La sostanza delle cose

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Non ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle.
Mi stava guardando.
Mi stava guardando senza vedermi. Il suo sguardo mi colpiva e mi oltrepassava. Come se non esistessi. Agata non capiva. Non capiva che era lei a non esistere. A non esistere più.
Se l’era mangiata qualcosa, qualcosa di simile al tempo, ma più corrosivo. Qualcosa che la consumava dall’interno e che cresceva, si agitava e strisciava sotto la sua pelle. Nelle sue vene. Si mescolava con il sangue e poi arrivava fino al cervello. Là, in quel momento, avveniva il miracolo. Il miracolo infernale che l’aveva resa schiava.
Perché Agata cercava questo, quando si faceva di eroina: non pensare più. Non sentire più niente. Né i pensieri, né le emozioni. Neppure il caldo e il freddo. E di freddo, in quella stanza, ce ne era parecchio. Filtrava dai vetri rotti delle finestre, dagli infissi scardinati e dalle porte, quelle porte che un tempo c’erano, ma che allora non c’erano più. La stanza, come la casa, era una cornice senza foto, un letto senza coperte.
Dormivamo a terra, sopra teli di plastica, bottiglie vuote e confezioni di cibo scaduto. Ci eravamo divisi le camere senza litigi, senza obiezioni. C’era l’eroina, in quel momento. E quando c’era l’eroina, dentro e fuori le vene, tutto filava liscio.
Agata era capitata nella mia stanza. Insieme a Lucio, che se ne era andato dopo un anno. Era morto proprio nel suo angolo, con l’ago ancora piantato nella vena. Eravamo troppo fatti per accorgercene. E il giorno dopo, quando abbiamo visto ciò che i nostri occhi ciechi d’eroina ci avevano celato, eravamo intenti a grattarci e a correre su e giù per la strada e per il parco. In cerca della nostra dose.
Con noi dormiva anche Matilde: doveva essere stata bella, un tempo. Poi i suoi capelli avevano perso vigore, la sua bocca denti e i suoi occhi si erano spenti. Era calata la notte, nella mente di Matilde. Una notte che non si accendeva neanche quando riusciva a trovare l’eroina. Matilde se ne è andata. Era entrata in una comunità. In giro dicevano che stava meglio, che era pulita. Ma io sapevo, come sapevano Agata e gli altri inquilini dell’ex colonia Fiat, che la sensazione di putredine non l’avrebbe mai abbandonata. Che avrebbe grattato ancora le sue vene, senza ago, con le unghie, per togliere il marcio, il lercio che continuava a scorrere dentro di lei. Perché Matilde, come gli altri, sarebbe passata dal non nominarla a parlare di lei come sostanza. La sostanza, l’essenza di tutte le cose. Soprattutto di quelle perdute.
Quel pomeriggio pensavo di essere rimasto da solo. Avevo tirato fuori il cellulare dal portafoglio, pronto a effettuare la mia chiamata. La sicurezza non era mai troppa, per cui avrei finto di parlare con il pusher. Che non era un magrebino, un clandestino. Era un ragazzino di sedici anni che guadagnava così quanto gli bastava per sballarsi il sabato sera con gli amici. Si faceva chiamare Nuo, perché amava far trovare ai suoi clienti le ultime novità in fatto di droga.
«Nuo», dissi. Lo bisbigliai, nonostante pensassi che la stanza fosse deserta. Perché la sicurezza, quando si parla di tossici, non esisteva mai. Poteva esserci qualcuno collassato al buio, in un angolo. Perché tra l’esserci e il non esserci c’era il farsi. E quando ti facevi, vivevi e morivi insieme.
Dall’altra parte nessuno rispose: faceva parte della procedura.
«Sono vicino. Sono vicino a prenderlo. Manca poco…»
Mi accorsi di sorridere, di una risata isterica, innaturale. Come quella che si apriva, troppo vigorosa, quando dovevo fingere di non essere strafatto.
«Non mi piace quello che sento».
E io non capii. Non capii la sua preoccupazione. Perché sì, l’eroina stava trascinando nei suoi abissi anche me e io non sarei riuscito a non affogare.
«Non capisci niente».
Uscì fuori con troppo vigore, mentre la saliva inumidiva la cornetta. E il sudore, quello freddo, colava giù dalla fronte e bagnava la mia mano, la mia mano destra, che nello stesso momento cercava l’eroina nella sua tasca. La sparai senza pensarci, tenendo il telefono tra lo zigomo e il mento, prestando attenzione a non farlo cadere. Per non rovinare il momento.
Dall’altra parte, c’era ancora lui. Non aveva riattaccato. Sapevo cosa stavo pensando. Riuscivo a sentire le sue idee. Si accalcavano nella mia mente, uscendo dalle orecchie e dirigendosi tra i capelli imbiancati prima del tempo.
Gettai a terra la siringa e ripresi a parlare.
«Non capisci un cazzo! Sono vicino, ti ho detto! Ce la farò! Chiuderò questi tossici e quel dannato Nuo dove si merita!»
Stavo urlando. Nella stanza vuota la voce si propagò in fretta e si ripeté, come un mantra, fino al soffitto.
Dall’altra parte riattaccarono.
E fu allora in cui la sentii. Sentii i suoi occhi. Che mi fissavano, senza vedermi. I suoi occhi ciechi di eroina.
«Giò, sei tu?», mi chiese con voce tremante. I suoi piedi inciamparono contro qualcosa e calciarono una delle bottiglie vuote nella stanza.
Cosa avrei dovuto dirle?
Appena mi fu abbastanza vicina, mi voltai e l’abbracciai.
«Tesoro, ti ho portato un regalino…»
E si lasciò abbracciare, restando immobile, come fosse già morta.
Ebbi paura. Per un attimo ebbi paura. Paura che mi portasse via. Che mi portasse via, con lei, in un mondo fatto solo di eroina e morte. Un mondo che per lei era tutto e che per me era niente.
Così mi liberai da quella morsa. Tirai fuori dalla tasca una pallina di stagnola. E mentre guardavo Agata negli occhi, mi accorsi che per un attimo, là dietro, si era accesa una luce. Una luce che si era subito spenta. Perché Agata era già morta. Anche senza la dose fatale.
L’afferrò, con le dita tremanti. E sembrò ringraziarmi, per un istante. E odiarmi, subito dopo. Quasi avesse capito che le restava poco da vivere.
Si accasciò nel suo angolo. Dopo poco la sentii rantolare. Sembrava un topo incapace di uscire dalla sua tana.
Ma io sapevo che finalmente Agata era libera.
«Nuo», dissi oltre la cornetta.
Stavolta al vero spacciatore.
«Quando ti arriverà ancora quella gialla?»
Li avrei liberati tutti, uno dopo l’altro. Anche se dovevo farli morire.

Lisbeth Pfaff

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Lo Scorpione

23433257_10214711091921175_1030702188_oNon ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle. Mi stava guardando.

Il solo pensiero di quello che sarebbe capitato nelle ore successive mi disegnò un sorriso di piacere sul volto. Ero certo che anche sul suo l’espressione non fosse troppo dissimile. Compiaciuta e maliziosa.
Da un paio di minuti avevamo varcato la soglia della camera d’albergo.
La concierge non aveva fatto troppe domande. Ambiente discreto, rustico, in piena campagna. Adatto a quelle coppie che cercano qualche ora di intimo piacere senza il rischio di essere visti o disturbati da qualche scocciatore.
La struttura, di mia conoscenza, era adatta allo scopo, anche se temevo potesse non ritenerla all’altezza. Pensai a posteriori che una donna come lei meritasse ben altro. Tappeto rosso, lampadari di cristallo, champagne e cose così…
Mi prese di sorpresa sussurrandomi all’orecchio quanto tutto fosse così semplice, accogliente, perfetto.
L’orecchio sinistro era una delle parti più sensibili del mio corpo. Dal modo in cui si avvicinò per la confidenza, sembrava saperlo, come se mi conoscesse da sempre.
Bastò a provocarmi una violenta erezione.
Avevamo chiacchierato per tutta la sera, dall’incontro nella grande piazza del municipio, in macchina, al ristorante, fino alla fine del lungo corridoio antistante la camera.
Diretti verso il nostro nido, un inserviente che passava l’aspirapolvere mi fece l’occhiolino sotto il berretto della divisa, mettendomi in imbarazzo.
Lei rise di gusto.
Ora che la porta era chiusa alle nostre spalle, un mantello di silenzio aveva coperto ogni parola.
Alle voci si erano sostituiti gli sguardi.
L’erotismo era palpabile come la dura pietra.
L’odore delle dozzinali candele aromatizzate dell’albergo mi dava un vago senso di nausea, allo stesso tempo faceva buon gioco equilibrando la mia imperiosa libido.
Le sarei saltato addosso come una bestia selvaggia. L’avrei sbranata.
La sua bellezza mi scioccava, mi induceva a una titubanza quasi adolescenziale, una sorta di riguardo. Forse non richiesto.
Mi trovavo di fronte a uno specchio incastonato in un vecchio armadio. La vedevo spogliarsi, lasciando scivolare come una seconda pelle il suo lungo vestito di seta che lasciava davvero poco spazio all’immaginazione.
Si avvicinò. Passi felini e decisi.
Mi voltai incrociando il suo sguardo rilassato, giocoso, sessuale.
In un solo eterno istante, mi spogliò con gli occhi mettendo a nudo la mia anima.
Ero pedina di un gioco nel quale lei era avversaria e complice al tempo stesso.
Non serviva conoscere le regole.
Aveva già vinto. Io godevo nella mia sconfitta.
Poteva fare di me quello che voleva e così fece.
La sua bocca sembrò fondersi alla mia in un lungo bacio umido dal sapore di dolce veleno. I nostri corpi si cercarono ansimanti e urlanti su quel vecchio materasso, in breve intriso della nostra essenza. Quando fui dentro di lei, mi sentii quasi timido, temevo di provocarle dolore, come se perdessi per la seconda volta la verginità. Ma fu solo un momento. La penetravo e i suoi sospiri invadevano la stanza, creando una realtà che lasciava il mondo al di fuori delle nostre esistenze.
Non riuscii a quantificare il tempo passato ma mi ritrovai esausto, svuotato da ogni goccia di energia. Osservavo il suo corpo nudo sfilare trascinando un asciugamano, diretta verso la vasca da bagno.
Un’uscita degna di una diva.

Peccato.
Davvero un peccato ucciderla. Di una donna così mi sarei anche potuto…
Ma il marito mi aveva pagato in anticipo. Tutto sull’unghia. Poveraccio, la sua gelosia era diventata un cancro che lo stava divorando dalle viscere. I dubbi sulle uscite notturne della moglie dopo cinque anni di matrimonio, giustificate spesso con turni di straordinario presso l’ospedale dove lavorava come infermiera, non lo avevano mai convinto fino in fondo. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso risaliva a un paio di settimane prima: era rincasata alle cinque, dopo l’ennesima estenuante notte in corsia, almeno così gli aveva confidato nel letto prima di andarsi a fare una doccia. Lui aveva fatto finta di non sentirla, recitando la parte del bello addormentato.
Mentre lei si ripuliva dalla stanchezza sotto lo scrosciare dell’acqua, qualcosa lo aveva spinto in punta di piedi a curiosare fra gli abiti nella cesta della biancheria sporca. La nebbia del vapore aveva favorito il non essere scoperto.
Quel qualcosa coincise in una mancanza di attenzione così grossolana che non sapeva se ridere o piangere, mentre dentro di sé la rabbia montava come lava in un vulcano.
Non era il suo camice. Era quello di un collega. Puzzava di dopobarba e non poteva essere una semplice svista, poi sul colletto l’impronta rossa delle labbra, le sue.
Possibile? Errori tanto stupidi per segreti tanto torbidi?
Per questo mi aveva contattato. È il mio lavoro. È il senso della mia esistenza. Stanare e se serve, punire sotto contratto. Sono specializzato nei tradimenti. Non transigo e non perdono. Mi chiamano…

‒ …Sei scorpione!
‒ Cos’hai detto?
‒ Il tatuaggio, non sapevo che fosse il tuo segno…
Già, ne avevo accennato a cena, ma non avevamo approfondito l’argomento. Ora lo accarezzavo, lì dietro il collo, seminascosto dall’attaccatura dei capelli. Il simbolo totemico della mia esistenza. Che occhio, pensai e un sospetto mi gelò la schiena. E se…? No, è impossibile ma meglio non correre rischi…
Sentii il rumore dell’acqua riempire la vasca.
Non avevo molto tempo per agire.
E tu non mi hai ancora detto di essere sposata, sgualdrina.
‒ Hai detto qualcosa?
‒ No, tranquilla, volevo solo aprire la finestra, fa un caldo…
‒ Che strano… In questa grande vasca ho così freddo e mi sento così sola… Perché non vieni a scaldarmi?
‒ Come rifiutare una simile richiesta di soccorso? Vengo subito!
La pistola caricata a proiettili al curaro era smontata sotto il letto, come previsto. La mia firma di morte.
Pochi movimenti sicuri, che ormai avrei potuto compiere a occhi chiusi e l’arma aveva il colpo pronto per essere sparato dalla canna silenziata.
Aprii la porta del bagno.
Qualcosa non tornava.
La vasca straripava ma di lei non c’era traccia.
Non feci in tempo a capire molto altro.
Venni colto di sorpresa nel sentire mani come artigli che mi spingevano a forza la testa contro il muro prima e nell’acqua bollente poi. Il dolore mi stava facendo perdere i sensi, nonostante riuscissi a mantenere l’ossigeno in apnea. Per il momento.
Lei mi tirò indietro per i capelli, ne approfittai per riprendere fiato. Nessun riguardo, voleva che vedessi in faccia colei che avrebbe schiacciato lo Scorpione. Ero stato uno stupido pivello.
Nonostante il fisico esile aveva nervi e muscoli d’acciaio. Non riuscivo a muovermi.
Rise sadica.
‒ Finalmente ti conosco di persona Scorpione! Piacere, io mi chiamo Acquario!
‒ Acquario?! Ma che caz…
‒ Shhhhht! Non si parla così a una signora! Ora mi prenderò la taglia sulla tua testa… E diventerò la prediletta del Gran Capo!
Rimasi di sasso. Non capivo una parola di ciò che diceva… Cristo, non capivo nemmeno se quella che vivevo era la realtà o un incubo a occhi aperti.
‒ I nostri dieci fratelli, come me, sono rimasti parecchio male che tu sia scappato per metterti in proprio. La famiglia innanzitutto. Mi hanno mandata per il giusto castigo… Peccato, scopavi davvero bene!
Mi baciò. Un lungo, lunghissimo bacio d’addio.
La sua presa su di me si allentò. Mi liberai e la vidi portarsi le mani al collo, dimenandosi in rantoli incontrollati.
‒ Cosa… Mi hai… Vaffanc…
Stramazzò soffocando sul pavimento. Un rigolo bianco lattiginoso schiumava dalla sua bocca. Le pupille rivolte all’indietro. Non un bello spettacolo rispetto alla dea con cui avevo condiviso le lenzuola. Tenevo quella capsula di cianuro nascosta in uno dei molari per situazioni limite, come questa.
Se non fosse stato per quel bacio… Beh, tanti saluti Acquario, anche tu non eri male a letto… Ora avevo questioni più delicate a cui pensare.
Acquario, fratelli, Gran Capo… Una taglia!
Qualcosa perforò il vetro della finestra della camera riducendolo in migliaia di briciole luccicanti. Mi accorsi della freccia solo una volta conficcata nel petto di Acquario.
L’albergo era circondato soprattutto da coltivazioni e cascine in disuso, ma lontane almeno duecentocinquanta metri.
Un colpo del genere poteva essere scoccato solo da un professionista.
E non un colpo mortale, ma un avvertimento.
La freccia era avvolta nel berretto dell’inserviente.
Nella fodera c’è un messaggio!
Ti è andata bene oggi Scorpione, ma la prossima? Ti guarderò supplicarmi di morire. Sagittario.
E così mi controllavano, ma non avevano la minima idea di cosa avevano svegliato.
Sfida accettata, pensai.
Io respiro vendetta.

Andrea Moretti

 

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Ricordi in cornice

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Non ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle. Mi stava guardando.

Ma non mi guardava come quando passeggi per strada e ti soffermi per un attimo sul volto della gente. E non era nemmeno l’occhiata distratta che i pendolari annoiati ti lanciano in metropolitana. Niente affatto. Lui mi fissava. Sapevo che i suoi occhi scuri non smettevano di scrutare la mia nuca. Osservava attentamente il mio collo, con un’espressione piuttosto contrariata. Cercava qualcosa che non riusciva a trovare. Una catenina dorata che avevo deciso di gettare in un tombino, un giorno mentre tornavo dall’ufficio. Pensavo che sarebbe stato più difficile, che mi sarei fermata all’ultimo istante, colta dai rimorsi e in preda al panico. Invece no, tutto il contrario. Mi ero tolta il gioiello con estrema delicatezza e l’avevo fatto ricadere sul palmo della mano. Credo di averlo guardato per un paio di secondi prima di lasciarlo cadere nell’oscurità. Non c’era stato rumore quando il metallo si era schiantato contro l’acqua sporca e fangosa, ma forse era meglio così. Il silenzio rende la vita più semplice e aiuta a riflettere meglio. Non sempre i regali sono sorprese piacevoli.
Ad ogni modo, lui aveva già intuito cosa fosse successo. Ora aveva l’aria arrabbiata, piccole rughe grinzose gli solcavano la fronte mentre le spalle si erano fatte più rigide e spigolose. I capelli biondo cenere incorniciavano un viso serio e infuriato, che esigeva delle spiegazioni convincenti e non ammetteva repliche. Mi chiesi se fosse sempre stato così; con il passare del tempo, certe cose si dimenticano o si mescolano ad altri ricordi. Quando si erano conosciuti per la prima volta, pioveva. Lui le si era avvicinato per ripararla dall’acquazzone improvviso. Una piccola scusa per farsi più vicino e chiederle se stesse aspettando qualcuno. Lei le aveva risposto di no, non c’era nessun altro da aspettare. In seguito lui le avrebbe rifatto la stessa domanda più e più volte, fino allo sfinimento, fino a trasformarsi in un’ossessione che non le lasciava scampo e la soffocava, lentamente.
Mi girai di scatto, pronta a reagire. Accanto all’uomo furente c’era una donna, i capelli ramati e la carnagione chiara. Un’aria titubante e la bocca aperta in un sorriso forzato. Dopotutto, non pensava di essere così fotogenica. Sullo sfondo si intravedevano dei larghi tavoli bianchi e rotondi che ospitavano diverse persone sedute e vestite eleganti. In primo piano spiccava il suo vestito, un grande abito orlato di pizzi, sobrio e leggero. Lui la teneva abbracciata per il fianco sinistro, la mano intrecciata nella sua, l’anello in bella vista. Portava una giacca nera e morbida sotto la quale spuntava una camicia di lino color beige. Attraverso il vetro continuava a percepire il suo sguardo. Era carico di odio e rancore, pieno di cose taciute per necessità e di altre nascoste per timore. Sulla cornice argentata, spessa qualche centimetro, erano stati incisi dei gigli, i suoi fiori preferiti. Aveva deciso di mettere la fotografia sulla mensola tre anni fa e da lì nessuno l’aveva più spostata. Non si era ancora decisa a buttarla, ma presto lo avrebbe fatto. Le mancava ancora quel pizzico di coraggio che permette alle persone di essere se stesse e impedisce loro di trasformarsi per piacere agli altri. L’uomo immortalato in quello scatto se ne era andato da tempo, inghiottito dall’aridità che lacera i rapporti e consuma l’amore. Nonostante tutto, continuava a pensare che lei fosse ancora sua, scaricandole addosso responsabilità che lui non aveva mai avuto intenzione di assumersi. Il suo sguardo sembrava rinfacciarle quell’incontro fortuito sotto la pioggia, naufragato in un abisso di gelosia e dolore. La fine della sua libertà, l’inizio del suo matrimonio.

Desiree Cantù

 

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Condiscendenza

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– Non ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle. Mi stava guardando.

Eravamo di nuovo io e lei, senza possibilità di fuga. La sentivo salire, ne sentivo il peso sulla spalla destra. Non provavo quel calore da mesi, oramai. La sensazione quasi non la ricordavo più, e da qualche settimana stavo tornando a riprendere fiducia verso me stesso. Ero di nuovo in me, senza pressioni. E invece era di nuovo lì.
La scimmia.
Quasi ne sentivo il fiato sul collo, e al solito era tornata quella dimenticata morsa allo stomaco.
La magia oscura della sua telepatia mi martellava il cervello.
« Hai più controllato quel cofanetto su Amazon? È già una settimana che hai preso lo stipendio. »
« Smettila, scimmia. »
« I prezzi sono ballerini, è da un po’che è nella tua lista desideri! »
« Non è il caso, non ho soldi contanti da mettere sulla carta…»
La scimmia sa tutto, sempre. È onnisciente.
« Ma lo stipendio te lo caricano direttamente sulla Postepay, e poi ti meriteresti un bel regalo! Da quant’è che rimani in ufficio almeno un’ora in più? Sembri forse troppo stoico sul lavoro. Preferisci un bel libro per staccare gli occhi dal computer? C’era quel volumone, quel Meridiano… Non ne compri da cinque anni, forse più. »
Mi conosceva meglio di quanto mi conoscessi io. Comprai la prima chitarra per merito suo, come la seconda, la terza, fino alla decima, mentre le altre sei vennero prese più per vizio personale.
« Scimmia, questa volta non ci casco. Non ho neanche più spazio in libreria. Ho già riempito un’anta dell’armadio con quegli omnibus della Marvel. Non ho ancora letto gli ultimi due. »
« E con questo? Dopo le prossime due settimane cosa leggerai? La pila di libri da leggere è rimasta con soli tre volumi. Dicembre è sempre più vicino, così rischieremo di non arrivare al livello “platino” su Ibs! »
« Poco male, ormai è troppo lento nelle consegne, rispetto a Prime, che tra l’altro dovrei rinnovare…»
La scimmia sapeva come incastrarmi. Una volta riuscì a non farsi vedere. Si mise in lontananza a dirmi che uscivo troppo poco, che sarebbe stato meglio fare un giro in centro, casomai nella galleria commerciale. Io ho sempre avuto una pessima memoria, ma lei aveva immagazzinato l’informazione per me in tempo per farmi passare davanti al negozio di dischi nell’esatto giorno di uscita dell’ultimo live dei Cramm. Ventisette euro, ma c’era sempre la scusante che “bisogna finanziare questi bei progetti indipendenti, altrimenti come potrebbero continuare a fare questi capolavori? Contano proprio su di te”.
« Aspetta, ma quando c’era il Black Friday? Dovrebbe cadere in questo periodo. Potresti prepararti già per il Cyber Monday, del resto ci vorrebbe proprio una bella smart TV. Netflix diventerebbe molto più comodo, direttamente dal letto. »
« Merda, è oggi il Black Friday. »
« Mi sembra la strada giusta! »
Sapevo benissimo in cosa mi stavo cacciando. Avevo provato ad ignorare anche le notifiche sul cellulare dove mi avvertivano di un buono sconto ricevuto per spese superiori ai cento euro. Ma la scimmia è la scimmia. È anche grazie a lei che sono diventato una delle facce più ricorrenti nella vita del corriere che pratica la mia zona postale. Oramai, però, posso dire di esserne uscito da un mese. È stata tuttavia una scelta obbligata. Ho finito lo stipendio.
– Ringraziamo tutti Claudio per aver condiviso la sua esperienza con noi. Facciamo tutti un applauso?
Tutti mi battono le mani. Potrò fare sicuramente amicizia, avremo sicuramente tante cose in comune. Anche la scimmia mi guarda, sorride e mi applaude.

Aniello Di Maio

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Incapace di crescere

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Non ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle. Mi stava guardando.

– Che ci fai qui?–
– Volevo parlarti, sapere come stai, non rispondi al telefono.
– Ho di meglio da fare, come avrai capito non trovandomi a casa.
– Allora stai meglio?
– Certo! Te ne puoi andare e preferirei se lasciassi qui le chiavi, non voglio entrare e trovarti ancora qui, al buio a fissare un muro.
– Avevo bisogno di silenzio e buio per pensare.
– A cosa dovresti pensare?
– A noi
– Ora – rise Alessia – dovevi pensarci un po’ prima, forse.
– Scusami!
– È troppo tardi.
– Cazzo, lasciami almeno la possibilità di spiegarti.
– Hai avuto fin troppe possibilità. Ora vattene.
Alessia accese la luce della stanza, i miei occhi si chiusero incapaci di stare aperti con quella luce. Si chiuse in bagno, sentii l’acqua della doccia che sgorgava. Sapevo che stava piangendo. Mi alzai, avvicinandomi alla porta, stavo per bussare. Volevo parlarle, ma sapevo che avrei solo peggiorato le cose. Lasciai le chiavi sopra il tavolo della cucina, presi un post it e scrissi semplicemente scusa.
Salii in auto senza aver la capacità di metterla in moto.
– Sono un coglione! – urlai sbattendo il pugno sul volante. Appoggiai la testa sul sedile e chiusi gli occhi, non so cosa sperassi di ottenere rimanendo lì e non so quanto tempo ci passai. Ad un certo punto aprii gli occhi, vidi che a casa tutte le luci erano spente e decisi di andarmene.
In quel vagare notturno, insensato, pieno di pensieri, mi ritrovai al bar di Marco, era aperto.
– Che faccia!– esordì lui – facciamo qualcosa di pesante?
– Vai di mojito, grazie!
Arrivò qualche minuto dopo con due cocktail, si sedette e me ne porse uno: – Ancora male,vero?
– Sono stato un coglione. Ho perso tutto, tutto per una cazzata.
– Alessia non ti parla ancora?
– Ha rivoluto le chiavi di casa!
– Uh!
– Già! Non può essere finita così, dopo 8 anni, no!– sbattei il pugno sul tavolo. I pochi clienti di quella notte si girarono. – Scusa, Marco!
– Tranquillo! Ora cosa pensi di fare?
– Non lo so, non ne ho la minima idea. Ha proprio ragione Ale, non penso alle cose, le faccio e poi è un casino. Non mi perdonerà mai…
– Forse dovresti capire perché lo hai fatto.
– Perchè è figa!
– Ascolta, non tradisci la tua compagna ogni volta che vedi una ragazzina figa, altrimenti non sarebbe successo dopo otto anni, no?
– Boh!
– Forse dovresti capirlo.
Marco si alzò all’arrivo di nuovi clienti e io appoggiai la testa sul tavolo. Ripensai a quell’ultimo mese, a Marta che sorrideva nei suoi 17 anni, ai suoi messaggi leggeri, ripensai ad Alessia che piangeva dopo aver letto quelle chat, che mi lanciò il vocabolario di italiano addosso e lo schivai di qualche centimetro. Ripensai a noi: quanto tempo era che non ci divertivamo? Che non partivamo alle dieci di sera per passare la notte in spiaggia. Dove eravamo finiti? Cazzo Alessia, dove eravamo finiti noi?
– Ohi, andiamo a fare un giroda qualche parte?
Alzai la testa, Marco era di fronte a me, il locale vuoto e pulito, mi ero addormentato in quel sovrastarmi di pensieri.
– No, vado a dormire!– in realtà sapevo benissimo che arrivato a casa non avrei più chiuso occhio. E così fu. Presi un libro ma ero incapace di leggere, volevo sapere come stava la mia piccola, sapere se dormiva se piangeva ancora per causa mia. Odiavo l’idea che piangesse per me, che stesse male per me. Aveva ragione quando diceva che avrei dovuto pensarci prima ma non ci ero riuscito.
Era stato tutto cosìfacile e così veloce.
Sentii il telefono che vibrava, Alessia era sveglia: Sei un coglione, su questo non c’è dubbio, tu e il tuo ego. Cazzo, hai quarant’anni e vuoi averne venti, svegliati e cresci. Quando sarai cresciuto fammelo sapere, così almeno saprò che non sto piangendo per niente.
La chiamai, non rispose, avevo bisogno di sentirla, riprovai ma non c’era verso. Sapevo che era lì e stava guardando iltelefono squillare. Le scrissi:
Sì, sono un coglione. Non so cosa mi è preso. Era tutto facile con lei. Ma io ti amo e non voglio perderti. Alessia dove siamo finiti noi? Quelli che facevano le quattro, che partivano a caso. Piccola, dove ci siamo persi?
Pochi secondi e un altro bi bip segnò la stanza buia: stiamo diventando adulti e la tua si chiama solo paura, sei in crisi di mezz’età ancora prima di arrivarci. Fa paura vero invecchiare? Sei costantemente attento che il tuo fisico non dia il minimo segno di cedimento, il giorno che succederà ne morirai, ma la vita va avanti. Sai cosa fa paura a me? Pensare di aver sprecato otto anni con Peter Pan. Buonanotte.
Pensai che stronza ma non glielo scrissi, mi aveva dato del Peter Pan che pensava solo al suo corpo, era riuscita ad offendermi senza neanche insultarmi, non era vero quello che aveva scritto, non ero così fissato. Chiusi gli occhi incazzato, aveva torto e glielo avrei dimostrato, di lei non avevo bisogno, eppure quella notte la sognai e mi svegliai con le lacrime agli occhi.

Erika Franceschini


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Binario Sette

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La donna guardò di nuovo lo schermo. Il pannello luminoso segnalava l’orario di partenza dei treni e l’elenco delle destinazioni disponibili. Tutte quelle cifre e quelle lettere le facevano venire il mal di testa. Prese una moneta dalla tasca del giubbotto e la lanciò in aria. Forse così sarebbe stato più semplice scegliere da che parte andare.

L’uomo leggeva un quotidiano seduto sulla panchina. Girava le pagine di fretta, nervoso, lasciando intendere che non si trattasse di una lettura attenta.
Le mani erano preoccupate di svolgere il compito mentre la sua mente era in vacanza chissà dove.
Davanti a sé il binario sette diventava ai suoi occhi un fiume di legno, ferro e pietra.
Voleva illudersi di aver recuperato l’ispirazione perduta, di non essere in quel posto solo per perdere altro tempo. Tentò solo per un attimo di figurarsi nella mente le possibili storie che sarebbero arrivate da quella linea insieme e altrettante storie che da quello stesso punto sarebbero ripartite. L’immagine di quella galassia di viandanti non riuscì ad attecchire nella testa dell’uomo. Se la lasciò sfuggire quasi la sentisse bruciare fra le mani, convinto che lo avrebbe portato solo a una grossa emicrania.
Intanto i viaggiatori andavano e venivano, trascinando il proprio bagaglio in maniera più o meno goffa. Qualcuno si muoveva, qualcuno aspettava, qualcuno faceva entrambe le cose.
Avanti e indietro sui propri passi, imprecando per qualche ritardo.
Tra gli sconosciuti si imbastivano conversazioni sempre più bizzarre e fantasiose per ingannare un’attesa che pareva non finire mai.
L’uomo non era lì per aspettare un treno.
Ormai sconsolato sperava nell’arrivo di un’idea. Semplice. Come era sempre stata per lui la scrittura. Semplice e allo stesso tempo essenziale, come il respiro.
Al telefono, l’anziana madre con la quale si sentiva ogni giorno, gli aveva consigliato di passeggiare e lui l’aveva presa in parola.
Non si era curato del dove. I passi lo avevano portato a quella panchina. In quella stazione.
Curioso, non ci era più tornato da quando era giunto in quella città, un paio di anni prima. Due valige erano il suo bagaglio.
Una era di pelle marrone screpolata e carica dei suoi effetti personali.
L’altra era ancor più vissuta, non aveva mai smesso di riempirla, ma nessuno la poteva vedere.
La teneva sempre con sé, nascosta nella dimensione dello spirito, strabordante di parole e in apparenza senza fondo. Ora sentiva di averlo trovato quel fondo. Di averlo raschiato. Tornando a sentire lo strazio della realtà sulla propria carne. Incapace di urlare altro se non il proprio silenzio.
Lasciò perdere il quotidiano. Non aveva trovato nulla di suo interesse o che lo stimolasse.
Da una tasca interna della giacca tirò fuori un taccuino ancora intonso. Sfilò l’elastico che lo chiudeva. Poi lo infilò ancora. Ripeté questo strano tic con le mani per una decina di volte, maledicendosi per quell’idea che ancora non arrivava.
Poi la vide, dall’altra parte del binario. Non l’idea. Lei.

La donna capì che quel gioco basato sulla sorte serviva solo a prendere in giro sé stessa.
Due erano le facce della moneta, due le opzioni.
Andare avanti o tornare indietro. Quel lancio non poteva darle altre risposte.
Non poteva dirle dove andare, ma solo se andare.
Ma non era certa di seguire il consiglio.
Era spaesata, trasportata per inerzia dalla perpetua corrente degli eventi.
Non riusciva a concentrarsi, scuoteva la testa come se una mosca le desse noia ronzandole intorno.
In apnea nel trambusto della stazione, le soste dei vagoni non le sembravano più lunghe di un battito di ciglia. Come se il tempo accelerasse, impercettibile ma costante davanti ai suoi occhi.
Il mondo correva intorno a lei, immobile con i piedi nel piombo di una scelta che non si decideva di affrontare. Una volta per tutte.
Rimise la moneta nella tasca. Non guardò nemmeno se era uscita testa, partire o croce, restare. Non le importava. Non avrebbe comunque fatto nulla. O chissà, magari avrebbe barato, invertendo il significato dell’esito. Un inganno del suo inconscio.
Si voleva convincere che rimanere fosse una sua scelta, ma in cuor suo sapeva che era tutto frutto di una decisione non presa.
Ma allora perché era lì?
Si strinse mimando ciò di cui sentiva più bisogno in quel preciso istante. Un lungo abbraccio.
Un modo come un altro per sforzarsi di vedere la realtà.
Condivideva le sue giornate con un uomo che non amava.
Matrimonio combinato all’orizzonte, l’accordo tra due famiglie, un triste classico.
Il fidanzamento sancito prima del college.
Alla fine degli studi, i fiori d’arancio e lo sfarzo della cerimonia.
Lei era nata nel lusso e nella sua immaturità giovanile, aveva fatto buon viso alla collaudata tradizione familiare, convinta che la sua felicità coincidesse con lo svolgersi di una trama scritta da altre mani.
Fino a quando non aveva conosciuto lui e aveva capito.
Tutto il suo palazzo di certezze sarebbe crollato sopra di lei.
Il suo palazzo di certezze le sarebbe crollato addosso.
Ma sarebbe stata felice. Davvero.
Ricordava ancora quando si erano visti in biblioteca la prima volta, affamati di storie e personaggi. Lei aveva taciuto sul suo legame affettivo confezionato ad hoc, quasi si fosse acceso un interruttore che aveva lasciato fino ad allora la sua esistenza al buio. Sotto quella nuova luce si era accorta che non aveva legami di appartenenza con nessuno, solo fastidiose catene dorate dalle quali si voleva liberare, ma non sapeva come.
A entrambi piacevano i grandi classici, Steinbeck in testa.
La donna, all’epoca ragazza, possedeva una vena ribelle e sognante che fino ad allora era riuscita a tenere a freno, in nome degli accordi presi. Ma lui era riuscito a stimolarla. A renderle vicina e autentica quell’America che lei avrebbe voluto vivere in lungo e in largo. Aveva imparato che ciò che cercava era fuori dagli agi famigliari, oltre la linea che tutto nasconde. E solo con lui, la donna avrebbe intrapreso quel viaggio per vedere cosa nascondeva ai suoi occhi.
Sapeva di amarlo.
Sapeva che sarebbero iniziati i problemi.
Scrollò il passato dalle spalle e li vide.
Quei due piccoli occhi nocciola.
All’inizio erano solo due puntini colorati in fondo a quello stesso abisso dal quale cercava di non cadere.
Poi assunsero contorno. Il contorno divenne forma. La forma si colorò di vivo.
L’uomo era seduto su quella panchina. Dalla riva opposta del binario sette. La osservava.
In tutta la sua vita la donna non era mai stata osservata così. O forse sì?

L’uomo a bocca aperta vide la donna.
E rivide sé stesso.
Rivide quel vestito a fiori blu, lo aveva colpito fin dalla prima volta. Quando lei aveva varcato la soglia dell’enorme portone della biblioteca del college. Una sagoma di luce, indifesa dalle ombre.
Rivide la loro passione, prima per le parole, poi per il loro amore. Una passione tanto limpida quanto proibita. Lui non era di buona famiglia, raggranellava soldi per la retta della scuola lavorando come spazzino del campus. Non bastavano mai. A lei non importava. Voleva prestargliene. Lui rifiutava. Andava bene così.
Rivide i loro corpi scivolare e penetrarsi nel piacere di baci candidi e profumati di un domani che senza mai confessarselo apertamente sapevano non sarebbe mai arrivato per loro, un sapore di dolce e velenosa unicità.
Rivide lo sguardo di lei nemmeno troppo stupito nell’appurare che lui sapeva. Il destino di lei apparteneva a un altro. Lui avrebbe cambiato città, con i suoi pochi risparmi tentato di sbarcare il lunario prima e di vivere delle sue parole poi.
Rivide il momento in cui glielo chiese. Vieni con me.
Vide che la matita aveva riempito il taccuino.
Dall’altra parte del binario sette la folla, anonima e anarchica, riempiva le carrozze.
E un altro treno ripartiva per il suo viaggio.

Andrea Moretti

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La notte in bianco

 

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È notte. L’ultima che passeremo insieme. Da domani tutto sarà diverso.

Da domani il sole splenderà in modo diverso. È strano perché in fondo sarà sempre lo stesso sole, solo un po’ meno brillante. Da domani la gente comincerà a farsi sentire, a scrivermi molto più spesso di prima. A chiedere, suggerire, giudicare e ricordare. La gente di solito si comporta così in queste circostanze. Pensa di essere d’aiuto, ma non capisce. Non capisce che il sole domani splenderà in modo diverso.
Eppure non posso lamentarmi, sarebbe inutile. È da egoisti chiedere al tempo un’altra notte, dopo tutte quelle che abbiamo vissuto insieme. Ne passeremo ancora una, una notte lunga una vita. È vero non mi hai dato il permesso di invitarti al cinema, o meglio di fare in modo che fossi tu a invitarmi, ma poco importa, per una volta risparmieremo su bibite e popcorn. Il ticchettio dell’orologio scandisce il ritmo dei miei pensieri. Vorrei concedere loro di fuoriuscire dalla bocca e risuonare indisturbati per la stanza. Ma che senso ha parlare, se non c’è nessuno in ascolto?
Non fraintendermi, so bene che se potessi, mi faresti da pubblico. L’hai sempre fatto, anche quando dicevo un mucchio di fesserie. Quando ribadivo che non tutti i sogni sono fatti per essere condivisi. Quando alle tue obiezioni oneste rispondevo con frasi secche e distaccate. Credevo non fossi adatto a viaggiare, pensavo che mentissi solo per farmi piacere. Che errore colossale. Guardati ora, invece, sei tu quello pronto a viaggiare. Le valigie già preparate e un accenno di sorriso sul volto. Questa volta sono io a restare indietro e dover aspettare.
Non smetti di tenermi la mano, come se non ci fosse bisogno di salutarsi. Alcune persone con lo sguardo serio e i vestiti immacolati ci tengono sotto controllo. Entrano ed escono dalla stanza ogni mezz’ora. Forse hanno paura che ti porti via con me. Sono cose che capitano, non si può fargliene una colpa. Il mondo è pieno di regole e loro non fanno altro che rispettarle. Credo che sia tu l’unico a non averle rispettate del tutto. Avevano dato una scadenza, una data che coincideva esattamente con la fine dello scorso febbraio. Come sempre, non sei venuto meno ai tuoi principi, e delle regole te ne sei bellamente infischiato. Siamo a novembre ed eccoti qui, con la bocca che si apre in un mezzo sorriso.
Sono giorni che non dormo. Il sonno ha la meglio soltanto quando abbasso la guardia e finisco le scorte di caffè. Per il resto passo le mie giornate qui. Non che il posto sia dei migliori, lo sai meglio di me. Ma non c’erano altre opzioni, il tempo aveva smesso di essere dalla nostra parte. Le persone che vengono a trovarti cercano di fare conversazione senza capire. Non capiscono che i discorsi banali e le parole sterili interrompono la nostra di conversazione. Proprio ora di tempo ce n’è poco. Ora capisco perché quando cercavano di trovare una soluzione, non li sopportavi. Quando esaminavano, scandagliavano e scomponevano il tuo corpo in cerca dell’origine di tutto, volevi solamente affrettare la partenza.
Poi me l’hanno detto. Mi hanno detto che anche se avevano trovato l’origine di tutto, il tempo avrebbe vinto. Poco alla volta, questa lenta e dolorosa malattia ti avrebbe divorato, rubandoti i sogni di entrambi. Lei non poteva vivere senza di te e senza di lei tu non eri più lo stesso. Un’unione viscerale che nessuno avrebbe mai potuto distruggere. Ma io non sono d’accordo, ed è per questo che sono qui.
È l’ultima notte che passeremo insieme. Domani il sole splenderà in modo diverso. Ma questa notte, lunga come la nostra vita, non ha nulla da invidiare alla vita stessa.

Desiree Cantù

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