La favola finisce a mezzanotte

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Allontanò da sé il lenzuolo di seta e scese dal letto, nuda. Lui riposava perso in qualche sogno.

Caroline si voltò un poco e allungò la mano per prendere il copri-letto. Il suo sguardo si soffermò incantato sul viso di Steven. Gli anni che erano stati lontani non avevano affievolito i sentimenti che provava: amava ancora guardarlo dormire.
Fece un respiro profondo come un sospiro e abbandonò l’idea di coprirsi con il copriletto. Probabilmente, se lo avesse tirato per metterselo addosso, avrebbe rischiato di svegliarlo ed era l’ultima cosa che voleva. Gli era sembrato stanco, sfinito da una vita con-centrata esclusivamente sul lavoro.
Si strinse al petto i suoi vestiti, che aveva raccolto dalla panca in fondo al letto king-size e si avviò al bagno. Come in ogni bella favola, arrivava il momento di tornare alla realtà e per lei questo voleva dire tornare alla sua casa, quel loft che aveva ristrutturato nel-la zona del porto e lasciare il suo bel businessman al riposo. E solo Dio sapeva quanto ne aveva bisogno.
Passò di fronte alle porte scorrevoli appena socchiuse della lus-suosa cabina armadio – incredibilmente grande da occupare un’intera camera – e intravide il suo corpo riflesso nello specchio a figura intera. Le aprì un poco di più e vi si poté specchiare comple-tamente.
Entrò senza timore di invadere quello spazio privato di Steven.
Si guardò attorno, ammirando l’eleganza che vi regnava. Non se ne stupì: tutto era in un ordine impeccabile, tutto era nelle tonalità del grigio e del blu scuro, tutto era così rigido e…
– Maschile – , si lasciò sfuggire in un mormorio dispiaciuto.
Era lampante come mancasse un tocco femminile nella vita di Steven, che non solo si rifletteva nel suo modo di vestire, ma anche nel modo in cui era arredato il suo mega appartamento e questo le riempiva il cuore di tristezza; per come erano andate a finire le cose fra loro, senza una spiegazione, senza un chiarimento, per-ché lui aveva preferito rimanere solo anziché rifarsi una vita e cer-care la felicità con qualcun’altra. In un certo senso anche per lei era stato lo stesso. Il suo cuore era rimasto fedele a Steven, ma non aveva abbracciato la solitudine. Con lei c’era suo figlio Anthony. Quel figlio che avrebbe voluto condividere con Steven fin dal principio, ma che era arrivato quando le loro strade si erano già divise.
Si avvicinò allo specchio con passi leggeri, quasi accarezzando la moquette color sabbia e lasciò cadere i vestiti a terra.
Non si era mai vista particolarmente affascinante, ma di una bellezza normale, comune. Non era mai stata particolarmente magra; anzi, spesso aveva invidiato quelle spilungone tutte pelle e ossa che vedeva sulle riviste e che stavano bene con qualsiasi cosa addosso, ma dopo la gravidanza, quell’unica che Dio le aveva concesso, il suo corpo era cambiato, come se il suo bambino le avesse prosciugato ogni fibra, lasciandole appena lo scheletro e un sottile strato di muscoli, giusto per tenere insieme le ossa. E così era ancora adesso, dopo cinque anni. Ma non rimpiangeva nulla di quello che era stato.
Piegò la testa di lato e si concesse un sorriso malizioso, mettendo-si in posa, come le modelle o le maniache dei selfie. Si sentiva un po’ sciocchina, ma al tempo stesso era divertita. Poi, i suoi occhi si fissarono su quella piccola cicatrice, chiara e tonda, che le rovina-va il ventre e inconsciamente se la sfiorò.
– Una volta ti dissi che se ti vergognavi, l’avremmo potuta far togliere-, disse l’uomo, cingendole la vita con un braccio.
Caroline era stata così assorta dai suoi pensieri che non si era accorta che Steven l’aveva raggiunta. Sentire il tocco del suo corpo nudo, del suo calore sulla pelle, la fece tremare di piacere.
– E io ti dissi che non me ne vergognavo affatto. Fa parte di me, di quella che sono diventata.-
Steven la strinse fra le braccia, compiaciuto dalla sicurezza e dalla determinazione che vedeva nello sguardo della donna che amava riflesso nello specchio. Le baciò una spalla e chiuse gli occhi, pro-vando a richiamare nella sua mente quei momenti romantici che avevano vissuto all’inizio della loro rocambolesca relazione. Avrebbe voluto riavvolgere il nastro del tempo e tornare a quegli anni, fatti di spensieratezza e impulsività, ma entrambi ora erano diversi; erano maturati, avevano responsabilità che imponevano loro degli obblighi a cui non potevano mancare.
– Devo tornare a casa-, sussurrò Caroline, accarezzando con delicatezza il volto di Steven. Lo guardò attraverso lo specchio allentare quell’abbraccio, ma non lasciarla libera. Poi lo vide rabbuiarsi in viso. Quello non era più l’atteggiamento di gelosia infantile che lei adorava, ma era una contrarietà che ancora non capiva del tutto, ma non le faceva paura.
Steven fece scivolare la sua mano in quella di Caroline. – È tardi, perché non resti qui questa notte?-
– Lo sai, non posso. Voglio essere a casa quando si sveglierà e preparargli la colazione.-
Lui esitò. Certo che lo sapeva. Amava la donna e stava imparando ad amare anche suo figlio, ma non si sentiva ancora pronto a ricoprire il ruolo di padre a tempo pieno. O forse aveva solo paura.
Caroline riprese i suoi vestiti, ma anziché appartarsi si vestì lì, da-vanti a lui.
– Venite a vivere qui da me.-
La donna si bloccò, mentre si infilava il maglioncino nero con le paillettes: non si aspettava quella proposta, ma era uno spiraglio di luce per il loro futuro insieme.
– Il tuo appartamento non è adatto a un bambino-, rispose con un sorriso. Non c’era scherno nella sua voce, né malizia. Solo tanto amore, e la consapevole certezza che prima o poi sarebbe arrivato il tempo in cui la sua famiglia sarebbe stata riunita sotto lo stesso tetto.

 

Faustine Carlyle

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Recensione – Un gin tonic per la mamma

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IDEALE: per ogni mamma in preda a crisi isterica, mentre entra nella camera super incasinata dei figli, per quella che urla per fargli fare i compiti, per quella che minaccia di togliere qualche attività, per quella che sogna un’isola deserta, per quella che va a mangiare sushi con le amiche sentendosi estremamente libera, per quella che brinda al primo giorno di scuola, per quella che prima dice “Adoro i miei figli” e poi vorrebbe strozzarli.

IRONICO: Gill Sims con tanta ironia mette in scena la vita di una madre tra le mille incombenze di ogni giorno, che si trasformano in un continuo senso di colpa e di inadeguatezza a questo ruolo tanto bello, quanto impegnativo. Sono troppe le pagine in cui dire “Oh Dio, potrei averlo scritto io!”, “Oh cavolo, ma allora siamo tutte nella stessa barca.”

EGUALITARIO: un testo che ci ricorda come alla fine siamo tutte uguali, c’è chi lo dimostra di più, chi di meno, chi ha più ansia, chi non vuole dimostrare le difficoltà e chi invece le mette in piazza senza problemi. Non manca un piccolo messaggio, ma importantissimo: parliamone, inutile fare finta di essere le mamme migliori del mondo, inutile chiudersi in sé credendo che le altre siano migliori e non capiscano. Sfoghiamoci tra di noi, lamentiamoci, mandiamo al diavolo marito e figli e usciamo, perché un gin tonic (ma anche un mojito, una birra, uno spritz…) e delle amiche mamme fanno miracoli.

Erika Franceschini

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Come un oggetto

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Allontanò da sé il lenzuolo di seta e scese dal letto, nuda. Lui riposava perso in qualche sogno.

Non lo degnò neanche di uno sguardo e andò verso il bagno, aprì il rubinetto della doccia e si mise sotto il getto aspettando che l’acqua si scaldasse. Non pensava a nulla, aveva ottenuto quello che voleva, anche questa volta, nonostante i suoi diciannove anni sapeva già cosa desiderare e come ottenerlo.
Tutto era cominciato quando di anni ne aveva sei e aveva iniziato la scuola primaria: non le piaceva, non poteva piacerle, perché lei faceva tanta fatica. Non riusciva a leggere come gli altri, non era veloce come i suoi compagni a capire e a risolvere i problemi. Tutto era difficile e complicato. A casa capirono al volo di cosa si trattava: dislessia e discalculia. Niente di nuovo in famiglia, ma per Cristina lo era, era lei che doveva entrare in classe ogni mattina sapendo la fatica che doveva fare; era lei che sentiva le risatine dei compagni quando sbagliava a leggere e poco le importava se la maestra la difendeva e sgridava Marco e Giacomo, perché poi in ricreazione loro tornavano alla carica. Sempre, ogni giorno. Cristina si arrabbiava, ma non piangeva, lei non piangeva mai, sarebbe stato da paurosi e lei non lo era. Era così che aveva imparato a picchiare, prima sui compagni, poi su chiunque provasse anche lontanamente a prenderla in giro.
La scuola era stata una tortura, almeno fino alle superiori, lì aveva scelto quello che le piaceva e ce l’aveva fatta; in quella scuola non era l’unica con quel problema e ormai, con il suo carattere d’acciaio, la risposta pronta, l’aggressività che le usciva da tutti i pori, nessuno la prendeva in giro. Rimaneva, però, dentro di lei, il disagio: sentiva di non essere come gli altri e questo la faceva star male. Dicevano che era aggressiva, iper attiva, tanti troppi nomi per definire quell’incapacità di accettarsi. Ma come si poteva accettare una difficoltà durante l’adolescenza? Come si poteva, in un periodo già così difficile, ammettere che si è dislessici? Nessuno capirebbe, pochi conoscono questo disturbo e i più avrebbero pensato che fosse una ritardata.
Poi d’incanto Cristina crebbe e con lei il suo corpo; divenne una farfalla: un seno abbondante e una
silhouette invidiabile le diedero la possibilità di un corpo da favola. Non lo vide da sola, ma lo capì
dagli sguardi di quei primi maschi che ci provavano, che le si avvicinavano, le mandavano qualche
messaggio.
Cristina allora si fermò, si guardò allo specchio e finalmente vide qualcosa di bello davanti a sé, qualcosa su cui poteva lavorare .
La dieta divenne ferrea, non poteva ingrassare neanche di un etto, di pomeriggio passava le ore davanti allo specchio, provando andature e posture per far sì che il suo seno e il suo sedere fossero sempre al centro dell’attenzione.
Ma non bastava ancheggiare, anche l’abbigliamento doveva essere quello giusto: le maglie divennero sempre più attillate e striminzite, spesso coprivano appena il reggiseno, gli shorts non superavano mai la curva del sedere. All’immaginazione, Cristina decise di lasciare ben poco.
La discoteca le faceva conoscere un sacco di ragazzi, bastava un sorriso e riusciva a bere gratis. Lei,però, voleva di più, voleva vincere questa sfida con se stessa: non era più l’inetta che a scuola non ce la faceva, adesso riusciva ad avere ciò che voleva.
Postava foto su foto davanti allo specchio del bagno, in vacanza, ormai solo un reggiseno, talvolta neanche quello.
Non si tirava indietro, lei provocava, aggrediva, attaccava e otteneva sempre di più.
Ammiccava nei messaggi e gli uomini le cadevano ai piedi, offrendole passaggi,cene e serate, ma lei voleva di più e per ottenerlo sapeva di avere un’arma, il suo corpo.
Ormai aveva diciotto anni e la patente, non le servivano più i passaggi in auto, aveva bisogno di altro: nonostante il lavoro, aveva bisogno di più soldi per gli abiti alla moda, le scarpe con tacchi vertiginosi, le vacanze.
Allora imparò a… a lasciarsi baciare in auto quando la riaccompagnavano, ad allungare le mani quando serviva e dove serviva, a volte andava oltre… ma non ancora del tutto, perché riusciva ad ottenere la borsa firmata e il giubbotto da duecento euro fermandosi a quelle semplici mosse. Regali e regali che mi arrivano con così poco, pensava. Era felice… o forse no. Non le bastava ancora, lei voleva viaggiare, ma non con lo zaino in spalla, dormendo in un ostello come faceva con l’amica. Lei voleva l’hotel con le lenzuola di seta. Sapeva chi poteva darglielo, lo aveva visto, lo aveva riconosciuto, lo aveva cercato. Era bastato ancheggiare, mostrare, flirtare: – Hai un culo da urlo!– gli aveva detto ed era già sciolto. Pronto per fare pazzie. Non era poi così male: carino, gentile, dolce… a volte troppo, ma non importava. Le muoveva qualche sentimento, forse era amore, ma non ne era sicura. C’era già cascata una volta, faceva male, non poteva ricaderci, non voleva più soffrire. Aveva deciso di non soffrire più quando il suo corpo era sbocciato, ora voleva solo la sua vendetta, voleva essere il centro dell’attenzione.
Bastava poco, solo concedersi e il gioco era fatto…. E così andò.
Era sotto il getto di un grande albergo in una città bellissima. Il suo sogno si era avverato, eppure non sorrideva. Aveva vinto, ma contro chi?

 

Erika Franceschini

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Recensione – La solitudine dei numeri primi

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SOLITUDINE: non è quella dell’eremita che si allontana dalla civiltà per ritrovare se stesso. È la tristezza di due ragazzi, con un’infanzia difficile alle spalle, che si scoprono diversi in un mondo nel quale le differenze devono essere soppresse. Il lettore viene catapultato in un’esistenza nera fatta di silenzi e ferite che non si rimarginano. Segni sul cuore che impediscono loro di vivere davvero rendendoli meri spettatori della vita, di fatto già morti seppure con il sangue che pulsa sotto la pelle, caldo.

DESTINO: è grazie a un incontro casuale che Alice e Mattia si conoscono e, a seguito di una serie di circostanze che si concatenano, si ritrovano in una situazione che li legherà l’una all’altro, facendoli scoprire affini.

MURO: è la barriera che tutti noi costruiamo per difenderci dal mondo. Dopo un dolore, una delusione ecco un mattone incastrarsi sopra un altro, fino a che non resta nessuno spiraglio dal quale il male può entrare, niente ci scalfisce più. Questo muro, però, impedisce anche alle emozioni positive di entrare, ai legami buoni di instaurarsi. Riusciranno i protagonisti a superare il loro confine personale o la paura di rendersi vulnerabili li bloccherà?

Elisa Dellambra

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L’ultima volta

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Allontanò da sé il lenzuolo di seta e scese dal letto, nuda. Lui riposava perso in qualche sogno.

Sapeva di doverlo svegliare, ma rimase a guardarlo per un po’ mentre dormiva. Le labbra distese, le ciglia folte intrecciate tra loro, il movimento quasi impercettibile delle narici.
Sorrise e si avvicinò alla finestra per osservare la città che sonnecchiava, le luci tremolanti delle poche auto in strada. Poi mise a fuoco il suo riflesso sul vetro. Il corpo magro, i capelli stropicciati, gli occhi tristi. Nonostante il divertimento tra le lenzuola, i suoi occhi erano severi e non c’era traccia della serenità che provava di solito.
Questo le fece capire che la sua decisione era giusta: si era sempre detta che i rapporti vanno portati avanti finché danno qualcosa di positivo; nel momento in cui c’è disparità nel bilancio tra sorrisi e lacrime però, non ne vale più la pena.
Aveva provato parecchie volte a chiudere la relazione, ma aveva sempre resistito poco per poi cedere alle sue richieste pressanti.
La loro era una storia che durava da sempre, ma non aveva mai visto la luce del sole. Anche nei periodi in cui entrambi non erano fidanzati, non avevano mai formalizzato la cosa di fronte agli altri.
Persa nei suoi pensieri, non lo sentì avvicinarsi finché lui non le poggiò le mani sui fianchi.
– Che ci fai qui? – le chiese lasciandole un bacio sulla spalla. – Adoro la tua pelle fresca, ma non voglio che tu ti prenda un malanno. Torna a letto con me.
Il suo respiro e i baci dalla spalla al collo le scaldarono la pelle. Chiuse gli occhi e sorrise, riconoscendo la solita pelle d’oca che le suscitavano. Era sempre stata debole di fronte alle sue attenzioni. Era una donna forte e indipendente, ma non per questo non aveva il bisogno di essere e sentirsi protetta; nessuno più di lui lo sapeva.
Si conoscevano fin da bambini e avevano fatto tutte le prime esperienze insieme. A tre anni avevano varcato le porte dell’asilo per mano, a undici avevano esplorato il corpo dell’altro per gioco; a quindici avevano diviso la prima sigaretta.
– Non è ora che tu torni a casa? – gli rispose girandosi. Gli fissò le labbra come per imprimere nella memoria il ricordo di cosa erano state in grado di farle provare.
– Se continui a guardarmi così, sarà molto difficile…
Gli sorrise, ma lui, attento ai dettagli e che la conosceva così bene, notò subito che era un sorriso amaro, che non arrivava agli occhi.
– Che succede? Cosa sta macchinando questa testolina che amo tanto? – continuò baciandole la fronte.
– Nulla, pensavo solo che forse sarebbe il caso di chiudere qui.
– Giulia, ancora con questa storia? Ci abbiamo provato altre volte e non ha mai funzionato. Lo sai.
– Sì, lo so bene, ma…
– Non buttiamo questa notte solo nostra, – la interruppe – soprattutto considerato che non devo scappare a casa stavolta. Non ci capitava da anni di poter stare insieme tranquilli, senza pensieri.
“Senza pensieri sarai tu” pensò lei, ma lo seguì fino al letto. In effetti era inutile sprecare questa occasione di stare insieme, tanto più se sarebbe stata l’ultima.
Si stesero sulle lenzuola di seta: erano fredde, allora lei trasalì e lui, percependolo, la strinse a sé.
Dopo settimane di distanza, rimasero così a parlare: lui steso a fissare il soffitto, mentre la punta delle sue dita le percorreva la schiena; lei attaccata al suo fianco, la testa appoggiata sulla sua spalla e con la mano che gli accarezzava il petto.
Lui le chiese del ragazzo che stava frequentando e lei ammise che lo aveva lasciato perché non era adatto a lei, come lui le aveva detto fin dall’inizio.
Lei gli chiese del lavoro, della casa nuova, delle vacanze.
Non chiedeva mai nulla della moglie. Era una sorta di tabù tra di loro. Lui dava sempre i suoi giudizi sui ragazzi che frequentava, ma lei non chiedeva niente della sua vita sentimentale. Forse per gelosia, forse preferiva convincersi che non le interessava, forse le faceva male pensare di dividerlo con qualcuna.
Fecero ancora l’amore, prima lentamente, poi con disperazione, guidati dal loro stesso reciproco desiderio.
Più tardi, mentre lei era stesa sul fianco decisa ad abbandonarsi al sonno, lui la abbracciò da dietro premendo il petto sulla sua schiena. Combaciavano perfettamente. La strinse forte e respirò a lungo il suo profumo, come per riempirvisi i polmoni e portarla con sé ovunque.
Poi sospirò rumorosamente, prese coraggio e le sussurrò – Claudia aspetta un bambino.
Le mancò il respiro, le sembrò addirittura che il cuore avesse mancato un battito. Non rispose, sentiva che le lacrime le riempivano gli occhi.
Sapeva che era inutile sembrare forte, ma lo fece comunque, e infine disse: – Sono felice per te. Sarai un papà meraviglioso, non ho alcun dubbio.
– Giulia, non lasciarmi. Io ti amo.
Lei non rispose e finse di dormire, finché non sentì che lui aveva allentato la presa.
Si liberò dal suo abbraccio e si vestì. Lo guardò nuovamente dormire e sussurrò “anche io”. Poi uscì dalla stanza senza guardarsi indietro.
Chiese al portiere dell’hotel di chiamarle un taxi, si fece portare fino a casa, gli disse di aspettarla, salì e radunò velocemente un po’ delle sue cose in una valigia.
Una volta arrivata all’aeroporto, mentre attendeva l’imbarco per il volo che aveva acquistato, vide il cellulare illuminarsi.
“Dove sei?”
Non rispose, e poco dopo ricevette un nuovo messaggio: “Devo parlarti SUBITO”.
Odiava l’arroganza dell’uso del maiuscolo nei messaggi e lui lo sapeva. Poi di nuovo: “E’ successo un casino, richiamami!”.
Tolse la scheda dal cellulare e la buttò nel cestino, andando verso il gate dell’imbarco.
Con le lacrime agli occhi salì a bordo dell’aereo che l’avrebbe portata lontano da tutto il suo mondo e dell’amore della sua vita.
Insieme erano tutto, e questo lo sapeva. Ora doveva scoprire cosa sarebbe stata senza di lui.

 

Serena Pavan

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Recensione – Fidanzati dell’inverno

OFELIA: La protagonista: un nome che appena lo leggi, ti si rizzano i peli sulle braccia… e invece non ha niente a che fare con la memoria shakespeariana. Una ragazza magra, con gli occhialini che ogni tanto le creano qualche problema, goffa e dotata comunque di grandi capacità. Il romanzo di Christelle Dabos è un fantasy che si sviluppa in un mondo originale, con le sue regole. Ofelia è in grado di “leggere” gli oggetti, può tornare indietro nel tempo grazie al riconoscimento dei precedenti proprietari. Un dono prezioso e pericoloso. Non è tutto, ha un dono davvero speciale, che dà il nome all’intera trilogia: Ofelia può attraversare gli specchi (e il ciclo è chiamato appunto L’Attraversaspecchi). Diciamo la verità, chi non vorrebbe spostarsi così? Flup, inghiottiti da un specchio, e flap, spuntati fuori da un altro, in un luogo diverso. Finché il teletrasporto non diventa realtà, ci possiamo accontentare anche di questo metodo.

THOR(N): Ora, sembra una banalità, ma i nomi comunque evocano un’emozione, un’epifania. Inizi a leggere questo libro e ti ritrovi Ofelia, un nome che ha un suo peso nella letteratura, e dopo un po’, incappi nel protagonista maschile e, toh, ecco Thor(n) – dai, la n non conta. I brividi, soprattutto per una come me, che ha amato I Cavalieri dello Zodiaco e tutta la serie Marvel. Scatta subito l’associazione uomo-dio, forte, muscoloso, freddo. E in effetti ci sta. Thorn viene dall’Arca del Polo, per cui la connessione con il Dio Vichingo calza alla grande. Quando finalmente ci si stacca dall’immagine insigne del suo predecessore, ci si domanda per tutto il libro da che parte stia quell’imponente uomo, che è uno dei fidanzati del titolo. Eh sì, perché il lettore parteggia per Ofelia, per cui, Thorn, caro de Dio, facci capire. Ci sei o ci fai? Ci dobbiamo fidare di te? Alla fine di questo libro, io ancora non l’ho capito.

PRIMO LIBRO: Il dolore infinito di arrivare all’ultima pagina e pensare che non hanno ancora pubblicato il seguito. Noooo! Sarà una trilogia: voci di Internet dicono che il secondo volume si attende per i primi mesi del 2019. Ma dico io, si può far soffrire la gente così? Il libro termina in un’azione, per cui il lettore resta così, appeso su quello che accadrà da lì in poi, senza un finale che lascia per lo meno un po’ di soddisfazione. No, eccoli lì, mentre stanno per affrontare un’altra rogna. Santa pazienza ci vuole, santa pazienza.
In generale la mia opinione su questo Libro 1 è molto positiva. Scrittura veloce, non il classico fantasy medievaleggiante dal lessico vetusto e pesante, dalle descrizioni infinite e dal ritmo lento. Una delle scelte più originali è appunto quella delle capacità personali, che poi in realtà sono regionali: nel mondo di Fidanzati dell’inverno, ogni regione o Arca è contraddistinta dalle capacità soprannaturali che possiedono gli abitanti. Una scelta che richiama la magia, ma che in realtà se ne diversifica in modo netto. Non si tratta di un mondo di maghi, ma di persone che vivono nella loro normalità, che per noi, però, è speciale. Per chi ama il genere, superconsigliato.

Monica Spigariol

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Alla ricerca del sole perduto

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Il cielo si oscurò, ma tornò subito il sereno, per un solo attimo, poi ricadde l’oscurità.
Il tempo era strano in quei giorni. Nessuno sapeva più cosa fare. Il senso di angoscia che ne derivava era grande. Il mondo degli Elfi, di solito allegro e gioioso, era stranito.
La cappa di piombo che si era abbattuta sulla terra imperava e sembrava non dare via di scampo.
La vegetazione intristiva e la crescita delle piante languiva. Gli stessi animali erano disorientati.
Elfried era preoccupato.
Gli Elfi anziani ogni sera si riunivano per fare il punto della situazione, ma non ne venivano a capo.
Elfried fremeva, non poteva durare così, doveva fare qualcosa. Il sole non poteva essere sparito all’improvviso, da qualche parte doveva pure essere e lui lo avrebbe trovato.
Una mattina Elfried si mise in marcia. Di sicuro la direzione da prendere non poteva che essere l’Oriente, dove il sole nasceva. Non salutò nessuno, lo avrebbero preso per matto, ma che importava: le grandi scoperte, la storia, non la fanno forse i coraggiosi e i senza paura?
Intimorito, ma fiero di se stesso, si mise in marcia. Elfried non era mai uscito dalla sua terra, non ce ne era mai stato bisogno. Viveva lì da sempre ed era stato felice, solo ora se ne rendeva conto. Adesso però, era arrivato il momento di mettersi in gioco.
In breve si ritrovò al limite del nuovo territorio. Da un’altura contemplò lo spazio infinito che gli si stendeva dinanzi in quel cupo grigiore. Con occhi colmi di speranza cercò di cogliere un bagliore all’orizzonte, ma tutto quello che vide era solo un buio quasi assoluto.
Con passo incerto oltrepassò la linea di confine e si ritrovò su una strada piana che si allungava a dismisura fino a perdersi in un bosco fittissimo.
Nonostante la mancanza della luce solare Elfried riusciva a orientarsi abbastanza bene. La strada era bianca e gli consentiva di avere un passo sicuro. Dopo ore di cammino Elfried sentiva la stanchezza nelle sue ossa. Dove avrebbe potuto riposarsi? Ormai aveva raggiunto il bosco e lo stava attraversando da ore. Sentiva numerosi rumori inquietanti: stridii, brevi ululati, ringhi minacciosi. Non si fidava di dormire all’aperto, ma non vedeva alcun ricovero. Improvvisamente scorse da lontano una luce. Una nuova speranza lo spinse ad accelerare il passo; in breve si trovò di fronte a una capanna di tronchi. Esitando, bussò alla porta e una voce gioviale lo invitò a entrare.
Dopo tante ore trascorse al buio, la luce della stanza lo abbagliò. La prima cosa che vide era un caminetto dove ardeva un fuoco allegro e scintillante. In una pentola bolliva qualcosa che mandava un profumo delizioso. Solo in quel momento Elfried si accorse di quanta fame avesse. Come ipnotizzato si diresse verso il camino e si riscosse quando dietro di sé sentì una voce gentile che lo salutava: “Ciao Elfried, ti aspettavo”. Elfried si girò e si trovò di fronte l’essere più vecchio che avesse mai visto. Era un omino magro magro, con una barba bianca lunghissima. Il viso era solcato da milioni di rughe, ma gli occhi azzurri erano vivissimi e allegri come quelli di un bambino.
Il vecchietto invitò l’Elfo a sedersi di fronte al camino. Gli porse una scodella in cui versò una bella mestolata di quella zuppa saporita. Elfried mangiò con voracità e poi si appoggiò allo schienale della seggiola, crollando addormentato.
L’indomani, quando Elfried aprì gli occhi, il fuoco era sempre acceso e una caffettiera bolliva spandendo un buon aroma di caffè.
– Sei sveglio finalmente – gli disse l’omino – devi sbrigarti, non puoi perdere tempo, il sole ti aspetta, devi correre a cercarlo! Sei l’unico che ce la può fare. Sappi però, che sarà una ricerca difficile e pericolosa. Io posso aiutarti dandoti questo.
Prese un sacchettino minuscolo di velluto nero, lo aprì e ne estrasse un oggettino d’oro lucente legato a un cordino di seta rossa.
– Sembra un semplice fischietto – spiegò – ma ti aiuterà quando ti troverai di fronte a situazioni difficili e pericolose. Attento però: lo potrai usare solo tre volte.
Elfried fissò incuriosito il fischietto, se lo mise al collo e, salutato il vecchietto, riprese la sua strada. Non aveva fatto che pochi passi quando un sibilo agghiacciante lo gelò. Davanti a lui c’era un grosso serpente con la bocca spalancata. Lo stava fissando con occhi malvagi, la sua lingua saettava velocissima. Prima che potesse scattare e morderlo, Elfried prese il fischietto e fischiò più forte che poté. Improvvisamente il serpente cominciò a gonfiarsi a dismisura, fino a diventare una palla enorme che lentamente si sollevò da terra. Arrivato alla cima degli alberi, il serpente scoppiò in mille pezzi che caddero per terra. Elfried spaventatissimo corse via.
Ripresosi dallo scampato pericolo, l’elfo ricominciò a camminare di buon passo, quando un ringhio feroce lo fece scuotere. Davanti a lui c’era un lupo dal pelo nero e ispido. Le fauci erano spalancate. Gli occhi rossi fiammeggiavano. Con movimento lento e controllato Elfried, prese il fischietto e soffiò. Il pelo del lupo cadde a terra lasciandolo completamente nudo. Il lupo accortosi di quanto gli era successo, mise la coda tra le gambe e, guaendo come un cucciolo, si ritirò vergognoso nel folto della foresta.
Elfried si era appena riavuto, quando sentì alla sue spalle un’altra presenza. Giratosi, si trovò di fronte a un orso enorme che, in piedi sulle zampe, rugliava con ferocia. Elfried stavolta però, era pronto e rapidamente soffiò ancora nel fischietto. L’orso si zittì e si allontanò a passo di danza volteggiando sulle punte con leggiadria, come seguendo il ritmo di una musica che solo lui sentiva.
Elfried, stanchissimo, si arrampicò su un albero e si addormentò.
Dopo poche ore una luce gli ferì gli occhi svegliandolo: erano raggi di sole! Lo aveva trovato finalmente! Felice si guardò intorno, ma, con sbalordimento, si accorse di non essere più su un albero, ma nel suo letto. Allora capì che era stato tutto un sogno, anzi, un incubo. Sollevato, iniziò a saltare dalla gioia. Sentendosi ballonzolare qualcosa sul petto guardò cosa fosse: era un cordino di seta rossa con attaccato un fischietto d’oro…

 

Luisa Bonaccorsi

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