Valeria e le foto – seconda parte

26991640_402447470193156_176241566861304547_n

[…]

Passarono i giorni. Ne contai cinquantaquattro da quando cominciai questa nuova doppia vita. Un’esistenza nata al solo scopo di dare un senso all’altra.
In quest’ultima ero solo Matteo, anonimo e inutile.
Nascosto dal mondo reale, avevo ritrovato speranza.
E quella speranza aveva le fattezze di Valeria.
Ma più passavano i giorni, più il pensiero della carne diventava nebbia, incorporea e ingannatrice.
Lei era infelice, questo lo davo per assodato.
Ma non era qui con me.
Dovevo… Dovevo… Cosa?!?
Vidi che il mio corpo aveva deciso per me, la mia mano urtò un taglierino vicino alla cassa del negozio, ferendosi a un polpastrello.
Non provai dolore. Non provavo più nulla già da diverso tempo.
Di riflesso misi il dito in bocca e assaporai il gusto ferroso che fuoriusciva dal taglio.
Un’infinità di domande mi mitragliò la mente.
Ha senso andare avanti? Senza nemmeno sentire? Così, come uno scherzo vivente, sprecando il proprio respiro?
Io, la lama, la pioggia battente. Qui fra le mie foto. Fra le mie fantasie.
Un cliché perfetto per il gran finale.
La porta si aprì, facendo scampanellare il batacchio automatico.
Un fulmine colorò di bianco e ombra ogni cosa. Riconobbi a malapena che si trattava di una sagoma di donna.
Stiamo chiudendo signora, non… Le parole restarono inceppate in fondo alla gola, l’eccitazione mi sconquassò le viscere, molto più dei lampi.
Valeria, che piacere rivederti! In cosa posso esserti utile?
Lei disse che non voleva disturbare, non aveva capito che il negozio stava chiudendo e in effetti non era così, nonostante le luci abbassate potessero rendere l’idea. Ma tant’è.
Era diversa. Bellissima come sempre, ma diversa. Sgualcita, potendo osare una definizione.
Nella mia testa i pensieri cominciarono ad accavallarsi. Il mio piano dunque stava funzionando?
Matteo… Volevo parlare con un amico… Io non so perché sono qui, io… Me la ritrovai china sul bancone, in lacrime. Il viso nascosto fra le braccia conserte.
Girai attorno la cassa e mi sistemai accanto a lei.
La lasciai sfogare, carezzandole timidamente la schiena, quasi per paura che si rompesse.
Ci guardammo e capii.
È stato lui? Lei si limitò ad annuire, io le chiesi la domanda più idiota: perché.
Come se, per assurdo, esista un valido motivo per giustificare il male.
Si massaggiava la guancia ancora in parte arrossata. Disse che la sberla le faceva più male dentro che fuori. Gliela aveva pure restituita con gli interessi ed era scappata qui da me.
Il suo fidanzato aveva trovato prima di lei alcune poesie che le avevo lasciato, infilate nella portiera della macchina. Lei aveva negato ogni tresca, in fondo era la verità. Io per lei esistevo solo nelle strofe e nei ninnoli. Lui aveva ceduto all’ira, seppur per un solo dannato momento. Non era mai stato un violento, ma lei ne aveva fatto le spese. Per colpa mia. Solo mia. Adesso sentivo quel dolore, che immaginavo ammorbarle la carne, bruciare dentro di me. Sempre di più.
Dille la verità. Chiedile perdono, idiota! Almeno che sappia chi l’ha fatta soffrire. Ma no, ti eccita troppo sentirla così vicino. Avere i suoi seni alla portata delle tue mani. I suoi sospiri, la sua sofferenza, te lo fanno venire duro… Ammettilo… Ora è qui per te… È così indifesa! È fatta! È…
Il suo telefono squillò.
È Lui! Mi ha scritto… Dice che vuole chiedermi scusa… Si sente una merda… Mi aspetta al centro commerciale, vuole chiarire… mi ama! Lesse tutto d’un fiato il lungo messaggio. E mentre leggeva la vedevo accendersi e allontanarsi da me, non capivo. Teneva il cellulare fra le mani con un’attenzione e una cura come fosse una parte di lui, come se fosse il suo viso, come se stesse per baciarlo. Non ha senso.
Valeria, io… Ma era troppo tardi.
Devo ascoltarlo, disse, devo dargli almeno la possibilità di spiegarsi, in fondo era venuto per darmi l’anello…
L’anello?!? Hai intenzione di sposarlo?, cercai di chiedere in modo più distaccato possibile.
Io, non lo so… Non ora forse… Ma lo amo, lo amo davvero… Lui c’è sempre stato per me, anche se siamo così diversi non mi ha fatto mai mancare nulla…
‘‘Sono Io’’.
Cosa dici?
Merda!, credevo di averlo solo pensato. Ma meglio così. Ora o mai più.
Sono io, quello che dovresti sposare, quello che ti ha ascoltato, quello che ti pensa a ogni ora del giorno, in ogni singolo momento. Io! Io solo! Non lui…
La vedo sempre più fredda. Gelida come le sue parole.
Tu? No fammi capire… Non dirmi che tutte quelle cose che trovavo in giro… Oh mio Dio, i messaggi alla chat… Eri sempre tu? Oh cazzo… Io me ne vado… Non metterò mai più piede qui! Mai! E ringrazia che non chiamo la polizia! Depravato schifoso!
Mi ero sbagliato. Ora il castello di carte era crollato per davvero.
Valeria… Non devi fare così… Io l’ho fatto perché ti voglio… Con me saresti felice…
Faccio per appoggiarle una mano sul braccio, ma lei lo scosta con una violenza che non le avevo mai riconosciuto.
Lasciami! Mi fai vomitare!

Dura tutto un lunghissimo istante.

La aggiro, mettendomi fra lei e l’uscita. Le mie mani lottano con le sue, riesco ad afferrarla, ma espongo le parti basse alla sua ginocchiata che mi mozza il respiro. Disperazione. Dolore. Collera. D’impulso la spingo via lontano. Il tempo rallenta. Gli ultimi lampi del temporale, rendono la scena una folle sequenza di fotogrammi. Un paio di passi sgraziati all’indietro. Lei picchia la testa contro lo spigolo del bancone. Un lamento strozzato. Scivola lenta lungo il pannello di formica, le gambe che cedono, la scia rossa e densa che parte dal punto d’impatto. Valeria si ritrova seduta in modo quasi naturale. Resto lì a fissarla, il respiro corto, l’adrenalina, ma la vista di lei basta a rinfrancarmi.
Ha gli occhi chiusi e sembra sorridere.
Sei bellissima. Alla fine sei voluta restare qui con me.
Mi avvicino.
Sta solo dormendo.
Cerco di scuoterla, ma non ha reazioni. Inanimata come una bambola di pezza.
Forse un bacio… Sì, come la Bella Addormentata… Ti ricordi Valeria? Potrebbe funzionare!
Le mie labbra si uniscono alle sue. Non succede niente. Continuo a non sentire niente.
Mi stacco e vedo ancora una volta la sua espressione.
Impassibile, eterna sentenza di oblio.
Urlo finché ho fiato in corpo.
Voglio stare con lei, ancora e per sempre.
Recupero il taglierino, era ancora nel punto dove l’avevo fatto cadere. Mi siedo accanto a Valeria. La lama affonda prima in un polso poi nell’altro. Il liquido rosso comincia a sgorgare, mescolandosi al suo. Mi sento stanco, ma presto ti rivedrò Valeria mia. Ho solo bisogno di un po’ di riposo per recuperare le forze.
La stanza, le foto, Valeria.
Tutto si allontana, si fa minuscolo, fino a scomparire.
Rimane l’oscurità. Quella eterna da cui nulla si sviluppa. Nemmeno i sogni.
Valeria dove sei?
Ti cerco in questa dimensione nera e senza contorni, ma non ti trovo.
Comincio a realizzare.
Niente ero.
Niente è la mia nuova realtà.
Addio Valeria…

Andrea Moretti

Annunci
Pubblicato in Andrea Moretti, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Lunedì incipit

La ragazza con la Leica è un libro che ho in lettura.

È la storia di Gerda Taro, una ragazza giovanissima che vive la storia in prima persona, ma non per costrizione, per scelta. Al suo fianco, anche lui con una macchina fotografica al collo, Robert Capa. Entrambi osservano da vicino gli eventi terribili di quegli anni di guerra: purtroppo la vita di Gerda si fermerà nel 1937, durante la guerra civile spagnola.

Per ora condivido per voi  l’incipit, ma appena finito seguirà la recensione.

Spero intanto di avervi un po’ incuriosito.

Monica Spigariol

Pubblicato in Monica Spigariol | Contrassegnato | Lascia un commento

Valeria e le foto (prima parte)

26991640_402447470193156_176241566861304547_n

E così, tornai dove tutto era cominciato. Anche se in cuor mio sapevo che l’epilogo non sarebbe cambiato.

E invece no! Stavolta mi sarei buttato fra le fiamme pur di trascorrere ogni mio respiro con lei, ascoltare la sua voce, odorare il profumo dei suoi capelli. Mi sarei giocato il tutto per tutto.
Lei mi vuole e soprattutto, io voglio lei.
Lei si chiama Valeria.
So tante cose su di lei.
Le piacciono i quadri di Mirò, la Sardegna e da piccola ha fatto un figurone nella parte della Bella Addormentata, nella recita scolastica alle scuole elementari.
Ha un cane di nome Johnny e un ragazzo del quale non ricordo mai il nome, ma poco importa. Solo una scocciatura e presto non sarà più un problema.
Come faccio a sapere queste cose?
Lavoro in uno studio fotografico e la mia passione è fare il turista nei ricordi delle persone.

Mi chiamo Matteo. Ho trentacinque anni e sono divorziato. Mia moglie Tania mi ha lasciato più di tre anni fa.
Non avevo ambizione, non avevo grinta. Questi i principali capi d’accusa.
Da quel momento, mi restavano solo il lavoro e le foto.
Tantissime vite racchiuse in dieci centimetri per quindici.
Il malessere della vita coniugale non mi aveva mai fatto realizzare appieno quale tesoro avessi fra le mani.
Così ho scoperto un nuovo mondo. Ma che dico? Un universo sconfinato con il quale riempire la mia banale esistenza.
Viaggiando da una foto all’altra, di esperienza in ricordo, arricchivo la mia realtà.
Fu il primo passo verso un oscuro, caldo ignoto.
Il secondo venne in maniera quasi automatica.
Gli scatti più empatici ed eccitanti cominciai a duplicarli e portarli a casa.
La mia collezione personale. Non si trattava di immagini provocatorie o torbide.
Vita. Pura e semplice.
Feste alle quali sarei stato felice di essere invitato. Pranzi natalizi dove interpretare l’ospite d’onore.
Vita. Pulita e giocosa. Nient’altro.
Ma quell’eccitazione nel rivivere di nascosto esperienze altrui era pari a quella di un ragazzino che scopre il sesso spulciando una rivista vietata ai minori.
Una folgorazione.
Poi arrivarono quei dannati social network e la gente, poco per volta, perse la voglia di sviluppare le proprie fotografie. Era sufficiente tenerle lì, sullo schermo di un computer, a portata di click.
Ero disperato, gli affari del negozio andavano sempre peggio.
Il mio universo stava collassando, vuoto e povero, nell’animo e nel portafoglio.

Valeria entrò per la prima volta nel mio negozio: tutto cambiò.
Quegli occhi da animaletto indifeso, seminascosti dai suoi riccioli ramati, mi sciolsero.
Era venuta a portarmi il rullino delle vacanze.
Le feci firmare il modulo di trattamento dei dati personali, mentre cercavo di sbirciare la sua scollatura, non troppo audace, che dava nuova linfa alle mie fantasie. Fece in tempo a chiedermi per quando fosse pronta la stampa, quando il rumore di un clacson proveniente dalla strada travolse come un tir le nostre voci. Il suo fidanzato, Gianni, Giacomo… Non ricordo… Lui aveva fretta, lei si scusava per il suo comportamento, io pensai Che brutto stronzo!, ma in realtà ero rimasto in silenzio, come troppe volte nella mia vita. Rimasi a dir poco ipnotizzato, mentre le sue lunghe gambe avvolte da nere calze coprenti, presero la via dell’uscita.
Buttai fuori l’aria come se fossi stato in apnea per un lunghissimo tempo.
Quando tornò a prendere le foto tre giorni dopo, da sola, mi permisi di darle qualche consiglio sulla messa a fuoco, alcuni ritratti erano davvero sgranati.
Valeria rimase piacevolmente colpita dai miei consigli, facevo una fatica immane a tenere testa al suo sguardo e per fortuna che mi trovavo dietro al bancone perché le gambe mi tremavano e non sarebbe certo stato un bello spettacolo davanti a lei.
Valeria mi illuminò con un’idea geniale.
Sarebbe bello, migliorare la mia tecnica fotografica grazie ai tuoi consigli, uso una reflex ma a volte mi sembra di imbracciare un’arma aliena…
Perché no?, anzi pensai, Geniale! La scusa per continuare a vederla e un introito di denaro secondario, due piccioni con una fava.
Dopo un paio di settimane il corso di fotografia era pronto per essere inaugurato.
Le iscrizioni andarono meglio del previsto, mi ritrovai nella mia nuova veste di docente per una decina di volenterosi fotografi dilettanti.
Valeria, neanche a dirlo, era in prima fila.
Attenta, diligente, sempre sul pezzo.
Ma quando l’ora di lezione terminava, c’era sempre la presenza del suo ragazzo a rovinarmi i piani.
Una sera, non vedendola uscire in risposta al solito maledetto clacson, decise di irrompere nel negozio, mentre stavo finendo di rispondere a una sua domanda. Fece una mezza scenata, per fortuna buona parte della classe se n’era già andata.
Disse che non aveva tempo da perdere con queste stronzate, lo aspettavano a calcetto e altre amenità.
Lei, zittita, obbedì mesta e lo seguì fuori.
Cosa potevo fare?

Nonostante le intromissioni indesiderate, si instaurò fra me e Valeria una piacevole confidenza, capitava che riuscisse a venire un’ora prima dell’inizio della lezione, prendendo i mezzi pubblici. Ne approfittava per ripassare gli appunti dell’incontro precedente, diceva lei. Nella mia testa sentivo esplodere i fuochi d’artificio e le farfalle nello stomaco erano vive e vegete. Colsi la palla al balzo e cominciai a conoscere parte del suo mondo, almeno in superficie. Il botta e risposta funzionava. Rideva con me, tanto. E io la volevo, sempre di più.
Ma il corso terminò e sentii che il mio castello di carte era irrimediabilmente crollato.
La principessa era di nuovo prigioniera del cavaliere nero.
Avrei dovuto aspettare un suo nuovo rullino da sviluppare, chissà fra quanto.
Non potevo attendere. Dovevo agire.
Sfruttai quei giorni per informarmi meglio sui social network. Trovai subito il suo account. Mi avvicinai a lei con un profilo falso, non era difficile in fondo e mi servì per studiare quali fossero i suoi gusti e l’approccio migliore da intraprendere. Non volevo rovinare tutto. Dovevo restare cauto, ma quando pensavo a lei sentivo la lava scorrermi dentro al posto del sangue e le mani muoversi da sole, a cercare un piacere che temevo perduto da molto, troppo tempo.
Valeria…Valeria… Valeria…
Cominciai a seguirla di nascosto, fuori dal lavoro. Lasciavo segni del mio passaggio dove potesse trovarli: una poesia scritta a mano sotto il tergicristallo, il fiore preferito sull’uscio di casa, un messaggio privato e nemmeno troppo velato sui social, sempre mantenendo l’anonimato. Lei sarebbe venuta da me, attirata senza rendersene conto.
Rimanendo nell’ombra, godevo lo spettacolo del suo stupore. Sapevo che stavo giocando con qualcosa di molto più grande di me, ma ero certo che alla fine avrebbe accettato le mie attenzioni.
Alla fine sarebbe giunta alla verità.
Io ero l’unico uomo a renderla felice.
L’unico!

CONTINUA…

Andrea Moretti

Pubblicato in Andrea Moretti, Incipit, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Non funzionerà mai

24172720_2024955157786653_7347750095031760495_o

Sono passati ormai molti anni, da quell’ottobre 2006 in cui mi convinsi di essere una stella del web. La certezza si era presentata senza preavviso, in un pigro lunedì mattina al lavoro, quando sfogliando la famosa colonnina destra di repubblica.it avevo scoperto che parlavano di me: nel senso che parlavano del mio tumblr, anonimo, aperto poco tempo prima con l’unico scopo di metterci le cose troppo stupide per finire sul mio sito vero. Il fatto che fosse un progetto secondario ad avere attirato l’attenzione, quello estemporaneo, quello scritto con la mano sinistra e senza nessuno sforzo, mi diede una sensazione di onnipotenza che era destinata a durare per un po’, e che scatenò una certa serie di conseguenze. Tutto si fece immediatamente facile. Di giorno ne pensavamo una e la sera era già online: fu così che con il mio socio Vaccaccio annunciammo che avremmo aperto una “tv 2.0”, e dopo cena eravamo già lì davanti alla webcam a registrare l’episodio zero. L’avevo chiamata Yacht TV ed era il presunto manifesto di uno stile di vita povero e nello stesso tempo godereccio, indipendente e nello stesso tempo intrallazzato, indie e nello stesso tempo mainstream: insomma era l’eterno paradosso della sinistra radical chic, coniugato alla nostra situazione di brillanti e strafottenti trentenni co.co.pro. Su un altro social network, che si chiamava Lastfm, in quei giorni aprii un gruppo per scherzo che si chiamava La Nuova P2, per fare il verso a Repubblica che stava picchiando sodo sullo scandalo di turno di qualche politico di destra: nel caso invece della nostra ‘‘Nuova P2”, eravamo noi stessi amichetti blogger e post-blogger, che ci linkavamo promuovendoci a vicenda escludendo chi era esterno al giro. Era un’autocelebrazione e un’auto-presa per i fondelli allo stesso tempo, e funzionò, perché da quel giorno gente che nemmeno conoscevo iniziò a riferirsi a me come se fossi davvero il capo di tutto quello che succedeva su internet. Normalmente copiavo le idee degli altri, sconosciute, e le rendevo visibili: prendendomene ogni merito come era giusto. E ogni volta che facevo un post su Tumblr, i miei sodali di Milano, ma anche altri da Roma, da Torino e in giro per l’Italia, lo rilanciavano sui diversi social e passando da una piattaforma all’altra davamo l’impressione che fosse qualcosa di importante. Era invece una bolla bella e buona, e pure minuscola, ma ci avevo preso talmente gusto da crederci io stesso, misurandone la rilevanza con i cambiamenti della mia stessa vita personale: dopo un primo intero anno di solitudine e tragedie amorose a Milano, c’era gente che mi faceva uscire la sera, ed erano loro a portarmi nei posti più fighi come se io gli stessi facendo un favore soltanto ad esserci. Ricordo infatti una sera di quelle, che incontrammo un amico di un qualche amico, appena tornato da un’esperienza negli Usa. E parlammo di ciò che ovviamente ci interessava, i social network, e la web tv, e quanto fosse figa La Nuova P2, e quanto facesse cagare Myspace, e quante prospettive si aprivano con Twitter e Tumblr e chissà quale altra grande cosa stava per esplodere. – A proposito, sapete, nelle università americane gli studenti adesso ne usano uno nuovo -fece il nuovo amico appena tornato dagli Usa. – È un po’ come Twitter, solo che non si deve creare una username, anzi, è obbligatorio mettere il nome e cognome reale. – Io e i miei soci neopiduisti ci scambiammo qualche occhiata divertita e perplessa. – Ma se ognuno ci va con il suo nome, che senso ha essere sul web? – commentammo subito sagacemente – così sembra solo una replica del mondo reale… Dai, tanto varrebbe farsi una telefonata allora… Ahahah!!! Ihihih!!! -. E bevendo ancora un paio di birre, concordammo tutti sul fatto che un social network di quel tipo fosse completamente inutile. Se ben ricordo nessuno di noi si spinse a dire che nella Silicon Valley non sapevano più cosa inventarsi, ma sicuramente lo pensammo. Alla fine da bravo leader, al momento di andarcene misi io il saggio e definitivo suggello alla questione: – In fondo è un’idea carina, anche questo Facebook. Peccato che non funzionerà mai -.

Massimo della Domenica

Pubblicato in Ospite, Scrittori in Corso | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

IL MILLE NELLE COSE

Di mille è pieno il mondo.

Matematica ovviamente:

Mille il numero naturale con un semplice uno davanti e tre inutili zero dietro (altro che inutili quando li vedi scritti tutti di seguito su di un assegno).

Storia:

Mille non più mille il terrore dei contadini, mille uomini i garibaldini, giubbe rosse e marsala a non finire.

Letteratura:

I mille baci di Catullo: “Baciami mille volte e ancora cento poi nuovamente mille…” e le mille e una notte, il racconto dei racconti.

Eventi:

Le mille miglia, una competizione su strada, un pezzo di storia italiana.

Cose varie contemporanee:

Il 5 per mille e l’8 per mille le firme sulle caselle e i codici simili ma non uguali.

Mille i giorni della pubblicità dei bambini, latte, pannolini e grandi risatine.

Canzoni:

Le Mille Bolle Blu di Mina blblbl; Uno su Mille di Morandi, che ritorna negli Articolo 31.

Gli 883 con Grazie mille, con la quale finisco. La sfrutto per ringraziare tutti quelli che a questa piccola maratona hanno voluto partecipare.

Grazie 1000.

Monica Spigariol

Pubblicato in Scrittori in Corso | 2 commenti

MILLE PER MILLE

Sono passati mille minuti da quando te ne sei andata.

La spesa è ancora sul tavolo. Una mela è rotolata giù. Forse ci ha giocato il gatto.

La televisione è rimasta accesa, a ripetere le stesse bugie: vincere soldi, vincere facile.

Scaravento il telecomando: fine delle trasmissioni. La spesa è sempre sul tavolo e la mela per terra.

Odio i soldi. Odio quello che sei diventata.

Tutto per loro, hai fatto. Perché quei mille euro al mese non ti bastavano. Ne volevi di più: per la borsa da sfoggiare con le amiche. Per non sentirti sola, diversa. Una borsa poteva aprirti molte porte. Una borsa da mille euro.

Quando ho scoperto la verità, ho cercato di non odiarti. Di non odiare l’insegnamento che avresti trasmesso a nostra figlia. No, per te ero il solito poveraccio, quello con il lavoro precario. Quello che portava a casa mille euro al mese, lavorando trentacinque ore la settimana.

Mi fai schifo, hai detto.

Mi fa schifo la tua borsa, ho risposto.

Te ne sei andata da mille minuti.

La spesa è sul tavolo.

Lisbeth Pfaff

Pubblicato in Scrittori in Corso | Contrassegnato , | Lascia un commento

DOPO MILLE GIORNI

A cosa pensi?

Sono passati 1000 giorni!

Li stai contando?

Ogni giorno ripenso a quel momento e oggi sono esattamente 1000, sembra un numero enorme, vero? Se pensi a mille matite o a mille bolle sono tante ma con il tempo è diverso. Lo so, ne passeranno altri mille e poi ancora, all’infinito, magari ad un certo punto soffrirò meno ma ora è ancora troppo presto. Sono solo mille maledettissimi giorni. E sai qual è la cosa buffa? Lei era fissata con il numero 1000 perché le ricordava le lire, quando andava a comprarsi le caramelle da bambina e diceva,poi cantava sempre ‘mille bolle blu’e di sera mi diceva di contare fino a mille così mi sarei addormentata. Mi addormentavo ben prima di quel numero e adesso vorrei dirglielo, vorrei averla qui e invece non c’è. E quando c’era, non c’ero io. Mille giorni fa non ero lì con lei, lei aveva bisogno di me e io non c’ero. Non sono riuscita a dirle quanto importante era per me.

Alessia cominciò a piangere per la prima volta in quei mille giorni.

Erika Franceschini

Pubblicato in Erika Franceschini, Natale, Scrittori in Corso | Lascia un commento