Storia di un violino

violino1

L. era seduto sul marciapiede. Fissava un punto, oltre le strisce pedonali, dall’altra parte della carreggiata.

Stanco nel fisico dopo tanto viaggiare, ma lucido nella mente.
Era un simpatico vecchietto. Aveva abiti dismessi, pieni di toppe e polvere.
Una lunga barba bianca, pettinata e signorile, prolungava il suo viso nascondendogli le labbra.
Osservando i suoi occhi, ormai ridotti a quasi due fessure sfumate di cielo, si aveva comunque la certezza che stesse sorridendo.
Al suo fianco era appoggiata una custodia di pelle nera logora e impolverata.
L. la accarezzava come un cagnolino nella cuccia.
Ancora non è il momento. Pensava.
Era appena arrivato in una nuova città. L’ennesima.
Il lungo viale alberato gli sembrava un teatro come quelli dell’antica Grecia.
Le persone a poco a poco prendevano il loro posto.
L. si trovava dove voleva essere e non poteva fare nient’altro se non attendere l’attimo opportuno, forse la sua ricerca avrebbe avuto finalmente successo, nonostante i tanti fallimenti cominciassero a minarne la speranza.
I passanti lo osservavano incuriositi, qualcuno silenzioso lo scherniva, altri scuotevano solo la testa.
Come in molti altri frangenti percepiva la vita attorno a sé come un ingarbugliato gomitolo di odori e suoni. Poteva quasi affondarne le dita, assaporandone la consistenza come un gatto fa con gli artigli. La sensazione lo rilassò.
Aveva un bisogno dannato di sentirsi più leggero. La sua ricerca lo aveva portato a numerosi buchi nell’acqua, la pazienza e la saggezza accumulate sembravano non servirgli a granché.
Solo la musica riusciva a rigenerare la sua essenza e lo spronava a continuare il suo viaggio. Non una musica qualsiasi, però. Lui la chiamava la musica del mondo. E l’adorava.
Per L. tutto era ritmo. Tutto era sinfonia.
Chiudeva gli occhi e sognava la vita.
Quel giorno in città c’era il mercato. Il fruttivendolo coi suoi schiamazzi scandiva una canzone che mano a mano prendeva consistenza. La strada diventava un porto lontano, esotico, circondato da alberi tropicali, dove il sole aveva il colore del sangue. Uno scenario perfetto per l’incedere sensuale di indigene dai corpi floridi, all’apparenza incuranti delle ceste appoggiate sui loro capelli d’ebano, colme di ogni ben di Dio.
Le casalinghe, guardinghe per le offerte fra i bancali, sorridevano e si avvicinavano ammaliate. Si sentivano protagoniste di quella canzone quanto basta da frugare nelle sporte e nelle borse per afferrare il borsellino.
Al fruttivendolo facevano da contraltare le storie di mare del pescivendolo. Nei suoi racconti da navigante, ogni cosa volgeva all’azzurro, dal cobalto all’oltremare, appena sotto la pelle senza forma dell’oceano. Specie mai viste di pesci danzavano, sfumando i loro riflessi in un lungo nascondino cromatico. L. era convinto che chi passava davanti al banchetto non storcesse il naso per la puzza delle spigole o dei tonni ma nuotasse con il pensiero, assaporando la salsedine.
La mente di L. era in pieno fermento, anche troppo.
Scrollò la testa per recuperare piena percezione della realtà.
D’altra parte pensava che al di là del motivo del suo viaggio, quella città sarebbe stata un gran bel posto dove vivere. Gli sarebbe davvero dispiaciuto lasciarla, ma tutto dipendeva dall’esito della sua ricerca.
Qualcosa lo fece trasalire. Un odore diverso o una voce che lo aveva incuriosito? Forse si era solo reso conto di aver perso troppo tempo con le mani in mano.
Capì che il momento era giunto. Non doveva cedere alla fretta ora. Le cose andavano fatte per bene.
Aprì la custodia di pelle nera.
Al suo interno c’era un vecchio violino. Anche un occhio inesperto si sarebbe reso conto che lungo il corpo quel violino presentava numerose imperfezioni e ammaccature.
Scostò la barba da un lato e lo incastrò tra il collo e la spalla.
Lasciò strisciare l’archetto. Lo stridio prodotto fu qualcosa di soave. Era come una bacchetta nelle mani di L. perché la musica che usciva dallo strumento aveva qualcosa di magico. Sconvolgeva le orecchie dei passanti da quanto era bella.
Una piccola folla si formò intorno al suono di quel violino. Le attività smisero per il solo piacere di ascoltare la sua melodia.
L’esibizione finì e l’applauso che si levò fu potente e naturale come il primo vagito di un bimbo in salute. Le persone tornarono a curarsi dei propri interessi e la folla si disperse, ma qualcuno rimase.
‒ Quella musica… Erano tanti anni che non la ascoltavo più…
La voce quasi sussurrata e tremante era quella di un’anziana signora ben vestita.
L. si limitò ad annuire. Bastò a far scoppiare la donna in lacrime.

In una città come tante c’è una grande casa cinta da mura. Le mura proteggono un rigoglioso giardino. Ma non solo. Una giovane donna alla finestra sta suonando un violino. La musica le scorre nel sangue. Sua madre le ha trasmesso una passione smisurata e donato un talento innato. La giovane donna vuole fare della musica la sua vita. Quando l’archetto si muove è tutt’uno con il suo respiro. Le note che escono dal corpo di legno levigato spiegano cosa rappresenta per lei l’amore. Quel violino le è stato regalato da sua madre. Non hanno problemi economici ma il padre della ragazza non asseconda le sue ambizioni artistiche in alcun modo. Avrebbe preferito un figlio maschio ma si accontenta. In fondo cerca solo qualcuno che porti avanti l’azienda tessile di famiglia. È grazie a quella se tutti i giorni si mangia, ribadisce a ogni occasione.
Un giorno la madre scappa da quella casa e dalla sua famiglia, non ci è dato sapere chi fosse l’amante e da quanto tempo stesse progettando quella fuga.
Il marito affranto va su tutte le furie. Non potendo sfogare la sua ira come coniuge, lo fa come padre. Ha un pesante litigio con la figlia, non ne può più di quella musica. Le ricorda troppo la donna che lo ha abbandonato. In fondo, anche la musica che scorreva nella figlia è appassita. Ma la rabbia fa superare il limite. Il padre frantuma il violino della figlia contro il tavolo e lo lancia fuori dalla finestra. Con esso vanno in frantumi sia le certezze che i sogni residui della ragazza.
Anche lei è arrabbiata con la madre. Decide di seguire i piani che il padre ha pensato per lei. Una fine non lieta. Solo una fine.

‒ Finalmente ti ho trovata… Non puoi immaginare quanto ti ho cercata…
‒ Tu chi sei? ‒ Chiede quasi con timore, l’anziana signora mentre si asciugava le lacrime.
‒ Ti conosco fin troppo bene. Ho ascoltato la tua musica fin da quando è nata. Ti ho sentito ridere e piangere. Ti ho sentito amare. Mi sono sentito amato. Grazie a te ho vissuto. Per questo, avevo una missione da portare a termine e… Finalmente! Eccoti qui, davanti a me.
La donna non riusciva a capire. Una bimbetta dallo sguardo sveglio catturò la sua attenzione tirandole la lunga gonna.
‒ Nonna! Vieni! C’è la bancarella dei dolciumi! Me ne pre…
‒ Non vedi che sto parlando con questo signore, piccola mia?
‒ Ma che dici, nonna? Non vedo nessuno!
‒ Come nessuno? Ma non vedi…
La donna osservò dritta davanti a sé. Nel punto esatto dove stava il suo interlocutore poco prima.
Il violino era lì, appoggiato dentro la sua custodia. Sembrava aspettarla. Rispetto a prima era lucido, senza imperfezioni. Neanche una piccola crepa.
Anche l’anziana donna si sentì finalmente aggiustata.

Andrea Moretti

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Arabesque

soundwaveSentivo il muco sgocciolare lungo la punta del naso, mescolandosi al sudore freddo che mi infradiciava le sopracciglia e il viso.
I tremori erano così forti che il mio corpo sembrava percorso da scariche di corrente.
Quando ti metti in testa una cosa dev’essere quella! Mi dissi con poco entusiasmo, ma con la determinazione che mi aveva sempre spinto ad andare avanti.

Ci volle poco a capire che la mia sola forza di volontà non era abbastanza: la vanga in cui la mancanza di entusiasmo e la pigrizia si erano materializzate aveva scavato troppo a fondo intorno a me, mentre io non ci facevo caso. Adesso riuscivo a malapena a vedere il bordo di quella trincea con cui la mia negligenza aveva eroso il terreno sul quale avrei dovuto camminare.
Le mie pupille stanche e improduttive si ancoravano ai primitivi simboli algebrici che mi servivano a calcolare il ritorno atteso sui pacchetti azionari descritti…quale era la pagina? Dovevo aver chiuso il file. Che strana sensazione. Normalmente riuscivo a trovare una certa armonia in quelle semplici formule…sospendendo l’incredulità come se stessi sfogliando un racconto di Wells, con macchine del tempo e uomini blu abbrutiti dalla vita nel sottosuolo…o come seduto su uno scoglio tentando di non realizzare che oltre l’orizzonte delle acque, da qualche parte, c’è solo un’altra costa, dove un altro umano annoiato sta guardando nella mia direzione e si augura che io non esista, nello stesso modo in cui cerco di allontanare la sua immagine dal mio desiderio di sconfinata solitudine.
La voce robotica dell’esaminatore annuncia che il tempo è finito e che dobbiamo allontanarci dai computer. In pochi minuti gli scarabocchi aritmetici impressi nella fretta delle due ore a disposizione saranno stampati e imbustati. Il mare oltre la finestra dell’aula. Avrei potuto consegnare in bianco, forse avrei dovuto. In ogni caso, non troveranno molto da valutare. Prendo la mia giacca e mi allontano, prima che le vibrazioni prodotte dalle corde vocali dei miei compagni di corso possano essere decodificate dal mio cervello. Come potrei aver bisogno delle vostre parole, con la spiaggia deserta a due passi da qui?
Mi allontano sulla spiaggia mentre il vento abortisce il volo dei gabbiani. Sotto il cielo muto e grigio, mi viene in mente di ripassare una formula…quella del ritorno sugli asset. Con un pezzo di legno traccio sulla sabbia umida le relazioni fra il debito e l’equity… cazzo, adesso ho capito! Mi mordo un labbro, accorgendomi del primo errore. Completo la formula, come se potesse servirmi a qualcosa. È lì che accade: un brusco taglio fra le onde denuda una striscia di terra che si estende in lontananza sul mare piatto e indifferente. Un corridoio asciutto che spalanca le acque fino a dove l’orizzonte si mostra, – e forse anche di là…non sarà che…? – Mi metto in cammino e imprimo i miei passi su quel passaggio. Era proprio come mi immaginavo…dopo qualche chilometro, vedo una sagoma venire nella mia direzione: l’umano annoiato sull’altra costa. Non appena si avvicina quel tanto da potermi sentire, alzo una mano e saluto:
– Corporate Finance?
– No, contabilità aziendale.
Schiocco le dita.
– Non ti invidio.
Spossato e senza la minima voglia di incontrarmi con qualcuno, gli vado incontro come le buone maniere prescrivono. Provo a guardarlo in faccia, ma la mia stanchezza non tarda a farsi sentire. Ho le sopracciglia aggrottate e tendo a fissare il pavimento del mare scoperchiato. Non mi ci vuole molto per capire che lui è dello stesso umore. Ci stringiamo le mani e istintivamente ci indichiamo le direzioni verso cui andare. Le mie buone maniere vacillano. Punto il dito di fronte a me.
–Facciamo così, io vado da quella parte, tu continui verso dove sono venuto io…
Leggo in lui assenso e comprensione. Un attimo prima di riavviarmi e salutare, sbuffo e cambio espressione. Gli metto una mano sulla spalla.
–No, scusami. Facciamo così. Andiamo tutti due da questa parte. Ti voglio bene, nonostante tutto.
Il suo assenso non muta. Ci incamminiamo verso l’orizzonte. Mi faccio avanti con una domanda, mentre tengo lo sguardo al suolo sabbioso. Dalla mia voce calma e spassionata traspare l’onestà.
–Ma è davvero così brutto essere soli?
–Non saprei…è la prima volta che capito da queste parti, ma in un certo senso è come se ci fossi già stato
–Forse ti capisco, sai? Un po’ come quelle spirali…come un algoritmo che si chiude in sé stesso. Volevo comprare un saggio su Debussy l’altro giorno…ho letto l’anteprima. A un certo punto mostrava un parallelismo fra i suoi arpeggi e certi algoritmi…che creavano una spirale. Mi pareva fosse un estratto dall’Arabesque…o forse era Reflets Dans L’Eau? Non so. Sai, a volte mi sforzo di ricordare cose che non contano poi molto.
Inarca un braccio per farmi strada.
–Vieni, cerchiamo un posto dove fare due chiacchiere.

 

Valerio Dalla Ragione

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Racconti d’estate – Se ne va

2017-09-02 19.59.53

Ci incontriamo ogni sera, finalmente è estate. Usciamo, senza darci appuntamento: aspettiamo gli altri sul dondolo dalla vernice di tre colori, a seconda di quanto è scrostato. Strisciate bianche, qualche crepo giallo e infine rosso, l’ultimo strato.
Prima o poi qualcuno arriva, di solito tutti e otto; se qualcuno manca, sappiamo che è stato chiuso in casa dai genitori, ma è raro, siamo bravi ragazzi. Non fumiamo, non ci droghiamo. Al massimo qualche birra o cose così. Chiacchieriamo, ridiamo, diciamo una serie infinita di stronzate.
Succede che due si appartino a limonare, ma non ci sono vere coppie, solo flirt, solo voglia.
Poi torniamo a casa, un po’ felici e un po’ incerti. Almeno io.
Mi piace Marco, come a Laura Pausini, solo che lei lo aveva conquistato il suo. Io invece non so, non capisco se gli piaccio.
Me ne torno a casa, mi butto sul letto e fisso il soffitto
Ogni tanto con un sorriso.
Ogni tanto con la musica nelle orecchie.
Ogni tanto con le lacrime, che scivolano nelle orecchie.
Prima di dormire un pensiero ritorna, una cosa che non vorrei, chiudendo gli occhi mi risuona dentro: “E un’altra estate se ne va.”
Mi si impianta nel petto e so che quelle parole sono la mia verità.

Monica Spigariol

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Racconti d’estate – Tu chiamale se vuoi, emozioni

se ne va

Siamo tutti seduti in cerchio sulla sabbia a cantare le canzoni di Battisti, seguendo le note che escono dalla chitarra di Paolo. Tutti, tranne uno. I nostri occhi si incontrano. Sono io la prima ad abbassare lo sguardo. Quando lo rialzo il suo è ancora fisso su di me e mi fa arrossire. Gli sorrido imbarazzata. Mi alzo per tornare alla tenda, il mio coprifuoco sta per scadere e non voglio che mia madre venga a chiamarmi e mi faccia fare la figura della ragazzina. Anche lui si alza e si avvicina a me. Mi fa solo un cenno inclinando il capo su un lato. Camminiamo fianco a fianco senza parlare. Arrivati vicino alla mia tenda, mi prende le mani nelle sue e mi accarezza i palmi con i pollici, mentre cerca di dirmi qualcosa in un inglese stentato. In quel momento maledico la mia professoressa e l’aver studiato francese alle medie. Lui legge lo smarrimento nei miei occhi; sorride e mi tira verso di sé, poggiando le sue labbra sulle mie. Cuore a mille e groppo alla gola, gli sorrido e lui fa altrettanto.
E in quel momento, inglese o no, ci stiamo parlando.

Serena Pavan

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Racconti d’estate – La ceretta

2017-09-02 16.00.34

Ore 13.40: lavastoviglie attivata, gocce grondanti dalla fronte perché il termometro segna 40° ma in realtà ne sento molti di più perché vivo in uno dei posti in cui quando c’è poca umidità, è al 75%, neanche avessi una foresta equatoriale fuori dalla finestra. Sto per rilassarmi pensando a un ghiacciolo, quando ricordo che alle 14 ho quel tremendo appuntamento: la ceretta.

Questa azione violenta sul corpo mi fa sudare anche quando fuori è meno dieci e i pinguini corrono felici al mio fianco, figurati in piena estate. Potrei evitarla affidandomi alla crema o al rasoio, ma già sembrare l’ultimo homo erectus una volta al mese è pesante, una volta ogni quindici giorni sarebbe proprio traumatico.

Silk epil, no, sono contraria al provocarmi da sola del dolore, preferisco sia un’altra persona ad azionare questa insana violenza.

Prendo coraggio, mi dirigo alla velocità della luce sotto la doccia, riemergo già sudando e mi fiondo in auto, spalanco i finestrini e via… verso la tortura con il solito pensiero: Ma chi è quell’intelligentone che un giorno ha deciso che i peli sono brutti da vedere? Deve essere parente di chi ha inventato il ferro da stiro, persone decisamente sadiche.

 

Erika Franceschini

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Racconti d’estate – Nozze d’inferno

2017-08-25 20.18.04

Caldo, sudore, vestiti incollati addosso.
Non capisco la felicità dei presenti. Eppure, tra uomini, ci guardiamo negli occhi e ci comprendiamo in pieno.
I bambini che corrono, giocano, non consci della situazione, e quello lì pacioccone che ti calpesta le scarpe, che già ti facevano male, ma sai bene che non puoi bestemmiare. Non a voce. È anche il nipotino della sposa.
Al momento del fatidico “sì” i parenti più vicini scoppiano in lacrime. Io e gli altri amici dello sposo abbiamo iniziato a piangere dentro appena entrati nella chiesa, piena e senza condizionatori. C’è un solo ventilatore, che permette il trasporto della puzza di sudore anche a chi è più vicino alla porta. Per gli sposi è facile: sono così sopraffatti dal momento che non si accorgono di niente, neanche dell’organista che emana alcol da tutti i pori. “La messa è finita, andate in pace”. Pace? Per ora! Ma con tutte le maledizioni che ho mandato… All’inferno ci sarà sicuramente un girone per tutti quelli che decidono di sposarsi tra luglio e la parte più calda di agosto. Amen.

Aniello Di Maio

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Racconti d’estate – Vetrina

vetrina

Arriverà. Puntuale.

Come le tasse, come la morte. Come l’odore stantio del minestrone della signora Sborlini il mercoledì sera.

Non avviserà, ma capirai che è arrivata.

Ti sveglierai appiccicaticcio e maleodorante, stanco e spossato. Il tuo alito saprà di birra più del solito. L’aria tremolante ti inghiottirà e non servirà a nulla negare a te stesso: lei sarà arrivata e non potrai rimandarla indietro.

Accadrà in un giorno di fine maggio o forse inizio giugno.

A volte, quando si è fortunati, aspetta un mese in più. Ti dà il tempo di pensare di averla scampata, di esserle sfuggito. Ma non puoi sfuggirle.

Ti colpirà nello stomaco e sulla fronte. Ti farà passare la fame e la voglia di fare l’amore.

Ti metterà di fronte corpi scolpiti che ti ricorderanno di aver sbagliato tutto un’altra volta.

Ti sedurrà, tirando fuori carne. Cosce e seni che ti irretiranno, ti sgusceranno davanti gli occhi e sentirai dentro un senso di libertà sempre nuovo.

Non cascarci. Userà queste armi e la nostalgia per averti, ma tu non cascarci.

È solo una vecchia puttana. È solo il modo per permettere agli idioti di mostrarsi per quello che fanno finta di essere. È solo una vetrina.

Arriverà. Puntuale.

E se in quel momento avrai in faccia stampato un sorriso, sappi che ti odio. Ci sono solo tre motivi per sorridere in quel momento: l’età. L’essere caduti nella sua trappola. Il non essersi resi conto del suo arrivo.

Ma lei ci sarà, intorno a te, addosso a tutti, ovunque e se non te ne accorgi non ti resta che una cosa da fare: accendi la radio e non potrai più avere dubbi. Con lei scompare tutto dietro un velo putrido, anche la musica.

La sentirai arrivare nell’etere, con un sorriso ebete e poche note.

Estate…

Damiano Lenaz

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