anziano se ne era andato. Tornai in ufficio e ripresi la cartella, dovevo ricordare tutti i particolari, dovevamo aggiungere quelli nuovi, se ce n’erano, e soprattutto capire se era veramente la stessa persona a commettere l’omicidio… in fin dei conti avrebbe dovuto avere quindici anni in più.
Anche Silvia volle leggere tutto il malloppo e poi entrò nel mio ufficio:
– Ho fatto mettere quattro agenti di guardia all’interno della casa di cura. Che idea si era fatto allora?
– Ho sempre pensato fosse un infermiere o un medico l’omicida, ma avevano tutti un alibi e nessuna prova vera contro di loro.
– In ogni caso controllo chi di loro c’è ancora.
– Sicuramente il dottor Schifani!
– Pensa possa essere lui il colpevole?
– Ci ho pensato molto e anche creduto parecchio ma… è talmente glaciale che non si avvicina nemmeno ai malati. Avrebbe dovuto avere un complice, ma in qualche modo avremmo scoperto qualcosa, in due si sarebbero traditi, avrebbero commesso qualche errore.

Passai la notte sveglio rigirandomi nel letto, ripensando a quel caso di quindici anni prima finché sentii il telefono squillare. Numero sconosciuto.
– Pronto?
– Stanza 5 La Fine è tornata e l’epilogo sarà uguale!

Erika Franceschini

Annunci
Pubblicato in Scrittori in Corso, Erika Franceschini | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il distintivo

28169388_10215528332471678_1762883120_o

E così tornai dove tutto era cominciato. Anche se in cuor mio sapevo che l’epilogo non sarebbe cambiato.

Quella volta il pilota mi salutò dal piccolo finestrino, dopo avere chiuso il portellone stagno e decollò. Ero l’ultimo della pattuglia, mi voltai e mi incamminai seguendo i quattro uomini
Quanto tempo era trascorso? Allora sulla tuta portavo il simbolo che terrorizzava i nemici, l’immagine si notava come fuoco nel buio.
Ero stato forgiato in pochi mesi: il cervello saturo di regole, gli arti allenati, il cuore ghiacciato.
L’arma letale che ne impugnava una altrettanto micidiale.
– Tocca a te, novellino. Io torno a casa tra un mese e ci tengo al mio culo, tu invece non hai certi problemi.
La frase del sergente non lasciava spazio a repliche. Nessuna intenzione di beccarsi un colpo ed esplodere come uno pneumatico.
– Entro, copritemi!
Parole da manuale per reclute, gracchiate dalla trasmittente nel casco. Il controllo sul visore delle regole di ingaggio, il check dell’arma e via!
L’esplorazione stanza dopo stanza, la torcia sul casco a fendere il buio. Per ultimo il locale ristoro: c’erano stoviglie sul pavimento miste a piatti rotti, cibo sparso dappertutto. Sul tavolo altri resti, gli abiti del comandante e di tre uomini. All’interno residui di tre vite, ossa polverose, crani dalle orbite scure.
– Come va là dentro, novellino?
Ancora la voce del maschio alfa, stanco di quel ruolo.
– I conti non tornano, manca una unità.
La messinscena avrebbe potuto ingannare un soldato che si fosse limitato a dare una rapida occhiata dalla soglia. Non il sottoscritto, ligio nelle verifiche dei protocolli e delle regole. I passaggi che scorrono nel visore, implacabili. I secondi si consumano.
– Entriamo, guardaci le spalle.
Il maschio dominante si fa sentire, impaziente. Non va bene. Le regole…
Lampi improvvisi e ripetuti, silenziosi quanto letali. Dall’alto, dalla grata della ventilazione.
– No-o… Bas-tardo!
– …
– Eghhhh…!
– …gh.
Gli squarci delle tute sul pianeta rosso significano morte, nessun appello. L’unico che riuscì a sillabare tre parole fu il sergente, davvero notevole.
Alzai le braccia in segno di resa, lentamente, l’arma disattivata.
Il puntatore laser stazionava al centro del mio campo visivo, l’avversario attendeva istruzioni. Come il sottoscritto.
– Veniamo a prendervi, esercitazione terminata.
Lui scese e mi raggiunse, lo sguardo freddo quanto il mio. Stesso distintivo. Aveva superato l’esame senza problemi, molte missioni alle spalle. Mi oltrepassò e si diresse verso la navetta, io lo seguii muto.

È trascorso un anno, addestramento duro e senza sconti, fra gli sguardi sprezzanti dei soldati. Mi odiavano, quelle fatiche che avevano dovuto sopportare erano già molto probanti per loro, ma il simbolo sulla mia tuta era troppo. E non l’avevo onorato, quattro morti tra di loro lo certificavano.
Eccomi qui, ancora, la navetta che va e quattro uomini al seguito. Oggi guido il drappello, cambio di strategia: in un anno ti insegnano tante cose, i dati sul cursore viaggiano veloci, nessuna sosta per le verifiche, arma attivata. Zero esitazioni, ho un distintivo da onorare sulla tuta. Nessuna macchia da pulire.
Ci dividiamo, i quattro soldati verso l’ingresso principale, io verso il tunnel dei rifornimenti. Non è presidiato, lo apro craccando i codici, entro e accelero il passo: non corro, troppo rumore. Raggiungo il deposito, ovviamente non incontro resistenza, salgo i gradini e penetro nei locali diurni della base. Deserti, come previsto. Come programmato.
Varco la soglia dello stanza del comandante, disattivo l’ arma primaria. Slaccio la cintura, la abbandono sul pavimento. Poi mi siedo alla scrivania e attendo, nessuna fretta.
– Dove sono finiti?
– Zero contatti, sergente.
– Qui è libero.
– Da me vuoto assoluto.
Si sono divisi i locali da esplorare, una buona idea: in caso di agguato uno muore, gli altri reagiscono. Quella volta eravamo in gruppo, un bersaglio troppo facile.
– E tu dove sei, mezzo uomo? Fatti sentire.
Il maschio alfa di turno che odia il mio distintivo, tutto secondo le regole. Quelle cui loro credono di non obbedire. Quelle che io seguo alla lettera.
– Ufficio del comandante.
Entrano insieme, mi vedono, scrutano la stanza, abbassano le armi.
– Missione compiuta. – dico.
Non attendo la loro reazione, dalla cintura partono i proiettili. Precisi, letali. Pochi attimi, qualche rantolo, questa volta nemmeno una sillaba.
– Obiettivo raggiunto, venite a prendermi.
Il sergente aveva torto, non sono neanche un mezzo uomo. Ho solo il cervello, il resto è materiale sintetico di prim’ordine.
Assemblato secondo le regole, indicato dal distintivo.

Marco Moretti

Pubblicato in Marco Moretti, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

San Valentino

27749895_2002032786704492_89477889482128228_n

Foto di Massimo Della Domenica

Il collettivo di Scrittori in Corso in questa giornata vuole ricordare l’amore con le parole dei libri.

Scelto da Monica Spigariol

“Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai. Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le t

ue ossa si frantumeranno, e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.”

(Mathias Malzieu, La meccanica del cuore)

Scelto da Andrea Moretti

“Questo è amore, pensava lei, sì o no? Quando noti l’assenza di qualcuno, e detesti quell’assenza più di ogni altra cosa. Ancora più di quanto ami la sua presenza.”

(Safran Foer, Ogni cosa è illuminata )

Scelto da Serena Pavan

“In quel pomeriggio di afa e di pioviggine, Clara Barcelò mi rubò il cuore, il respiro e il sonno. Le sue mani, nella magica penombra di quella loggia, impressero sulla mia pelle il marchio di una maledizione che mi avrebbe perseguitato per anni.”

(Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento)

Scelto da Erika Franceschini

“Love everyone, you will build up an aura of light and love!”

Letto su Yogi Tea

Scelto da Giuls Nova

«Smettila. Non pensarci e non parlare. Piuttosto… »
«Cosa, Yen? »
«Amami. »
La abbracciò. La toccò. La trovò. Yennefer, al tempo stesso incredibilmente tenera e dura, sospirò forte. Le parole che pronunciavano si spezzavano, si perdevano tra sospiri e respiri accelerati, cessavano di avere significato, diventavano vuote. Dunque tacquero, si concentrano sulla ricerca l’uno dell’altra, sulla ricerca della verità. Cercarono a lungo, scrupolosamente e molto a fondo, temendo la fretta sacrilega, la leggerezza e la noncuranza.

(Andrzej Sapkowski, Il tempo della guerra)

 

Scritto da Francesca Perreca

RICORDI DI UN SAN VALENTINO!
Oggi è il giorno dedicato agli innamorati, e proprio questa mattina mentre facevo colazione la mia memoria è andata a ritroso di quasi 15 anni fa e al mio San Valentino di allora. Me lo ricordo ancora ma scommetto che anche il mio fidanzato dell’epoca non lo abbia dimenticato anche se le nostre strade si sono separate.
Il malcapitato sapeva del mio essere romantica e quindi aveva organizzato una serata in cui i cuoricini sarebbero esplosi per il troppo amore.
Quella sera mi portò in un ristorantino molto intimo a Giaveno di cui non ricordo il nome e francamente non so se esista ancora. Il menù à la carte era raffinato e i piatti presentati ottimi. Una cena a base di pietanze corpose e gustose che decidemmo di accompagnare con un Dolcetto d’Alba.
Le bottiglie bevute furono 3.
Per il dopo cena, lui aveva previsto di accoccolarci sotto il piumone e fare l’amore tutta la notte. Ma le cose non andarono esattamente come il mio ragazzo se le era immaginate. Quando arrivammo a casa mi prese una strana euforia, suppongo dovuta al Dolcetto e iniziai a ridere senza freni. Non riuscivo a trattenermi e più il mio fidanzato mi diceva di smetterla e provava a baciarmi e più io ridevo. E ridevo e ridevo.
A furia di ridacchiare, la cena ingerita si stava facendo largo alla bocca dello stomaco e così la serata che doveva essere simile a una commedia romantica si trasformò in un film di Tarantino…. Molto pulp!
Oddio che avevo combinato.
Avevo dato al San Valentino un sapore di Dolcetto ma che a distanza di tanti anni ricordo ancora con il sorriso anche se molte cose da allora sono cambiate.
Questa sera molto probabilmente sarà avvolta dal piumone e in compagnia di un buon libro mentre molti di voi saranno abbracciati, baciati, accarezzati e amati.
Si forse un po’ di sana invidia la ho, lo ammetto, ma ricordatevi che anche se domani non avrete più accanto la stessa persona di oggi, quello che conta è il momento e le sensazioni che provate perchè anche se rischio di essere retorica e scontata a volte i ricordi scaldano il cuore e vi accompagneranno, nonostante tutto. Per tutto il resto c’è sempre il Dolcetto d’Alba.

Buon San Valentino

Scrittori in Corso

Pubblicato in Andrea Moretti, Erika Franceschini, Francesca Perreca, Giuls Nova, Massimo Della Domenica, Monica Spigariol, Scrittori in Corso, Serena Pavan | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti

Lunedì incipit

27657714_2001193866796433_4097644080428911012_n

Rise and fall. Ascesa e caduta. A quanti persone, personaggi, miti, leggende viventi e non si può affiancare questo tipo di percorso? Troppe. Le stalle, le stelle e di nuovo le stalle. Questa è anche la storia di Walt, monello in quel di Saint Louis, accudito (si fa per dire) dagli zii dopo la morte dei genitori. Poche capacità, ancor meno ambizioni, un vago sogno di ricchezza senza sapere come raggiungerla. Una storia come tante.

Allora, cos’ha di speciale questo romanzo di Paul Auster del 1994, dopo tali premesse?

Per cominciare, Walt vivrà un’ascesa nel vero senso della parola: imparerà a librarsi nell’aria come un uccello. Sotto la guida tecnica e umana del misterioso, a dir poco, Maestro Yehudi, il piccolo furfante si trasformerà nel Bambino Prodigio, una speranza vivente nell’America prossima alla Grande Depressione alla fine degli anni 20. Se questa è l’ascesa, immaginate come sarà la sua caduta.

Riuscirà a rialzarsi? Lo lascio scoprire a voi…

Buona lettura!

Andrea Moretti

Pubblicato in Lunedì Incipit, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

La Giostra della Salvezza

received_10215465529901653

 

E così, tornai dove tutto era cominciato. Anche se in cuor mio sapevo che l’epilogo non sarebbe cambiato.

Citofonare “D’Angelo”, salutare il portinaio, ascensore.
– Signor Alberto, buonasera! Oggi fa anche il turno di notte?
– Sapete com’è, sotto le feste… Divertitevi, gli altri sono già saliti.
Divertirsi… La fa facile, lui. Una persona abituata da quarant’anni a lavorare per gli altri, che ha annullato la sua vita in base ai bisogni dei suoi condomini non potrebbe mai capire una vita come la mia. Avrà pensato a una serata tranquilla, a giocare a carte, forse con puntate basse, solo per passare il tempo insieme. Povero, piccolo, tenero poveraccio.
Schiaccio il tasto per il settimo piano e aspetto. Da quando hanno cambiato l’ascensore per renderlo agibile ai portatori di handicap è diventato lentissimo, quasi un montacarichi. È una riflessione che ho fatto diverse volte, ma alcuni l’hanno trovata in un certo qual modo offensiva, non so perché. Eppure a volte ho l’impressione che sia fermo.
Dopo un lasso di tempo che mi pare interminabile apro l’ascensore e mi trovo davanti la porta socchiusa. Pensieri e scuse mi si accavallano nella mente mentre entro e mi tolgo il soprabito. Sento, un po’attutiti, i rumori delle palle che sbattono. Con cautela quasi religiosa busso al tinello, dove tutti stanno giocando a biliardo.
– Ragazzi, non è che qualcuno ha pestato una cacca? All’improvviso si sente una certa puzza…
Che simpatico, Renato. A ogni mio ritorno ne tira fuori una nuova.
– Almeno non c’è più quel tanfo di cavolfiori marci, non vi pare?
La storia è sempre la stessa: trovo una bella ragazza, piacente, simpatica, un po’ostile nei confronti dei miei amici, la inizio a frequentare, mi distacco dal mio ambiente, amo, qualcosa non funziona più, ritorno qui. E Armando fa qualche battutina, in genere sul mondo della mia ex dolce metà. Stefania aveva un ristorantino vegano.
– Resta il fatto che c’è del marcio in città!
Marcello rimane sempre sul gioco di rimandi letterari o sui giochi di parole, ma è colpa di una sua certa propensione che l’ha portato a diventare titolista sul giornale della città. Sarebbe stato perfetto per la Gazzetta, ma tant’è.
– Prenditi un Vov o un Cynar… Sono vecchi quanto questa situazione.
Renato è un ottimo padrone di casa, nonostante le frecciatine. In silenzio prendo uno Zabov al cioccolato. Non sapevo neanche lo facessero ancora.
– …E così sei tornato. Noi però siamo andati avanti, lo sai? Ti sei perso un sacco di eventi significativi.
– Dai, non è neanche venuto al Palio annuale, che figura ci faremmo a farlo tornare… io voto per lasciarlo alla sua vita vuota.
– Però l’ha fatto per scopare, chi non lo farebbe?
– Fidati, lo farebbe solo lui.
– Non lo so, io lo metterei alla prova.
– Per l’ennesima volta?
Non sono mai stato un bravo affiliato a gruppi e similari. Mi hanno cacciato anche dalla pagina di Nicola Savino, e non so ancora il motivo.
Eppure lì non ci sono particolari regole da rispettare.
Qui invece ho sempre avuto un ricco calendario da controllare, sottolineare, riscrivere, segnare.
L’11 gennaio di ogni anno festeggiamo per la morte del cardinale Pedro González de Mendoza, che fece legittimare i suoi due figli autorizzando quei dannati figli di puttana ad entrare in possesso della cospicua eredità. Faceva beneficenza. Brindiamo col brandy che porta il suo nome. Almeno nel mondo è ricordato per il vizio.
Ogni 27 gennaio onoriamo il principe Ivan Jur’evič Trubeckoj, che usurpò poteri senza alcun merito per l’intera vita, solo grazie all’elevata posizione dei parenti. Riuscì a garantirsi l’affetto di Pietro II con l’uccisione di gente che non aveva fatto nulla, ma del resto nella storia contano i numeri. Cerchiamo di renderlo felice dall’aldiqua documentando (in formato audio o video) almeno un’umiliazione a un inferiore. Il 27 gennaio di ogni anno mi si blocca il cellulare, ma la mattina dopo inizia la maratona di divertimenti.
La vera festa, però, è il Palio di marzo. Nel 1349 la popolazione povera di Worms, vista come portatrice di peste, decise di appiccare il fuoco alle loro abitazioni e morirvi, pur di non finire nelle mani della folla in rivolta. Ricordiamo l’evento combattendoci in sella a dei barboni. Io vinsi il primo anno che partecipai, sulla groppa di Tohir, uzbeco. Fu ricompensato con sbornie giornaliere, aspettando i segni di cedimento. Purtroppo lo portò via un aneurisma totalmente inatteso, prima dei tanto simpatici stadi terminali dell’alcolismo.

In quindici anni ho saltato cinque volte la nostra manifestazione principale, sempre senza giustificazioni reali, così come ho perso tante altre piccole ricorrenze.
La pena, lo sapevo bene, era l’esclusione totale da ogni riunione, la perdita dei privilegi con gli altri legati, il taglio della prima falange dell’anulare sinistro. Io avrei subito probabilmente anche una retrocessione nella mia scalata al potere in ufficio. Il mio capo era tra i fondatori di tutto questo bell’ambaradan.

– Sai bene quanto ti vogliamo bene. Un fratello come te ce lo saremmo sognato. Eppure nella nostra lotta quotidiana contro i poveri sei stato sempre meno presente, nel tempo. Parlo a nome di tutti; ti offriamo un’ultima possibilità, e sai bene che in questo modo ci troviamo sul filo del rasoio, quasi contravvenendo al nostro regolamento. Per farti capire la differenza che c’è tra noi e loro non resta che mostrarti tutto nella pratica. Coi poteri da me conferitimi indico per il prossimo fine settimana un Palio straordinario, una Giostra. Ma prima dovremo prendere le misure della tua schiena. Sai, per sellarti. Io sarò il tuo cavaliere, fatti valere perché odio perdere.

Aniello di Maio

Pubblicato in Aniello Di Maio, Incipit, Scrittori in Corso | Lascia un commento

Tartan

27746782_10215404122286501_1566966269_o.png

E così, tornai dove tutto era cominciato. Anche se in cuor mio sapevo che l’epilogo non sarebbe cambiato.

Quella ghirlanda di fiori rosa alla porta è proprio degna di mia madre: romantica e vanitosa. A parte questo, non è cambiato nulla, è tutto identico a come ricordavo.
Ho le mani sepolte nelle tasche del mio cappotto preferito, caldo dentro e fuori, grazie al tartan rosso e nero, con lievi, luminosi, fili bianchi. La punta dell’indice si infila sistematicamente nella scucitura della fodera sinistra, è come una calamita, in breve diventerà una voragine.
Dondolo avanti e indietro, talloni, punta, talloni, punta. Fisso il bordo del cappotto sfilacciato: se mia madre vedesse che lo indosso ancora così liso si scandalizzerebbe.
Non ho il coraggio d’entrare, non sono pronta a quello che mi aspetta lì dentro, dentro casa mia.
A dire la verità, non sono più degna di chiamarla casa mia. Me ne sono andata a vent’anni, con un diploma preso con un anno di ritardo e dal voto che più basso non si può. I miei non volevano che partissi, così giovane, con le idee così confuse, secondo loro. Ma io non avevo le idee confuse.
Volevo andarmene, andare a Londra, il mio sogno dalla prima volta in cui il professore d’inglese ci ha mostrato le foto delle vie che lui amava, dei negozi che frequentava quando studiava lì. Lui l’adorava e io ho assorbito tutto. Non mi interessava il London Eye, il Buckingam Palace, il Big Ben. Io volevo viverci come una londinese, lavorare in qualsiasi posto facendo qualunque mestiere, mi bastava stare lì.
Nella mia mente Londra era luminosa, ricca di rosso, i bus e le cabine telefoniche, il mio colore preferito, e di blu, del Tamigi, del cielo.
Tramite un’amica ho scoperto la possibilità di diventare una ragazza alla pari: mi sembrava il modo migliore di iniziare, in famiglia, senza affrontare subito un impiego in cui avrei avuto bisogno di un buon inglese. Così ho fatto. Sono partita con una valigia piccola: volevo dimenticarmi di essere italiana il prima possibile. Valigia piccola e il mio cappotto addosso, ultimo regalo dei miei genitori, che disapprovavano la mia scelta, ma mi hanno assecondata affinché esaudissi i miei desideri. Indossandolo mi sentivo già inglese, partivo con una marcia in più (anche se tecnicamente il tartan richiamava più i kilt scozzesi, ma per me era una sottigliezza).
Ero felice.
Da quel momento sono passati sette anni. Che dire, dal sogno alla realtà.
Dopo il primo anno, difficile ma pieno di speranza, l’entusiasmo è calato si è trasformato sempre più in disperazione. Non era vero che mi andava bene qualsiasi lavoro. Ho fatto la lavapiatti, ma a fine serata avevo la schiena distrutta e a un certo punto non ho retto più. Ho fatto la barista in un locale notturno, ma dopo un paio di mesi non sopportavo più gli ubriachi.
Ho scoperto che non ero adattabile, ho scoperto che ero più delicata e fragile di quello che pensavo.
Dopo due anni e mezzo ho trovato lavoro in un hotel, lì saper parlare in italiano era molto utile e rispolverare la mia lingua madre non mi dispiaceva. Finalmente avevo trovato un posto in cui mi sentivo a mio agio. E alla fine mi sono innamorata di un collega, Michael. Londra era diventata davvero il mio paese.
Cominciai a fotografare le vie che percorrevo ogni giorno, le insegne dei negozi a cui mi affidavo per le necessità quotidiane, gli angoli dell’hotel che preferivo, casa mia-nostra, nei momenti più disparati della giornata. Mi fermavo davanti a una strana crepa su un mattone e la fotografavo, a un piccolo fiore e lo fotografavo. Sulle orme del mio prof, stavo costruendo il mio album di Londra, con i miei scatti di vita.
Ero felice.
Chiamavo i miei genitori e raccontavo loro di come stavo bene e loro erano sereni.
Purtroppo non è durato. Il mio rapporto con Michael dopo un anno ha cominciato a scricchiolare. Abbiamo affittato casa insieme quasi subito, perché era l’unico modo per vivere degnamente, ma era stato un errore. Ci amavamo, ma non ci conoscevamo bene. Scontrarsi subito con i nostri difetti è stato un assassinio.
Finito il nostro amore è finito il mio lavoro in hotel e anche la mia felicità a Londra.
Negli ultimi anni i colori vividi che sentivo sotto pelle, diventavano via via normali, poi pallidi e infine sbiaditi, scialbi. Al mattino mi svegliavo per affrontare il lavoretto di turno, ma ogni oggetto, ogni luogo, lo percepivo velato dal grigio lieve della pioggia londinese, di cui prima quasi non mi accorgevo.
Chiamavo i miei genitori sempre meno e mentivo, dicevo loro che non avevo bisogno di nulla.
– Va tutto bene – ripetevo.
Si erano accorti che non era vero, ma non mi facevano pesare la loro preoccupazione.
Un mese fa, a Natale, non ero tornata a casa per la prima volta in sette anni. Non avevo voglia di festeggiare.
– Devo lavorare – mi giustificai.
Non era vero, ero disoccupata.
Inaspettatamente mi arrivò un pacco con una morbidissima sciarpa grigia. Calda, soffice e molto lunga. Il loro regalo di Natale. Ovviamente avevano optato per una fantasia tartan, grigia e nera.
Un bel pensiero, ma una terribile scelta di colore.

Sto ancora dondolando su e giù.
Sono a casa, dove potevo ritrovarmi se non in Italia, in questo quasi inizio di primavera, che mia madre festeggia immancabilmente con una nuova, allegra, ghirlanda alla porta?
C’è il sole, sento un lieve calore, che bellezza. In Inghilterra ultimamente avevo sempre freddo.
Mi fermo e decido. Supero il muretto, come facevo sempre, odiavo aprire il cancello, troppa fatica.
Sono davanti alla porta. Inspiro, ho paura, non so bene che fare. Mi tocco il collo dolente, la sciarpa grigia stretta sulla pelle delicata.
Sento rumori, mia madre all’improvviso esce: ha un meraviglioso trench grigio perla e un sorriso stampato in viso.
Non mi vede, mi supera, il suo braccio attraversa il mio braccio, ma nessuna delle due prova nulla. Ci speravo di provare qualcosa, almeno qui, almeno adesso che è tutto finito. Che ho finito tutto.
Mi viene da piangere ma non posso.
Alzo di nuovo lo sguardo verso la porta.
Chissà se la toglierà quella ghirlanda rosa.
Chissà cosa penseranno quando sapranno che con la loro sciarpa grigia mi ci sono impiccata.
E mi faccio fumo, mentre la porta si riapre nell’urlo disperato di mio padre: – Carlaaa.
Lei si volta sorpresa, lui le corre incontro in lacrime e senza ciabatte.
Per un po’ persiste il rosso, il nero e il bianco luminoso del tartan e poi di me più nulla.

Monica Spigariol

Pubblicato in Incipit, Monica Spigariol, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , | 2 commenti

Lunedì incipit

26992648_1991379714444515_3473062988014412831_n

Uno degli incipit più contagiosi, allucinanti, assurdi e trainanti che ho mai avuto la fortuna di leggere. Due figure così diverse, cacciatore e preda, si rincorrono in un mondo ‘che è andato avanti’. Ingenuamente semplice, solo in apparenza. Quanto basta per restare incollati al testo.

L’ultimo Cavaliere, edito la prima volta nel 1982 è il primo romanzo della saga della Torre Nera, centro d’incontro di un multiverso e della infinita creatività letteraria del Re. A mio giudizio la grandezza di Stephen King è lampante proprio grazie a questa incredibile avventura in otto atti. Narrando l’odissea del pistolero Roland di Jilead, King è stato maestro nel fondere fantasy, horror, avventura elevando il concetto di narrativa di genere.

Se siete tra coloro che hanno avuto la sfortuna di conoscere la Torre Nera, solo grazie al mediocre film del 2017 con Idris Elba, eroe armato di fondina, fate lo sforzo di un passo indietro. Dimenticatevi tutto e tuffatevi in queste pagine. Sarà un viaggio di sola andata. Non ve ne pentirete.

Andrea Moretti

Pubblicato in Lunedì Incipit, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , | Lascia un commento