Multidimenzionalizzazione

Ah, era quello il suo nome. Com’era strano attribuire a quella parola un significato diverso, dopo tanto tempo che già lo conoscevo senza mai sapere come chiamarlo.

Presi quell’affare tra le mani, rigirandolo per osservarlo meglio, era troppo freddo eppure era piacevole stringerne l’impugnatura. Aveva distrutto un intero mondo, anzi, tutta la dimensione in cui era stato creato e in quel momento lo tenevo tra le mani nella sala a 0D.
Il suo creatore era davanti a me, col sorriso beffardo. Lui sapeva che bastava un semplice click per distruggere il creato, almeno quello di un’altra dimensione. Dai dati in possesso alla squadra di recupero avevo capito che la sua creazione era stata fortuita. Che spreco di capacità: uno scienziato ridotto a distruttore di intere realtà.
Mi fermai a pensare a quanto poteva essere pericolosa quell’arma di distruzione di realtà parallele e lanciando un ultimo sguardo al suo creatore ammisi. – Si può dire che avete avuto un bel coraggio, ser.
– Oppure che nel nome della scienza tutto è lecito.
– I gerarchi albanesi dicevano così, almeno nella dimensione da cui provengo.
Lo scienziato scrollò le spalle, – nella mia erano tedeschi, – ammise.
– Corsi e ricorsi.
– Carnefici e altri carnefici, ma non era mia intenzione.
Sorrisi, era la scusa di tutti. Lo dissi.
Lui rise e scrollò le spalle. – Dovrebbe essere confortante, gli umani sono uguali in tutte le dimensioni.
– Invece è solo triste.
Chiusi quel dimensiocida nella stasi del campo a zero dimensioni e uscii dalla sezione. Erano dieci anni che facevo quel maledetto lavoro, dieci anni che vedevo innumerevoli versioni della Terra, così tante da averne perso il conto. Persino il significato cominciava a sfuggirmi: erano così tante che non serviva difenderle, distrutta una c’erano ancora abbastanza dimensioni per perdersi.
A meno che non ci fosse stato un altro trascendente.

Era successo il suo secondo giorno lì, nella stazione di monitoraggio dimensionale.
I trascendenti erano quelli che riuscivano a vedere attraverso le dimensioni: esseri umani modificati geneticamente o alterati dal caso che in diverse dimensioni riuscivano a proiettare la loro presenza attraverso diversi piani d’esistenza e il loro passatempo preferito era farsi chiamare divinità.
L’ultimo che avevano avuto si faceva chiamare Grande Juju, non aveva stigmate come l’altro o cugini invadenti che amavano fare la guerra. Juju aveva solo un’avidità spropositata.
Aveva attraversato i piani di esistenza per accumulare ricchezze, rubando quadri da diverse Terre, portandole nella sua. Così era arrivato un Munch accanto a un Gargiulo, un Hobb affianco a un Romulando e per quanto mi sforzassi di capire cosa lo spingesse a sprecare il dono di poter attraversare le dimensioni nell’essere un ladruncolo, dovevo ammettere che era stato bravo. Finché non era stato preso.
Avevamo preso anche l’altro: prima che riuscisse a svignarsela, a quel tempo sulla sua Terra lo avevano crocifisso.

Mi stancai di ricordare quei folli, anche io avevo lo stesso dono, come tutti i miei colleghi, ma noi sapevamo limitarci: viaggiavamo solo in dimensioni attigue, senza grandi sconvolgimenti. Da dove venivo io l’Impero Romano non era mai caduto e i grattacieli di Roma Nova svettavano sull’isola di Manhattan. Certo, anche nella mia Terra c’erano stati dittatori, guerre globali e armi di distruzione di massa, ma l’Impero aveva perseverato, non c’era stato tutto l’oscurantismo della Terra da dove veniva il dimensiocida e forse era proprio quello il motivo per cui lui aveva distrutto il suo piano d’esistenza: la sua Terra era marcia e se qualcuno avesse mai imparato a viaggiare attraverso le dimensioni, avrebbe fatto anche di peggio.
Forse avrei addirittura dovuto considerarlo un salvatore?
Si poteva chiamare così un uomo in grado di spegnere tutte quelle vite con un semplice click? Ripensai al nome che aveva dato alla sua arma.
Nullificatore.
Sembrava un nome stupido e forse lo era, ma ne rispecchiava l’effetto: un’intera dimensione con pianeti, stelle, galassie e tutto il resto era andato in fumo. Se c’era un’arma in grado di distruggere un’intera realtà, perché non poteva essercene un’altra che la ricostruiva? Magari senza guerre e atrocità, senza dittatori e usurpatori.
Quello che l’avrebbe creata sarebbe stato davvero una divinità da adorare. Un creatore.
Feci una smorfia, davvero pensavo a quelle idiozie già a metà del turno? Dovevo distrarmi.
Inconsciamente estrassi dalla 0D la stessa cella che avevo esaminato poco prima, entrandoci di nuovo.
– Ci vediamo ancora. È strano essere lì dentro, è tutto immobile.
Storsi il naso per il suo tono saccente. – Sono passate meno di otto ore, ser.
– Oh. Allora vuole continuare l’interrogatorio?
– Voglio sapere se è possibile invertire gli effetti della sua arma!
Il prigioniero fece un sorriso beffardo, battendo l’indice sulle labbra. – Il Nullificatore non è progettato per questo, non doveva essere un’arma, ma le bobine di induz…
– Dottore! – Lo richiamai, non era mia curiosità e il tempo oggettivo non si muoveva a 0D, quindi il mio turno non sarebbe finito se l’avessi passato lì dentro. – Può tagliare la parte tecnica?
– Va bene. Potrebbe essere invertito il differenziale, in questo modo invece di cancellare… – La sua voce scemò nel silenzio.
– Vada avanti!
– Creare! Oh, sarebbe bello, ma le conseguenze? Nuove dimensioni, incontrollate, la matematica non è uno scherzo e giocare coi numeri non è facile. Lo farò se me ne verrà riconosciuto il merito. Dare di nuovo vita a gerarchi nazisti e campi di concentramento, non mi esalta. Però la libertà ne vale la pena.
Non mi soffermai a pensare alle sue farneticazioni. Stavo per fare una cosa assurda, tanto pericolosa da farmi finire nella 0D insieme ai miei stessi prigionieri. Sbloccai il Nullificatore.
– Ora devo solo invertirlo e tutti sapranno che Gerome Octavian Davison è il creatore di una nuova infinità di universi! Sembra quasi divertente! G.O.D. Creations Ltd, ho persino il nome della società, devo solo inventarmi il logo giusto!
Lo lasciai andare e prima che finisse il mio turno avevo segnalazioni da tutte le reti di sensori: altri universi erano sbucati dal nulla, altro lavoro e altri pazzoidi con la voglia di distruggere le loro dimensioni erano pronti a finire nelle celle a 0D.

Davide Zampatori

Pubblicato in Davide Zampatori, Incipit, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il ladro di parole

Faccia al muro e mani in alto. Un profumo di muschio si spande nella stanza, mentre Jack sussurra nell’orecchio del gioielliere di non fare sciocchezze e di attenersi alle sue precise indicazioni.

In realtà, non sa bene da che parte iniziare, ma si sente fiducioso. I vecchi film polizieschi non sbagliano mai. E lui ne aveva guardati tanti.
Recuperare il passamontagna era stato semplice: l’aveva comprato per qualche spicciolo in un negozio di attrezzatura sportiva. Al momento dell’acquisto, la cassiera l’aveva guardato con un’aria piuttosto annoiata, ma per non destare sospetti, si era allenato a recitare delle spiegazioni plausibili. Un piano ben congegnato che ruotava intorno a un’imminente escursione su qualche vetta isolata e coperta di neve, una misura di sicurezza per ripararsi dalle gelide raffiche di vento.
Tutto liscio anche per la pistola giocattolo che ora tiene nella mano destra. L’aveva presa di nascosto dalla camera di suo nipote mentre lui era in cucina a divorare una fetta di torta al cioccolato. C’erano talmente tanti pupazzi, macchinine e lego in quella stanza, che sarebbero passati secoli prima che il bimbo si accorgesse dell’assenza della pistola. Un gioco da ragazzi insomma.
Come da procedura, aveva pure calcolato il tragitto più breve per arrivare al casolare in cui avrebbe nascosto la refurtiva, almeno per i primi mesi. I suggerimenti di Google Maps erano stati impeccabili. Poi, avrebbe lasciato che le acque si calmassero fingendo di non sapere nulla della notizia che da lì a poco sarebbe apparsa in televisione. Avrebbe cancellato ogni traccia del suo passaggio in quel negozio di bracciali e collane preziose.
Una volta riuscito a vendere i gioielli al mercato nero – il posto in cui, almeno secondo internet, circolano le migliori offerte – si sarebbe potuto permettere molto più di un passamontagna di lana scadente. Le recensioni e i commenti positivi degli utenti di “Criminali Moderni”, un blog che offriva consigli a chi volesse scoprire i trucchi del mestiere, lo avevano spinto a fare il grande passo e consacrarsi definitivamente al mondo del crimine. D’altronde l’ufficio era una noia mortale. Non ne poteva più di ascoltare le lamentele di clienti insoddisfatti e le ramanzine di colleghi boriosi.
Forse è questo uno dei principali motivi per cui ora Jack si trova alle spalle di un uomo panciuto e mezzo calvo, che non sembra troppo agitato mentre esegue i suoi ordini senza alcuna esitazione, docile e attento. Quando aveva estratto la pistola, il volto dell’uomo era diventato scuro come la camicia che portava. Non poteva essere più contento; il gioielliere aveva capito fin da subito con chi aveva a che fare. Jack era fiero di sé. Adesso si passa alla parte E del piano, che aveva denominato “Semina e raccogli”: semina paura e raccogline i doni. Ce l’aveva messa tutta per dare un tocco creativo a ciascuna delle fasi del suo progetto. L’unica nota dolente era che la parte E prevedeva soltanto un “spaventare chiunque si trovi nel locale attraverso minacce fisiche e verbali, facendo capire chi è che comanda e sgraffignando qualunque cosa abbia valore o sbrilluccichi”.
Ma Jack non è mai stato un uomo di grandi parole. Diciamo che insultare e fare a botte non è mai stato il suo forte. Per questo si trova in difficoltà nel dover offendere un perfetto sconosciuto, magari rischiando di fargli pure del male. La procedura però è una sorta di Bibbia dei gangster dotata di ordine e logica. È indispensabile eseguirla punto per punto.
– Brutto scemo che non sei altro! Adesso tiri fuori tutti i gioielli e me li dai!
L’inizio non è dei migliori, ma l’adrenalina a volte può tirare brutti scherzi. Il gioielliere sembra aver notato l’incertezza della sua voce, perché si volta a guardarlo per un attimo.
“Riproviamo”.
– Allora, senti vecchio rimbambito, fuori la grana, se non vuoi che qualcuno si faccia male! Non ti preoccupare, se fai il bravo, non ti torcerò nemmeno un cappello, anche se già te ne restano pochi!
Ci siamo, questo gli sembra lo spirito giusto. Ironico e aggressivo, non può che fare centro. Ma la reazione della sua vittima lo lascia di stucco. Il vecchio prima trattiene un singulto e poi soffoca una risatina inequivocabile. Non può credere alle sue orecchie, ma è così. Il vecchio si prende beffe di lui!
“Come osa?”
A questo punto è necessario passare alle maniere forti. Fortuna che nella parte E aveva previsto quest’eventualità; la nota a piè di pagina mostrava una soluzione efficace in caso di “incidente di percorso”. Stringe la pistola ancora con più forza. Quasi la stritola per la tensione. Punta la canna dell’arma alla nuca dell’uomo, gli mette una mano sulla spalla e prosegue con le intimidazioni.
– Se non fai come ti dico, sei un uomo morto. I piedipiatti faranno fatica a raccogliere i pezzi del tuo cervello quando ormai sarà ridotto in poltiglia!
Ha seguito pari passo tutte le istruzioni e i consigli del blog. Eppure, c’è qualcosa che non va. La spalla sinistra del gioielliere inizia a muoversi convulsamente, accompagnata subito da quella destra. Un suono rauco e sgraziato scuote il corpo dell’uomo da cima a fondo, senza dargli tregua. Una risata, una semplice risata ha preso il posto della paura e fatto crollare ogni certezza. Non capisce cosa stia succedendo. Ora non ha più l’aria da duro, anzi. Il suo volto si è trasformato in una maschera di angoscia.
– Mi scusi, perché diavolo sta ridendo? Io se fossi in lei morirei di paura!
– E io, se fossi in lei, mi toglierei quel passamontagna, che di sicuro sta morendo di caldo là sotto.
E il gioielliere continuò: – Ma lo sa che è lei proprio uno spasso? Anche io sono un gran fan di Lupin, ma non mai provato a imitarlo. Si è pure studiato il linguaggio criminale a memoria! E quel profumo di muschio che ha addosso? Credo sia lo stesso che usa mia moglie! Fantastico, davvero! Ottima interpretazione!
Forse un colpo dritto al cuore sarebbe stato meno doloroso. Magari con una pistola vera.

Desiree Cantù

Pubblicato in Desiree Cantù, Incipit, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

La cosa

Che cos’è la paura? Una porta che non si apre a volte può bastare, come in questo caso. Mentre scrivo queste parole i secondi diventano giornate.

Ha colpito ha colpito il cofano ed è rotolata sotto le ruote della mia macchina.
Era buio. Pioveva. Avevo fretta.
Tutte balle. Fissavo la strada che si apriva davanti a me, gustando la guida in notturna. Deserta. Alla radio passavano un vecchio pezzo del ‘65. Mi ricordava la mia infanzia. Quella che non avevo mai realmente vissuto.
Baby you can drive my car…
Le dita tamburellavano sul volante e anche la pioggia sembrava andare a tempo. Era tutto perfetto, come tante altre sere. Assaggiavo il sapore di libertà ferroso come il sangue.
Poi, quel colpo sul cofano e sul parabrezza. Non sono riuscito a vedere chiaramente cosa si fosse spalmato contro il vetro, ma ho avvertito, con la coda dell’occhio, lo scivolare di una sagoma verso il basso, sotto la macchina. Qualunque cosa fosse, era arrivata in tempo per creare un dosso artificiale per le ruote posteriori.
– Merda! – ho gridato. Ho spento la radio e lasciato i Beatles a tenere compagnia a uomini più spensierati.
Ho preso un qualcosa, mi sono detto. Non sapevo cosa. Solo che era qualcosa. Ho accelerato per raggiungere l’incrocio e senza rispettare la precedenza ho svoltato a sinistra e poi a destra. Ho parcheggiato la macchina e sono entrato in casa. Ho poggiato la schiena contro il portone e tirato fuori il mio diario. Lo porto sempre con me, per registrare tutto. C’è sempre qualcosa da annotare e io non voglio farmi cogliere impreparato. Ho iniziato a scrivere, terrorizzato dall’idea di sentir bussare o aprire a forza l’entrata. E se restasse chiusa? Se non mi cercasse nessuno, ma io sapessi di aver ucciso: potrei vivere davvero? Mi sento soffocare.
Ascolto il mio respiro. Sono calmo e rilassato. Tutto il mio corpo è rilassato.
Ho preso una cosa. Ed è ancora là fuori. Forse ha bisogno di me. Forse è già morta.
Guardo l’orologio. Sono le ore 22:57.

***

L’illuminazione pubblica lascia a desiderare nel mio quartiere. Devo ricordarmi di scrivere al sindaco. Ho annotato poche parole sotto la pioggia: buio pesto. Posto di merda.
Non sono riuscito a vedere bene il cofano. Ho provato con la luce del cellulare. La batteria è al 77%, percentuale non ottimale, ma pur sempre elevata. L’applicazione torcia ha fatto il suo dovere, ma non a sufficienza.
Non sono riuscito a vedere bene. Forse sto diventando cieco.
Ho passato una mano e sentito che c’era un cozzo, un cozzo ruvido, tagliente. E mentre la destra guidava quella poca luce, una cosa sì, la sono riuscita a vedere: la sinistra grondava di sangue. La cosa che ho preso si è tagliata. O mi sono tagliato io con il cofano. Nel borsello ho sempre portato fazzoletti e cerotti emostatici. Una soluzione per tutto, mi hanno insegnato da piccolo. E io cerco sempre di seguire le lezioni di vita.
Dunque ho fasciato la mano alla meglio e ho svoltato a sinistra e poi a destra, per ritrovarmi nel punto esatto in cui avevo preso quella cosa. Sono arrivato a due minuti da casa e la strada era ancora deserta. Ho parcheggiato sulla banchina e puntato gli abbaglianti sul punto della carreggiata dove doveva esserci la cosa. Niente. Neppure una pozza di sangue o una macchia d’olio. Sono sceso dall’auto, disegnando ombre inquietanti sull’asfalto. Mi sono chinato e ho guardato da vicino. Non ho notato  tracce di capelli, di abiti o di peli. Niente. La cosa era sparita.
Ho costeggiato la strada, sbirciando dietro i cespugli, alla ricerca di un animale ferito o di un morto ancora caldo. Nessun ramoscello rotto, foglia sporca o brandelli di pelle ciondolanti. La cosa era sparita come era venuta. Nel buio. Tra la pioggia.
Ho guidato fino a casa e mi sono convinto che doveva essere un gatto, andato a morire lontano dal luogo dell’incidente. In fondo non c’era sangue. In fondo non avevo sentito neppure un’ambulanza. Mi dispiaceva per quell’animale e per i suoi proprietari. Anche io, una volta, avevo avuto un pesce. L’avevo chiamato Haldol e lui non si era mai lamentato. Una mattina l’avevo trovato a pancia in su a galleggiare. Il bastardo si era ammazzato.

***

Ho trascorso la notte tranquillo. Il buio dietro la finestra mi ha rassicurato. Una cosa buona dell’abitare in una strada senza illuminazione, ho pensato. Meglio non dirlo al sindaco. Ho preso il quaderno e cancellato il vecchio appunto. Negli ultimi giorni le pagine erano diventate più pesanti per le eccessive macchie di inchiostro.
Le donne al bar sono più agitate del solito. Me ne accorgo perché con le loro dannate vocine acute fanno vibrare il caffè nella mia tazza. Vorrei chiedere di fare più piano, un po’ di rispetto, per cortesia!, ma non faccio in tempo, la Nunzia arriva gridando:
– Il mì bimbo! È sparito il mì bimbo! Non si trova! Da ieri sera non si trova!
Il caffè si rovescia sulla mia maglia. Getto un po’ d’acqua su un fazzoletto per cercare di togliere la macchia. L’alone si espande e corrode il tessuto.
Ho preso qualcosa. Ho preso davvero qualcosa. Quel bambino.
E mi trascino lontano dal bar e dalla gente per chiudermi nell’isolamento della mia stanza nella mia casa. Abbandono al quaderno i miei pensieri che, sputati fuori, corrodono la carta e non lo stomaco.
Ho preso qualcosa.
Non ho preso le gocce, ieri. Me ne ricordo solo adesso. Potrei recuperare la dose saltata, ma il dottore non sarebbe contento. Il dottore non è mai contento. Dice che non faccio progressi.
La mano sinistra è ancora fasciata alla buona. Non riesce a tener fermo il bicchiere d’acqua che si tinge di farmaco. Mi piace vedere come si altera la sua consistenza. Ne metto ancora un po’. Solo un altro po’.
Ho preso qualcosa, ieri notte.
Bevo il contenuto tutto d’un fiato e mi lascio vincere da un sonno strano, innaturale, come ogni dettaglio surreale di queste ultime ore.

***

L’hanno trovato. Nascosto nella casa abbandonata. Quella che chiamano la casa dei fantasmi. Vivo.
Hanno trovato anche me, a terra, mentre dormivo con la bava alla bocca. Hanno pensato che avessi tentato di uccidermi. Mi hanno chiesto cosa avessi fatto alla mano.
Niente, non ho fatto niente. Solo un pugno sul cofano.
Non ho risposto.
O forse è stata la cosa che avevo preso a fare quel cozzo sull’auto.
La stessa cosa era ancora là fuori, viva o morta che fosse. Pronta a perseguitarmi, ogni giorno, con il suo pensiero e la sua voce. Allungo le mani sul comodino e afferro il mio quaderno. È l’unica cosa che mi hanno lasciato portare qui dentro. Accarezzo le pagine vergini e mi chiedo dove siano finiti gli appunti degli ultimi giorni.
La cosa. Ho preso qualcosa. Ho preso la cosa…
Riesco solo a farfugliare mentre un angelo bianco si avvicina e si china sul mio corpo. Vorrei abbracciarlo, ma qualcosa impedisce alle mie braccia di muoversi.
Diventa tutto buio, come fuori dalla mia camera. Domani scriverò al sindaco. Forse…

Lisbeth Pfaff

Pubblicato in Incipit, Lisbeth Pfaff, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Nulla autosciente

C’erano soltanto tre regole: corri, non darla mai al centro, la sera prima della partita pochi cinque contro uno.

Sabbia del deserto in cumuli di argilla plastificata. Dai tetti di una necropoli romana sgorga acqua pesante di una meteora di passaggio. Il gusto amaro delle droghe serpeggiava sulle mie papille con le sue squame adrenaliniche, mentre il pallone di cuoio navigava nel fango del mio campo di battaglia. Alle ventidue sagome che si muovevano sul prato si aggiungevano a tratti altri giocatori partoriti dalle mie visioni distorte, per poi restringersi, moltiplicarsi come organismi monocellulari e infine esplodere in conflagrazioni atomiche, dispersi come pop corn sul pavimento di un cinema in tarda serata.
Come se li avessi inghiottiti con le mie terminazioni nervose, i parastinchi urlarono di dolore quando i tacchetti di un mediano dai baffi preadolescenziali si gettarono alla ricerca delle mie ossa stanche. La caduta sulla linea di fondo durò l’intera vita di un universo, per poi farmi sentire lo schiaffo di un nuovo big bang quando il mio naso andò a sbattere sull’erba terrosa. Non appena questa penetrò oltre le mie labbra punzecchiando la mia lingua, lo shock derivato dal contrasto delle mie percezioni in guerra aperta mi riportò alla lucidità per un istante, quel tanto da rialzarmi e ricominciare a correre, in tempo per vedere che era stato fischiato un rigore.
Non sono sicuro che andò veramente così, ma in quel momento mi parve di vedere l’allenatore discendere dal cielo mascherato da volpe e posarsi sul dischetto dell’area tenendo un pallone dorato in mano, indicandomi cosa avrei dovuto fare. Dopodiché si ridusse in fretta a una strana forma di uovo di struzzo luminoso e levitante a un metro dal suolo. Esplose, e i suoi resti furono in fretta assorbiti dal terreno. Al suo posto, il pallone mi aspettava sul dischetto. Toccava a me battere.
Gli occhi dei difensori intorno a me assunsero all’istante il pallore della morte… come si chiamava quel film? Non ricordo. Ma ero circondato da zombie. L’essere di fronte a me, saltellando sulla linea della porta, allungava le sue braccia, ora due, ora quattro, ora otto, sedici, una potenza di due che non si arrestava, un integrale che copriva per esaustione l’intero specchio della porta e la inglobava nel suo campo di azione. Chiusi gli occhi e vomitai a terra. Dovevo concentrarmi.
Ora rivedevo il portiere nell’umiltà indegna della sua forma umana. L’arbitro fischiò, e con lui mi avvicinai al dischetto. Le mie visioni ricomparvero non appena colpii la palla con il dorso del mio piede destro. Avrei dovuto essere più veloce. La sfera si librò nel cielo, ingigantendosi ad ogni centimetro, si alzò sopra la porta e continuò ad espandersi. La sua ombra ricoprì in breve metà del campo, mentre sentivo il mio peso alleggerirsi, attratto da quel dio sferico partorito dal mio rigore.
L’enorme bolla si bucò sul tetto degli spalti alla mia destra, e il boato ci scaraventò nuovamente a terra, schiacciati con il volto al suolo da quel flusso indescrivibile di potenza, da un’entità autocosciente all’atto di smembrarsi e tornare ad essere nulla, dopo essere nata dal continuo aggregarsi e disgregarsi di materia al termine un’attesa incalcolabile di mancate combinazioni aritmetiche. Il vuoto di materia originato dalla distruzione della sua coscienza di dio auto-creatosi ci risucchiò ancora una volta, mentre il vento spietato del silenzio esistenziale spinse delle nuvole nere di puro odio al di sopra del nostro cielo. La bocca di quel nulla cosmologico inghiottiva lampi di luce vera e annichiliva l’esistente. Le mie unghie rapprese al suolo non potevano trattenermi dalla furia di quell’entità sovrumana nell’atto di piangere la cessazione del suo essere, un dio bambino dal potere superiore al tessuto universale che lo conteneva e che l’aveva originato. Il buio ricoprì ogni cosa.
Per molto tempo sono stato in dubbio sulla mia scelta di riempirmi di acidi prima della mia partita d’esordio. Il fatto che il mio goal su rigore fu determinante nella vittoria che portammo a casa mi ha, in fondo, sempre rincuorato. Riguardo volentieri le foto della squadra sui giornali locali scattate appena dopo il triplice fischio, nonostante la bava alla bocca e gli occhi rivoltati non rendono giustizia alla soddisfazione che avrei provato se mi fossi trovato in altre condizioni psicofisiche – il ché mi porta sempre a un dubbio che non ho mai saputo risolvere: cosa sarebbe successo se invece fossi rimasto lucido, arido e privato di quella piena autocoscienza che avevo ottenuto? Avrei segnato lo stesso?
Non mi sono più drogato da allora, ed è un peccato perché l’immagine canina del mio allenatore era certamente preferibile ai suoi tratti umani. Quello che conta è che fui eroe per un giorno, prima di tornare ad essere la nullità di sempre, e proprio quel giorno non ero lì per goderne insieme agli altri.
Forse è così che si svolgono le vicende umane.

Valerio Dalla Ragione

Pubblicato in Incipit, Scrittori in Corso, Valerio Dalla Ragione | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Scelsi il sicomoro

Scelsi il Sicomoro_SOLO IMG

Un omaggio a Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami.

Un pensiero per il mai dimenticato Alexander Langer.

Scelsi il sicomoro.
Tra tutti gli alberi del parco scelsi lui, con i suoi rami forti e le sue fronde corpose, perché nei momenti difficili, quando non ti reggi in piedi, hai bisogno di chi sappia sostenerti.
Comprai una corda robusta. Ne avevo una a casa, ma preferii che fosse nuova, che non avesse una storia o un legame con la mia vita, dato che doveva essere il mio filo diretto con la morte.
E poi andai alla ricerca di qualcuno che potesse seppellirmi.
Avevo scartato immediatamente amici e parenti, nessuno di loro mi avrebbe permesso di arrivare in fondo.
Allora mi recai in un paese vicino, un luogo in cui non mi conoscessero, ma che non fosse neanche troppo lontano e scomodo.
Non avevo mai parlato del mio progetto con qualcuno e non sapevo come porre la questione. Decisi che la cosa migliore fosse parlarne in maniera diretta.
Scartai l’idea di chiederlo a una donna. Avrebbe certamente fatto il lavoro con cura e dedizione, ma ero un uomo alto e robusto, non sarebbe riuscita a tirarmi giù dalla pianta.
Per primi individuai due uomini che caricavano un carretto, mi avvicinai e spiegai loro che avevo deciso di togliermi la vita. Avevo bisogno di qualcuno che venisse a tirarmi giù dalla pianta una volta morto e mi seppellisse.
I due all’inizio mi guardarono come se stessi scherzando, poi probabilmente lessero nel mio sguardo la tristezza che da un po’ di tempo lo velava e mi dissero di tornare a casa, di chiamare un dottore.
Ripresero a lavorare come se nulla fosse e non mi restò che andare via.
Sapevo che non sarebbe stata una cosa facile e non mi scoraggiai.
Mi fermai davanti a un portone aperto, c’era un uomo chino a togliere le erbacce dal suo giardino.
«Buongiorno!» salutai.
L’uomo alzò la testa sudata. «Buongiorno», mi rispose cordialmente.
La sua faccia mi ispirava fiducia e le sue mani erano forti e callose, considerando la sua corporatura non avrebbe avuto certamente difficoltà a svolgere il lavoro.
Mi feci coraggio e gli esposi i miei intenti. «Devo togliermi la vita. Ho deciso di impiccarmi e ho bisogno di qualcuno che venga, quando sarà tutto finito, a tirarmi giù dalla pianta e che si occupi della sepoltura.»
L’uomo mi guardò perplesso.
«Le pagherò il disturbo e sosterrò io tutte le spese», aggiunsi in fretta.
L’uomo si alzò in piedi, aveva un’espressione indecifrabile, poi all’improvviso corse via chiudendosi in casa.
«Se ne vada!» sentii che mi urlava da dentro.
Avvilito mi allontanai.
Giunsi alla piazza del paese, c’era un piccolo mercato di frutta e verdura, alla vista del cibo il mio stomaco si chiuse all’istante. Da quando avevo deciso di suicidarmi, ogni istinto vitale sembrava avermi abbandonato, non mangiavo e non dormivo, solo la sete mi risultava insopportabile.
Vidi che c’era una fontana al centro della piazza e andai lì per bere un po’ d’acqua. Mi sedetti sul bordo di marmo e mi guardai intorno, c’erano molte persone che passavano di lì e questo mi rincuorò, qualcuno l’avrei trovato.
«Non sei di qui», disse una voce alle mie spalle.
Mi volsi e mi trovai di fronte un uomo anziano che si reggeva in piedi con l’aiuto di un bastone. Mi sorrise e io ricambiai il saluto, ma mi sentivo deluso, perché non potevo certo chiedere a lui di venire a recuperare il mio corpo senza vita.
«È una bella giornata oggi, l’ideale per stare un po’ fuori e scaldare le ossa.»
L’uomo aveva voglia di conversare e io annuii, cercando di risultare cordiale.
Iniziò a chiacchierare di cose leggere, come si fa con gli sconosciuti. Io l’ascoltavo e intanto mi guardavo intorno, alla ricerca di qualcuno che facesse al caso mio.
«Cerchi qualcuno?» mi domandò alla fine il vecchio.
Non sapevo cosa rispondere.
Lui si volse a guardare il via vai di persone. «Vedo il tuo tormento», disse.
La sua affermazione mi stupì e avvertii la mia faccia colorarsi di questa emozione. «Davvero?»
Il vecchio annuì sempre con gli occhi puntati in avanti.
Allora decisi di aprirmi a lui e di raccontargli quel che mi stava accadendo.
Lui ascoltò tutto senza interrompermi, solo quando ebbi finito parlò. «Quando ero giovane come te non pensavo mai alla morte. Tu perché vuoi morire?»
Mi ero posto la stessa domanda molte volte, trovando sempre motivazioni diverse che alla fine erano sempre la stessa. «Non ce la faccio più», risposi.
Il vecchio taceva, la mia risposta non era sufficiente per lui.
Sospirai. «Sono stato un idealista per tutta la vita, mi sono battuto per ciò che ritenevo giusto. Ho sacrificato tutto alla causa che mi animava e ora mi trovo senza forze, senza energia.»
«Non credi più?»
A quel punto un po’ della mia vecchia vigoria tornò ad avvamparmi il viso. «No, no, tutt’altro! Ci credo ancora, moltissimo. Solo che non ho più la forza di portarlo avanti. La strada è ancora lunga, molte persone mi hanno deluso, qualcuno invece mi ha sostenuto, ma ora non ce la faccio più.»
«Io ho cambiato lavoro molte volte, anche tu puoi cambiare strada», mi disse.
Quante volte mi ero riproposto la stessa cosa! Cambiare strada, lasciare ad altri il lavoro che avevo svolto e proseguire in altro modo. Non era possibile, oramai ero totalmente identificato con il mio ideale, nulla esisteva se non avevo la forza di proseguire.
«No, non posso», sussurrai con rassegnazione.
L’uomo sospirò, poi disse: «Se è di qualcuno che si occupi della sepoltura che hai bisogno, c’è un becchino in questo paese.»
«Ma loro non mi denunceranno? Non chiameranno qualcuno che mi fermerà?»
Il vecchio scosse il capo. «No, sono amici. Tu digli che ti mando io. Mi chiamo Vita.»
Vita mi indicò la direzione da prendere e io mi incamminai. A pochi passi la sua voce mi raggiunse e quasi mi fece sussultare: «Qual è l’ideale per il quale ti sei prodigato finora?»
«La Libertà», risposi con un sorriso.
Il vecchio Vita annuì e tornò a guardare altrove.
Fu facile trovare il becchino, la sua era l’ultima casa in fondo alla via. Mi presentai alla porta chiusa e bussai, ma non mi rispose nessuno. Provai ancora una volta, ma niente, sembrava non esserci nessuno.
Allora mi sedetti su un grosso sasso ad aspettare, accanto a me stava un piccolo angelo di pietra grigia assorto in altri pensieri.
«Chi stai aspettando?»
A farmi la domanda era stato un bambino che non avevo visto arrivare.
«Sto aspettando il becchino», risposi. «Lo conosci?»
Lui annuì con aria furba.
«E sai quando tornerà?»
«Oggi non torna più, sarà qui domattina presto.»
Mi portai una mano alla fronte, sconfortato. Pensavo di avercela fatta e invece avevo davanti un altro giorno.
Stavo per alzarmi e andarmene, con il proposito di tornare il giorno dopo, quando il bimbo mi prese la mano. «Se vuoi puoi scrivergli un biglietto e io glielo consegnerò quando torna.»
La sua proposta mi lasciava perplesso, titubai per un istante, con lo sguardo fisso negli occhi limpidi del mio giovane messaggero.
Forse lo feci perché ero davvero stanco e un giorno in più sulla Terra pesava come pietra sul mio cuore, forse lo feci per non deludere quello sguardo fiducioso. In qualche modo, quel bambino sembrava credere in me, sapeva che ce l’avrei fatta, anche se ignorava i miei intenti.
Mi ritrovai a scrivere un breve messaggio al becchino. Gli spiegavo dove mi avrebbe trovato e lasciavo un recapito per il ritiro della somma che gli avrei pagato. Mentre firmavo la lettera, mi sembrò di firmare un contratto, un contratto con la Morte, tante volte invocato e adesso finalmente sancito.
Il bambino ricevette il foglio come fosse cosa sacra e io me ne andai a casa per gli ultimi preparativi.
Chiusi ogni cassetto, ogni anta di mobile, tutte le finestre e le porte, come fossero le tante vicende della mia vita.
Scrissi un breve biglietto indirizzato a nessuno, ma che sarebbe stato compreso da chi mi avrebbe sostituito.
“Continuate in ciò che è giusto.”
Preparai il nodo.
I suicidi non avvengono mai la sera, ci si ammazza al mattino. La sera chiudi gli occhi su una giornata che consideri finita e speri di riaprirli su un giorno che porterà qualcosa di nuovo. Il mattino dopo ti svegli con davanti ciò che pensavi di aver lasciato e alla fine non ce la fai più.
Così all’alba, guardando il sole che sorgeva, provai finalmente un grande senso di sollievo. Erano le mie ultime ore, presto tutto si sarebbe concluso.
Mi incamminai a piedi nudi verso il parco, lasciai le scarpe vicino alla porta di casa e raccolsi la corda e lo sgabello.
Il sicomoro mi aspettava, la sua vista fu di grande conforto. Era un amico che mi accompagnava per un ultimo tratto.
Non c’era nessuno. Solo io e la fine di ogni mio tormento.
Salii sullo sgabello e fissai la corda al ramo che avevo scelto. Una lacrima mi solcò il viso mentre infilavo la testa nella corda. Era una lacrima partorita dal sollievo o dalla tristezza? Non trovai risposta.
Il passaggio fu fulmineo, come il calcio che il piede sferrò allo sgabello facendolo ruzzolare lontano, dove non l’avrei più raggiunto.
Alcuni pensieri confusi, tra l’asfissia che mi coglieva, e immagini.
La sagoma di un bambino che camminava verso di me, stagliandosi davanti alla luce del sole. No, è tutto sbagliato, non doveva venire lui. Ora come faro? Sarà un’immagine che lo tormenterà per sempre.
La sagoma si allungò e diventò un uomo con la pala, un uomo forte che può reggere qualsiasi cosa.
Poi un piccolo angelo di pietra e poi l’uomo, come una cosa sola.
La Morte.

Daisy Franchetto

Pubblicato in Punti di vista, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Crescere

crescere_solo_img

Chiudo la porta di casa con un calcio. Butto a terra tutto quello che ho in mano e mi avvio veloce verso il bagno togliendomi di dosso i vestiti ad ogni passo. Mi infilo nella doccia e cerco di lavare via il più in fretta possibile tutto quello che mi sento addosso.

Ti guardavano tutti!
Non avrei voluto essere nei tuoi panni…
Tu da sola contro sei di loro…
Mi risuonano in mente tutte quelle voci, il rumore dei microfoni, il loro alito sul collo.
L’imbarazzo, una nuova condizione e non ho idea di come dovrei sentirmi. Le altre, poi, continuavano a dirmi che era una passeggiata, che dopo il primo minuto ti sembra quasi una cosa naturale, con tutti quegli occhi puntati addosso.
Una volta per tutte, laurearsi non è una cosa semplice, non è gratificante, non è bello.
Mi punto addosso il soffione della doccia a mo’ di microfono cantando una canzone di Luciano Rossi, immaginando di dedicarla alla commissione. Sì, di certo “Ammazzate oh” non è un pezzo che te la manda a dire.
– Signorina, ma quindi questi Ciprì e Maresco che lei vuol farci passare come neo-neorealismo non fanno altro che sconcezze atroci a danno della religione e del senso del pudore!
La tipica apertura mentale di un luminare.
La realtà contemporanea è esattamente questo, ma con meno polvere (a seconda delle zone di provenienza). L’unica soluzione sarebbe prendere tutti i professori dall’altro lato del lungo tavolone e portarli in una stanza con videoproiettore, collegarlo a internet e mostrargli certe pagine e certi gruppi nascosti di facebook.
– Ecco, professore, a quanto può vedere l’uomo che si scopava la gallina in “Totò che visse due volte” non è tanto peggio di questo ragazzo che ha legato un cane alla macchina prima di partire.
Il bisogno artistico di mostrare il disagio nelle sue molteplici sfaccettature, per aprire gli occhi. Bello trovare le frasi giuste dopo tre ore, dà tanta soddisfazione e accresce l’ego e l’ulcera.
E poi il cinema è la mia religione! È lui ad essere offensivo nei miei confronti, è un oltraggio a tutto quello che ho sempre amato della sua libertà artistica (quando la produzione non decide di ammazzare l’io creativo di registi e sceneggiatori).
– Ma infatti è stato messo sotto censura all’uscita nelle sale, anzi, all’inizio non permisero neanche la diffusione nei vari cinema…
Ottimo, professore, degno di Ponzio Pilato. Per fortuna ci siamo visti qualche giorno prima della discussione.
– L’argomento è spinoso, i temi trattati hanno… diciamo… una certa imponenza, ma in fin dei conti dobbiamo aprire gli occhi alla critica vecchia, fumosa e barbona. La cultura sta perdendo il nerbo, ma non si preoccupi, la spalleggerò in tutto e per tutto!
Un applauso per il paladino di ‘sto cazzo, che alla fine ha solo fatto un assist alla commissione.
La co-relatrice non si è neanche presentata, ha mandato una mail a un altro giudicante, che l’ha letta al microfono. – Il lavoro, non condivisibile nel suo tema, è svolto bene. Il nodo cruciale della questione si risolve nella piena sociologia, argomento che non mi compete. Da professoressa di Storia del teatro non posso che rimettermi, nel voto, alla decisione del collega di Storia del cinema, qualunque essa sia. – Sicuramente l’ultimo pezzo di frase non andava letto. Non si sono neanche sentiti per concordare insieme il punteggio da dare alla tesi, ‘sti mentecatti.
Esco dalla doccia e mi asciugo di fretta, non vedo l’ora di piantarmi nel pigiama, per fortuna la festa la farò sabato, altri quattro giorni di limbo.
– Per i poteri conferitimi dal Magnifico Rettore, la dichiaro Dottore in… eh, ogni anno cambiano nome alla facoltà. Comunque… Un attimo metto gli occhiali: Dottore in Linguistica, filologia e tradizioni letterarie europee con la seguente votazione…
Non sa nemmeno in che facoltà insegna, bene. Il suo ego si è però gonfiato alle risate del “suo” pubblico.
– Centonove.
La beffa.
Dallo scherzo alla tragedia: all’aperitivo tutti che parlavano di quel punto mancato, di quell’ultimo pezzettino mancante, e come se non bastasse, tuo padre: – A questo punto facciamo una cosa, non ritiriamola, tanto sarebbero quasi diciannove euro di marca da bollo e manco sarebbe bello appenderla al muro.
Le battutine insopportabili in tutto il bar…
Già con la laurea in lettere non ci fai niente, figurati ora
Alla fine è mancato un punto per arrivare alla pari degli altri disoccupati
Che poi è il mercato che è proprio saturo di gente che usa ‘sta storia di lettere per studiare di meno
 
La sciatteria del pensiero contemporaneo mi sta martoriando l’intelletto! Non posso sopportare oltre, devo buttarmi sul materasso, ricoprirmi di coperte e spegnere il cervello.

La suoneria. Sempre così, ogni volta che si riesce a chiudere occhio. Meglio rispondere al cellulare.
– Ehi, bella, ho appena saputo che ti sei laureata, congratulazioni! Allora… benvenuta nel mondo dei disoccupati!
E ride.
L’ultima parte di mondo ancora tollerabile, gli amici, viene a cadere.
La vita è infame.
Laurearsi, in fin dei conti, è consapevolezza.

Aniello di Maio

Pubblicato in Aniello Di Maio, Incipit, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

1985

1985_no imgMatteo. Mi chiamo Matteo. Ho 80, no, 83 anni; almeno credo. Sono uscito stamattina per fare qualcosa, ma non ricordo proprio cosa fosse. Tornerò a casa. Lo farei, ma mi sfugge l’indirizzo.

Il sole non si vede tra le nuvole, è tutto grigio. Chissà che ore sono. Non mi ricordo proprio cosa dovevo fare, intanto cammino, sperando mi venga in mente. Mi secca tornare a casa così, senza aver fatto niente. Poi Armida che pensa, che sto invecchiando e mi sto rincoglionendo, sicuro. La conosco.  Mi prenderà in giro e non ho proprio voglia di farmi canzonare da mia moglie. Non oggi almeno. Fa un freddo… vorrei solo stare tranquillo.
Un rumore, mi volto, passa una Uno rossa, piano, arranca quasi.
– Tsz, la Uno – sbotto lapidario.
Non ho niente contro la Fiat, ma non capisco cosa ci trovi la gente in quella macchina. La Golf, ecco una gran auto. Quella sì valeva la pena di essere guidata. Non avrebbe mai arrancato nella neve come quella misera chiazza rossa.
Neve.
Nevica.
Porca vacca, nevica.
Ecco, già sentivo la voce di Armida che lo rimprovera mentre tiene ancora un piede fuori di casa. Perché non sei rientrato con questo tempaccio? Mi avrebbe chiesto irata
Fermo i miei passi vuoti mentre immagino la faccia paonazza di mia moglie. Sospiro, rabbrividisco e d’istinto mi alzo il bavero. Lo sguardo cade sui piedi.
Ho le ciabatte.
Tutto si ferma. Tutto è gelato, non solo fuori, ma soprattutto dentro la testa.
Non ho nemmeno messo le scarpe.
Non ho le scarpe, penso nello sconforto, non ho le scarpe, non ho le scarpe, non ho le scarpe…

Matteo. Mi chiamo Matteo. Ho 80, no, 83 anni; almeno credo. Sono uscito stamattina per fare qualcosa, ma non ricordo proprio cosa fosse. Tornerò a casa. Lo farei, ma mi sfugge l’indirizzo.
Il cielo è tutto grigio, chissà che ore sono. L’orologio l’ho lasciato di sicuro sopra il comodino, lo tolgo sempre prima di dormire. Peccato poi me lo dimentichi lì.
Sto proprio invecchiando, fatico a camminare, c’ho il fiatone. Lo vedo, vedo le frequenti nuvolette che escono dalla mia bocca. Possibile che faccia così freddo? Inverno, sì, siamo in inverno. C’è addirittura la neve. La neve… Ma quando è caduta? Ieri, oggi, adesso?
Mi guardo attorno. No, adesso non nevica. Però la neve è fresca, morbida e priva di impronte.
Fa freddo, vorrei tornare a casa, ma non ricordo proprio dove abito. Passo in rassegna le case che mi trovo attorno: una bifamiliare dal muro giallo pallido, una casa dal giardino immenso con un canestro senza più rete attaccato malamente al muro, un’altra abbinata dalle ampie terrazze.
Mica conosco questo posto. Non ricordo nemmeno una di queste case. Chissà quanto mi sono allontanato. Armida mi sgriderà, lo so, diventerà paonazza e mi dirà che sono un vecchio rincoglionito.
La conosco. Siamo sposati da più di quarant’anni… Più di quarant’anni… Davvero? Non mi ricordo più quanti. Meglio che non lo chieda ad Armida, sennò brontola fino a stasera.
Sono indolenzito, ho freddo, mi sento i piedi congelati. Li muovo d’istinto e capisco perché ho così freddo. Sono in ciabatte. Le mie ciabatte marroni da camera.
Sono in ciabatte, penso sconvolto, sono in ciabatte, sono in ciabatte, sono in ciabatte

Matteo, mi chiamo Matteo, sono Matteo. Sono seduto su una panchina mentre la neve mi copre le spalle. Non mi muovo da un bel po’, perché mi sono ricordato all’improvviso che quando ci si perde è meglio fermarsi. Almeno se qualcuno mi sta cercando non mi rincorre. Per cui sono fermo su questa panchina e attendo.
Ho freddo. Nevica. Ho le ciabatte zuppe, ma non posso fare niente. Ho pensato un sacco di volte di entrare in quel bar davanti, ma non ho soldi, soprattutto, però, temo che se entro lì non mi trovi nessuno.
Non ho nemmeno idea di chi possa cercarmi.
Armida non credo. Anche se i nostri figli potrebbero benissimo stare a casa da soli, lei non li lascerebbe. Avrà chiamato qualcuno però, di sicuro. Ormai è buio e io mi sono perso. Comincio ad avere anche molta fame. E sonno. Quasi quasi mi addormento. Chiudo gli occhi un attimo solo.
Siamo nel 1985, sono Matteo, i nostri figli hanno otto e dieci anni, nevica, Armida è mia moglie, siamo insieme da più di quarant’anni. La nevicata più abbondante che io ricordi, non ricordo dove vivo, la Golf, siamo a casa da soli io e Armida, siamo nel 2017, i nostri figli si sono sposati, schifo le Fiat, sono Matteo.

Un suono di frenata, una voce affannata e vedo degli occhi che amo, mio figlio maggiore che mi chiama urlando.
Gli rispondo con un sorriso, sono stanco morto.
– Papà, papà. Ti cerco da ore. Come sei arrivato qui? – mi chiede d’un fiato mentre mi sorregge per aiutarmi ad alzarmi.
– Ho camminato tanto. Tua madre è arrabbiata? – non mi risponde, anzi, mi strattona appena, come se avesse perso il controllo di sé.
– Ah, la mamma è morta anni fa. Ecco perché non mi ricordo da quanti anni siamo sposati.
Sergio ride per disperazione.
– Che dici Sergio. Non mi ricordo niente?
– Ehm… diciamo che il mio nome te lo ricordi. Dai, andiamo.
– Sergio?
– Eh?
– Ci sono ancora le Uno in giro?
– Beh, qualcuno ci va ancora in giro, sì.
– Ah, ok.
– … lo sai che tra qualche mese ne uscirà un restyling in Brasile? Una nuova Uno brasiliana.
– L’hanno rifatta?
– Sembra di sì, papà.
– La Uno? Quello schifo di macchina? Non c’è limite al peggio.
Sergio ride.
– Direi di no, papà – dice osservando le ciabatte zuppe – direi di no.
Saliamo in macchina e ce ne andiamo, disperdendo i riflessi dei lampioni sull’asfalto lucido di pioggia.

Monica Spigariol

Pubblicato in Incipit, Monica Spigariol, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , | 2 commenti