La Casa Editrice

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Fu quello il momento in cui decisi di restare.
Ero sulla porta, con un piede già oltre la soglia ma mi fermai abbassai lo sguardo e sospirai.
Era buio e faceva freddo, dentro a quell’auto avevo paura anche se non so bene di cosa!
Mi girai verso Alberto tenendo la testa bassa.
Quelle parole mi entrarono dentro come una tempesta e il mio cuore cominciò a battere all’impazzata.
– Non puoi farlo!
– Sì, che posso. Eri venuta qui per questo testo e ora te ne vuoi andare perché hai paura? Sara, dove è finita quella rompipalle che mi aspettava ogni sera qui sotto perché le leggessi il testo? Quella che mi pedinava fino all’auto e che mi ritrovavo anche a casa? Quella che lottava senza arrendersi? Ora che abbiamo bisogno più che mai di te, te ne vai, ci lasci così?
– Questa barca ormai è affondata, ho lottato ma non può più stare in piedi. Non vedi che le grandi case ci stanno mangiando?
– Ti pagano di più, è questo!
– No, non è questo, ma..
Non sapevo cosa rispondere: aveva ragione, non avevo lottato come potevo e appena mi avevano fatto un’offerta migliore, anche io avevo deciso di andarmene nonostante lui e quelle quattro mura mi avessero dato tutto.

Quattro anni prima con il mio romanzo stampato in fogli A4 a casa. Mi ero messa a suonare al citofono della casa editrice ‘Nuove avventure’. La segretaria mi aveva risposto di inviare il manoscritto via e-mail per poi essere ricontattata. Io ero stanca, avevo inviato quelle duecento pagine a più di dieci editori e mi avevano risposto solo quelle che per pubblicare volevano essere pagate. Mi chiedo come possano pensare che una persona, al suo primo libro, possa permettersi di spendere mille o duemila euro per venderlo con copertina rigida. Io volevo che un editor lo leggesse, poi poteva anche cestinarlo, poteva dirmi che faceva schifo e che era meglio andassi a fare altro, ma per dirmelo doveva averlo letto.
Dopo la risposta della segretaria e la mia successiva insistenza via citofono, capii che non mi avrebbe mai aperto: allora decisi di aspettare lì finché non fosse sceso qualcuno.
Fermai tutti quelli che uscirono dalla porta, finché un vecchietto che abitava nel palazzo mi indicò Alberto Piani, il direttore della casa editrice, nonché proprietario.
– Salve – gli dissi avvicinandomi con un sorriso.
– Salve, ha bisogno di qualcosa?
– Beh, sì – si fermò con uno sguardo truce – vorrei che leggesse questo.
Indicò con un dito il manoscritto e disse: – Lo mandi via mail e le faremo sapere!
– No, non glielo mando via mail, glielo lascio ora in mano e fra una settimana torno e mi dice cosa ne pensa.
Non se lo aspettava, forse mi vedeva timida e impacciata.
– Abbiamo moltissime persone che ci chiedono di leggere, ho altri prima di lei, lo mandi via mail vedrà che lo leggeremo. – disse salendo in auto.
– Ve l’ho già inviato e so perfettamente che non li leggete, quindi se non lo vuole ora, sappia che mi ritroverà qui anche domani, e il giorno dopo, finché avrà tempo di leggerlo.
– Mi sta minacciando?
– Come si può minacciare qualcuno offrendogli qualcosa da leggere?
Sorrise e se ne andò. Era abituato a trovarsi persone fuori dalla casa editrice, che provavano ad affibbiargli un testo e pensava che dopo qualche giorno mi sarei stancata: me lo raccontò qualche mese dopo davanti a un caffè.
Io tornai, ogni mattina e ogni sera.
– Io continuo a restare, ho molto tempo libero. – gli ripetevo.
Dopo 10 giorni uscì e mi venne incontro:
– Nessuno aveva mai perseverato così tanto, lo leggerò e spero per te di non perdere tempo, non vorrei fosse solo testardaggine.
– Non se ne pentirà! Vengo fra una settimana.
Tre giorni dopo stavo leggendo sdraiata sul divano quando il mio telefono cominciò a vibrare. Era un numero che non conoscevo, risposi pronta a insultare la centralinista di turno che mi proponeva qualche super tariffa per internet, invece era una voce maschile calma, familiare.
– Buongiorno, parlo con Sara Marini?
– Sì, chi è?
– Sono Alberto Piani, la persona che ha importunato per giorni per il manoscritto.
– Oh…fa così schifo che non mi vuole neanche vedere per dirmelo?
– Tendenzialmente mi sembrerebbe assurdo e di cattivo gusto chiamare una persona per dirle che il suo testo fa schifo, avrei inviato una e-mail scrivendo che non eravamo interessati. A proposito, quando si consegna un manoscritto sarebbe opportuno inserire i dati dell’autore e un recapito, per fortuna abbiamo recuperato la sua e-mail.
– Ops!
– Già, in ogni caso, la aspetto qui domani mattina, tanto se non sbaglio ha detto che ha molto tempo libero…
– Già..
– A domani, al solito orario.

Mi ritrovai di fronte alla casa editrice con mezz’ora di anticipo e lì cominciò la mia più bella avventura, il libro vendette migliaia di copie e io diventai ufficialmente una scrittrice di ‘Nuove avventure’. Una scrittrice che ora stava per andarsene solo per qualche soldo in più. Non potevo abbandonare Alberto ora, non io. Uscii dal suo ufficio senza riuscire a dire un’altra parola, arrivai a casa e mi misi al computer, come sempre quando avevo bisogno di stare meglio. Scrissi per l’intera notte e alla fine inviai tutto via mail. Rimettermi a lottare per chi mi aveva dato la più grande delle possibilità era il minimo, la casa editrice aveva bisogno di un libro che la promuovesse e io ora, seduta davanti al pc potevo farlo. Era la sfida di cui avevo bisogno. A mezzogiorno il doppio bip del cellulare mi avvisò di un messaggi:
‘Grazie, sarà la nostra salvezza…ma preparati a lavorare, lo faremo uscire fra due settimane.’

Erika Franceschini

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Recensione – La Falsa Pista

IL COMMISSARIO: Kurt Wallander è il commissario della polizia della città di Ystad, nella regione della Scania. Ha scelto il suo lavoro per passione. Nel corso degli anni si rende conto, però, che la sua è una professione dura e difficile, tanto che spesso pensa di lasciarla. Quello che non sopporta è il continuo confrontarsi con la morte, quella che arriva a seguito di delitti efferati. Nonostante gli anni trascorsi non riesce ad abituarsi al male e alla violenza. Nel romanzo La falsa pista, di Henning Mankell, Wallander assiste impotente al suicidio di una giovane che si dà fuoco in un campo di colza. Il commissario intuisce che quello non è che l’inizio di qualcosa di tremendo. Occorrerà tutta la sua tenacia, la sua intuizione e soprattutto la volontà di dare giustizia, per arrivare alla soluzione del caso anche rischiando la propria vita.

LA SVEZIA: l’algida Svezia fa da contorno alle storie del Commissario Wallander. Una terra bella e affascinante, ma nello stesso tempo dura e difficile. Il clima rigido sembra commentare gli stati d’animo del Commissario. È abituato alla pioggia, al freddo, alla neve. Sempre maledicendosi per non avere messo un maglione più pesante, quando la temperatura scende. Anche quando la stagione estiva è arrivata, come nel romanzo, il caldo è qualcosa cui il protagonista non è abituato, lo opprime, lo sente estraneo. L’arsura gli stringe la gola, come l’ansia per arrivare alla soluzione del caso.

LA SOLITUDINE: la solitudine è l’amica fedele del Commissario. Un matrimonio fallito alle spalle, una figlia che vive lontano e che vede molto poco, un padre dal carattere bislacco che vive facendo il pittore, dipingendo quadri con un unico soggetto: un paesaggio al tramonto, sempre lo stesso, con o senza un gallo cedrone.
Wallander vorrebbe uscire da questa situazione, ma il suo lavoro lo prende a tal punto da non riuscire a ricostruirsi una vita privata. Anche l’incontro con Baiba, non gli dà la sicurezza necessaria.
Unica certezza, la casa dove rientra ogni sera molto tardi e che lo accoglie con la montagna di indumenti da lavare, il frigo quasi sempre vuoto.
Per fortuna c’è il giradischi con la sua collezione di opere liriche che gli fa compagnia e che gli consente di rilassarsi, spesso in compagnia di un bicchiere di whisky.
Fuori dall’appartamento il lampione che oscilla nel vento.

Luisa Bonaccorsi

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Contrasti

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Fu quello il momento in cui decisi di restare.

Mi guardavo le mani e non sapevo bene perché lo stessi facendo. Era pieno giorno, non il momento migliore. La mia gamba destra continuava a cedere, il ginocchio non sosteneva il mio esile peso. Probabilmente voleva fuggire e non era l’unica parte di me a volerlo fare. Invece niente, me ne stavo lì immobile.
La mia coscienza mi diceva che dovevo restare, anzi, di più, che dovevo agire.
Le mie mani tremavano, ma alla fine presi coraggio. Inspirai quell’aria mista di ossigeno e fuliggine e decisi che non potevo più aspettare. La casa dei miei vicini stava bruciando, non che mi stessero molto simpatici, ma c’era anche la figlia dentro e lei non meritava la morte ad appena due anni.
Avevo già chiamato tutti i numeri che potevo chiamare: 118, 115, perfino il 112 dei carabinieri.
Non c’era ancora nessuno però e io potevo aiutarli.
La mia gamba destra fece il primo passo, incerto. Così non va, o convinta o niente, mi dissi.
Cominciai a correre, saltai il muretto basso che divideva i nostri giardini e mi ritrovai nel loro. Mi guardai attorno, d’istinto: altri vicini iniziavano a uscire dalle case, senza avvicinarsi troppo.
Magari non mi vedono, pensai.
Avvicinai tremante la mano sinistra al fuoco e come previsto la mia pelle cominciò a diventare blu. Dalla punta delle dita velocemente tutto il mio corpo cambiò colore, per un momento mi venne da ridere: potevo far parte del cast di Avatar.
Mi buttai dentro e corsi disperata verso le scale, per fortuna almeno una volta avevo accettato l’invito di bere un caffè con Elisa e mi ricordavo l’interno.
Trovai la piccola Luna (che razza di nome) ancora nel lettino. Presi la coperta e l’avvolsi: il mio corpo era gelido, non potevo toccarla direttamente. Mi voltai per uscire, ma cominciai a tossire: non avevo previsto che il mio corpo era sì immune alle fiamme, ma non i miei polmoni al fumo. Corsi come non mai nella vita verso la porta e proprio allora sentii le sirene: stavano arrivando i pompieri.
Andai in panico. Mi voltai e mi rivoltai. Ero all’ingresso: se fossi uscita mi avrebbero scoperto, se fossi rimasta dentro sarei morta io e anche la piccola Luna. Non sapevo che fare. Panico, fumo, tosse. Le mie gambe si mossero da sole, così a passi lenti uscii. Mi scontrai con un uomo che stava correndo dentro.
Non potevo più fare nulla.
Un altro uomo mi si avvicinò, prese la bambina e si allontanò di corsa da me. Io tossivo, mi girava la testa. Mentre perdevo le forze vidi la mia pelle sbiadire e tornare marrone come al solito.
Perché non mi ero trasformata prima che mi vedessero?
Svenni prima di rispondermi che ero semplicemente una pavida cogliona.

Non avevo ben deciso come comportarmi. I miei vestiti erano praticamente distrutti e anch’io mi sentivo così. Mi avevano ammanettato, mani dietro la schiena, e sbattuta in una minuscola cella. La mia spalla doleva ancora per lo scontro con il muro. Probabilmente avrei potuto liberarmi senza fatica, il mio potere funzionava per contrasto: acquisivo una caratteristica contraria agli oggetti a cui mi avvicinavo. Per esempio, le sbarre erano rigide, dure. Il mio potere mi avrebbe resa malleabile, molle, così sarei sgusciata fuori con facilità.
Il problema era che non potevo prevedere che caratteristica avrei acquisito. Mi era capitato alcune volte di non saper gestire la mia trasformazione, inaspettata. Come quella volta che ero convinta di indurirmi come l’acciaio mentre mi si avvicinava una palla di gomma a volo libero, invece il mio corpo era improvvisamente diventato evanescente come una nuvola. C’ero rimasta malissimo. Almeno la palla non mi aveva colpito, né fatto male, che era il mio scopo. Ringraziavo sempre di dover concentrarmi perché il potere funzionasse, altrimenti la mia vita sarebbe diventata troppo complicata: erano tredici anni che ci convivevo, dai dodici ai venticinque attuali, eppure ne sapevo ancora troppo poco. Ero così stanca di essere straordinaria… era solo una seccatura, non era utile a nessuno, fino a oggi.
Ho cercato spesso un modo per definirmi e alla fine avevo deciso: ero una mutaforma, tipo Mystika degli X-men, però lei era più figa, in tutti i sensi.
I pensieri continuavano a vorticare attorno al mio potere: quando avrebbero trovato il coraggio di parlarmi, avrebbero posto troppe domande scomode, alcune senza risposta anche per me. Tipo: come hai acquisito questo potere? Non lo sapevo. Come funzionava? Non lo sapevo. Non sapevo granché a dire il vero, cercavo appena di gestirlo.
Rabbrividii, avevo freddo. Da quanto tempo ero lì? Non volevo restare, ma una vita da fuggiasca non era un’opzione. Sarei rimasta.
Mi avrebbero studiato, avrebbe fatto esperimenti, ma chissà, magari mi sarei conosciuta meglio e forse forse avrei scoperto che non ero l’unica, che qualcun altro condivideva la mia situazione.
Appoggiai la schiena sul muro congelato, inspirai, stavo scomoda con le braccia incastrate dietro. Ero stanchissima, reclinai la testa e chiusi gli occhi.
A un cero punto sentii dei passi avvicinarsi – chissà se stavo dormendo – non aprii gli occhi, non mi voltai. Una chiave aprì le sbarre, ma non mi turbai.
– Alzati, indossa questi. Quando sarai pronta verrai con noi. – mentre parlava un poliziotto mi aprì le manette.
Finalmente mi voltai e guardai l’uomo che mi aveva parlato. Era alto, con i capelli scuri corti e degli occhiali da secchione.
Mi sorrise.
Presi i jeans e la maglia che mi aveva dato. Mi spogliai davanti a lui, che non fece nemmeno un finto tentativo di voltarsi e poi lo seguii.
Ero appena diventata la sua prima cavia.

Monica Spigariol

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Recensione – Alle Montagne della Follia

EREDITÀ: come tante altre storie uscite dalla penna di HP Lovecraft, ha vissuto una gestazione turbolenta, soprattutto in sede editoriale (scritta nel ‘31 e pubblicata postuma nel ‘36 dopo diversi rifiuti). Detto ciò, Alle Montagne della Follia rappresenta il miglior lascito possibile dello scrittore di Providence per tutti i suoi affezionati. E non solo. Tanto dell’horror e della fantascienza degli ultimi quarant’anni ha pescato, respirato e preso spunto da questo romanzo. Folle e al tempo stesso lucido, forse è la migliore chiave di lettura per comprendere, almeno in buona parte, la mitologia extraterrestre partorita dalla mente di Lovecraft: Chtulhu, gli Antichi e persino la genesi del genere umano, verranno dettagliatamente raccontati grazie ai segreti celati nelle viscere oscure delle Montagne.

ANTARTIDE: è lì che si trovano le montagne del titolo, altissime e inesplorate.
Una spedizione geologica è divisa in due squadre, una di queste incappa in una scoperta incredibile: il ritrovamento di bizzarre e mostruose creature ibernate nel ghiaccio. Apparentemente senza vita…
L’altra squadra non ricevendo più notizie dal campo si recherà sul posto e troverà una strada di sangue e follia che la condurrà dritta alla cima delle impossibili montagne. Lì, vive ancora qualcuno, o qualcosa, che un essere umano non può capire e i propri occhi non potranno mai accettare.

LOVECRAFT: o si ama o si odia. Tutto il suo genio e la sua scrittura, non eccelsa ma efficace. Incubi, perdita della ragione e una lezione di storia che supera i limiti dell’incredibile. L’azione è onirica, non c’è tempo per motivare le scelte, o delineare i personaggi.
Pacchetto completo: prendere o lasciare.
Io prendo e lascio pure la mancia.

Andrea Moretti

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Panottico

34668376_460842267687009_247819535669788672_nFu quello il momento in cui decisi di restare nel corridoio di chi teme di poter vivere meglio la propria vita, una paura che deve essere combattuta – senza se e senza ma – armandosi della bestia suprema, il demonio subdolo e caprino della deforestazione neurale: raggiungere il fondo di quella bottiglia, bicchiere, fiasco, altri recipienti che non possono essere ricordati, perché fra poco non ci sarà più spazio per i ricordi. Come un Sisifo imbecille impiego tutte le mie facoltà fisiche e mentali per riuscire a parlare in serie, a muovere le mani e le gambe nel modo appropriato. Che lingua sto parlando? Non me ne ricordo, non me lo ricordo più. Non ricordo quando l’altalena ha cominciato a girare, non ricordo cosa sia un´altalena. Rimane solo l’oscillare, barcollare. C’era un tempo in cui sapevo fare altre cose, un altro tempo, altre cose che non ricordo. Dice un tizio che non ricordo: “Un fenomeno condiviso da un vasto numero di persone in fasi di profonda depressione è il senso di essere accompagnati da un secondo sé – un osservatore spettrale che non soffre della stessa demenza del suo doppio, e così può permettersi di assistere con spassionata curiosità al suo compagno mentre questi soccombe alla catastrofe, o decide di gettarcisi contro… un dramma in cui io, vittima e carnefice, ero sia l’attore solitario che l’unico membro del pubblico.”

Non aveva torto: quella bestia è emersa, in qualche luogo, in qualche momento. Bisogna correre per non sentirsela dietro le spalle. Vagare come un’ombra illuminata da quel Panottico silenzioso, indifferente, incomprensibile. La bottiglia non mi promette nulla, ma c’è un sottile senso di sfida e di scommessa, quella probabilità minima che oggi sarà la volta giusta, l’ebbrezza giusta.

Ho commesso un altro errore, perso un’altra scommessa. Non so che ore siano, non so quanto ho dormito. Un altro risveglio. Memorie confuse da un’altra notte. In che anno siamo? Ho detto una frase al mio coinquilino, i suoi occhi esterrefatti. Quante lingue ho mischiato in quella frase? Tre? Quattro? E lui ne parlerebbe anche quattro, ma sono altre quattro, quattro che io non conosco. Ponti che si rompono, bacini che si riempiono, coste che si allontanano in oceani di sidro e birre chiare.

-Non hai capito… non è quello… guardati- e mi indica il torace. Cioè, non era il mio scivolone ad averlo spaventato. Guardo il mio torace. Cristo. Mi tappo la bocca, spalanco gli occhi stanchi. C’è un buco, un buco enorme, un foro che non dovrebbe esserci, non deve esistere. Non scorre sangue, non passa nulla, è solo un buco, sono diventato una ciambella. C’è chi pensa la follia sia divertente, e in effetti potrebbe sembrarlo. La si potrebbe trasformare – uno direbbe – in qualcosa di divertente, ma è il demonio della bottiglia che plasma il suo divertimento, che sceglie la forma e le geometrie nauseanti dei suoi labirintici castelli di sabbia, con il secchiello e la paletta raschiati sulla tua scatola cranica. Follia.

Se in tutto questo esistesse una sola, unica cosa di senso compiuto, penserei a trovare un’interpretazione per questo buco, ma alzando la testa è di nuovo mezzogiorno, ci sono altri meccanismi fuori dalla porta, altri occhi, parole, piani, lotte, avvenimenti che non conoscerò mai e da cui mi allontano sempre di più, ogni minuto, ogni momento in cui rimango qui a cercare di immaginarmi quanto il mio cervello impiegherebbe per riprendersi, ma è un tempo troppo lungo – qualunque esso sia – e mi terrorizza, riecco la paura, e mi armo della bestia suprema, il demonio subdolo e caprino della deforestazione neurale: mi tocca raggiungere il fondo della bottiglia un’altra volta. Che giorno è?

Sono per strada, sono di nuovo qui. Cerco di non guardarlo, ma lo so che c’è. È qui da qualche parte, il moralista silenzioso, il Panottico del parto alcolico. Cammino, le gambe vanno da sé. Non mangio da quaranta ore. Quante ore ci sono in un giorno?

D’improvviso un’idea. Si potrebbe andare a correre, fare ginnastica. E poi bere tanta acqua, comprare della frutta, andare in bicicletta. Ascoltare della musica, bella musica, prendere il sole. Andare in un locale, incontrare nuova gente… un locale, sì. Andare in un locale. Ci sarà tempo per il resto, facciamo da domani, dal prossimo risveglio. Oggi sono troppo stanco, e magari questa è la volta giusta, l’ebbrezza giusta, la volta in cui vinco la scommessa. Mi appoggio al bancone. Quante ore sono passate? Non lo so, non ricordo. Vacillo, cado a terra.

Valerio Dalla Ragione

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Recensione – Storia dei giorni futuri

STRUTTURA: per introdurre una delle figure principali della storia, Wells ce ne mostra un antenato, il cui spazio d’azione e la cui descrizione si estendono per le prime tre pagine. Un personaggio che troviamo in scena, che viene descritto e scompare per fare spazio a un altro molto simile, ma lontano nel tempo di diversi secoli. Anche questa scelta è prova dei pensieri sull’evoluzione umana di Wells.

PROFETA: in “Storia dei giorni futuri” troviamo inquietanti accenni a quello che è oggi il nostro mondo, incentrato sull’apparenza, sull’affermazione sociale e scosso da gioco d’azzardo, disparità e dibattiti su evoluzione e morte.

CIVILTÀ: impossibile non farne parte, ma anche aderirvi totalmente. Questo sentimento è così forte ed attuale che ancora oggi si rinnova.

Lisbeth Pfaff

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Una Notte

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Fu quello il momento in cui decisi di restare.

Ma per farlo dovevo andarmene. Dal posto sbagliato, dalla vita sbagliata.

Il mio respiro suona come un pianoforte scordato, come se si ribellasse a una musica che lo ha logorato. Lentamente. Goccia dopo goccia.
I miei occhi fissano ora il soffitto, ora il ritmico contrarsi ed espandersi della mia cassa toracica, senza fare rumore, ma così assordante.
La sveglia segna le due di notte passate. Soffitto, torace, soffitto, torace. Non posso aspettare oltre. È il momento.
Mi alzo dal letto. Mi muovo silenzioso nonostante il caos che mi sconquassa i neuroni. Non riesco più a dormire. Oppure è il contrario. Come se avessi vissuto la mia vita assopito da un lungo oblio senza sogni e questa insonnia sia una sorta di ribellione. Il mio corpo si artiglia alla realtà. Quella dove la carne fa male, le ferite sanguinano e ci si sente vivi.
Così mi sento con lui: vivo, umano e dannatamente felice. Prima che io torni vigliacco dietro a una maschera di torbida finzione. Tra non molto sarò con lui e questa tragicommedia sarà solo una vecchia pagina ingiallita girata in tempo.
– Dove stai andando? – Chiede mia moglie.
Mi prende alla sprovvista, ma rimango lucido.
– Un’emergenza, devo andare. Un mio paziente ha avuto una crisi, non aspettarmi sveglia.
– Tranquillo non c’è pericolo… Ah, c’è del caffè pronto in cucina.
La ringrazio o penso solo di farlo, non importa. Lei si è già riaddormentata, mi dà le spalle mentre mi preparo.
Accetto il caffè, nonostante la mancanza di sonno mando giù la sua amarezza rigenerante e un po’ annacquata.
Tengo a freno l’eccitazione mentre infilo qualche vestito alla cieca dentro alla mia borsa da tennis.
Mi metto alla guida, esco prudente dall’isolato poi schiaccio a tavoletta. A mai più rivederci. Le gomme dell’Audi ruggiscono sull’asfalto, il passato si fa sempre più piccolo, è come un francobollo ormai.
Le mani tremano sul volante, piango e rido insieme. Sto venendo da te. Aspettami. Lo sguardo mi cade sul posto del passeggero. Il borsone mi ricorda del nostro primo incontro.

Come ogni giovedì sera ero andato a fare un paio di scambi sui campi indoor al circolo Tennis.
Puro sfogo per lo stress accumulato dopo il giro di visite ai pazienti, nessuna velleità sportiva.
Mi ero vestito dopo la doccia e mi accingevo a rincasare. Lo avevo visto con la coda dell’occhio, a terra, il volto nascosto dai corpi del custode e di altri due membri del circolo che gli prestavano i primi soccorsi.
– Dottore venga qui. – Disse uno di questi ultimi.
Il ragazzo dolorante era un giovane stagista, un volto fino a quel momento anonimo almeno per il sottoscritto. Come nella quotidianità i particolari talvolta ti devono capitare proprio sotto il naso per notarli e apprezzarli e spesso non basta nemmeno. Lo avevano assunto da un paio di settimane, riordinava le attrezzature, portava le ordinazioni dal bar e cose così. Era caduto da una scaletta mentre sistemava alcuni scatoloni negli scaffali più alti del magazzino. Aveva una caviglia slogata, nulla di serio ma mi presi la premura di riaccompagnarlo a casa personalmente. In macchina tenevo sempre un kit per le emergenze.
Lo feci accomodare sul divano di casa sua, la fasciatura rigida teneva bene e l’antidolorifico blando che gli avevo somministrato faceva il suo lavoro.
– I tuoi genitori? – Gli domandai.
– Vivo da solo da un annetto, guarda che ho ventidue anni ormai…
Avevo tredici anni più di lui ma non riuscii a non arrossire e lui di sicuro lo notò perché si mise a ridere come un bimbo che ha appena fatto una marachella. Era contagioso, perché poi risi anche io. Il ghiaccio si sciolse lì probabilmente, scaldato dalle confidenze e dal vino. Dalla nostra febbrile voglia di girovagare per il globo, io come medico volontario e lui per intraprendere le attività più disparate. E ancora dalle risate. Tante, sguaiate, ingenue e infantili. Ne ero avido perché senza rendermene conto per la prima volta ne avevo imparato il significato. E ne voleva di più, il mio cuore.
Ci trovammo abbracciati a tarda notte, addormentati e fusi insieme in un incastro di un meccanismo perfetto. Non facemmo l’amore quella sera ma capii che per la prima volta in vita mia non mi sentivo solo. Mi sentivo semplicemente me stesso, anche se ero convinto del contrario all’inizio. Quando tornai a casa e rividi gli occhi carichi di ansia di mia moglie mi resi conto che violentavo me stesso mentre creavo di sana pianta una bugia su misura, la solita emergenza dal lavoro. In realtà era il primo scossone al castello di carte che era stata la mia vita fino a quel momento. Le macerie sarebbero state la verità da cui ripartire.
Continuai a vedermi con il ragazzo del club le settimane successive e la nostra passione semplicemente esplose, alimentata dal fuoco perenne che ardeva in lui.
Giovane, sfacciata luce nella notte, mi aveva indicato quella strada che ero troppo cieco per calpestare. O più semplicemente troppo codardo. La felicità vera a volte mette più paura dell’ombra.
Per questo rischiai di rovinare tutto.
La nostra storia rimase segreta. Avevo troppa paura di espormi, delle parole della gente, di affrontare mia moglie. Già, mia moglie: il nostro legame durava dall’adolescenza, un sentimento antico, quasi sacro, che ora faticavo a toccare sotto spessi strati di polvere. Era già da un paio d’anni che faticavamo nel trovare l’intimità di un tempo. Ci eravamo ripromessi di affrontare l’argomento. Lei lavora in un’agenzia di viaggi e voleva portarmi a Tahiti. Ho sempre odiato Tahiti ma mi ero convinto che una vacanza poteva aiutare. Ogni tanto ci scherzava sulla nostra maretta, diceva che se me ne fossi andato avrebbe fatto qualche follia, poi se la sghignazzava chiosando che si fidava di me: pessimo investimento. Non aveva senso fidarsi di una persona che non esisteva più. Ma la vergogna per tutte le balle che le raccontavo, restava. Pur essendo sicuro di non aver lasciato tracce ogni volta che mi chiudevo la porta di casa alle spalle si alimentava il dubbio che lei sapesse e fosse in attesa di qualcosa, di un mio errore o forse nemmeno.
Per certe cose a una donna non servono prove, amava dire per provocarmi.
Poi il ragazzo del club me lo disse a chiare lettere: non gli bastava essere un semplice amante o una panacea del mio stress coniugale. Il suo animo viaggiatore lo aveva spinto ad intraprendere un volo verso l’Africa come volontario in un villaggio. L’SMS era chiaro: “C’è un biglietto anche per te, il check-in è alle 4.30 di domani. Non disturbarti a trovare scuse.”

Avevo scelto.

L’aeroporto è ancora così lontano. Ti prego aspettami. Sono stanco ma sei tu a darmi energia… La macchina sembra volare. La strada è un fiume nero da cui sto decollando… Tutto sembra magico. Manca poco… E resteremo insieme… Ma non sento più nulla… Sto seguendo la tua stella e il mondo intanto è sottosopra… Non capisco… Non…

Le lacrime sgorgano dagli occhi della donna raggomitolata nel letto, sola nel suo lato. Sta pensando che i sonniferi mescolati al caffè del marito dovevano aver fatto effetto. Una dose altrettanto generosa e fatale l’ha appena assunta lei stessa. Le sue sono lacrime di gioia, immagina lo schianto della carcassa dell’automobile che finisce fuori strada: il giusto castigo prima della redenzione.
Si sarebbero presto ritrovati.
Il tradimento era diventato un mostro, reso invincibile dal silenzio di un uomo che lei continuava ad amare, in nome della loro unione, della paura che la sua anima restasse monca. Quel mostro straziandola di sospetti, l’aveva divorata da dentro.
A una donna non servono prove.
Resterò ad aspettarti. Pensa prima di chiudere gli occhi.

Andrea Moretti

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