Gamemaster

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Che poi non era neanche vero che era morto. Lo scoprii in seguito, quando quello si era alzato dalla tomba per venire a farmi fuori.

E mi guardava, con la sua faccia da giocoliere fricchettone e la certezza di avermi inculato alla grande: roba che in quel momento avrei voluto ammazzarlo davvero.
Proprio allora calò la notte e tutti chiudemmo gli occhi tranne i lupi. Soltanto loro avrebbero eventualmente potuto salvarmi, decidendo di uccidere Alberto prima che lui uccidesse me.

A quel punto il gamemaster – Luigi, come sempre – riprese la parola, e narrò l’accaduto. Con il suo solito sguardo sottile e la voce solenne:
– Se ieri una persona era uscita dalla tomba, questa notte altre due vi sono entrate. La prima è Bettina, crudelmente fatta a pezzi da questo branco di lupi sempre più insidioso e sanguinario. Il secondo è Massimo, il quale non si è potuto sottrarre alla vendetta della sua vittima, Alberto, che – sfortunatamente per lui – si è rivelato essere uno zombie. Ora dunque nel nostro villaggio gli abitanti ancora in vita sono soltanto cinque. Attenzione perché le prossime notti saranno decisive per evitare lo sterminio completo della nostra comunità. I lupi sono tutti ancora in vita. Ma ecco che arriva l’alba.–

Alberto, morto vivente per un giorno, mi aveva davvero fatto secco. Ciao! ciao! Del resto credo bene che i lupi mi abbiano lasciato al mio destino: sapevano che ero quello più vicino a sgamarli e tempo due o tre turni ce l’avrei fatta. Certo un po’ mi ero fregato con le mie mani e l

L e con la condotta sborona.
Aggressività, vedi alla voce “fifa mascherata”, che poi è così per molti, ma a differenza dei molti, io la nascondo talmente male da non crederci neanche per un secondo.
E infatti, guarda che risultati!
Che vergogna!
Alberto sicuramente stava pensando che fossi una pippa. Mi fece una smorfia indulgente e furba, come a dire: eeh, così va la vita. Oggi a te, domani a te!
Lui. Con quella faccia, lui.
Io che la mia faccia non sapevo nemmeno più com’era e provavo a nasconderla dietro un bicchiere di Coca Cola. Attendevo il prossimo turno per vedere se quel bastardo stavolta moriva sul serio, così potevamo essere pari.

Ma che dico? Dovevo sperare che vincesse proprio Alberto, altroché, almeno mi avesse dato questa soddisfazione. Invece no. I lupi lo ammazzarono in tutta tranquillità la notte successiva e stavolta per sempre: la sua funzione era stata solo di metterla nel culo a me. Ma la cosa che mi fece più rabbia, fu la faccia di quel bastardo dopo avere perso.
Non sembrava mai essersi divertito tanto!
Quello moriva, resuscitava, moriva di nuovo. Sempre con la stessa faccia da Circo Paniko.
E io che a volte perfino mi annoio con gli amici. Cerco stratagemmi per passare il tempo, fino a quando non posso tornare a casa ed essere libero dalla paura: la paura di uscire dal gioco, di fare la figura dello stupido, del coglione, scivolare su una buccia di banana. E adesso che ero fuori stavamo ancora tutti lì nella penombra del parco: i vivi e i morti seduti in cerchio, le undici passate e io guardavo intorno, nessuno stratagemma in vista a parte sembrare tranquillo, cercare un diversivo su cui portare l’attenzione. Fui accontentato.
Un tizio improbabile, giovane, arabo e barcollante, si avvicinò piano piano fino alla panchina dove Annalisa aveva appoggiato la bici. Senza chiuderla, perché oh, stavamo in venti lì accanto, va bene che si era tutti un po’ sbronzi, ma ci mancava proprio che qualcuno provasse a rubarla!
E ci mancava proprio questo genio infatti, che molto evidentemente era più sbronzo di noi messi insieme, e con tutte le sue difficoltà di deambulazione finì per mettere le mani sulla bici suddetta.
Per la precisione sul manubrio. E mentre io e qualcun altro iniziammo a guardarlo, sbalorditi, il genio riprese a camminare trascinando la bici con sé, e quasi appoggiandovici sopra da quanto era sfatto.
Fu Luigi a sbarrargli il passo. Lo guardò come un cacciatore di balene che deve avere pazienza con un’anguilla e tenendo su un sorrisino trattenuto a stento, passò qualche secondo così. Finché Luigi gli disse: – Embé, cosa stai facendo? –
Seguì imbarazzo e altri secondi di silenzio.
Poi il tipo fece: – Eh… ehm… ho visto questa bici abbandonata. Porto bici a polizia. Posso?
No, vabbe’! Se fosse stato un ladro, sarebbe stato il ladro più stupido che fosse mai esistito. Un intrattenitore tanto spassoso quanto involontario.
E a questo punto infatti Luigi non si trattene più, gli scoppiò a ridere in faccia:
– Ma posso che? No amico non puoi, ahahaha. Stai fuori, eh? Dai, fa’ il bravo, lascia la bici qui per favore.
L’arabo ci pensò un po’, o forse più che pensarci (parola grossa viste le condizioni) cercò di trovare l’equilibrio necessario per riappoggiare il maltolto sulla panchina senza rovesciarsi a terra.
– Il furto più fallimentare della storia. – commentai io ad alta voce.
– Intelligenza ne abbiamo qui? – chiuse Luigi prima di ritornare gamemaster e iniziare il turno successivo. Quell’arabo sembrava uscito da un meme di Facebook, una di quelle cose che i leghisti postano per prendersela con la Boldrini con scritte in maiuscolo del tipo …Ecco i frutti della vostra accoglienza! Assassini!!!
Ero sollevato: finalmente avevo un motivo per spassarmela pure io, fare una battuta, sembrare brillante. Ma poi mi accorsi che sia Alberto che Annalisa erano spariti dal cerchio.
E li rividi subito lontani da noi, seduti su un’altalena, dondolandosi come bambini notturni. Sembrava si stessero dicendo cose bellissime…

Massimo della Domenica

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Recensioni – La Psichiatra

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AGGHIACCIANTE: non potrei definire la trama in altro modo. È un libro perfetto per gli amanti dei noir psicologici, ma assolutamente da evitare per chi ha il cuore debole. La suspance è totalizzante dalla prima all’ultima pagina, niente è come uno se lo aspetterebbe. Io lo adoro, ma è veramente forte.

INASPETTATO: il finale è assolutamente il massimo della sorpresa, non avrei immaginato una fine così. L’autore riesce a celare così bene gli indizi tra le pagine che è impossibile, almeno per me lo è stato, capire quale fosse il colpevole. La componente psicologica porta fuori strada.

ECCITANTE: l’ansia che monta dentro porta a non fermarsi mai, ad aver bisogno di conoscere il finale nonostante la paura che cela ogni pagina. I sonni dopo questo libro non sono tranquilli, ma per gli amanti del genere è impossibile fermarsi. Devo ammettere che ho comprato anche il libro successivo per la voglia di provare emozioni così intense poi però l’ansia della paura mi ha bloccato ed è ancora lì in libreria. Pronto per quando avrò voglia di un noir psicologico da brivido.

Erika Franceschini

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Lunedì incipit – La morte non sa leggere

La morte non sa leggere, di Ruth Rendell, ha un incipit che toglie la suspense del finale: sai già che moriranno tutti, eppure una domanda ti porterà a leggerlo tutto d’un fiato fino alla fine.
Cosa c’era nella testa dell’assassina? Verranno svelate le meccaniche che stanno dietro a quel delitto apparentemente insensato.
Il romanzo mette a nudo la psiche dei suoi personaggi e del concatenarsi degli eventi attraverso il meccanismo delle sliding doors. Una lettura che lascia senza fiato: la tensione rimarrà alta dalla prima all’ultima pagina.

Elisa Dellambra

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Addio per sempre

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– Che poi non era neanche vero che era morto. Lo scoprii in seguito, quando quello si era alzato dalla tomba per venire a farmi fuori.

Perché credevo fosse morto? Be’, perché lo avevo ucciso io! Sì, con un coltello, uno di quelli da cucina, quelli per tagliare la carne, con la lama liscia ma grossa. Uno di quelli che quando lo guardi ti viene voglia di squartare una persona… ecco, mi era venuta quella voglia con lui, sì con lui è stato proprio facile, lo voleva anche, cioè io credevo lo volesse, ne ero proprio convinto.
Comunque se non era morto, perché ero lì?
– Lei davvero non capisce perché si trova qui?
– Gliel’ho appena detto! In fin dei conti io volevo solo uccidere una persona che lo voleva e poi non è morta e si è pure arrabbiata ed è venuta a cercarmi per farmi fuori. Con lo stesso coltello poi. Non so neanche dove l’abbia trovato: io l’avevo buttato via, nascosto, distante distante, sa? Non sono mica così stupido da lasciare l’arma del delitto a casa mia o dove si possa trovare.
– E dove l’aveva buttata?
– Distante distante, me l’ha detto mio fratello dove buttarla. Lui è uno che sa tante cose, lui sa sempre come fare per risolvere i problemi.
– Insomma suo fratello l’ha aiutata?
– No, no – dissi arrabbiato – ho fatto tutto da solo. Mi so arrangiare, io! Non mi serve che lui mi aiuti. Solo perché è più grande non sa tutto. Anche se lo pensano tutti quanti. La mamma me lo dice sempre, che lui è più grande e sa, anche papà, anche lui: “Vai da tuo fratello che sa”. “Fatti aiutare da lui”. Anche la maestra, sì, anche lei: “Tuo fratello è tanto bravo, ti può aiutare”. No, questa volta no, sono stato bravo io, ho fatto tutto da solo.
Calò il silenzio per qualche minuto, poi ripresi: – Forse doveva aiutarmi, non sono stato bravo, non sono mai stato bravo, neanche questa volta. Non l’ho ucciso, lui è tornato e mi stava per ammazzare. Mio fratello ce l’avrebbe fatta. Lui lo avrebbe ucciso. Con lui non si sarebbe alzato dalla tomba, perché avrebbe controllato anche quella. Lui controlla tutto. Ogni cosa. Anche me. Sa che mi spia e poi va a raccontare a tutti quello che faccio in camera? Anche a quello lì, Dimitri, quello che si è alzato dalla tomba. Quello che non è morto.
– E questo era un problema?
– Sì, poi mi prendevano in giro, mi prendono in giro tutti. Quando cammino per strada io li vedo che mi guardano. Stamattina la gente si girava e mi guardava. Poi scappava, è sempre stato così, mio fratello raccontava le cose e loro scappavano e ridevano.
– È per questo che ha ucciso suo fratello? E Dimitri?
– Mio fratello è vivo, lui mi ha detto dove nascondere il coltello. E anche Dimitri è vivo, è anche tornato a cercarmi, non vede che mi ha fatto male? Guardi qui, guardi questi tagli. Crede anche lei che me li sia fatti da solo? Che volessi uccidermi? Si sbaglia! Io non mi faccio male, io faccio male! Ahahahahahahahhahhahaha.
Riempii l’aria della stanza. Lo psichiatra continuava a scrivere nel blocco; parole su parole riempivano la pagina bianca.
– E i suoi genitori dove sono?
– Loro sono felici adesso, sa, erano tristi con me. Si vergognavano di quello che facevo, di quello che mio fratello raccontava in giro e così li ho fatti scappare. Tutta colpa di mio fratello, se lui non avesse raccontato quelle cose in giro, non avrei dovuto farli fuggire.
– Quindi è tutta colpa di suo fratello?
– Sì, è solo e soltanto colpa sua. Per fortuna adesso siamo liberi, lui non ci disturberà più.
– Perché?
– Perché non mi può più prendere in giro! Mai più!
– Come mai ne è così certo?
– Posso rivelarle un segreto? – dissi abbassando la voce.
– Certo, me lo dica pure!
– Gli ho cucito la bocca, non può più parlare! Come quando mi ci metteva sopra lo scotch e mi chiudeva in camera perché venivano i suoi amici. Io ho fatto uguale, ma molto meglio perché a me la mamma aveva insegnato a cucire e io ho imparato proprio bene. Doveva vedere lo sguardo di mio fratello mentre lo facevo, non sapeva fossi così bravo. Si è anche fatto la pipì addosso mentre lo facevo. Allora sono corso da Dimitri per raccontarglielo, perché così adesso avremmo potuto prendere in giro mio fratello, ma lui non ha voluto. Lui voleva chiamare qualcuno, io mi sono arrabbiato e ho cominciato a rincorrerlo, poi l’ho preso e lui ha iniziato a piangere e a chiedere scusa e io ho capito che voleva morire per quello che mi aveva fatto. Allora ho preso il coltello perché era lì sopra e mi era venuta voglia di usarlo e volevo aiutarlo. Poi però mi dispiaceva lasciarlo in cucina, un morto porta malattie, non sta bene che rimanga dove si mangia, allora ho pensato di fare io la sua tomba, ma non l’avevo fatta bene perché poi è tornato a cercarmi.
– Quando è venuto da lei?
– Io ero tornato a casa e stavo raccontando ai miei tutto, quanto ero stato bravo a cucire e che avevo aiutato anche Dimitri. Loro si sono messi a piangere e non la smettevano più, allora ho capito che si vergognavano tanto perché mio fratello aveva parlato in giro. Allora ho pensato che non volevano più rimanere qui e li ho mandati a fare un viaggio lungo lungo, li ho mandati nel fiume con la barca di papà, chissà dove staranno andando. Ecco quando ero al fiume, ho sentito uno che mi chiamava e allora ho visto Dimitri, era arrabbiato e io ho cominciato a correre e lui mi stava dietro, c’erano i rovi e poi il suo coltello e mi ha tutto tagliato e poi ero sulla strada e la gente mi guardava e io urlavo.
Girai il braccio per mostrare meglio i tagli. Che brutti tagli mi aveva fatto Dimitri. Ci volevano dei cerotti. Per precauzione, cominciai a leccarmi una ferita sul polso.
Lo psichiatra aspettò in silenzio, dopo un po’ si alzò e uscì dalla stanza.

Erika Franceschini

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Recensione – Tre atti due tempi

INTIMISTA: Ambientato nel mondo del calcio. Si legge in un fiato: intenso, le parole sono scelte con cura, meditate, sofferte.

TOCCANTE: Si ama quel protagonista, triste e solitario, dalla vita irrisolta.

RITMO: L’autore non si smentisce, regalandoci la bellezza di un racconto dal rimo incalzante con finale inaspettato.

Luisa Bonaccorsi

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Racconto ospite – Sarò Padre

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Oggi per la festa del papà ospitiamo un racconto di una scrittrice ospite, Giulia Massi, che ha realizzato un racconto proprio su questo tema.

Buona lettura e auguri a tutti i papà.

 

Erano passati anni. Eppure il dolore era tornato più forte di prima.
– Sono incinta – Due semplici parole che mi avevano spezzato il cuore. Avrei avuto un figlio. Come sarei potuto essere un buon padre io che avevo perso il mio?
Lei era in piedi davanti a me, gli occhi lucidi e lo sguardo affranto. Non era pronta. E come biasimarla? Ci conoscevamo da pochi mesi ed eravamo stati così sciocchi da comportarci come due adolescenti sprovveduti. Mi avvicinai a lei poggiando goffamente le mie mani sulle sue braccia. Un lieve tremito la scosse. Chiusi gli occhi sospirando leggermente. Non sapevo cosa fare. Provai a dire qualcosa ma le parole mi morirono in gola prima ancora che il mio cervello cominciasse a formularle. Non so fare il padre. Glielo avrei potuto dire e comportarmi come un insensibile menefreghista che prima combina guai e poi scappa. Sapevo di non essere quel tipo di uomo. Avevo venticinque anni ma sentivo di essere già avanti con l’età. Era così da quando mio padre era morto. Era successo sei anni prima. Ero un ragazzino immaturo appena diplomato che non pensava ad altro che al divertimento. L’università non m’interessava, trovare un lavoro nemmeno. Ero svogliato. Come tanti altri ragazzi della mia età, non pensavo alle conseguenze delle mie azioni, non pensavo ad apprezzare ciò che avevo. Nemmeno mio padre. Litigavamo sempre. Lui diceva sempre che mi buttavo via, che non tiravo fuori quell’uomo straordinario che lui sapeva fossi. Mi arrabbiavo. Dio quanto mi arrabbiavo. Non riuscivo a comprendere le sue parole, a dire il vero, non mi ci soffermavo neanche più di tanto. Gli volevo bene certo, ma in quel momento pensavo di avere altre priorità. Poi un mattino mi sono svegliato e lui non c’era più. Lo trovammo nel letto che era già morto. I medici dissero che il suo cuore aveva ceduto.
– Viste le sue condizioni, il rischio che succedesse era molto alto – mi disse il medico.
Quali condizioni? E in un attimo il mio cuore divenne pesante e un pensiero orribile si fece largo nella mia mente. Mio padre era malato e io non sapevo nulla. Provai rabbia ma stavolta non avevo mio padre lì accanto per potermi sfogare come facevo di solito. Poco dopo, mia madre mi spiegò tra le lacrime come mi avessero taciuto la malattia per non farmi preoccupare, per non farmi vivere gli ultimi mesi nell’angoscia. E allora provai rabbia anche verso di lei. La scansai da me in malo modo e me ne andai via. Lontano da tutto e da tutti, dal mio dolore, dalla mia rabbia, ma soprattutto dal mio senso di colpa. Avevo sprecato tempo ed ero stato così cieco da non accorgermi di quello che stava accadendo sotto i miei stessi occhi. Ma ancora una volta mi comportai da egoista. Mi rifiutai per settimane di parlare con mia madre, non mi rendevo conto che il suo dolore era grande quanto il mio. Poi cambiò tutto. Cominciai a lavorare, ad andare all’università. Mio padre non aveva una pensione, quindi dovetti rimboccarmi le maniche per aiutare mia madre ad andare avanti con le spese. Il mio dolore divenne astratto. Chiuso in un angolo della mia mente, divenne un luogo remoto cui attingere solo in rare occasioni. Adesso era uno di quei momenti. Avevo la mia ragazza inerme davanti a me, in attesa di un mio gesto, una mia parola. Lei non sapeva nulla del mio dolore, della mia paura, dei miei rimpianti. Non sapeva che per anni mi ero chiuso in me stesso evitando contatti troppo intimi con tutti. Soprattutto ragazze. Non sentivo nulla, nessun tipo di emozione. E allora  semplicemente mi tenevo a distanza. Nessuno doveva pagare le conseguenze di ciò che ero diventato. Alcuni mi erano rimasti accanto nonostante tutto, pochi amici, quelli che si contano sulle dita di una mano. Hanno rispettato i miei silenzi senza mai farmelo pesare.
Mio padre credeva in Dio, era un cristiano fedele e devoto ma non ha mai cercato di obbligarmi a fare lo stesso. Mi diceva che la cosa importante era credere in qualcosa, in qualcuno. Bè io non credevo in niente, tantomeno in Dio. Come poteva esistere un’entità superiore che permetteva che accadessero certe cose? Non entrai più in una Chiesa da quando lui scomparve. Mia madre invece mi diceva di credere nell’amore. – L’amore è la cosa più magica che esista – diceva. Non riuscivo a credere nemmeno a questo. Io non avevo amato abbastanza mio padre. Mi trovai spesso a ragionare sulle cose che accadevano nel mondo: figli uccisi dai genitori e viceversa, donne massacrate, guerre, tanta superficialità. E dovevo credere nell’amore? Chi come me nella vita aveva dato priorità all’amore invece che alla superficialità? Non vedevo nessuno farlo. Così mi convinsi che Dio non esisteva e nemmeno l’amore.
Ma adesso c’era lei nella mia vita. Lei e un puntino nel suo ventre. Mio figlio.
C’era un motivo per cui l’avevo voluta. Lei era semplice, rendeva tutto più leggero. Non si domandava niente perché sapeva già di non avere risposte. Credeva nell’amore e non andava a cercare le prove della sua esistenza come avevo fatto io per anni. Prendeva l’astratto delle cose e lo rendeva reale. Come il mio dolore. Il mio astratto. Lei aveva preso tutto e me lo aveva posto davanti agli occhi. Era ingenua ma coraggiosa. Con lei sentivo qualcosa di diverso ma non avevo mai pensato che fosse amore. Io non credevo nell’amore. Mi ero semplicemente rassegnato a lei senza farmi domande, così come lei mi aveva insegnato. Mi aveva voluto e mi aveva preso. In tutto.
Dell’amore non si parla. Si sente e basta. Nell’amore troverai la paura ma anche la forza. Erano state queste le parole di mio padre quando era ancora con me. In quel momento realizzai ciò che più voleva trasmettermi e insegnarmi, il suo amore. Quello incondizionato ed eterno.
E capii mia madre quando mi diceva che le risposte alle mie domande sarebbero arrivate all’improvviso senza bisogno di cercarle.
Presi il volto della mia ragazza tra le mani, la guardai a lungo. Sorrisi lasciando scivolare una mano sul suo ventre. – Andrà tutto bene – le dissi – Io ci sarò. E lei sorridendo si buttò tra le mie braccia piangendo. Restare, lottare. Ecco cosa dovevo fare. Ecco come arrivava l’amore. Lei aveva preso il mio astratto. Io sarei stato il suo concreto. Come mio padre, avrei trasmesso l’amore a mio figlio.
Sarei diventato padre.

Giulia Massi

Per conoscere meglio la nostra ospite:
Scrivo da sempre, per me e per le persone che mi hanno seguito nel corso degli anni. I miei racconti parlano di storie vere, comuni a tutti noi. Questa storia è pensata per tutti i papà del mondo, dai più giovani e inesperti ai più saggi e maturi. Spero possa piacervi. 
Se mi seguirete, potrete anche trovare il primo libro della mia trilogia fantasy su Amazon: 
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Quantità o qualità?

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Non ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle. Mi stava guardando.

Cercavo di mantenere il respiro regolare e pesante. Volevo evitare che si accorgesse che mi ero svegliato. Merda.
Non avrei mai dovuto addormentarmi e soprattutto permettere che lei rimanesse qui.
Ho atteso qualche minuto nella speranza che avesse il buonsenso di andarsene ma niente. Merda.
Mi sono girato a guardarla ed era molto bella anche con il trucco colato e i capelli stropicciati. Merda.
‒ Buongiorno! ‒ Mi ha detto con un sorriso sornione.
‒ Hey ‒ è l’unica cosa che sono riuscito a rispondere.
Si stava avvicinando e con uno scatto di cui non avrei mai creduto di essere capace appena sveglio, mi sono allontanato. Sono uscito veloce dal letto alla ricerca delle mie mutande e dei vestiti. Non ricordavo niente. Mi sono guardato intorno della penombra e ho notato la sveglia. Era tardissimo.
‒ Merda! Sono in ritardo!
‒ Ma non sei a riposo oggi? E’ domenica! Rimani qui con me…
‒ Eh no tesoro, io lavoro anche la domenica – le ho risposto mentre mi avviavo verso il bagno. Il tutto saltellando su un piede nel tentativo di infilare le mutande.
Mi sono chiuso dentro e ho sospirato guardandomi riflesso allo specchio. Non doveva succedere ancora. Dovevo smetterla. Ho mandato un messaggio a Chiara “cazzoooo, ci sono ricascatoooo!”. Mi ha risposto immediatamente “Esci subito di lì!” Poi ha aggiunto la faccina che ride con la parola che più mi descriveva in quel momento “Coglione!”.
Aveva ragione. Aveva sempre ragione.
Credo sia l’unica ragazza che non ho mai immaginato nuda o nel mio letto. Eppure l’unica che mi conosce meglio di me stesso e mi capisce come nessuno ha mai fatto.
Una volta uscito dal bagno ho visto che lei stava dormendo. Una gamba e il sedere erano fuori dalle lenzuola. Era tanto bella e perfetta quanto pericolosa. Non avevo tempo per svegliarla e aspettare che se ne andasse da casa mia.
Ho percorso a velocità da ritiro patente la strada che mi separava dal lavoro. Sentivo ancora in bocca il sapore del gin. Si prospettava una lunga giornata. Dovevo avere una faccia terribile. Nessuno ha avuto il coraggio di parlarmi per qualche ora.
In pausa ho controllato il telefono. Certamente c’era un suo messaggio: “Ciao. Scusa mi sono addormentata! Che peccato che sei dovuto andare via… Ho sbirciato un pochino in giro a casa tua… Ci sono parecchie cose che mi devi spiegare. Mi chiami appena finisci?”.
Ho preso tempo e non ho risposto.
Sono passato a controllare veloce le altre chat, lasciando quella con Chiara per ultima.
“Te ne sei liberato? Stasera ci vediamo con gli altri a bere l’aperitivo al solito posto. Fammi sapere se hai impegni con labbra rosse…”
“Scema! No, non ho impegni comunque. Ci vediamo dopo!”
Subito compare la scritta verde che mi fa sorridere “sta scrivendo…
“Ottimoooo! Allora a dopo!”
La giornata è trascorsa veloce, ho trovato vari messaggi che partivano dal “Ci sei?” al “sei un po’ stronzo però”, passando per il fatidico “visualizzi ma non rispondi… grrr”.
Che palle!
Naturalmente all’aperitivo sono stato lo zimbello di tutti gli amici. Il fatto di essere uscito di nuovo con quella pazza mezza stalker non poteva passare inosservato. Poi ho aggiunto il dettaglio del messaggio dove mi diceva di aver sbirciato a casa mia e lì si sono scatenati tutti. Abbiamo riso fino alle lacrime.
Verso fine serata siamo rimasti soli io e Chiara. La conversazione è diventata più seria, come anche la tipologia di drink.
– Ma perché continui a cascarci? È palesemente una pazza!
– Non lo so. È molto bella… non so risponderti…
– Sì ma un po’ di qualità, basta quantità… – e mentre me lo diceva ha abbassato lo sguardo sul suo bicchiere di Moscow Mule.
– Sì lo so. Hai ragione, come sempre – le rispondo. Tentavo di alleggerire, perché la vedevo strana. Di sicuro aveva esagerato con l’alcool. Le guance arrossate, gli occhi lucidi ma sempre vivi e attenti.
– Ti accompagno a casa, hai bevuto un po’ troppo.
– No, non serve. Aspetto un pochino e poi parto… Anzi, vado in bagno… – ma barcollava leggermente mentre tentava di alzarsi.
Io so che è molto orgogliosa, quindi ho tentato un approccio diverso. L’ho convinta che era meglio così perché mi avevano riferito che c’erano controlli sulla strada di casa sua. Siamo saliti sulla mia auto e ho guidato in un silenzio imbarazzante. Non sono mai stato a disagio con lei, qualcosa non mi quadrava.
Chiara evitava il mio sguardo, fissava il finestrino di fianco a lei.
– Qualcosa non va? – le ho chiesto arrivati sotto casa sua.
– No, tutto ok. – Mi ha risposto con una mano già sulla maniglia – Grazie del passaggio.
E’ uscita veloce dall’auto e io sono rimasto a guardarla mentre se ne andava.
D’istinto sono sceso e l’ho raggiunta di corsa mentre stava trafficando con le chiavi di casa.
– Chiara cos’hai? Spiegami…
– Penso che tu lo sappia… Ti prego lasciamo perdere…
L’ho forzata a guardami e ho incontrato finalmente il suo sguardo; mi stava parlando più quanto avesse fatto lei in tutta la serata.
Oh no Chiara…
Il sorriso accennato di chi ha già capito e cerca di togliere entrambi dall’imbarazzo.
– Non ti preoccupare. Va bene così. Per un po’ forse non mi farò sentire. Cerca di non fare troppe cazzate nel frattempo. Ciao.
Continuo a sentire le sue labbra calde e che odoravano di vodka poggiarsi sulla mia guancia.
Avrei voluto dire qualcosa, trattenerla per un braccio e stringerla a me, come so per certo lei avrebbe voluto.
Invece ero immobile, in piedi sul vialetto di casa sua a guardarla andare via avvolta nella sua dignità.

Non ero solo nella stanza. Riuscivo a sentire i suoi occhi. Erano dietro di me, alle mie spalle. Mi stava guardando.
La sentivo avvicinarsi a me – Ciao.
Mi sono girato a guardarla e non riuscivo a sorridere. Per la prima volta in vita mia mi sentivo in colpa.
– Buongiorno labbra rosse…
Merda.

Serena Pavan

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