Vigilia di Ferragosto

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Due giorni di pioggia, piena estate, vigilia di ferragosto, ultimo esodo di turisti: minchia pare la Bibbia, altro che la radio. Due palle, la coda, l’afa, domani quelli se la spassano e io perdo l’aereo: le chiacchiere stanno a zero, ecco il fatto.
Che poi se ne viene giù così tanta, anche a ferragosto, che due palle; spiaggia, asciugamano… e di ombrello ci metto il mio, insieme al K-Way!
Non si scappa, altro che storie: la domenica mattina per andare al mare e la sera per tornare, coda. E nei weekend di festa, coda. E vengono giù i Milanesi, coda. E partono i traghetti e arrivano i traghetti, coda.
Che poi la coda non sta alla fine di una cosa, di una bestia? Pensa al cane, ce l’ha in fondo, dietro.
E qui non siamo dietro, siamo a metà e perché la chiamano coda? O siamo più verso la testa? Boh, comunque non è una coda!
Ma che cambia, sono fermo, in scatola, col clima acceso che sennò mi si appanna il vetro. E ci manca solo che tampono quelli davanti: eccola qui, la famigliola che va in Riviera, stasera aprire i bagagli e a nanna, domani bagnetto-cenetta-gelato.
Che due palle. E che sonno, di mattina. Ma con ‘sto tempo, pare Londra .
Via la radio, macchina spenta, testa sul volante e un pisolino. Che tanto se si riparte quello dietro attacca col clacson.
Minchia questo era forte, ci si mettono pure i tuoni. E che tuoni, vibrano pure i vetri.
Che minchia è questa, nebbia? Non si vede più niente lì davanti.
Il vetro sarà bagnato, accendo le spazzole.
Non c’è più niente, dove minchia è finita la famigliola?
Sono ripartiti, sicuro. E quello dietro dorme, anche lui.
Ma la strada…l’asfalto…la famigliola.
Le macchine e i TIR.
Minchia. Il ponte.

Marco Moretti

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Gita con gli amici

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Una domenica di inizio agosto, trentacinque gradi con un’umidità all’ottanta per cento, la proposta di una gita in montagna. Non poteva esserci un’idea migliore: una giornata perfetta da passare in compagnia di amici. L’acqua fresca del fiume sui piedi. I tavoli sotto i gazebo montati in cinque minuti. Le borse frigo piene di ogni ben di Dio, pronte per sfamare un esercito. Ci sono i bambini che giocano e si divertono, fanno da sottofondo alle chiacchiere degli adulti. È una birra e una pasta fredda, un’insalata di riso e del melone, è la voglia di stare insieme e chiacchierare, rilassarsi in compagnia con le gambe sotto il tavolo senza un orologio che comandi la nostra vita.
È un’amicizia tra adulti, nata per caso grazie ai figli, sono persone che conosci da una vita o che hai conosciuto da poco, eppure ti entrano nel cuore, condividi con loro la realtà di ogni giorno e vivi i tuoi e i loro cambiamenti attraverso i racconti dei bambini e le chiacchiere all’uscita di scuola! Sono gli amici dei gruppi whatsapp, con i nomi più assurdi, dove non ti sotterri di messaggi, ma sai che aspettano le notizie più importanti, dove per prima hai scritto che sarà femmina. Sono quelli già pronti a festeggiare il grande evento, che ti accolgono a pranzo con una bottiglia di prosecco con un fiocco rosa. Sono quelle persone con cui ti accordi in pochi minuti per una cena o una gita, sono quelli che pensano a venirti a prendere perché è meglio se non guidi o che ti portano la sedia pieghevole perché devi stare comoda. Sono quei rapporti in cui non cerchi nulla, ma in realtà trovi tutto e allora ti rilassi e pensi che proprio una domenica così semplice è speciale.

Erika Franceschini

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Tutti giù dal palco

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Il palco è vicino pochi metri. Da qui sarà come prendere una birra, occhi negli occhi, con la band.
È strana la parentesi prima di un concerto, sicuramente personale.
Ognuno la vive alla propria maniera: chi arrotola una sigaretta, chi improvvisa band air facendo assoli di etere e chi deve rispondere a qualche telefonata troppo apprensiva
Roger, qui tutto ok! Ma ora non vi sento, manca la linea…
Un gruppetto di amiche si sfida a chi conosce l’aneddoto più incredibile sui propri beniamini, la biondina ha appena giurato che due anni prima il chitarrista era andato a chiedere, a una sua cugina che abita a Londra, se potesse usare il bagno. Le altre la sfottono, ma non ci rimane male più di tanto. Ha provato a venderla e non c’è stato verso.
La gente si ammassa, siamo tutti ritti come chiodi in una scatola, lo sguardo fisso sulla scena vuota e illuminata di rosa soffuso.
Il sole è stanco spettatore dal proprio loggione astrale.
Una chiassosa ovazione mi illude che il concerto stia per cominciare in anticipo quando, quattro attempati signori salgono sul palco. Devono solo testare gli strumenti. Quello che accorda la chitarra del frontman assomiglia a Babbo Natale, ha una lunga barba bianca e la pancia esce fuori dalla maglietta. Eppure sono bastate due note di chitarra distorte a dovere per fargli fare un figurone, manco fosse la reincarnazione di Elvis.
Il pubblico ha fame di note, mani di bambini ormai cresciuti le afferrano dagli altoparlanti canterini di attesa, frutti di un albero da addentare famelici, sporcandosi di sugo.
L’atmosfera è satura di eccitazione perché la musica è la cosa che più si avvicina a una bella scopata.
E ascoltare dal vivo chi ti provoca una simile passione, non ha mai abbastanza aggettivi.
È come… Silenzio, comincia.

Andrea Moretti

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Famiglia e uscite d’estate

Oltre all’estate delle bolle, è l’estate della natura. Abbiamo visitato l’acquario di Genova, parchi, giardini, cascate… Qualcosa era programmato, altro no. Tipo la gita di mercoledì, quando ho supplicato mio marito – Andiamo in montagnaaaaaa! – , non potendone più del caldo afa della pianura padana. Poi lì, ci siamo ritrovati alle due di pomeriggio, a rimirare delle cascatelle, sotto un acquazzone (che sia mai che per una volta che andiamo in montagna non decida di piovere).
Acqua davanti agli occhi, acqua sopra la testa e acqua sotto i piedi. Con tutto il calore che abbiamo accumulato nel nostro corpo, era quasi piacevole, se non ci fosse stata la voce fastidiosa della nostra quattrenne che urlava – Mi bagnoooo, sono tutta bagnataaaa! Asciugatemi! – E giù lamentele. (Che però al mare, quando avanzata incurante fino agli occhi, mica diceva nulla: neanche di non respirare si lamentava). Siamo comunque sopravvissuti, ovviamente, al mini temporale e cambiato il vestito delle Winx alla nana (perché la baby fashion non voleva indossare i pantaloncini), è tornata anche la pace familiare.
Un’altra gita improvvisata è stata alla casa delle farfalle. Lì, al contrario, ci siamo rifugiati durante la giornata di pioggia della nostra settimana al mare. Per cui, vestiti con giubbino in jeans e maniche lunghe, entriamo in un’oasi tropicale, umida e calda. Uno shock. Mia figlia suda correndo come se niente fosse, io invece dopo un quarto d’ora sono convinta che sverrò e mi aggrappo in ansia a mio marito. Però le farfalle, che volano ovunque e si appoggiano sulla foglia che sto osservando, sono bellissime, dai colori vivaci e vari.
Scrivendo ho capito una cosa: mio marito è un santo. Non si lamenta, ci sopporta entrambe durante le crisi isteriche e per farci felici si infila in situazioni che altrimenti eviterebbe.
Grazie Fabio.

Monica Spigariol

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Gomma a terra

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Osservo sconsolato le gomme e capisco la difficoltà ad avanzare: quella di destra è a terra. Un chiodo? Un vetro tagliente? La maledizione di uno dei simpatici vicini di casa?
Anche cambiando i fattori il risultato non cambia, così non ci si muove.
Ero quasi arrivato, si vede il mare e ne sento il profumo. Il suono della risacca.
A quest’ora non c’è ancora nessuno, niente calca, tantomeno coda al bar.
È ancora chiuso.
E nemmeno l’ombra di qualcuno che mi possa aiutare: di andare a piedi non se ne parla, e non lascio certo il mezzo qui per strada.
Io e la mia fissazione di uscire da solo, nei miei orari, nei posti che adoro.
Se mi avesse accompagnato Flavia adesso faremmo in un attimo; ma è una donna, la mia donna, e certe cose alle signore non si chiedono.
Io e la fissa di uscire alle sei, che non c’è caos, niente polvere. E nemmeno un cane.
Rido.
A che mi servirebbe un cane in questa situazione?
Afferro il cellulare. Seeeee e chi chiamo, l’ACI?
Altra risata.
A parte che siamo in piena estate, anche se vengono come minimo mi mandano a quel paese.
Flavia… no. Il “te l’avevo detto” non lo reggerei.
Sei e venti. E qui aprono alle otto.
Le voci mi sorprendono alle spalle, dapprima lontane come portate dal vento. Poi prendono forma, i ragazzi della canoa che si allenano. Con il fresco, mica scemi: jogging e poi in mare, prima che il sole inizi a scaldare. Il gruppo di sei si avvicina e mi circonda: ci fosse il sole mi farebbero ombra, per quanto sono grossi.
Ci conosciamo da anni, per la precisione dal giorno dell’incidente. Anche allora si stavano allenando. Mi sollevano sorridendo e mi portano in spiaggia, con la mia sedia a rotelle.
A quella penserò più tardi.

Marco Moretti

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Alla spiaggia libera attrezzata

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È mattina presto. Non ho portato nulla da leggere e il cellulare è quasi scarico. Mi guardo in giro annoiata. È presto per fare il bagno. Che faccio? Però, a pensarci bene, è anche bello stare in ascolto dello sciabordio delle onde e dello stridio dei gabbiani.
Il silenzio viene interrotto dalla voce petulante del mio anziano vicino di ombrellone. Siede su una sedia da regista con il giornale in mano, gli occhiali calati sul naso e un berrettino da baseball. Commenta ad alta voce le notizie del giornale. È di Firenze, impossibile sbagliarsi, la sua calata è inconfondibile. La moglie, accanto a lui, fa le parole incrociate, sembra rassegnata.
Mi domando quanto durerà quella cronaca. Per qualche minuto tutto tace e poi ecco la sua voce improvvisa e squillante: – Ciao! Come la stai? E’ sono a i ‘mmare… Com’è in quel di Firenze, l’è caldo? – Mi giro di scatto: è al telefono con un ignoto interlocutore.
La moglie schizza sulla sdraio: – O icché fai? Parla più piano! Tu dai noia…
– Ci mancherebbe! Noia a chi? Io e’ fò quel che mi pare! Ma guarda un po’!
Io alzo un sopracciglio e sospiro. Pazienza, devo avere pazienza.
Se Dio vuole, la telefonata finisce rapidamente e il signore maleducato ripiomba nella lettura del giornale, in silenzio stavolta.
Finalmente posso godermi la pace del mattino. Macché, ecco un gruppo di ragazzini che vengono a giocare a palla proprio davanti al mio ombrellone. Ma non era vietato?
Pazienza, devo avere pazienza, basta che non mi arrivi una pallonata in faccia.
La spiaggia ormai si sta riempiendo, gli urli dei bambini rimbalzano da un ombrellone all’altro, accompagnati dalle grida di madri esasperate. Il tutto ritmato dal monotono canto del venditore di noci di cocco.
Pazienza, devo avere pazienza.

Luisa Bonaccorsi

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La corta estate caldissima

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-L’estate del quinto superiore è la migliore, l’ultima che ti potrai godere! – mi dicevano tutti. Non che non riesca a crederci, ma non riesco a immedesimarmi. In realtà però si dovrebbe parlare dell’ultima mezza stagione estiva. Mi spiego: fino alla prima settimana di giugno c’è la scuola; dopo una dozzina di giorni iniziano gli scritti della Maturità; infine ci sono gli orali, che possono protrarsi anche a metà luglio (come nel mio caso). Mi sembra superfluo poi pensare anche a chi dovrà studiare per i test d’ingresso di corsi universitari a numero chiuso, persone la cui ultima estate è quella del quarto anno scolastico.
Io ho avuto uno dei regali di diploma più belli che si possano ricevere, ovvero una motocicletta d’epoca, trovata sotto casa il giorno stesso della fine degli esami. Dopo la faticaccia del lungo periodo di stress, mi sono concesso una lunga dormita fino alla sera.
Sappiate che le Kawasaki degli anni Settanta pesano molto più di quelle moderne. Il mio piede lo sa. La mia estate è iniziata salendo sulle due ruote ed è finita dodici minuti dopo, breve, ma intensa. La moto è caduta sul collo del piede, portandomi a un bell’effetto cotechino (decisamente fuori stagione). Dimenticavo: non posso bere, per i medicinali che sto prendendo, quindi il prossimo brindisi fatelo al mio 99 dell’esame di stato!

Aniello Di Maio

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