Arabesque

soundwaveSentivo il muco sgocciolare lungo la punta del naso, mescolandosi al sudore freddo che mi infradiciava le sopracciglia e il viso.
I tremori erano così forti che il mio corpo sembrava percorso da scariche di corrente.
Quando ti metti in testa una cosa dev’essere quella! Mi dissi con poco entusiasmo, ma con la determinazione che mi aveva sempre spinto ad andare avanti.

Ci volle poco a capire che la mia sola forza di volontà non era abbastanza: la vanga in cui la mancanza di entusiasmo e la pigrizia si erano materializzate aveva scavato troppo a fondo intorno a me, mentre io non ci facevo caso. Adesso riuscivo a malapena a vedere il bordo di quella trincea con cui la mia negligenza aveva eroso il terreno sul quale avrei dovuto camminare.
Le mie pupille stanche e improduttive si ancoravano ai primitivi simboli algebrici che mi servivano a calcolare il ritorno atteso sui pacchetti azionari descritti…quale era la pagina? Dovevo aver chiuso il file. Che strana sensazione. Normalmente riuscivo a trovare una certa armonia in quelle semplici formule…sospendendo l’incredulità come se stessi sfogliando un racconto di Wells, con macchine del tempo e uomini blu abbrutiti dalla vita nel sottosuolo…o come seduto su uno scoglio tentando di non realizzare che oltre l’orizzonte delle acque, da qualche parte, c’è solo un’altra costa, dove un altro umano annoiato sta guardando nella mia direzione e si augura che io non esista, nello stesso modo in cui cerco di allontanare la sua immagine dal mio desiderio di sconfinata solitudine.
La voce robotica dell’esaminatore annuncia che il tempo è finito e che dobbiamo allontanarci dai computer. In pochi minuti gli scarabocchi aritmetici impressi nella fretta delle due ore a disposizione saranno stampati e imbustati. Il mare oltre la finestra dell’aula. Avrei potuto consegnare in bianco, forse avrei dovuto. In ogni caso, non troveranno molto da valutare. Prendo la mia giacca e mi allontano, prima che le vibrazioni prodotte dalle corde vocali dei miei compagni di corso possano essere decodificate dal mio cervello. Come potrei aver bisogno delle vostre parole, con la spiaggia deserta a due passi da qui?
Mi allontano sulla spiaggia mentre il vento abortisce il volo dei gabbiani. Sotto il cielo muto e grigio, mi viene in mente di ripassare una formula…quella del ritorno sugli asset. Con un pezzo di legno traccio sulla sabbia umida le relazioni fra il debito e l’equity… cazzo, adesso ho capito! Mi mordo un labbro, accorgendomi del primo errore. Completo la formula, come se potesse servirmi a qualcosa. È lì che accade: un brusco taglio fra le onde denuda una striscia di terra che si estende in lontananza sul mare piatto e indifferente. Un corridoio asciutto che spalanca le acque fino a dove l’orizzonte si mostra, – e forse anche di là…non sarà che…? – Mi metto in cammino e imprimo i miei passi su quel passaggio. Era proprio come mi immaginavo…dopo qualche chilometro, vedo una sagoma venire nella mia direzione: l’umano annoiato sull’altra costa. Non appena si avvicina quel tanto da potermi sentire, alzo una mano e saluto:
– Corporate Finance?
– No, contabilità aziendale.
Schiocco le dita.
– Non ti invidio.
Spossato e senza la minima voglia di incontrarmi con qualcuno, gli vado incontro come le buone maniere prescrivono. Provo a guardarlo in faccia, ma la mia stanchezza non tarda a farsi sentire. Ho le sopracciglia aggrottate e tendo a fissare il pavimento del mare scoperchiato. Non mi ci vuole molto per capire che lui è dello stesso umore. Ci stringiamo le mani e istintivamente ci indichiamo le direzioni verso cui andare. Le mie buone maniere vacillano. Punto il dito di fronte a me.
–Facciamo così, io vado da quella parte, tu continui verso dove sono venuto io…
Leggo in lui assenso e comprensione. Un attimo prima di riavviarmi e salutare, sbuffo e cambio espressione. Gli metto una mano sulla spalla.
–No, scusami. Facciamo così. Andiamo tutti due da questa parte. Ti voglio bene, nonostante tutto.
Il suo assenso non muta. Ci incamminiamo verso l’orizzonte. Mi faccio avanti con una domanda, mentre tengo lo sguardo al suolo sabbioso. Dalla mia voce calma e spassionata traspare l’onestà.
–Ma è davvero così brutto essere soli?
–Non saprei…è la prima volta che capito da queste parti, ma in un certo senso è come se ci fossi già stato
–Forse ti capisco, sai? Un po’ come quelle spirali…come un algoritmo che si chiude in sé stesso. Volevo comprare un saggio su Debussy l’altro giorno…ho letto l’anteprima. A un certo punto mostrava un parallelismo fra i suoi arpeggi e certi algoritmi…che creavano una spirale. Mi pareva fosse un estratto dall’Arabesque…o forse era Reflets Dans L’Eau? Non so. Sai, a volte mi sforzo di ricordare cose che non contano poi molto.
Inarca un braccio per farmi strada.
–Vieni, cerchiamo un posto dove fare due chiacchiere.

 

Valerio Dalla Ragione

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Racconti d’estate – Se ne va

2017-09-02 19.59.53

Ci incontriamo ogni sera, finalmente è estate. Usciamo, senza darci appuntamento: aspettiamo gli altri sul dondolo dalla vernice di tre colori, a seconda di quanto è scrostato. Strisciate bianche, qualche crepo giallo e infine rosso, l’ultimo strato.
Prima o poi qualcuno arriva, di solito tutti e otto; se qualcuno manca, sappiamo che è stato chiuso in casa dai genitori, ma è raro, siamo bravi ragazzi. Non fumiamo, non ci droghiamo. Al massimo qualche birra o cose così. Chiacchieriamo, ridiamo, diciamo una serie infinita di stronzate.
Succede che due si appartino a limonare, ma non ci sono vere coppie, solo flirt, solo voglia.
Poi torniamo a casa, un po’ felici e un po’ incerti. Almeno io.
Mi piace Marco, come a Laura Pausini, solo che lei lo aveva conquistato il suo. Io invece non so, non capisco se gli piaccio.
Me ne torno a casa, mi butto sul letto e fisso il soffitto
Ogni tanto con un sorriso.
Ogni tanto con la musica nelle orecchie.
Ogni tanto con le lacrime, che scivolano nelle orecchie.
Prima di dormire un pensiero ritorna, una cosa che non vorrei, chiudendo gli occhi mi risuona dentro: “E un’altra estate se ne va.”
Mi si impianta nel petto e so che quelle parole sono la mia verità.

Monica Spigariol

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Racconti d’estate – Tu chiamale se vuoi, emozioni

se ne va

Siamo tutti seduti in cerchio sulla sabbia a cantare le canzoni di Battisti, seguendo le note che escono dalla chitarra di Paolo. Tutti, tranne uno. I nostri occhi si incontrano. Sono io la prima ad abbassare lo sguardo. Quando lo rialzo il suo è ancora fisso su di me e mi fa arrossire. Gli sorrido imbarazzata. Mi alzo per tornare alla tenda, il mio coprifuoco sta per scadere e non voglio che mia madre venga a chiamarmi e mi faccia fare la figura della ragazzina. Anche lui si alza e si avvicina a me. Mi fa solo un cenno inclinando il capo su un lato. Camminiamo fianco a fianco senza parlare. Arrivati vicino alla mia tenda, mi prende le mani nelle sue e mi accarezza i palmi con i pollici, mentre cerca di dirmi qualcosa in un inglese stentato. In quel momento maledico la mia professoressa e l’aver studiato francese alle medie. Lui legge lo smarrimento nei miei occhi; sorride e mi tira verso di sé, poggiando le sue labbra sulle mie. Cuore a mille e groppo alla gola, gli sorrido e lui fa altrettanto.
E in quel momento, inglese o no, ci stiamo parlando.

Serena Pavan

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Racconti d’estate – La ceretta

2017-09-02 16.00.34

Ore 13.40: lavastoviglie attivata, gocce grondanti dalla fronte perché il termometro segna 40° ma in realtà ne sento molti di più perché vivo in uno dei posti in cui quando c’è poca umidità, è al 75%, neanche avessi una foresta equatoriale fuori dalla finestra. Sto per rilassarmi pensando a un ghiacciolo, quando ricordo che alle 14 ho quel tremendo appuntamento: la ceretta.

Questa azione violenta sul corpo mi fa sudare anche quando fuori è meno dieci e i pinguini corrono felici al mio fianco, figurati in piena estate. Potrei evitarla affidandomi alla crema o al rasoio, ma già sembrare l’ultimo homo erectus una volta al mese è pesante, una volta ogni quindici giorni sarebbe proprio traumatico.

Silk epil, no, sono contraria al provocarmi da sola del dolore, preferisco sia un’altra persona ad azionare questa insana violenza.

Prendo coraggio, mi dirigo alla velocità della luce sotto la doccia, riemergo già sudando e mi fiondo in auto, spalanco i finestrini e via… verso la tortura con il solito pensiero: Ma chi è quell’intelligentone che un giorno ha deciso che i peli sono brutti da vedere? Deve essere parente di chi ha inventato il ferro da stiro, persone decisamente sadiche.

 

Erika Franceschini

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Racconti d’estate – Nozze d’inferno

2017-08-25 20.18.04

Caldo, sudore, vestiti incollati addosso.
Non capisco la felicità dei presenti. Eppure, tra uomini, ci guardiamo negli occhi e ci comprendiamo in pieno.
I bambini che corrono, giocano, non consci della situazione, e quello lì pacioccone che ti calpesta le scarpe, che già ti facevano male, ma sai bene che non puoi bestemmiare. Non a voce. È anche il nipotino della sposa.
Al momento del fatidico “sì” i parenti più vicini scoppiano in lacrime. Io e gli altri amici dello sposo abbiamo iniziato a piangere dentro appena entrati nella chiesa, piena e senza condizionatori. C’è un solo ventilatore, che permette il trasporto della puzza di sudore anche a chi è più vicino alla porta. Per gli sposi è facile: sono così sopraffatti dal momento che non si accorgono di niente, neanche dell’organista che emana alcol da tutti i pori. “La messa è finita, andate in pace”. Pace? Per ora! Ma con tutte le maledizioni che ho mandato… All’inferno ci sarà sicuramente un girone per tutti quelli che decidono di sposarsi tra luglio e la parte più calda di agosto. Amen.

Aniello Di Maio

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Racconti d’estate – Vetrina

vetrina

Arriverà. Puntuale.

Come le tasse, come la morte. Come l’odore stantio del minestrone della signora Sborlini il mercoledì sera.

Non avviserà, ma capirai che è arrivata.

Ti sveglierai appiccicaticcio e maleodorante, stanco e spossato. Il tuo alito saprà di birra più del solito. L’aria tremolante ti inghiottirà e non servirà a nulla negare a te stesso: lei sarà arrivata e non potrai rimandarla indietro.

Accadrà in un giorno di fine maggio o forse inizio giugno.

A volte, quando si è fortunati, aspetta un mese in più. Ti dà il tempo di pensare di averla scampata, di esserle sfuggito. Ma non puoi sfuggirle.

Ti colpirà nello stomaco e sulla fronte. Ti farà passare la fame e la voglia di fare l’amore.

Ti metterà di fronte corpi scolpiti che ti ricorderanno di aver sbagliato tutto un’altra volta.

Ti sedurrà, tirando fuori carne. Cosce e seni che ti irretiranno, ti sgusceranno davanti gli occhi e sentirai dentro un senso di libertà sempre nuovo.

Non cascarci. Userà queste armi e la nostalgia per averti, ma tu non cascarci.

È solo una vecchia puttana. È solo il modo per permettere agli idioti di mostrarsi per quello che fanno finta di essere. È solo una vetrina.

Arriverà. Puntuale.

E se in quel momento avrai in faccia stampato un sorriso, sappi che ti odio. Ci sono solo tre motivi per sorridere in quel momento: l’età. L’essere caduti nella sua trappola. Il non essersi resi conto del suo arrivo.

Ma lei ci sarà, intorno a te, addosso a tutti, ovunque e se non te ne accorgi non ti resta che una cosa da fare: accendi la radio e non potrai più avere dubbi. Con lei scompare tutto dietro un velo putrido, anche la musica.

La sentirai arrivare nell’etere, con un sorriso ebete e poche note.

Estate…

Damiano Lenaz

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Racconti d’estate – La quiete del mondo

20170622_175711_HDROra il fiume scorre tranquillo, gli piace lasciarsi ammirare. Levigati dal moto dell’acqua, i sassi lo adornano con gentilezza. Si stringono vicini per non perdersi lo spettacolo. Il verde dei salici e dei pioppi abbraccia il pallido grigio della ghiaia. Ne nasce una danza delicata, frutto del caso e del calpestio della gente.
L’acqua è senza freni. Si spoglia, disinibita. Niente foglie o pesci o insetti. Non c’è niente che può interrompere il suo flusso regolare, i suoi suoni familiari, i suoi colori così vivi.
Il riflesso del cielo è l’unica veste che ha scelto di indossare per l’occasione. Dopotutto, ci tiene a non fare una brutta figura.
In questo clima di festa e di sfarzo, per un attimo, respiro la quiete del mondo.

Desiree Cantù

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