Un cielo in comune

racconto eclissi

Sono le dieci in punto, mancano esattamente ventun minuti.
“L’eclissi di luna rossa più lunga del secolo”. A me basta guardare fuori dal pergolo durante un preciso giorno del mese per ammirarne una fasulla, quando è esattamente sopra la darsena, bagnata da luci e riflettori a tingerla di rosso. Ma non è la stessa cosa.
Metto il guinzaglio a quella vecchia brontolona della mia cagnetta Picia che, con i suoi grandi occhioni teneri, mi scongiura di portarla fuori con sé e scendo.
In giardino noto uno strato denso di foschia a offuscare la maggior parte del cielo, il caldo è opprimente e l’aria comincia a farsi pesante.
Il vicinato volge i propri occhi a quella palla rossiccia nel cielo, che muta forma in una falce sempre più stretta, imprestandosi a vicenda dei binocoli e chiacchierando tra di loro
Perdonatemi se non vi ascolto, la mia mente è da un’altra parte, penso; il mio amore lo capisce, accetta il mio silenzio, rimanendo lì accanto a me.
Picia, dopo l’ennesima spruzzatina di pipì, mi fissa con il suo enorme sorriso ebete a voler dire: – Guarda! L’ho fatta tutta! Torniamo a casa.
– Non ancora.
Questo è un evento speciale. In un certo senso l’idea di una luna rossa m’inquietava, qualcosa di primitivo lo definirei, ma man mano che continuo a fissarla la paura diventa fascino.
Poco sotto Marte brilla come fuoco.
La luna mi attira come un magnete. Persa, penso al mio romanzo, all’evento. A Te.
Allungo la mano come a voler afferrare quella sfera.
Allora è fatta così.
Anche i tuoi occhi hanno visto ciò che sto vedendo ora io? È come se, per la prima volta, fossimo riusciti a “toccarci”, condividendo lo stesso cielo. Come se magicamente i nostri due mondi si fossero uniti per un breve lasso di tempo.
Lentamente quell’unione torna a essere una cosa distante.
Picia abbaia e mi guarda: – Allora, soddisfatta? – mi dicono i suoi occhioni.
– Sì, perché no?

Giuls Nova

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La fiamma gemella

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La notte è scesa al parco. Il tramonto cede il testimone alla luna e le fiamme ardono sotto il cielo stellato. Le poche voci degli unici clienti rimasti arrivano smorzate. È quasi silenzio.
Il clima è confortevole. Qualcuno arriva e si siede sulle grandi panche di legno che circondano il locale. È una di quelle serate che il sonno non può rapirti, di quelle che tireresti l’alba scambiando chiacchere amichevoli e lanciando lunghi sorrisi. Di quelle serate che vorresti mai finissero.
Siamo noi e la fiamma, che illumina tutte le ombre quasi a volerle spazzare via. L’altra fiamma è altrove, a illuminare un’altra parte di città. Il suo aspetto è diverso, ma fatta della stessa sostanza di luce; è energia pura che si propaga.
Qualcuno paga, saluta e se ne va. Decide che la serata è finita.
Per noi, invece, deve ancora cominciare.
La notte avanza, siamo liberi di andare!
Camminiamo veloci, non vogliamo perdere nemmeno un minuto. Arriviamo quando l’atmosfera è ancora briosa. Ci mescoliamo tra la folla.
Centinaia di fiamme vanno avanti e indietro, oscillano da destra a sinistra, alcune seguono direzioni sparse, altre bene definite. Ognuna sulla propria strada con una missione da compiere: ritrovare e riconoscere l’altra.
La musica suona ovunque, è ritmo che entra nel corpo e nell’anima. Allunghiamo il passo come se il tempo ci corresse dietro e volesse agguantarci, ma noi siamo più veloci e lo rifuggiamo.
Per le strade incrociamo volti sereni, fiamme che camminano e ardono insieme. Altri sono cupi, persi, fiamme alla ricerca dell’altra, che dia loro l’equilibrio tanto sognato.
Cuori che battono alla stessa frequenza, altri da soli. È solo questione di tempo.
Poi la vedo, la mia fiamma. La sua luce è inconfondibile, a volte abbagliante. Mi vede, mi
riconosce. L’energia che fluisce è cosmica.
È l’inizio.

Sara Suzzi

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Pochi minuti d’attesa

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Sono pochi minuti, ma lunghissimi; sembrano infiniti, come se i secondi si fermassero. Sono quelli dell’attesa, la patta del copricellulare aperta, una tazza di tisana rigorosamente rilassante appoggiata sul tavolo di fianco al telefono, una notte dai bruschi risvegli, di incubi, di momenti insonni sulle spalle. Alla fine ci si alza e si va in cucina per non svegliare nessuno. Solo pochi minuti, sembrano infiniti quando a
dividerti ci sono due ore di aereo e una tradizione tanto antica, quanto pericolosa. Il bisogno di lasciare a ognuno le proprie libertà si scontra con la paura di chi rimane a casa ad aspettare e dentro crea un vortice di emozioni forti, troppo forti. Intanto aspetti, sola, senza raccontare a nessuno l’ansia iniziata da qualche giorno, perché sai che è giusto così, perché farebbero fatica a capire e nel loro parlare riuscirebbero solo ad aumentare quello stato di tensione che già porti dentro di te.
Lo schermo del telefono si illumina e vibra, il cuore riparte, ma è solo un messaggio di pubblicità, solo una delle tante offerte nella settimana dei saldi appena iniziati e l’ansia attorciglia ancora di più lo stomaco. La tisana non si muove dalla tazza, rimane lì a raffreddarsi, la gola è chiusa, neanche una goccia riuscirebbe ad attraversarla.
Poi, finalmente, la notifica del messaggio tanto atteso. È un video, lo guardo, sorrido, ora la tisana scende lentamente e dolcemente nello stomaco,rispondo con qualche faccina, mi alzo e torno a letto, ora riuscirò a recuperare qualche ora di sonno e aa affrontare una giornata pre-partenza, con le valigie da fare e la casa da organizzare. Anche questa è andata e diventa esperienza, racconto, ricordo.

Erika Franceschini

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Recensione – L’occhio del Lupo

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UN LUPO: Lupo Azzurro vive da dieci anni in una gabbia dello zoo. Ormai si è abituato e si è dato una regola: non degnare di uno sguardo i visitatori.
La sua mamma, Fiamma Nera, del resto, glielo ripeteva sempre: -Il migliore degli uomini non vale assolutamente nulla.
I giorni passano tutti uguali e lui non considera i ragazzini che gli fanno le smorfie, gli inservienti che gli portano da mangiare e le mamme stupide che lo indicano ai loro bambini minacciandoli di farli mangiare da lui se non faranno i bravi.
Lupo Azzurro vede il mondo con un occhio solo, perché l’altro è stato ferito durante la sua cattura.

UN RAGAZZO: Un giorno, però, succede qualcosa. Lupo Azzurro vede, fermo e immobile davanti alla sua gabbia, un ragazzo che lo fissa. Lupo Azzurro lo ignora, anche se pensa: -Cosa vuole da me? Prima o poi si stancherà e se ne andrà.
Il ragazzo però resta lì immobile tutto il giorno e così il giorno dopo e quello
dopo ancora.
Lupo Azzurro decide di sfidarlo, ma non sa in quale occhio guardare, perché lui ne ha uno solo mentre il ragazzo ne ha due. Ora non sa proprio cosa fare, ma succede l’impensabile, perché il ragazzo, per metterlo a suo agio, chiude un occhio. Ora il lupo e il ragazzo sono alla pari, possono guardarsi l’uno dentro l’altro e le loro pupille raccontano le storie incredibili che hanno vissuto.
È tutto un susseguirsi di ricordi, belli, brutti, dolorosi, gioiosi, dove i personaggi più strani e fantastici prendono vita e catturano il lettore portandolo in un mondo magico.

L’AMICIZIA: Il libro è la favola di un’amicizia tra un lupo, una volta fiero e indomabile, e un ragazzino che ha vissuto il dramma dell’abbandono, ma che, grazie alla sua intelligenza e capacità, è sopravvissuto alle difficoltà che la vita gli ha messo davanti.
Quando si arriva all’ultima pagina, ci si sente un po’ tristi, perché non sembra possibile fare più a meno della compagnia di questi due personaggi.
Daniel Pennac ha scritto un libro che è pura poesia.

Luisa Bonaccorsi

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Ci provo

Sole cocente.
Il vento mi accarezza dolcemente, scacciando per un breve istante quel velo di calore che brucia.
Sento i sassolini perforarmi le chiappe anche attraverso il materassino sotto l’asciugamano… li maledico, poi immagino la sabbia di qualche isola tropicale sperduta e ci ripenso; a quest’ora sarei ancora intenta a sbarazzarmi di quei granelli dal costume.
Sviando l’attenzione dai lati negativi, continuo a cercare quelli positivi: relax, l’abbronzatura a scacciare il pallore da mozzarellina, l’odore del mare, che si scontra con quello delle sigarette, di cui i mozziconi vengono gettati a terra e che, con molta probabilità, pesterò nel mio tragitto verso il bar per comprare un gelato a mio nipote, dove io non potrò ordinare niente; essere intollerante al lattosio fa schifo.
Le urla dei bambini arricchiscono l’ambiente, i loro schizzi d’acqua bagnano le pagine del mio nuovo libro, gli schiamazzi mi penetrano in testa sovrapponendosi alle parole lette.
All’orizzonte i due mondi, mare e cielo, si uniscono in un’unica massa azzurra, dimenticandosi di ogni confine, percossi da miriadi di riflessi brillanti. Sulla spiaggia un arcobaleno di colori.
Tutto scompare e riappare ogni volta che i miei ciuffi vermigli ondeggiano ribelli al ritmo del vento, crespi, incapaci di star in piega; acqua di sale, la tua collaborazione è alquanto discutibile. Per l’ennesima volta tento di acconciarli dietro l’orecchio in un gesto elegante, “femminile” per quanto mi sia geneticamente possibile, ma tornano sempre a rompere le balle, in grovigli simili ai covoni di fieno tipici dei film western. Spero di regalare almeno qualche sorriso ai bagnanti che mi fissano.
Ci provo a cercare i lati positivi, davvero. Ma continuo a pensare di non essere fatta per star ferma a rigirami i pollici, punto.
Il mio cervello esasperato esala: Non sei brava a darmi tregua e basta! Chiudi gli occhi, sta zitta e lasciami spento a godere!

Giuls Nova

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Il mostro

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Risaliamo da una piscina gremita di metà agosto. Una doccia e l’odore del cloro si sente appena. Rimango indietro qualche passo. Il bambino, avrà cinque anni, è lì davanti a me, solo e spaventato. Gli domando da cosa e lui strilla con la voce rotta: -Il mostro!- indicando con una manina, mentre con l’altra copre il viso. Dirige il suo dito fino al calamaro. È grigio e incazzato. Ci osserva in due dimensioni, imprigionato nel muretto.
-Tranquillo… – dico al bambino – è finto, guarda!-
Comincio a colpire il bestione di gancio e di destro, facendo il verso a Ivan Drago. Il bambino ride. La mamma ritorna, era preoccupata: – Enrico! Non devi importunare gli sconosciuti! Qui ora, altrimenti niente gelato!
Rimango a fissare il calamaro dipinto, il mio sguardo supera la cinta.
Non troppo lontano, è sempre lì. Il mostro vero e forse sconfitto. Finalmente il lieto fine.
Del Palazzo degli Specchi oggi rimane solo lo scheletro di un dinosauro che non si è mai svegliato dal coma. Non manca molto, tornerà ad avere nuova vita e farà molta meno paura.
Voglio crederlo.
Quando ero bambino ci passavo davanti con mio padre e rimanevo meravigliato, sembrava una scintillante metropoli americana.
-Chi ci abita là dentro?
Mio padre diceva: -Nessuno.
-…perché?
Non si sapeva di chi era la colpa, eppure il mostro era sempre lì, dormiente. Nessuno si sarebbe mai avvicinato e tutti avrebbero voltato la testa dall’altra parte per dimenticarlo, forse un giorno se ne sarebbe andato da solo, chissà. Se il mostro esisteva, un filo portava a qualcosa che si ha sempre paura a nominare e che ha l’odore di una montagna di letame fumante. Un altro portava proprio a quegli specchi che gli davano il nome, ciò che si sarebbe visto riflesso avrebbe scatenato sì il panico.
Altro che il calamaro!

Andrea Moretti

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#Hashtag#

L’estate è la stagione dei social. Inizia la gara a chi ha più follower, più like, più visualizzazioni.
C’è chi ti mostra tutta la sua giornata, dalla colazione al tramonto.
C’è chi documenta la sua vacanza, selezionando minuziosamente le foto da pubblicare, tra almeno una trentina di scatti, tutti uguali.
C’è chi commenta aggressivo le foto degli altri. Chi ha il profilo in comune con il partner (terribile).
C’è chi posta foto di momenti che dovrebbero essere privati, foto di ecografie che riescono a capire solo loro, foto dei loro figli con il viso coperto da emoticons. La domanda che sorge spontanea ogni volta che le vedo è Perché le pubblichi se non vuoi che si veda il bambino?
La cosa peggiore è che nel mondo social tutti sono tuttologi, su qualsiasi argomento. Crolla un ponte e diventano tutti ingegneri, partoriscono e si trasformano in medici o peggio “mamme pancine”, facendo la fortuna dei profili di chi le deride per le loro idee ottocentesche. Che poi è un circolo vizioso, perché dove si documentano? Sui social, oppure sul “Dottor Google”, che fornisce a ognuno ciò che vuole trovare per supportare le loro tesi, non certo per confutarle.
Il momento in cui danno il peggio di sé è nelle discussioni politiche. Non c’è la minima voglia di avere un confronto costruttivo con chi ha idee diverse, ma solo un pretesto per offendersi e dimostrare chi è più disonesto.
Ognuno è libero di mostrare e dire ciò che vuole, quindi?
NO.
Perché se non pubblichi nulla sui social sei strano o vuoi nascondere qualcosa.
Se semplicemente scegli di tenere privato un momento importante della tua vita, si offendono di non esserne stati partecipi. Perché se non pubblichi foto che dimostrino che sei felice, bella, innamorata, significa che non lo sei.
La verità è che quello che si mostra nei social non sempre corrisponde alla realtà, ma è solo quello che si sceglie di far vedere. Quindi, se volete sapere come sta davvero un amico, andate a casa sua e non nel suo profilo!
#semplicementeio
#cinismomodalitàon
#diamoilviaagliinsulti

Serena Pavan

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