Il mio giorno più lungo

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Fu quello il momento in cui decisi di restare.

Non avevo alternative, volevo molto bene a Caterina, le ero affezionato. Lei invece era, senza dubbio, molto innamorata di me.
Mentre l’abbracciavo pensavo a Sabrina, che mi stava aspettando alla fermata del bus davanti a scuola.
– Ora devo andare, devo parlare con i miei. Passo da te più tardi.
– Ok – mi ha risposto asciugando le lacrime.
– Tranquilla piccola. Risolviamo.
L’ho salutata con un rapido bacio sulle labbra; mi sembravano strane, diverse, sconosciute.
Andando verso lo scooter ho chiamato Sabrina. Ho inventato una scusa idiota a cui ha creduto subito, sono partito sgommando nel ghiaino davanti al liceo e mi sono immesso nel traffico.
Dentro al casco provavo e riprovavo il discorso che avrei fatto a casa. Cercavo di immaginare la reazione di mia madre, mio padre, perfino mia nonna. Era impossibile prevederle, l’avevo fatta grossa stavolta.
Non sono andato a casa subito. Ammetto di non averne avuto il coraggio: invece sono andato al parchetto, dove ero certo di trovare Gio. Mi sono seduto di fianco a lui sullo schienale della panchina. Guardandomi le scarpe, gli ho detto quello che mi era successo. Mi ha passato la canna che stava fumando, ho fatto tre tiri avidi e gliel’ho finita. Speravo potesse cancellarmi i pensieri nella mente, ma neanche quella ha funzionato. Dopo averne fumata un’altra in completo silenzio, ha finalmente cominciato a parlare.
– Bro, quella ti ha incastrato. Io te l’avevo detto di starci attento. Quella è innamorata e vuole legarti a lei… a vita!
– Porca puttana, sono proprio un coglione!
– Ma come cazzo è successo?
– Che ne so!
– Puoi sempre convincerla ad abortire… siamo nel 2017 cazzo!
– Non vuole, gliel’ho già chiesto…
– Allora che se lo tenga lei! Abbiamo la maturità quest’anno, è già una merda così. Mica vorrai un moccioso che piange e caga a tutte le ore!
– Sono nella merda. I miei mi ammazzano stavolta.
Ci siamo fumati un’altra canna in religioso silenzio e poi siamo andati via, ognuno sul suo scooter. Per fortuna la mente era abbastanza offuscata per poter formulare ulteriori pensieri. Ho parcheggiato nel vicolo sotto casa e fatto i gradini delle scale a tre alla volta per non aspettare l’ascensore. Ma se avessi saputo cosa mi aspettava a casa, forse non sarei mai tornato. Appena aperta la porta d’ingresso mi sono trovato davanti i miei genitori, Caterina e i suoi. L’apocalisse, mia madre aveva le lacrime e lo sguardo di chi sta morendo dentro, mio padre era incazzato nero. Sapevano tutto. Come aveva potuto farmi questo Caterina? Volevo affrontare da solo i miei genitori. Il mio sguardo truce parlava per me. Loro invece discutevano della situazione; cosa fare, cosa non fare, chi avrebbe fatto cosa. Sembrava che io non esistessi. Stavano programmando la mia vita e io sembravo un mero spettatore, in piedi di fronte a loro seduti al tavolo della cucina.
L’unica a cui sembrava non fregare nulla era mia nonna. Seduta sul divano in soggiorno continuava a seguire la discussione tra i partecipanti all’“Isola dei famosi” che si insultavano dalla D’Urso.
Forse ho sbagliato: in realtà fu quello il momento in cui decisi di restare. Non che avessi molta scelta.
Poi è successo; l’effetto della marijuana di Gio ha cominciato a farsi sentire prepotente e sono sbottato:
– Non parlate come se io non ci sia… questa cosa riguarda anche me, cazzo!
– Mi sembra che tu abbia già fatto abbastanza!
La risposta del padre di Caterina mi ha fatto salire la rabbia.
– Ah sì? Guarda che mi risulta fossimo in due e che a tua figlia non sia affatto dispiaciuto! – gli ho ringhiato contro.
A quel punto è intervenuto mio padre: ha chiuso la riunione, chiedendo ai nostri ospiti di lasciarci soli.
Appena se ne sono andati ci siamo seduti tutti e tre a tavola e abbiamo discusso a lungo. I miei si sono offerti di aiutarci a patto che io finissi il liceo e poi continuassi il più possibile con quelli che erano i miei piani per il futuro. Sono stati molto comprensivi, diversamente da come mi aspettavo. Mia madre era molto delusa: anche se non me l’ha mai detto, so che dentro stava soffrendo per il suo unico figlio che si stava rovinando la vita.
Prima di andare a chiudermi in camera, sono passato dal divano dove la nonna era alle prese con i problemi dei protagonisti de “Il segreto”. Mi ha guardato e accarezzandomi il viso ha detto: – I bambini sono un dono di Dio, Alex. E Dio non ti manderebbe mai una sfida che tu non possa affrontare.
– Ma cazzo nonna… proprio a me?
– Incomincia a non dire più parolacce… e a smettere di fumare. Guarda che occhi che hai…
La nonna rimarrà sempre il mio mito personale. Le ho sorriso e sono andato a chiudermi in camera mia.
Ho trovato vari messaggi vocali di Caterina sul cellulare, ma non avevo voglia di sentirla.
Poi mi ha mandato un messaggio in cui mi comunicava l’appuntamento per l’indomani pomeriggio dal ginecologo.
Quella notte ho fatto vari incubi. Mi sono alzato alle 3:00 perché mi sentivo male. Ho vomitato non solo la cena, ma anche tutto il mio dolore. Mentre stavo rannicchiato a terra vicino al water ho sentito la mano fresca di mia madre sulla fronte e le sue parole dolci all’orecchio –andrà tutto bene, amore –.
Quella notte ho pianto, tra le braccia di mia madre, come non facevo da anni.
Il pomeriggio del giorno dopo sono andato all’indirizzo che mi aveva indicato Caterina. L’ho trovata lì, impaurita quanto me con la madre al suo fianco: eravamo due ragazzini di fronte a una cosa più grande di noi. Ho ascoltato con attenzione quello che ci diceva il ginecologo fino a quando ha acceso l’ecografo.
Da quel momento ho sentito solo il battito del cuore del mio bambino.
E ora sono certo che fu quello il momento in cui decisi di restare.

 

Serena Pavan

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Recensione – Nella Teca

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MORTE: tutti noi la temiamo, abbiamo paura di parlarne, di frequentare luoghi come ospedali e cimiteri perché risvegliano in noi la consapevolezza che siamo umani e prima o dopo moriremo. Ecco il protagonista di questo libro di Serena Barsottelli invece vede la morte, citando le parole dell’autrice, come un’amica che può donarci la pace di un riposo senza fine. Lui vive attendendola e preparandosi perché bisogna essere degni di morire.

ANTROPOLOGO: il protagonista è Andrea Gori, un antropologo che ha fatto della sua professione una missione, una ragione di vita. O forse è solo un uomo con una grande paura di vivere che si nasconde in un mondo fittizio pieno di teche e di fantasmi. Ombre che vivono dentro di lui e che non riesce a sconfiggere, che lo imprigionano in una routine fatta di fogli, appunti e di morte.

PENSIERI: sono proprio loro a scandire la narrazione della storia. Pensieri ossessivi e malati, ma anche d’amore e di solitudine. E così ci ritroviamo a percorrere la vita del protagonista fin dove tutto ebbe origine, quando un bimbo solo divenne un mostro. E ci sembra di essere lì con lui, mentre si contorce dal dolore e soffre, ma poi ci allontana e torna a indossare la sua maschera, quella di scienziato meticoloso e freddo. E poi un pensiero, nuovo e diverso, lo riporta verso la vita. Amico. La sua ossessione distorcerà anche questo proposito?

Elisa Dellambra

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Festa della mamma

C’è un giorno in cui per la donna tutto cambia, appaiono due linee in un test e la vita si modifica irreversibilmente. È un giorno fantastico e altrettanto pauroso! Il corpo comincia una nuova strada e con lui anche la testa, il cuore… tutto cambia in funzione di un piccolo fagiolino che cresce. E non importa se sia la prima, la seconda o la terza gravidanza, ogni volta è sempre diverso, sempre emozionante.

In questa sensazione le donne riscoprono sé stesse, si riconoscono nelle esperienze comuni che condividono con altre mamme e dalle quali trovano sostegno. Ed è così che si diventa un Noi.

Così quel fagiolino cresce dentro di noi, cresciamo noi, la pancia, le emozioni, le aspettative, le paure… finché diventa tutto realtà!
Iniziano le notti insonni, i pannolini sporchi, i primi sorrisini che man mano si modificano e diventano le prime paroline, i capricci, le litigate, i compiti da fare, il corpo che cresce e si trasforma, chiedendo più libertà e dimostrando sempre più vita… la nostra vita.
E noi mamme siamo lì a maledire e amare il giorno in cui l’abbiamo messo al mondo, pensando che un cane sarebbe stato più facile da gestire, sperando che se ne vada presto di casa, minacciando di lasciare le sue valigie fuori dalla porta e ricordando sempre e comunque che questa casa non è un albergo. Cambiano i tempi, cambiano i modi, ma certe frasi non cambieranno mai… così come un ‘ti voglio bene’ e un bacio sulla guancia risolveranno sempre ogni dissapore.
Buona festa della mamma a noi che lo siamo, alle nostre mamme e a chi lo sta per diventare.

Erika Franceschini

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Letizia – seconda parte

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… continua

Buongiorno! Mi chiamo Letizia e sono una casalinga. Ho due bambini, di sette e quattro anni. Due bei maschietti vivaci. Sono una brava cuoca e amo la pulizia. Mio marito è un impiegato commerciale, parla inglese, spagnolo e tedesco, ma ancora non sa come programmare una lavatrice. Abitiamo in un appartamento in paese, l’abbiamo comprato da qualche anno e così anche noi facciamo parte delle famiglie che sognano di estinguere in anticipo il mutuo con la vincita alla lotteria o un miracolo… Con uno stipendio solo non è semplice vivere, ma ci siamo organizzati e io cerco di fare economia. Siamo perfino riusciti a risparmiare qualcosa, anche se devo ammettere che ora come ora sono un po’ preoccupata.

– Letizia! Come stai bene!
– Grazie Silvia. Anche tu.
Alla fine ha scelto un vestito lungo fino ai piedi, stretto sul seno scende scampanato. Ha fiori ocra su verde scuro. Era stata una spesa pazza, un pezzo dall’aria un po’ vintage, che aveva indossato sì e no tre volte. In realtà non le dona moltissimo, essendo piccolina le pare di perdersi nella stoffa, ma si è innamorata di quelle margheritone e di quell’alone romantico che gli vede attorno.
Silvia invece ha jeans, tacchi alti e una camicia in raso color cipria. Insomma, un altro mondo.
– Sai tra quanto arriveranno Giulia e Angela?
– No, in chat non hanno scritto nulla. Ma io entrerei.
– Bene.
Letizia stritola la borsetta nera. Odia le pochette: a cosa serve una borsa se contiene poco e in più impiccia?
– Buonasera, siamo in quattro. Sì, grazie.
Silvia è così disinvolta, cammina su quei tacchi come se scivolasse sul pavimento, invece i suoi passi si sentono nonostante le ballerine. E poi è così sicura di sé… lei avrebbe bisbigliato al cameriere un discreto Scusi… che magari non avrebbe neanche sentito. Silvia invece, via, dritta al punto.
Si siedono a un tavolo rettangolare, in mezzo alla sala.
Gesù, ma un po’ più defilato, no? Proprio qui?
– Avviso le altre che siamo dentro. – Silvia scrive più veloce della luce.
– Cosa mi racconti Letizia? Alessio come sta?
– Alessio sta bene, sì. Francesco?
– Ah, è una peste! Ne combina sempre una all’asilo, non so proprio come placarlo.
Come Alessio… anche a raccontare di suo figlio è più brava Silvia.
– Eccole eccole!
– Ciaoooo!
Tutte in piedi, baci, abbracci, sorrisi. Letizia si sente impacciata e anche un po’ falsa.
– Allora donne, non ci vediamo da quanto? Tre anni?
– Di più! Da quando siamo rientrate a lavoro. Chi aveva più il tempo dopo!
Letizia deglutisce.
– Sembra passata una vita dal corso preparto.
– Allora, iniziamo con l’aperitivo, no? Quanti spritz?
– Io, ci vuole un po’ di alcol.
– Ah, io preferisco un prosecco.
– Ehm, no, io niente di alcolico. Non so bene cosa prendere.
– Dai Letizia, una volta ogni tanto non ti farà male.
Letizia arrossisce e balbetta: – No, ecco, io… non posso.
Silvia spalanca la bocca: – Nooooo. Sei incinta?
Non riesce a parlare, accenna appena di sì con la testa. Sperava di tenerlo nascosto ancora un po’. Il vestito è perfetto perché non fa notare la pancia. Maledetto alcol!
– Il terzo?
– Coraggiosi…
Coraggiosi…
A Letizia viene da piangere, non c’entra il coraggio, non lo volevano un terzo figlio, ma è arrivato e alla fine lo hanno accettato.
– Congratulazioni! – Silvia si alza e l’abbraccia giusto prima che scenda la prima lacrima.
L’abbracciano tutte, le chiedono troppe cose tutte insieme… sono solo tre ma sembrano un esercito di donne impazzite. Letizia annuisce, fa cenni del capo, dice sì e no e poco altro. Sente tutte le domande che non vorrebbe sentire: sei pronta a ricominciare? (no che non lo sono!) ma ce la fate a mantenere tre bambini? (gran domanda!) ma lo volevate? (eeeeeeh).
Alla fine l’unica domanda che la rende felice: Maschio o femmina?
– Femmina. – e l’angoscia passa.
Le altre esultano, le danno una pacca sulle spalle, poi arriva la cameriera e ordinano. Alla fine prende una cedrata.
Iniziano le chiacchiere delle altre: di lavoro, dei mille impegni che hanno, delle colleghe stronze e dei capi crudeli. E lei per un po’ ascolta, ha lavorato anche lei prima dei figli, ma non le interessa partecipare al discorso. Così comincia a pensare che domani deve fare il pane, perché ne rimarrà poco dalla cena…
– Letizia, segui di nuovo il corso preparto?
– Ahn, no, onestamente non ho molto tempo e poi… sì, non ne ho tanta voglia.
Giulia la guarda male, sta sicuramente pensando: Come fa a non avere tempo… non lavora?
Angela annuisce: – Be’ certo, ormai sei un’esperta.  Bel complimento che camuffa il giudizio.
Tre figli? Ma come tre figli? Ma sei matta? Sono sempre le stesse frasi, le stesse opinioni. Nessuno che le chieda se magari ha bisogno di qualcosa, se possono aiutare. Nessuno le chiede se è felice. Gran begli amici che si ritrova…
Letizia beve la sua cedrata come fosse la cosa più buona del mondo: a casa hanno tagliato le bevande gassate, perché costano troppo.
Le altre cominciano a ridacchiare, lo spritz fa effetto. Sembrano tre ragazzine sceme e invece sono tutte sopra la quarantina, tranne lei.
– Ordiniamo qualche stuzzichino?
– Fritto, fritto.
Certo fritto e quando lo digerisco…
– Io vorrei una pizzetta.
– Pizzette, ottima idea. – Silvia le regge il gioco, alla fine è la migliore delle tre.
Quando arriva da mangiare, cominciano a lamentarsi dei figli. Dei nonni, delle maestre.
Lei ascolta attenta, poi però si accorge che sta pensando che domani dovrà anche cucire la tuta di Alessio che si è scucita sull’ascella.
– Io non ne posso più! Fa sempre così tanti capricci, stiamo insieme due ore la sera ed è sempre una guerra.
– Poverino, lo vedi così poco… – non riesce a tacere Letizia. Come possono stare con i loro figli due ore al giorno? Non ce la farei. Non ci posso pensare, è troppo dura.
– Lavoro! – risponde piccata Giulia.
– Scusa, non volevo…
– No, scusa tu, è che sono stressata.
Letizia deglutisce. Che vitaccia, altro che. Sono stressate, sono stanche, in continua lotta con il tempo, con i figli, con i mariti, con i nonni. Hanno signore delle pulizie che odiano, un lavoro che sopportano, tutto per cosa? Qualche soldo in più? Per andare in vacanza alle Maldive? Oh no, adesso attaccano con le vacanze… vado in bagno.
Così si alza, va in bagno e ci resta per un po’. Lei in vacanza non ci va, o meglio, vanno qualche giorno al mare e qualche week end in montagna da degli amici – veri – che li ospitano. Ma soldi per altre mete non ci sono. Sta seduta sul water, protetta da strati di carta igienica.
Sono stufa di difendermi sempre, gli altri capiranno e accetteranno la mia vita? Uffa, questa dovrebbe essere l’emancipazione femminile: vivere nel modo che ci rende felice, non come vorrebbe la società.
Si lava le mani due volte, si osserva allo specchio, sistema un ciuffo di capelli dietro l’orecchio e poi prendendo un gran respiro, va.
Arrivata al tavolo vede altro fritto e tramezzini, che tanto non può mangiare. Prende delle patatine e se ne frega se non le digerirà. Poi pensa a quanti soldi sta sprecando in quella serata, in cui non sta nemmeno mangiando in modo decente, e sente una vampata di calore.
Stanno parlando di palestra.
– Letizia, segui qualche corso? Nuoto per gestanti, cose così?
– No, no, io preferisco camminare. Cammino molto. – mi piace ed è gratis.
– Ma tra un po’ farà freddo! Ti conviene trovare un buon corso…
– Perché? Mi copro. E poi camminando mi riscaldo. Lo faccio da anni e mi fa molto bene. Ho la stessa taglia di prima di rimanere incinta!
Sguardi bassi, labbra serrate. Ok, non doveva dirlo. Ma se non può dire niente tanto valeva che se ne stesse a casa!
– Ah sapete che ho iniziato a fare il pane in casa? – Angela finalmente parla di qualcosa che le interessa. Partecipa, è dentro al discorso e si sente loro pari. Per qualche minuto non è Letizia la casalinga sfigata.
I discorsi si susseguono e Letizia non è più distratta. Parla, ride, racconta aneddoti. Una donna tra donne. Una mamma tra mamme.
Si lasciano dopo un paio d’ore, contente e rilassate, promettendosi un altro incontro a breve, che non avverrà.
Letizia va alla macchina sorridendo. Federico aveva ragione, doveva andare. Doveva ricordarsi che non era una donna diversa solo perché non lavorava, solo perché aveva scelto di essere una casalinga. Soprattutto doveva ricordarsi che non era da meno delle altre.

Buongiorno! Mi chiamo Letizia, faccio la casalinga e sono felice!

Monica Spigariol

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Letizia – prima parte

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Buongiorno! Mi chiamo Letizia e sono una casalinga.

– Luca, svegliati o faremo tardi a scuola. – il sussurro sfiora leggero il bambino. Luca all’inizio non reagisce, la mamma attende inginocchiata. Poi una mano si muove e all’improvviso braccia e gambe scoordinate, compongono una c rannicchiata che evidentemente di alzarsi non ne vuol sapere.
– Vado a scaldare il latte, va bene?
– Uhmm…
Cammina verso la cucina, versa il latte e poi mette la tazza in microonde. 40”. Prepara sei biscotti sopra la tovaglietta in cucina, poi torna in cameretta.
– Lucaaaa – altro movimento scomposto e stavolta si forma una stella.
Letizia sorride, ogni mattina osservare il risveglio di Luca è una scoperta.
Diin, diin, diin.
Breve corsa, tazza tiepida posata sopra la tovaglietta e di nuovo corsetta.
– Lucaaaaa – stavolta il tono è minaccioso.
Guizzo di arti e finalmente Luca è seduto sul letto. A occhi chiusi. Letizia gli solletica il mento. Lui accenna un sorriso furbo e poi apre un occhio.
– Lo vuoi il latte?
– Sì! – ecco, ora è sveglio. Scende dal letto scalzo e galoppa rumoroso fino al tavolo.
– Mamma! – puntuale, si è svegliato anche Alessio. Ha un radar, appena il fratello scende dal letto, anche lui vuole fare colazione.
Letizia va a prenderlo dal lettino. Abbassa la sponda: – Buongiorno.
– Latte!
– Prima pipì.
Lo prende in braccio e lo porta in bagno. Bisogna calibrare bene i tempi. Uno fa colazione, l’altro pipì. E poi, cambio!

Buongiorno! Mi chiamo Letizia e sono una casalinga. Ho due bambini, di sette e quatto anni. Due bei maschietti vivaci.

Tutti e tre in macchina. Direzione scuola elementare e poi scuola dell’infanzia. Luca legge un libro sugli animali, Alessio canta i Pigiamini.
Letizia frena, come al solito non c’è parcheggio. Avrebbe preferito andare a piedi, come sempre, ma oggi deve consegnare degli scatoloni all’asilo, con carta, costumi e altro materiale recuperato da amici e parenti. Avrebbe voluto trasportare tutto con una carriola, piuttosto di trovarsi imbottigliata: purtroppo la carriola non ce l’aveva.
Sbuffando gira, fa manovra, torna alla caccia di un posto, comincia a sudare (per fortuna si è fatta la coda così non le si appiccicano i capelli sul collo) e poi vede Lilia con il figlio ed esulta.
– Luca, ti va di entrare con Christian?
Il bambino annuisce, chiude il libro e saluta dal finestrino il compagno.
– Lilia! Posso lasciarti Luca?
– Ciao. No problema. Vieni! –  accosta la macchina con le doppie frecce.
– Ciao Alessio, divertiti all’asilo.
– A scuola!
– A scuola, scusa. Ci vediamo oggi pomeriggio. Ciao mamma.
– Ciao Luca, buona giornata. – Si sporge sul sedile, finestrino aperto – Grazie mille! Ti devo un caffè.
– No ti preoccupa! Va, fa coda!
Alessio saluta con forza sventolando la mano, la mamma fa manovra e sono di nuovo in corsa.
Parcheggiare davanti all’asilo è molto più semplice, non c’è mai veramente il pienone, dato che il tempo di entrata è molto più ampio.
Letizia armeggia con le cinture del seggiolino: nonostante gli anni di utilizzo le trova ancora difficili da slacciare. Finalmente riesce e Alessio è libero e pimpante.
– Buongiorno maestra.
– Buongiorno!
– Alessio, adesso esco a prendere gli scatoloni da lasciare alla direttrice, poi vengo a salutarti.
– Ba bene! – corre verso Karim, uno dei suoi amici preferiti.
Un paio di giri, un po’ di chiacchiere con la direttrice e sono le nove passate. Letizia cammina di soppiatto davanti alla stanza dove i bambini cantano in cerchio, ma Alessio ovviamente si accorge di lei. Corre a scoccarle un bacio, poi se ne torna al suo posto, zampettando felice.
Letizia fa un cenno alle maestre ed esce.

Buongiorno! Mi chiamo Letizia e sono una casalinga. Ho due bambini, di sette e quattro anni. Due bei maschietti vivaci. Sono una brava cuoca e amo la pulizia.

Letizia osserva con attenzione le zucchine. Gliene servono quattro per la ricetta che ha in mente di sperimentare. In realtà gliene servono solo due, ma non si sa mai, se il primo tentativo non va, deve avere gli ingredienti per riprovare. Non ce ne sarà bisogno, alla fine sono solo muffin salati, nulla di complicato, ma le zucchine sono verdure traditrici, rendono facilmente l’impasto umido e molliccio. Lei, però, pensa di fare un piccolo cambiamento alla ricetta: tritarle e spadellarle, invece di metterle in pezzi dentro l’impasto. Primo, perché così Luca non vede i terribili quadretti verdi che poi non ne vuole più sapere di mangiare, secondo perché così lasciano un po’ l’acqua e non si rischia il fallimento.
Magari non serve, magari come suggerisce la rivista funziona anche così, ma lei non si fida, l’hanno fregata troppe volte quelle rivistucole femminili, tutte dedicate a scandali o a vestiti, con una blanda ricettina verso le ultime pagine, interessante, golosa, ma ingannevole.
– Buongiorno Letizia. Che ti serve oggi?
– Buongiorno Sergio. Allora, oggi vorrei della pancetta, tagliata grossa.
– Devi fare dadini?
– No, la taglio a strisce, fiammiferi… insomma, hai capito.
– Allora ti do questa, che dici?
– Perfetta.
– Solite fette?
– Penso bastino, sì.
Una mano si posa sulla sua spalla. – Letizia! – Si gira e vede un volto sbucare dal passato.
– Claudia?
– Eh sì!
– Che ci fai qui?
– Sono tornata. Mi ero stufata della Germania.
Certo come no… pensa sconsolata. Chissà che palle enormi mi sta per raccontare.
– Mi hanno fatto un’offerta di lavoro imperdibile qui in zona, a Montebelluna. Una bella azienda. Finalmente torno in patria. Ora cerco casa, inizio tra qualche settimana. Intanto sto dai miei. Sono elettrizzata da questo cambiamento. Tu, come stai?
– Complimenti! Bene, bene io tutto come sempre… – Sergio la salva allungandole il pacchetto.
– Grazie! – e con gli occhi gli fa capire quanto lo ringrazi. Lui le fa l’occhiolino. – Prego, mi dica.
– Claudia, ti lascio fare la spesa, ci vediamo in giro allora.
– Certo. Ci sentiamo per un caffè?
Letizia annuisce camminando all’indietro, vuole andare, vuole scappare. Come no, offerta impedibile… chissà cosa ha combinato per farsi buttare fuori. Sono una casalinga, mica stupida.
Cammina veloce verso la cassa, anche per oggi ha comprato ciò che le serve, senza sforare il budget né rinunciare a una cena gustosa. Mette i pochi pacchetti sul nastro, saluta la cassiera e tira fuori la sua borsa di stoffa a fiori colorati ed è felice, come sempre.

Buongiorno! Mi chiamo Letizia e sono una casalinga. Ho due bambini, di sette e quattro anni. Due bei maschietti vivaci. Sono una brava cuoca e amo la pulizia. Mio marito è un impiegato commerciale, parla inglese, spagnolo e tedesco, ma ancora non sa come programmare una lavatrice.

La mattina trascorre tra pulizie e preparazione del pranzo. Alle 12:30 Luca esce da scuola e mangiano insieme. Oggi pasta al ragù: semplice, ma lo farà felicissimo.
Questa volta esce a piedi, la macchina non le serve per fortuna. Il marito va a lavoro in treno, lei la usa solo quando è strettamente necessario, per cui alla fine, sta per lo più in parcheggio. Nemmeno in garage, perché è ingombro di scatole, di bici e di scaffali.
Letizia dopo la spesa rifà i letti, spolvera, aspira e lava il bagno e a seconda del giorno si dedica a un lavoretto speciale. La domenica mattina, quando beve il caffè da sola e senza fretta, crea un programma settimanale in cui pianifica i lavoretti speciali: questa settimana ha deciso di pulire tutti i vetri e di fare cernita degli abiti che non vanno più ai bambini per vedere se riesce a rimpiazzarli tutti con gli abiti passati dai cugini più grandi. Sennò dovrà comprarne di nuovi.
Durante la passeggiata incontra Lilia, una donna alta e dalle spalle larghe, moldava, casalinga e mamma di due maschietti anche lei.
La prima sensazione quando le va vicino è un terribile senso di evanescenza, si sente svanire tanto è piccola al suo confronto, ma è solo un momento, poi iniziano a ridere e il suo corpo riacquista consistenza.
Si fermano al cancello, salutano le poche mamme e le tante nonne e si perdono nelle solite chiacchiere sul tempo.
Christian e Luca sono in classe insieme e al pomeriggio si trovano spesso per giocare. Oggi si accordano per trovarsi da Lilia, perché Letizia ha un impegno nel tardo pomeriggio.
Fanno una parte del ritorno insieme, poi si salutano tutti e quattro, in una confusione festante.
Luca è felice della pasta al ragù. Mangia piano alternando qualche sì e no alle domande della mamma sulla scuola. Non le dice mai nulla alla fine… dovrà chiedere a Christian della nuova maestra di inglese.
– Aiutami a spreparare.
– Certo! A che ora vai via mamma stasera?
– Alle sei Luca, papà torna a casa un po’ prima e ti viene a prendere da Christian con Alessio.
– Ooook. Ma può venire dopo le sei?
– Uhm? Ah, dovete vedere Zorro?
– Sì mamma! Oggi sarà una puntata bellissima! Non vedo l’ora. – sottolinea con gesti inconsulti.
Devo iscriverlo a qualche sport di coordinazione… non può restare per sempre così goffo.
– Vado a fare i compiti!
Non gli risponde neanche, tanto è già in camera. Andare da Christian è il miglior incentivo per fare i compiti.
Letizia carica la lavastoviglie con una lentezza insolita.
Quando finisce recupera l’agenda e scrive quanto ha speso al supermercato: di solito lo fa appena rientra, ma oggi è una giornata strana, si sente pesante e incapace di concentrarsi. Torna in cucina e comincia a preparare l’impasto dei muffin. Si lega i capelli, prende la farina, lo zucchero, il lievito, le zucchine, la pancetta, il grana, una terrina e la bilancia. Comincia a versare la farina, poi prende il vaso dello zucchero, lo apre e sbuffa.
Certo, zucchero zucchine e pancetta… buonissimo! Maledetta ansia.
Questa sera deve uscire.

Buongiorno! Mi chiamo Letizia e sono una casalinga. Ho due bambini, di sette e quattro anni. Due bei maschietti vivaci. Sono una brava cuoca e amo la pulizia. Mio marito è un impiegato commerciale, parla inglese, spagnolo e tedesco, ma ancora non sa come programmare una lavatrice. Abitiamo in un appartamento in paese, l’abbiamo comprato da qualche anno e così anche noi facciamo parte delle famiglie che sognano di estinguere in anticipo il mutuo con la vincita alla lotteria o un miracolo…

– Mammaaaa… ho finito i compiti.
– Adesso vengo a controllare. – lui ha finito i compiti e lei ha finito di preparare la cena. Muffin (venuti alla perfezione al primo colpo), insalata di finocchi e carote e infine un dolce di mele, servirà anche per la merenda di domani.
Letizia controlla con Luca i compiti e arrivano velocemente le quattro. Ora di portarlo da Lilia e di prendere all’asilo Alessio.
– Preparati.
– Sì!
Magari avesse tutto quell’entusiasmo anche per andare a scuola…
Escono, Luca corre davanti a lei, poi si ferma, l’aspetta e riparte appena si avvicina quel che serve per non farsi sgridare.
– Ciao mamma!
– Ciao Luca! Ciao Christian. Lilia, viene Federico verso le sei.
– Dopo le sei, mamma!
– Luca, è lo stesso.
– Va bene Letizia. Va fuori, vero? Divertiti!
Uhm… – annuisce poco convinta e se ne va.
Non voleva andare, quando ha ricevuto l’invito su WhatsApp stava già pensando a che scusa inventare, ma Federico ha insistito tanto… si era sentita una sciocca e così ha accettato, ma la realtà è che non voleva andare. Non le interessava sprecare il suo tempo con persone che non vedeva da una vita, con cui non condivideva nulla e di cui dopotutto non le importava granché. Ma non usciva quasi mai da sola e Federico aveva ragione, era un’occasione per scappare dalla routine, rilassarsi, pensare a cose diverse. In fondo ci voleva.
Era così immersa nei suoi pensieri che camminò troppo e superò la svolta per arrivare in asilo. Tornò indietro scuotendo la testa.
Aveva un altro grosso problema: cosa indossare? Ci pensava da giorni, ma non riusciva a decidersi.
Quando arrivò, Alessio la aspettava in giardino con gli altri bambini.
– Ciaoooo.
– Ciao mamma! Kalim può benire a giocale a casa? Eh eh?
– Oggi no. Vai al parco con papà, ti ricordi che viene a casa prima?
– Ebbiba! Ma biene anche Luca?
– No. Siete solo voi due.
– Yeeee. Quando arriba papà? Ciao Kalim!
– Saluta la maestra Luisa. A domani!
– Ciao ciao.
Alessio era un chiacchierone, spiattellava tutto a tutti. Letizia sapeva ogni cosa accadesse in asilo, altro che Luca.
Ah, caspita. Non ho più chiesto a Christian della maestra di inglese…
– … ha sglidato me e Kalim, ma no siamo stati noi!
– Davvero?
Alessio aggrotta le sopracciglia. – … hanno cominciato ii altli!
Sempre la solita storia. Due santi quei due…
Arrivano a casa e Alessio sale le scale di corsa.
– Papà? Papà?
– Arriva tra poco, dovrebbe essere ancora in treno. Intanto se vuoi bevi un tè.
– Ok.
Federico sarebbe arrivato a casa verso le cinque, non mancava molto. Letizia versa il latte nella tazza, la mette in microonde, 40”. Poi la porta a Alessio.
– Mamma, è latte.
– Latte? Ah, scusa. Be’, lo vuoi bere?
– Sì, sì.
Cade seduta sul divano.
Non fanno per me queste serate, io sto bene a casa.

Continua domani.

Monica Spigariol

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Recensioni – Dodici Porte

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SCRITTURA: Adoro la scrittura di Daisy Franchetto, autrice di Dodici Porte. La prima parte del libro mi ha letteralmente stregata. A livello formale è quello che mi aspetto da un libro, è quello che amo leggere in un libro, in cui non conta solo la storia, ma soprattutto come questa è scritta.

RICCO: L’universo che crea l’autrice è ricco di personaggi originali, fantastici e iconici. Gli ambienti sono un tuffo in ciò che ancora non era stato immaginato. Secondo me sono l’essenza stessa del libro. Le Dodici Porte del titolo si scoprono poco a poco e ognuna ha un significato, creano un percorso di risanamento per Lunar, la protagonista.

LUNAR: Protagonista del libro e dell’intera trilogia, Lunar vive un trauma all’inizio della storia, che la porta a perdersi. Il percorso delle Dodici Porte non l’aiuterà solo a ritrovare un equilibrio personale, ma soprattutto aprirà nuovi orizzonti, la condurrà verso la conoscenza di un mondo incredibile e di nuovi amici.

 

Monica Spigariol

 

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D’altronde volevo proprio quel vestito

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Fu quello il momento in cui decisi di restare.

Con la busta stretta in una mano e i soldi nell’altra uscii dal piccolo ufficio dove avevo lavorato per tre mesi, adesso mi sarei ritrovata nuovamente a casa e senza risparmi. Ricacciai subito indietro le lacrime che volevano carezzare le mie guance con il loro liquido caldo e mi avviai a salutare le ex colleghe. Anna mi schioccò un frettoloso bacio sulla guancia mentre continuava a stendere lo smalto sulle unghie della cliente, non eravamo mai andate molto d’accordo. Giulia invece uscì dalla stanza nella quale stava facendo la ceretta a una signora sulla quarantina e mi abbracciò con affetto, mi sarebbe mancata.

Arrivai nel mio piccolo appartamento e mi buttai sul letto esausta dai pensieri che vorticavano nella mia mente, non avrei mangiato, il mio stomaco si era tappato all’improvviso. Passai le successive due settimane a mandare curriculum a centri estetici, negozi, ovunque. Ma nessuno cercava personale, “c’è la crisi” mi ripetevano. In un supermercato mi sentii perfino dire che ero troppo bella per lavorare da loro. Capii in quel momento che il mio posto era là e che non sarei potuta scappare. Mi sentii farfalla imprigionata in una ragnatela: agonizzante, rassegnata, in attesa del suo aguzzino.

Ma non fu lui a venirmi a prendere, fui io ad andarlo a cercare. Varcai la soglia del Luna blu a testa alta, mi diressi nell’ufficio di Carlo e mi sedetti sulla sfatta poltrona di pelle.
– Ciao.
– Ciao.
Non voleva rendermi le cose semplici.
– Vorrei tornare a lavoro.
– È duro il mondo là fuori, eh?
– Sì.
Cercai di mantenere un contegno anche se sapevo che stavo per mettermi a pregarlo di riprendermi.
– Va bene, per me puoi iniziare anche subito, se vuoi.
– Subito???
– Franca è malata. Se te la senti…
– Sì, credo di sì.
Entrai esitante nel grande camerino. Le ragazze erano tutte troppo impegnate nei preparativi per notare la mia presenza. Beatrice fu la prima ad accorgersi del mio ritorno e mi abbracciò, senza fare domande. Poi si girò verso le altre esclamando: – Guardate chi c’è?

Fui accerchiata da un gruppo di donne troppo truccate e troppo profumate e quando quegli odori mi entrarono nelle narici, mi sentii a casa. Il mio posto era occupato da una ballerina nuova ma trovai lo stesso uno specchio libero per mascherare il mio viso. Le ragazze mi trattarono come se non me ne fossi mai andata: Paola si avvicinò, con la scusa di prendere uno dei miei rossetti, e mi chiese se le cose andassero tutte per il verso giusto. Dovetti trattenere le lacrime, mi era mancata molto la sua amicizia, ma non l’avevo più cercata perché sapevo bene che al di fuori di quel nightclub non c’era niente che ci accomunava, la abbracciai qualche secondo prima di salire sul palco. Era già arrivato il mio turno. Mi sentii pervasa da una sensazione di sporco. Mi stampai un sorriso finto sulle labbra e iniziai a ballare di fronte a quegli occhi avidi di pelle, di me.

Mi strusciai contro il palo in una danza sensuale e la mia gonna corta salì leggermente, feci lo sbaglio di guardare in platea e incontrai alcuni dei loro sguardi, mi sentii mancare: quegli occhi seguivano ogni mio movimento contaminando il mio corpo con i loro pensieri. Chiusi gli occhi e portai la mente lontano. Stavo passeggiando per i negozi del centro, iniziai lo spogliarello muovendomi con sensuale lentezza, entravo da Louis Vuitton e guardandomi intorno in cerca della pochette nera con la catenella dorata che desideravo da mesi ma che con lo stipendio da estetista non mi potevo permettere, tolsi la gonna facendola scivolare sulla pelle liscia, e la compravo strisciando la carta. Poi ero da Dolce & Gabbana, sfilai la maglietta, che scivolò con fatica sul seno pieno, e compravo il vestito, quello nero lungo con alcune piccole roselline rosa stampate sopra, che avevo ammirato più e più volte, mi avvicinai a loro per le mance sfilando lentamente, e compravo un paio di décolleté, anch’esse rosa.

Tornai al presente e osservai quegli uomini più simili a bestie che a esseri umani.

Fino a poco tempo prima ridevo di quei poveracci che, seduti sulle proprie sedie, si accontentavano di vedermi con il seno nudo e il perizoma. Non c’era niente di male, mi ripetevo. Eppure qualcosa dentro di me era cambiato e vedevo quel mondo con occhi diversi. La sensazione di potere era svanita da molto tempo ed era rimasta solo la dura realtà: stavo vendendo il mio corpo. Adesso non provavo neanche più la soddisfazione del riscatto. Ero sempre stata in carne fin dalla mia nascita, ma nella mia famiglia erano tutti così, quindi non era stato un problema per me, quando una taglia non mi stava più passavo a quella superiore e via. Ma alla scuola elementare ero stata presa di mira da un gruppo di bambini che continuava a chiamarmi “palla di lardo”, avevo cambiato scuola e il mio peso si era, negli anni, allineato con quello dei miei coetanei, ma quel trauma mi era rimasto sempre dentro. Vedere quelle stesse facce che mi avevano deriso sbavarmi dietro, sulle prime, mi aveva gratificato.

Finalmente il mio spettacolo era finito. Mi rivestii in fretta e lasciai il locale con la promessa che sarei tornata l’indomani.

D’altronde volevo proprio quel vestito.

 

Elisa Dellambra

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