Ricomincio da qui

Ricomincio da qui_solo immagineEccola che scende dalla macchina, il suo profumo mi arriva da lì, e… oddio, che gambe. Mi sento tremare ogni singola vena, puro amore. Risponde al telefono. Una voce calda e avvolgente, di quelle che creano lo strano effetto del… non saprei spiegarlo se non con la sensazione dello sciogliersi della parte interna del petto, ma in effetti è un’immagine poco romantica quasi quanto la parola “stalker”, come mi chiamano lei e il mio agente di custodia, comediavolosichiama.

A me sembra esagerato e pure abusato. Adesso va di moda, ma io volevo solo capire. E per farlo avevo bisogno di vederla e vedere com’è quando non sa che la stai osservando.
Tra l’altro il povero Giuseppe non è difficile da seminare. Leggermente sovrappeso, porta su di sé anche il fardello di un lavoro sottopagato che fa solo perché è un posto fisso, un lavoro statale. Non è una missione la sua, ma una banale scelta di convenienza. Non vuole salvare il mondo dai delinquenti Giuseppe. Vuole solo dar da mangiare ai suoi figli, in questa terra che gli sembra ostile, piena di nebbia, freddo e persone schive.
Ho parlato spesso con lui e questo la dice lunga su di me. Sono una brava persona, portata all’ascolto. Il termine “stalker” non mi si addice. Lei ha fatto di tutto per farmi sembrare il mostro che non sono. Nemmeno Giuseppe lo crede.
Anche stamattina sto rischiando. Ma la osservo da lontano, solo per sapere come vanno le cose. Voglio vedere se è tranquilla e distesa o se c’è aria di tempesta.
Parla al telefono con un sorriso accennato sulle labbra e si tocca i capelli.
Si siede al tavolino esterno di un locale diverso da quello dove fa colazione di solito. È tornata alle sue abitudini, non ha più “paura” di me. E’ passato del tempo e sa che, con tutto il casino inutile che ha tirato su, non mi posso avvicinare. Va sempre nello stesso bar e siede sempre allo stesso tavolo e alla stessa ora. Ma stamattina ha cambiato locale e soprattutto zona della città. Voglio capire perché.

Sorride civettuola al cameriere che le chiede l’ordinazione. Nemmeno lui è immune al suo fascino. Si vede perché le risponde leggermente in imbarazzo tentando di suscitare il suo interesse.
È molto carina. Oggi indossa una gonna, un po’ troppo corta per i miei gusti, e dei tacchi molto alti. Sta stretta nel trench color panna. Non ammette di avere freddo, ma è evidente che ha calcolato male la temperatura esterna. Sposta i lunghi capelli neri tutti sul lato sinistro. Questo mi permette di vederle bene il collo. Penso che la sua pelle debba essere davvero di seta. Quando arriva il cameriere con la sua ordinazione, toglie gli occhiali da sole e gli sorride. Le ha disegnato un sole sulla schiuma. Almeno la colazione è rimasta la solita. Cappuccino e una brioche vuota, integrale.
Mette il dolcificante nella tazza e lo mescola con una certa eleganza, muovendo piano le sue dita lunghe con le unghie appena rifatte e laccate di rosso.
La brioche non la addenta, ne strappa dei pezzetti piccoli con le dita e li mastica piano, forse per non rovinare il trucco.
È una ragazza molto appariscente. Per questo non ho mai capito che cosa c’entrasse con lui. Sono due persone completamente diverse. E non sono fatti l’uno per l’altra, a mio parere. Lui è schivo, direi addirittura timido, semplice, tranquillo. Lei si fa notare, sempre impeccabile e un vulcano di energia. Gli opposti si attraggono dicono, ma qui siamo agli antipodi. Soprattutto non avrei mai pensato che lui potesse apprezzare un tipo di donna del genere.
Osservandola nella sua routine ho capito tante cose. Su di lei, su di lui, su di me.
Per questo trovo inappropriato il termine “stalker”. Non l’ho mai fatto per metterla a disagio o farla sentire impaurita. E credo che non lo sia neanche mai stata. E’ un ruolo quello che sta recitando. Fa la vittima, la povera ragazza indifesa che non è. Invece è furba e calcolatrice. Infatti è riuscita nel suo intento: allontanare me e far sentire lui in dovere di difenderla. Ecco come le cose sono precipitate.
Io la seguivo solo per capire come fosse, se l’idea che avevo di lei fosse esatta.
A parte qualche messaggio su messanger di Facebook, non le ho mai scritto niente di pericoloso.
È stata una mia imprudenza e ammetto che erano un po’ pesanti, ma la rabbia e la delusione ti fanno scrivere cose che magari non pensi. E non è che lei si fosse comportata bene con me. Questo va precisato. Infatti è stata un’attenuante che mi ha aiutato nei successivi problemi legali.
Ho cominciato a seguirla dopo il torto che lei ha fatto a me. Speravo di cogliere qualcosa che non andava con lui; che soffrissero un po’, come ho sofferto io.
Poi ho capito che questa cosa era riuscita a rivoltarla contro di me, dipingendomi come una persona malata e pericolosa che non sono. E lui si è stretto ancora di più a lei, per proteggerla da un male che non esisteva. Ho perso la mia battaglia perché quando ti confronti con persone meschine dovresti essere superiore, ma purtroppo è più facile cadere nel loro tranello e abbassarsi al loro livello. Ho pianto, ho imprecato, li ho maledetti con tutte le mie forze. Ma risalire da quel buco nero è stata la mia più grande rivincita.
Fino a oggi.
Mentre è intenta a guardare il suo cellulare, la raggiunge un uomo al tavolo. Si sorridono. Il cameriere arriva per prendere la sua ordinazione e lui gli dice cosa vuole senza nemmeno guardarlo. I suoi occhi sono fissi su di lei e con la mano tocca la sua poggiata sul tavolo. Appena il povero cameriere deluso se ne va, lui le si avvicina all’orecchio e le sussurra qualcosa con un ghigno beffardo sulle labbra; lei ride portando indietro la testa. In quel momento lui le prende il viso tra le mani e la bacia, prima sulla guancia e poi sulla bocca. E io scatto un paio di foto in sequenza e fisso sul mio telefono questi istanti preziosi.
Potrei inviarli al suo ragazzo, ho ancora il suo numero.
Ma decido di essere superiore e me ne vado via, sorridendo.
Ho avuto la mia vendetta. A lui non dirò niente. Se lo scoprirà da solo, forse, capirà cosa ho passato io. E quando soffrirà sentendosi un coglione, io saprò di aver vinto.
Mi sistemo gli auricolari nelle orecchie e me ne vado. Passo per casa a mettere le mie scarpe con il tacco. Da oggi inizia la mia nuova vita.
Sono libera.
Ricomincio da qui.

Serena Pavan

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Piccole sporche complicazioni

PSC_no scritteIn altre occasioni mi sarei comportato in un altro modo. Stavolta però decisi di prendere una strada diversa, di seguire un percorso del quale non immaginavo neanche l’esistenza.

Malinconia.
L’unica soluzione. L’ultima arma disponibile. Era pericoloso, ma dovevo sfruttarla.
D’altra parte me lo sarei dovuto aspettare, per il super eroe più complicato mai esistito non poteva che esistere la soluzione finale più difficile.
Da domani basta, faccio fuori questo tipo e mi ritiro. Ricordo di aver pensato prima di concentrarmi per scatenare in me quel lieve sentimento di angoscia misto a un leggero sapore di felicità e rimpianto.
Era molto difficile e un azzardo senza pari, ma quali alternative c’erano? Avevo giocato tutte le carte migliori, senza esser riuscito a cavare un ragno dal buco: la Rabbia, la Gioia, la Confusione, non erano servite a nulla, e dire che fino a quel momento nessuno era mai riuscito a mettermi in difficoltà tanto da dover sfoderare qualcosa di più potente del Divertimento.
Non rimaneva che il sentimento sconosciuto, quello che mi avevano detto di non scatenare mai se non in situazioni disperate.
Quella era una situazione disperata, spalle al muro, non avevo altre idee.
C’era anche un velo di curiosità, lo ammetto, una Curiosità che dovevo reprimere per non inquinare la purezza del potere.
Era tutto molto complicato: nonostante avessi imparato a controllarmi, per rendere veramente efficace un’emozione dovevo fare in modo che splendesse, senza che su di essa ci fosse la benché minima ombra.
Ci voleva una concentrazione inaudita e una riserva di ricordi sempre nuovi, perché ad adoperarli troppo spesso si rischiava di sciuparli e di far entrare in gioco la noia. La Noia… quella conferiva la capacità di volare. Volare è piacevole, ma non è sempre la soluzione migliore.
Era difficile, difficilissimo, ma sicuramente me la passavo molto meglio di quelli che mi hanno cresciuto, vessati continuamente da quello strano bambino in grado di acquisire capacità uniche a seconda degli stati d’animo. Chissà in che situazioni ho infilato i vecchi eremiti di San Bartolomeo nei primi anni di età. Loro, che si erano rifugiati nei cunicoli bui che passavano per tutto l’Appennino abruzzese pur di scappare dalla società moderna, alle prese con un neonato in grado di scatenare terremoti non appena veniva invaso dalla Felicità.
C’è voluta tutta l’infanzia e gran parte dell’adolescenza per imparare a domare le emozioni, ma solo in età adulta ne ho avuto il pieno controllo. Quel giorno adulto ancora non lo ero, o non lo ero del tutto. Sì, avevo una barba a chiazze rossiccia e la voce rauca, ma del mondo avevo ancora visto troppo poco.
Tra le cose che non avevo ancora scoperto c’era anche quella mia parte, da sempre rimasta oscura, da sempre lasciata in un angolo buio dell’Io: la Malinconia.
Non è una cosa semplice, vivere vent’anni senza essere mai malinconici, costretti a lasciar crescere quella strana sensazione fino a farla diventare tristezza, la Tristezza mi rende invulnerabile, ma incapace di muovermi. Ogni giornata di pioggia fermo, ogni ricordo che poteva suggerire uno stato d’animo simile deviato, trasformato in qualcos’altro.
Ma quello era il gran giorno, il giorno in cui avrei aperto l’ultima porta, quella dietro cui si nascondeva l’ultimo interrogativo.
Di fronte a me avevo l’avversario più temibile mai affrontato.
Ricordo ogni attimo.
Lo guardai mentre in alto, sopra di me, lanciava sorrisi soddisfatti. A vederlo così non sembrava granché, nella calzamaglia gialla e rossa, con il mantello sciupato e bruciato nell’angolo in basso a sinistra, calvo, ma con un monociglio foltissimo.
Non avevo altra scelta, se avessi atteso oltre avrebbe distrutto la città con la sua macchina, un congegno a forma di cupola al cui interno nuotava una specie di tenia gigante in un liquido azzurrognolo, con cui aveva dato prova di poter fare cose orribili con la giusta pazienza: davanti ai miei occhi aveva tolto a tutti gli abitanti la capacità di usare le vocali, con soli cinque minuti di carica. Erano più di quattro ore che combattevamo, non volevo scoprire cosa sarebbe successo con tutta quella potenza accumulata. Gli lanciai un’occhiata ed aprii l’ultima cartella nel lettore mp3: Malinconia.
In sottofondo un pianoforte anticipò la voce di Riccardo Fogli. Mi sentii invadere da qualcosa fino a quel momento mai provato, era come riempirsi di un liquido, un miscuglio di emozioni mi scese dalla testa fino ai piedi, ripensai agli anni delle medie, alle puntate di Holly e Benji, al primo bacio. Era difficilissimo tenere a freno tutto per non sprofondare nella cupezza, diventare tristi, avrebbe significato la fine.
Poi scese una lacrima, sola. Mi segnò la guancia fino a bagnarmi la punta di un sorriso amaro.
Ero pronto.
Aprii gli occhi al mio nemico che armeggiava con il suo apparecchio, levitando a qualche decina di metri sopra di me. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, capii solo che dovevo raggiungerlo e afferrarlo.
Saltai mentre iniziava il secondo ritornello.
Eccola, la sentivo, era pronta.
Il tizio in calzamaglia gialla e rossa non poté fare molto, fino a quel momento era stato migliore di me, più veloce, più forte, più abile, ma in quei pochi attimi era come una formica privata delle zampe che guarda una Timberland numero 47 piovergli addosso. Non mi disse neanche il suo nome, seguii l’istinto e l’afferrai per le spalle mentre ancora tamburellava sullo strumento, poi un vuoto dentro e quando riaprii gli occhi intorno a noi non c’era che lo spazio, immenso, unico.
Sprofondai negli interrogativi, mentre il cattivo di turno annaspava cercando un’aria che non c’era. In pochi secondi gli scoppiò la testa, schizzandomi addosso rimasugli di cervello.
Io potei sopravvivere, il Terrore mi da la capacità di adattarmi a qualunque ambiente, ma non era semplice rimanere in quella costante emozione. Fu quasi istintivo all’inizio, quando ero sicuro di aver fatto saltare in aria il pianeta, ma poi, accorgendomi di essere solamente stato teletrasportato in una parte imprecisata dell’universo, dovetti impegnarmi non poco per non farla scomparire.
Oggi sono ventiquattro anni che nuoto in una costante quanto flebile sensazione di terrore. La terra non è lontana, la vedo più grande rispetto all’inizio.
Il mio esilio mi ha insegnato molte cose: il pan di stelle ha un sapore diverso rispetto a quello ipotizzato dalla Mulino Bianco, molto più acido; le comete lasciano una scia umida, perfetta per togliere rimasugli di cervello dal cotone. Se mi abbandono alla malinconia torno sempre allo stesso punto nell’universo, nello spazio non invecchio e ci sono metodi più pratici per controllare le emozioni di un i-pod, che non mi costringano ad ascoltare Riccardo Fogli.

Ventiquattro anni non sono uno scherzo, neanche per un tipo paziente come me, ma la vista da quassù meritava l’attesa e soprattutto un pensiero mi ha spinto ad andare avanti, tra pianeti e rocce alla deriva…
Secondo i miei calcoli tra quattro giorni atterrerò a Pennapiedimonte.
Giusto in tempo per la sagra del cinghiale.

Damiano Lenaz

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Fortunata

Fortunata_soloimgLa notte in cui la nonna morì c’era un forte temporale.
Ero rimasta sola con lei. I grandi erano tutti nell’altra stanza a parlare con il medico. Dicevano che non c’era più niente da fare. Li avevo sentiti.
Li aveva sentiti anche lei, un attimo prima di andarsene. Aveva mosso appena la mano e io ero corsa a sedermi al suo fianco. Mi guardò, per un istante. Per un istante di troppo. I suoi occhi impauriti rimasero a fissarmi per molti minuti, prima che trovassi la forza di alzarmi e di andare a chiamare i miei genitori.
Prima di aprire la porta, mi voltai a guardarla. Un fulmine illuminò la stanza e il suo volto contratto di dolore. La sua pelle era argento. Non potrò mai dimenticare i suoi occhi. Erano ancora spalancati nel vuoto.
Non avevo mai visto un morto. Non ero mai stata portata a un funerale. Non amavo torturare i piccoli animali del giardino. A casa mia i fiori venivano tolti dai vasi prima che appassissero. Eppure erano già morti quando erano stati colti dalla pianta. Ma io ero troppo piccola e non potevo saperlo.

– Stai benissimo, Patrizia.
La sua voce dolce fa sembrare più accettabile la bugia. Più buona la menzogna. Mi porge uno specchietto, poi si ricorda che non riesco a tenerlo in mano. Si allunga sul mio corpo, spingendo i suoi seni prosperosi e le sue braccia forti proprio davanti ai miei occhi.
– Guardati! Sembri un’altra…
Non voglio. Non posso. Ma voglio che smetta di parlare. Per cui apro e torno a vedere. L’immagine che lo specchio mi restituisce è infame. Non ero pronta per vedere. Non sono mai pronta.
– Con il tuo colore degli occhi, poi!
I miei occhi sono grigi. Anche la mia vita. Vivo imprigionata in questo letto da non so quanto tempo. Le mie giornate sono tutte uguali e i minuti non passano mai veramente.
– Sei felice?
Mi ha chiesto davvero se sono felice?
Sento un fruscio, sopra le lenzuola.
– Che dici, Giovanna? Ti piace?
– Ottimo lavoro, Lucia. Come sempre.
Mia madre è accanto al mio letto.
– Cucciola…
I miei occhi grigi la fissano senza bisogno di parole. Davanti a me ho ancora quell’immagine nitida nello specchio. Il mio viso assomiglia a quello di mia nonna, la sera in cui morì. Aspetto che un fulmine illumini anche il mio volto e che qualcuno si meravigli della fissità del mio sguardo.
Il mio viso assomiglia alla morte.

– Puoi accompagnarmi in un posto, mamma?
La mia richiesta sembra coglierla impreparata. Si era seduta a leggere accanto a me, abituata al mio mutismo come ci si abitua a una cattiva compagnia che non se ne vuole andare.
– Se posso, tesoro. Certo.
– Aiutami ad alzarmi.
Le mie gambe sono fragili. Non riescono più a reggere il mio corpo.
Quando mi tira su, non sento niente. Ho solo l’affanno.
– Lo specchio.
Nella camera ce ne è uno, lontano dal mio letto. Non posso vedermi da lì.
Mi ricorda un libro che avevo letto. Il mostro là dietro non sono io.
Mi appoggia sulla carrozzina e mi tira. Sembra una mamma che accompagna in un passeggino il proprio cucciolo d’uomo. Eppure io sono Patrizia e ho trentatré anni. Fino a qualche anno fa camminavo. Parlavo. Parlavo senza sintetizzatore vocale. Poi è arrivato lo schianto. La corsa in ospedale. Le gambe che non si muovevano. Le braccia immobilizzate. E questa bocca incapace di parlare da sola.
– Eccoci, amore.
Vorrei alzarmi in piedi. Il sintetizzatore è rimasto vicino al letto. I miei occhi non pronunciano alcuna parola.
– Sarai sempre la mia bambina – mi dice dandomi un bacio sulla fronte.
E per quanto la ami, adesso la odio, perché è incapace di capirmi.
Là, nello specchio, c’è uno scheletro di trentacinque chili. Incapace di tenere la testa ritta senza supporto. Di chiedere un bicchiere d’acqua quando ha sete. Di aprire una bottiglietta e bere a cannella.
Quando mi vede piangere, mi accompagna a letto, apre il suo libro e inizia a leggere ad alta voce. Se mi chiedessero perché vivo, non avrei dubbi sulla risposta. Ogni giorno aspetto questo momento: la storia de Il principe felice e i doni delle sue gemme. Mia mamma me la leggeva sempre da piccola. Da quando ho avuto l’incidente, ha ricominciato a farlo.
– Ti ricordi la mia voce? – le chiede il sintetizzatore.
E quando piomba il silenzio, la intravedo piangere.

Quella sera non avevo bevuto. Non avevo assunto droga. Non stavo neppure correndo. Non era troppo tardi.
Tutte le giustificazioni che gli altri avrebbero potuto trovare al mio essermi uccisa dentro erano infondate. Ero astemia. Non prendevo neanche un analgesico per le emicranie. Il mio motorino aveva i fermi. Erano le dieci di sera. Indossavo una tuta.
Sull’asfalto non c’erano segni di frenata. Dalla sua parte. Non mi aveva neppure vista. Non aveva bevuto. Non aveva assunto droga. Non stava neppure correndo. Si era semplicemente distratto nel guardare nello specchietto retrovisore il suo bambino nel seggiolino. Per fortuna si erano salvati. Erano vivi. E sani.
A me era andato peggio, ma dovevo considerarmi fortunata. Così avevano detto, giuro. For – tu – na – ta.
Di tutti i miei sogni non è rimasta che una nuvola di vapore. Mentre aspirano il mio muco nasale, non riesco a smettere di pensare a come sarebbe stato tutto diverso. Se non fossi uscita per chiarire con lui. Se non avessi pianto. Se fossimo restati ad abbracciarci sotto le stelle per un minuto, per dirci addio, come si dice addio a ogni cosa di questo mondo quando si sta per morire. Magari non avrei avuto l’incidente. Magari ne avrei avuto uno peggiore e sarei stata meno fortunata.
– Non a tutti è concessa una seconda possibilità.
Non mi ero accorta neppure della prima.

Ci sono giorni in cui sto meglio. Altri in cui la stanchezza vince. Ho pensato di accelerare la fine. Di intraprendere il mio ultimo viaggio. Una volta ho provato a parlarne con mia madre e lei ha pianto. Le sono rimasta solo io. Sono l’unica cosa che le è rimasta. Non so ancora cosa fare della mia vita. In fondo ho solo trentatré anni. Ma spero di essere libera di scegliere. Forse non oggi. Magari domani. Di scegliere ogni giorno di vivere. O di scegliere di andare via una volta per tutte.
So che mia nonna da qualche parte mi protegge. Il suo volto, il mio volto, mi tormenta ogni volta che incrocio uno specchio. Spero che non ci sia il temporale stanotte: le sponde di metallo potrebbero riflettere nella penombra. E non voglio vedermi di nuovo morta.

Lisbeth Pfaff

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La Diva

Diva_solo_img

– Dimmi J, cosa sarei io? – un sorriso perfido rivela quanto è conscio ma allo stesso tempo perso.
Estraggo la glock e punto alla testa, nei suoi occhi la totale assenza di paura; solo i folli non sanno cosa sia. Tolgo la sicura.
– Un perdente.

– Devo riconoscere che hai fegato, ma non ti salverà. Non stavolta.
– Come vuoi, peccato che io sia… – esita per un attimo, chiude la bocca e si paralizza. Gira di scatto la testa – Oh! Maledizione!
– Stoooooop! – Da dietro la cinepresa, Roman il regista, interrompe tutto.
– Cazzo, scusate. Non riesco a essere spontaneo dopo trenta volta che ripetiamo la scena! – Erik si alza – Le prime dieci erano perfette!
– Questo lo dici tu! Erik ho bisogno di riprendere da più angolature e voglio la perfezione. Sai farlo!
Il mio collega sbuffa, guardandomi nervoso. – Facciamo una pausa? – Chiede, studiando la mia reazione con la coda dell’occhio.
– Ok, farà bene a tutti. Venti minuti di pausa! – Roman si gira verso l’assistente e gli chiede qualcosa.
Mantenendo il silenzio, mi dirigo verso il mio camerino, con quella stupida pistola finta ancora nella mano. Sbatto la porta e mi siedo davanti allo specchio, lanciando l’arma sul tavolino. Dopo trenta secondi il mio assistente, che in realtà è solo la mia balia quando il mio agente è impegnato, arriva velocemente.
– Anita, stai andando da Dio!
Uno dei suoi compiti è motivarmi. Gli riesce da schifo, fa davvero pena nel suo lavoro. La sua fortuna è di essere il ragazzo meno fastidioso fra quelli che il mio agente mi aveva proposto.
– Grazie, tesoro – mi sfilo le scarpe, sono scomodissime. Non credo che un’assassina a pagamento metterebbe un tacco dodici, ma i costumi non li faccio io. Io recito e basta. – Peccato che quell’idiota di Erik non ricordi mai un cazzo.
– Già, devi avere pazienza con lui. La sua incompetenza risalta le tue qualità.
– Hai ragione – lo guardo stupita, allora il tipo non ha solo un bel culo – Per favore, prendimi dell’acqua e fa sapere a Roman che sono infastidita dalla pausa. Devo ricevere un po’ di attenzioni o il mio ego ne risentirà.
– Va bene! – Il ragazzo prende l’acqua dal frigobar vicino al divanetto dietro di me e me la porge, dopo di che esce per fare ciò che gli ho detto.
Mi passo la bottiglietta sul collo, alla ricerca di un po’ di sollievo. Quelle luci artificiali trasformano lo studio in un forno. Inoltre, il completo che sono costretta a indossare è troppo pesante. Mi sento tutta appiccicosa dopo trentacinque volte che ripetiamo la stessa scena. Non trenta, quell’idiota di Erik non sa nemmeno contare o è troppo impegnato a pensare alla stagista che si scopa nel camerino durante le “pause”.
– Anita cara! – Roman entra quasi correndo.
Non lo guardo neanche, facendo finta di rimirarmi allo specchio. – Roman.
– Stai andando alla grande, sei per-fet-ta!
– Lo so bene, Roman – mi giro con fare scocciato, – si chiama professionalità. Mi pagano per recitare.
– Ti meriti ogni centesimo! – Mi sorride, ma scontrandosi col mio malumore, cambia tattica. Si accuccia, di modo da trovarsi faccia a faccia con me. Mi prende le mani. – Anita lo so che lavorare con Erik non è facile, ma la produzione ha insistito perché fosse il tuo coprotagonista. È amato dal grande pubblico; con quel suo viso d’angelo li ha fregati tutti.
Alzo gli occhi al cielo. Dio solo sa cosa ci veda la gente in quell’arrogante figlio di puttana. Il povero Roman cosa può fare se non cercare di avere il meglio da lui e finire le riprese il prima possibile?
– Lo so bene, Roman.
– Per questo ti chiedo di avere pazienza e continuare a fare quello che stai facendo. Da te mi aspetto di più. So benissimo che non sei solo un bel visino e che hai lavorato molto per arrivare qui! Sei una persona su cui si può fare affidamento. – Stringe le mie mani e aspetta una mia conferma.
Annuisco, con un angolo della bocca tirato su.
– Perfetto! – sorride, mi bacia la guancia ed esce.
– Tesoro, chiudi la porta. Voglio provare a rilassarmi per almeno dieci minuti – piego le braccia sul tavolinetto e ci appoggio la testa. Dopo qualche secondo sento le mani di James sulle spalle. Mi tiro su e lo guardo dallo specchio. – Cosa diavolo fai?
– Ho fatto il massaggiatore professionista, lascia fare a me.
Lo guardo sospettosa, ma dopo qualche secondo devo ricredermi. Il ragazzo ha delle mani magiche. Mi sento davvero più leggera. Chissà se sa usarle così bene anche da qualche altra parte.
Torno a osservarlo, mi cade l’occhio sul badge appuntato alla camicia.
Cosa vai a pensare, Anita?
Lo guardo bene. È carino. Non è la solita bellezza da star, ma la cosa non mi dispiace, anzi. Sembra essere un po’ più giovane di me, ma l’importante è che sia maggiorenne. Cerco di distogliere la mia attenzione da lui, ma quelle mani iniziano a torturare la mia libido.
Sfilo la giacca del completo di modo che lui possa continuare la sua opera.
Lo fisso negli occhi con lo sguardo magnetico che uso nelle scene da femme fatale e inizio a sbottonarmi la camicia. I suoi occhi si aprono leggermente, stupiti. Un sorriso accattivante si dipinge sul mio volto, mentre prendo la sua mano e la accompagno fino a toccare uno dei miei seni.
Guardo dallo specchio mentre mi accarezza e mi sento come se stessi guardando un mio film. James inizia a torturarmi di piacere, mentre con la mano libera scopre la mia spalla e inizia a baciarla.
Mi perdo, spegnendo il cervello, mentre i baci si avvicinano al collo. Lo lascio fare per un po’, poi mi alzo e lo prendo per la camicia, spingendolo contro il tavolino. Afferro i suoi capelli, tirandogli la testa indietro.
Il suo odore mi guida, le mie labbra s’infiammano contro il profilo della sua mascella, vorrebbe prendere il sopravvento, ma glielo impedisco. Incontro il suo sguardo e ci vedo il mio stesso desiderio.
Assaporo le sue labbra, sfiorandole con i denti per invogliarlo a prendere le mie. Non c’è niente di dolce nel mio bacio, lui se ne accorge e diventa audace, sfilandomi la camicia. Continua a baciarmi, scende verso il mio seno, e con una mano spinge il mio bacino verso di lui.
Mi ascolto ansimare, mentre sento la sua erezione contro di me e il mio corpo si infuoca. Lo afferro di nuovo e lo spingo sul divano, mettendo in atto il mio personale show. Mi spoglio lentamente mentre lui mi fissa: i primi a volare via sono i pantaloni e gli slip. Mi piace togliere tutto insieme, gli uomini ne rimangono sempre piacevolmente sorpresi. Tolgo il reggiseno e osservo la sua espressione incredula. È come se non avesse mai visto il corpo nudo di una bella donna in vita sua. Sorrido maliziosa e mi avvicino. Gli sfilo la camicia e accarezzo il suo petto nudo fino ad arrivare alla sua cintura. Infilo una mano nei suoi pantaloni, sentendo il suo respiro che si fa irregolare. Lo stuzzico un po’, ma mi stufo subito. Voglio farlo mio. Finisco di spogliarlo e gli salgo sopra per vedere la sua reazione dall’alto verso il basso.
Sono io la star, mi prendo sempre ciò che desidero.

Sara Fiore

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Divagazioni Pentacolari

divagazioni pentacolariQuello è un toro. Pensavo nella mia testa. Lo capisco da come si muove. Invece la ragazza seduta in fondo… Acquario! Estrosa con un pizzico di romanticismo.

Mi chiamo Lazlo, sono uno di quei tipi che vedete alla televisione, tra lo spot del tonno e il talk show del pomeriggio per le casalinghe indefesse, almeno di giorno.
Quello è un capricorno, oh, quanto mi piace la sua ambizione sfrenata, vorrei assaggiarne le carni, magari con un bel succo caldo e viscoso…
Mi presento.
Lazlo della televisione, faccio il vostro oroscopo, sono il vostro confidente, Saturno e le stelle vi sorrideranno. Lazlo della buona sorte, le vostre anime penderanno dalle mie labbra.
Oh, siete così sciocchi da credere che l’universo sia ai vostri piedi? Venite! Venite a conoscere Lazlo! Leggerà le stelle, dirà che siete bravi, parlerà d’amore prezioso e di fortune ardenti e voi vi berrete tutto, perché siete come insetti sul parabrezza. Chiazze di putrido nella mia sfavillante luminosità.
Fine della registrazione, chiudo gli occhi.
Ho detto al capricorno che deve fottere la moglie con più vigore, se non vuole che gli crescano le corna, mentre c’era lo stacco per la pubblicità ho consigliato all’acquario di cercare un pesce bello grosso, di lasciar stare il romanticismo: non funziona mai!
Certi sono così idioti che si berrebbero qualsiasi fandonia: come il tipo che si fece mezzo stato a piedi per incontrare quella che secondo l’oroscopo sarebbe stata la sua compagna per la vita. Alla fine era la solita mignotta d’alto bordo che smerciava umidi abbracci per soldi appiccicosi.
Vengono tutti per un consiglio d’amore, perché dei soldi non frega niente a nessuno, se vogliono farsi la vacanza sono capaci d’indebitarsi anche le mutande per andare dove fa scalpore. La macchina? Ma perché non prendere l’ultimo modello di quella tedesca dall’aspetto imperioso? Vendono anche la pensione della madre e la retta della mensa dei figli.
Pensare che non erano così…
Una volta servivano mesi per convincere questi idioti a fare la cosa sbagliata. Ora basta parlare di passere e uccelli e tutti si calano le braghe, pagano. Vomitano soldi in un circolo vizioso che li accompagna dalla prostituta al farmacista.
Si chiama sesso. Si fa in due, ma in cinque esce meglio.
Lo dico sempre, volete essere felici? Fate orge, fatele in casa mia… io vi guardo da fuori il pentacolo.
La carne di voialtri è dolce e dopo avervi parlato di stelle siete sempre più saporiti, pieni di speranze e di buone intenzioni. Per questo vi convinco a fine registrazione, mentre il tonno ancora sguazza in pubblicità e prima che la tettona del talk show si presenti col labbro rifatto e l’espressione meno intelligente del pesce nello spot. Dovete avere ancora quell’espressione meravigliata, dovete crederci.
Poi vi convinco a seguirmi in camerino, vi abbuffate di idiozie e credete a tutto, persino che io sia un povero orfano siberiano scampato ai gulag. Mi seguite come i bambini seguivano il pifferaio di Hamelin, vi gettate tra le mie braccia come la sirenetta nella spuma del mare e il mio salvagente è dolce come miele.
Vi racconto una storia, sempre la stessa, ve la bevete sempre!
Che spasso! Pensare che il fuoco viene visto come malevolo, ma quando ne parlo vi fermate tutti a fissarmi, neanche fossi qualche profeta di una fede inesistente. La realtà di voi stupidi piccoli mortali è così spassosa e così veniale che mi meraviglio che siate stati in grado di inventarvi qualcosa di più di ciò che sono.
Eppure Lazlo in televisione fa faville, persino le vecchie decrepite mi seguono, magari stringendo il crocifisso in mano come un talismano portafortuna; non sanno che il mio simbolo è diverso, ma loro non m’interessano: nel pentacolo non c’è spazio per carni flaccide e usurate, serve sangue che ribolle di passione, ventri gonfi di voglie e se dovessi trovare in grembo a qualcuna delle mie clienti un pargolo puro e privo di peccati… oh, che bel regalo sarebbe: almeno cent’anni di disgrazie!

Li guardo contorcersi: mignottelle in cerca di un premio, puttanieri pronti a soddisfare i loro più oscuri bisogni. Nel pentacolo, ogni volta quei cinque corpi fanno ciò che non avevano il coraggio di fare nei loro vestiti firmati, mentre le loro vite asciutte e perbene li fissavano. Si ammucchiano come animali e senza neanche pensarci un istante, barattano quell’umanità che tutti decantano per una veniale quanto animalesca brama di piacere. Anche se momentaneo.
Lazlo li avverte ogni volta prima di entrare: vanno lasciate le preoccupazioni e le remore, dentro il pentacolo si è un branco, se c’è una sola donna non è un problema, la sodomia è tutelata e se ci scappa il morto si può dire che sia selezione naturale. Non si butta via nulla.
Il verso che emettono quando la loro libido è soddisfatta non ha prezzo, non è un grido né un’esternazione di piacere: qualcosa di ancestrale esce da quelle viscere fumanti di orgasmo e si rivede nell’origine dell’uomo. Alcuni si fissano su di me, fermo a guardare fuori dal pentacolo, quando si fanno trasportare troppo corrono carponi per incitarmi, come a cercare approvazione.
Sono parco di queste cose, preferisco i collari chiodati, le torture reciproche e l’odore di eccitamento misto a quello del sangue. Sono prelibatezze che posso concedermi solo quando trovo degli psicopatici, ma ormai tutti sembrano uniformarsi: persino i pazzi sono intolleranti a qualche pietanza e non vogliono l’olio di palma, ma tutti sono pronti a bere il sangue caldo delle ferite che s’infliggono a vicenda.
Io svolgo un’opera pia, li resetto al peccato originale.
Del resto, se c’è qualcuno che li salva, dev’esserci anche qualcuno che li danna per l’eternità. Per ora sto vincendo e tra le fiamme dell’inferno quegli animali che erano uomini continuano a volere ciò per cui hanno cercato Lazlo: scopate facili, ululati animali e il disfacimento dell’opera di Dio.
Io li aspetto a fine corsa, in casa mia. Quando si presentano alla porta della città dolente, quella gente perduta comprende che vivrà l’eternità nel dolore, senza nient’altro che il demonio che hanno cresciuto nel loro grembo aiutati dal pentacolo, strappati dalla loro speranza e sacrificati alle fiamme.

Davide Zampatori

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Ricordi

Ricordi_solo imgGuardo la mano sollevando lo sguardo, allungo il braccio per cercare di prendere quella cosa, non so cosa sia, ma la chiamo, ancora e ancora.
La mano la porta vicino a me, cerco di afferrare quella cosa. Guardo la mano, enorme rispetto alla mia. Sorrido e mi volto. Il volto familiare fa una strana boccaccia, mi fa ridere, poi la mano lascia la cosa, mi accarezza la guancia. – Amore mio!
Quanto è bella la mia mamma.

Ricordi.
Che bella parola. Ho sempre pensato suonasse bene. Delicata, come certi momenti, eppur rude, come altri.
Questo è il primo ricordo che ho della mia vita. Le mani di mia madre, il suo viso e il benessere derivante dal suo tocco. Nient’altro.
Quest’ultima cosa è rimasta immutata nel tempo. Dopo trentacinque anni prenderle la mano o ricevere una sua carezza è come tornare bambini.
La guardo per l’ennesima volta mentre passeggiamo a braccetto lungo i corridoi. Ride.
Sembra felice.

Il secondo ricordo che ho di me bambino risale a quando avevo 3 anni.
Eravamo nel minuscolo cortile condominiale in cui abitavamo al tempo. Lei stendeva i panni, lenzuola bianche nel sole di maggio. Grandi ali profumate e soffici, avrebbero potuto spiccare il volo da un momento all’altro se non fosse stato per le mollette che le imprigionavano ai fili. Piccole farfalle colorate.
Io scorrazzavo con il mio triciclo sull’asfalto reso caldo dal sole. Mi sentivo sicuro, confidavo nelle mie capacità e nel mio corpo, senza nessun timore o paura.
Non me ne rendevo conto, ma a distanza di anni era così che mi sentivo: capace e sicuro senza ombra di dubbio sul mio piccolo mezzo a tre ruote.
Il morso dell’asfalto sui palmi delle mani e sulle ginocchia mi prese alla sprovvista. Non riuscii a fare a meno di gridare, spaventato e dolorante.
E lei fu subito da me. Cosa ricordo? Le sue mani. Sempre più grandi e sicure delle mie, ma un po’ meno del ricordo precedente. Calde e rassicuranti.
Il suo odore e il suo sorriso. – Non è niente piccolo. Vieni qui.
Non avevo davvero bisogno di andare da lei, perché mi teneva già stretto a sé mentre piangevo disperato. Ero sotto la sua pelle e lei era sotto la mia.
Anche questo non sarebbe mai cambiato.

Stringo un po’ di più il suo esile braccio e lei si gira a guardarmi. Apre la bocca in un grande sorriso, le si illuminano gli occhi. E comincia a cantare.
La lascio fare mentre afferro la sua mano. È così piccola ora. Posso sentire le nocche al di sotto del sottile strato di pelle. Le accarezzo con il pollice ed è come sgranare un rosario di carne e sangue. L’inutile preghiera di un figlio che sente sé stesso sotto la pelle di sua madre, ma non riesce a farle provare altrettanto. Vorrei fermarmi e gridare, ma lei non sa più stare ferma, così continuiamo a camminare. Canta.

Ricordo le fiabe che mi raccontava prima di dormire.
La melodia della sua voce riusciva a calmarmi, quasi quanto il suo tocco. Lei lo sapeva, perché mentre parlava teneva stretta la mia piccola mano nella sua. Così grande eppur sempre meno, giorno dopo giorno.
Quanto era bella.
Al tempo sognavo di salvarla da mostri enormi e cattivi. Superavo grandi ostacoli e difficoltà, mi figuravo forte e ferito, ma sempre pronto per lei e ogni volta che nella mia mente riuscivo a salvarla era così bello e piacevole che la mia immaginazione ne chiedeva ancora. Ricominciavo. In un ciclo infinito, fino ad addormentarmi, esausto, ma consapevole che eravamo io e lei contro il mondo. Sempre.
Avrei fatto qualsiasi cosa per vederla sorridere.
È ancora così.
Svoltiamo per l’ennesima volta, tornando al corridoio principale. Un’infermiera mi saluta con un sorriso che non riesco a ricambiare. Continuo a toccare la sua mano, così piccola ora rispetto alla mia. Mando giù il magone e le sorrido di nuovo. Canta.
È così strano e ingiusto. Io ricordo tutto. Ogni cosa dei nostri anni assieme. Lei invece è persa nel suo mondo, nel suo non ricordare. Così opposti. Così lontani. Eppure ogni volta che vengo qui lei sembra riconoscermi. Mi illudo ogni volta, pur sapendo che non è così.
La accompagno nella sala comune. Hanno acceso la televisione e quasi tutti sono incantati a guardarla. Una finestra sull’esterno. Uno squarcio nel vetro delle loro abitudini.
Mia madre non sembra farci caso. Continua a cantare. La accompagno fino alla sua poltrona e la faccio sedere. Ride e canta. Canta e ride. Eppure è ancora così bella.
Le stringo di nuovo la mano, prima di salutarla. Così piccola e debole. Quella mano che era la mia ancora di salvezza. Il mio mondo. Come vorrei riuscire a fare altrettanto. Come vorrei che fosse ancora in grado di capire cosa significa per me. La bacio sulla fronte e mi giro per non guardare le nostre mani che si separano. Cammino spedito verso l’uscita. Non ti voltare.
Se dovessero chiedermi cos’è la tristezza risponderei che è questa: vedere mia madre, malata di Alzheimer, con gli occhi pieni di lacrime mentre canta una canzone che solo lei conosce.

Erika Marchi

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Il mio amico Marl

Il_mio_amico_Marl_solo_img

‘Non pensare alle cose negative. Spesso dimentichiamo la bellezza della quotidianità, le piccole cose, i piccoli gesti. Pensare positivo non è un modo d’essere, è l’unico modo per riuscire a realizzarsi. Molti si lamentano del proprio lavoro, della propria vita, dimenticando gli obiettivi che hanno raggiunto. Vuoi un cambiamento? Devi essere quel cambiamento’
Chiusi il libro e guardai la copertina, ancora appoggiato al letto. Sbuffai tirandolo via e alzandomi di scatto.
– Queste stronzate non fanno per me, vado a comprare un po’ di erba. – Il gatto, mio unico interlocutore, mi fissò mentre infilavo la giacca e uscivo, con la sigaretta fra i denti.

La luce del sole mi bruciava gli occhi. Ero intontito dalla fame e la ragazza senza nome era protagonista dei miei pensieri.
Quella mattina mi ero svegliato solo. Era stata più di una semplice scopata, molto di più. Eppure se n’era andata. Non ricordavo nulla di lei se non quel particolare: un tatuaggio sul braccio sinistro. Un gatto che cavalca un proiettile. Bizzarro, ma sexy. Il ricordo dei suoi ricci d’ebano che stuzzicavano la mia pelle mentre si muoveva sopra di me, rappresentava la sensazione migliore della mia vita.
Cercai di buttarmi la tristezza alle spalle e un fottutissimo mal di testa mi obbligò a concentrarmi sul presente. Con la mano destra cercai di impostare ai miei capelli un senso di dignità. E lì trovai l’origine della fastidiosa cefalea: un bernoccolo grande come un porcino. Come accidenti me lo ero procurato? Le padelle sparse sul pavimento dell’angolo cucina presagivano più di un indizio in merito, ma non avevo tempo per indagare.
Scesi in strada, maledicendomi per il mio continuo rimuginare alla ragazza, alla fame o all’erba.
La strada sembrava deserta mentre mi dirigevo da Marl, il mio migliore amico e soprattutto il mio fornitore di fiducia.
Talvolta più fornitore che amico!
Ma aveva un cuore d’oro, il buon Marl.
Sentivo una stanchezza che mi ingobbiva la schiena e mi rendeva le gambe gelatina. Non era difficile avessi la febbre.
Alla fine vidi i contorni della casa di Marl, con essa un porto sicuro e l’erba, che ormai bramavo come ossigeno.
Bussai più volte, ma non venne ad aprirmi. Strano! Da quando lo conoscevo, non ricordavo di averlo mai visto fuori dal suo feudo. Lì nasceva la sua magia.
Marl abitava in una catapecchia su due piani, stile vittoriano. Un tempo era stata una reggia ma ora sembrava restare in piedi con lo sputo. Nel seminterrato adibito a laboratorio, Marl incrociava specie d’erba provenienti da ogni angolo del globo per ottenere varietà sempre nuove.
Il suo capolavoro portava il suo nome. La Marlerba.
Un ego niente male eh? Ma Dio, come mi fa stare alla grande quella roba! Di più, quando la fumo mi sento semplicemente… Vivo!
Gongolavo nel pregustarmi quelle nirvaniche sensazioni.
Senza pensarci, scavalcai il recinto in modo goffo ed entrai dalla porta sul cortile. Per fortuna non mi vide nessuno.
La febbre mi aveva preso proprio male. Crollai sul divano di Marl in un sonno profondo.
Dormii quattro o cinque ore in un limbo senza sogni né incubi. Neanche fossi un frigorifero a cui avessero tolto la spina. Mi svegliai, sentendo un baccano infernale dal piano di sopra.
Marl allora è in casa? Che accidenti sta combinando?
Rimasi in dormiveglia, accucciato sul divano, aspettando in posizione fetale.
Mentre continuavo a pormi questi dubbi, Marl si palesò in piedi davanti a me con un sacco di plastica nera, era qualcosa di lungo e sottile, ma non riuscivo a immaginare cosa fosse. Aveva i suoi capelli rossi e posticci sparati verso il soffitto come fiammelle e gli occhi iniettati di vermiglio, come vasetti di marmellata alle fragole.
Il maledetto aveva già aperto le danze senza di me.
– Ciao Phil!
– Marl…
– Non ti vedo in formissima…
– Devo avere la febbre.
– Sembri proprio uno zombie!
– Non scherzare…
– E stammi lontano che cominci a puzzare!
Dal nulla Marl mi vomitò addosso una lunga risata, oscena e gorgogliante come un lavandino otturato. Rabbrividii. Poi lo vidi accoccolarsi insieme al sacco sulla poltrona scassata, di fronte a me. Un attimo dopo, nonostante gli occhi spiritati, sembrò tornare serio.
–Da quanto non ti fumi un po’ di Marlerba?
Io… Non credo di capire…
– Scusa Phil… Ora che guardo meglio hai un bel bernoccolo in testa! Spaziale! Hai un’amnesia! L’amichetta di ieri notte doveva essere un tipetto combattivo, quando ha capito le tue intenzioni.
– Quali intenzioni? Io l’amavo!
– Ma non farmi ridere… ora prendi un tiro di Marlerba e tornerai normale! Se così si può dire… E non fare complimenti!
Marl tirò fuori dalla tasca e accese uno spinello farcito di Marlerba. Fece per passarmelo ma stranamente lo rifiutai. Mi sentivo sempre peggio e in quel momento non era certo il fumo il primo dei miei pensieri.
– Io ho fame… Tanta fame…
Marl esplose di nuovo in quella assurda risata. – Non ti preoccupare ho pensato anche a quello… Prendi!
Mi lanciò il sacco di plastica nera sulle ginocchia augurandomi buon appetito.
– Che diavolo è questo?
– La cena, ovvio! Grazie alla Marlerba abbiamo fattezze e sensazioni praticamente umane, come due ragazzi qualsiasi. Però dobbiamo placare certi appetiti…sai, la fame, la puzza di carne marcescente…
Srotolai la plastica nera dal contenuto. Sentii l’aria mancarmi.
Fra le mani tenevo il braccio sinistro della ragazza con la quale avevo passato la notte precedente. Reciso di netto dal suo corpo. Il tatuaggio a forma di gatto che cavalca un proiettile non lasciava alcun dubbio. Divenni di sale e quasi ignorai la logorrea di Marl.
– Fortuna Phil, che mi ero appostato nei dintorni di casa tua per assicurarmi che tutto filasse liscio, come al solito. Ho sentito quel gran rumore di pentole e ho visto lei mezza nuda che scappava. L’imboscata per fortuna ha funzionato. L’ho accompagnata subito qui per essere preparata… Et voilà! Anche stavolta abbiamo la nostra cenetta. Certo che devi migliorare un po’ il tuo approccio con le donne, Phil.
Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo per l’orrore. Marl mi zittì tappandomi la bocca con le sue mani ancora puzzolenti di sangue e sudore.
– Ma sei diventato matto? Vuoi che venga tutta la città a farci la festa? Adesso ti calmi e non fai cose stupide come urlare, intesi? O dovrò prendere provvedimenti. Vero che farai il bravo, Phil?
Annuii alzando la mano destra come in tribunale. Marl sembrò tranquillizzarsi perché mollò la presa.
Ne approfittai.
– Tu sei pazzo! Io vado dalla polizia! Ti faccio internare!
Spinsi via Marl con tutta la forza che mi restava in corpo. Finì gambe all’aria e ne approfittai per scappare in strada. Corsi fino a esaurire l’aria nei polmoni. Per fortuna dopo qualche centinaio di metri vidi un poliziotto di spalle. Cercai di attirare la sua attenzione e quando mi vide il suo sguardo di rabbia e paura mi fece comprendere che la storiella di Marl forse non era del tutto campata in aria.
Ma era troppo tardi.
Feci in tempo solo a sentire il freddo proiettile che si faceva strada nella mia fronte.
Poi tutto si fece nero.

Dal balcone della sua dimora Marl sbuffava fumo dalla bocca, malinconico.
– Uffa! Ora dovrò fare tutto per conto mio! Stupido di un Phil!
Estrasse il cellulare dalla giacca e scelse un numero dalla rubrica, svogliato.
– Diana? Ciao sono Marl! È tanto che non ci sentiamo… Cenetta per due? Sì? Arrivo subito!

Andrea Moretti

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