Fortunata

Fortunata_soloimgLa notte in cui la nonna morì c’era un forte temporale.
Ero rimasta sola con lei. I grandi erano tutti nell’altra stanza a parlare con il medico. Dicevano che non c’era più niente da fare. Li avevo sentiti.
Li aveva sentiti anche lei, un attimo prima di andarsene. Aveva mosso appena la mano e io ero corsa a sedermi al suo fianco. Mi guardò, per un istante. Per un istante di troppo. I suoi occhi impauriti rimasero a fissarmi per molti minuti, prima che trovassi la forza di alzarmi e di andare a chiamare i miei genitori.
Prima di aprire la porta, mi voltai a guardarla. Un fulmine illuminò la stanza e il suo volto contratto di dolore. La sua pelle era argento. Non potrò mai dimenticare i suoi occhi. Erano ancora spalancati nel vuoto.
Non avevo mai visto un morto. Non ero mai stata portata a un funerale. Non amavo torturare i piccoli animali del giardino. A casa mia i fiori venivano tolti dai vasi prima che appassissero. Eppure erano già morti quando erano stati colti dalla pianta. Ma io ero troppo piccola e non potevo saperlo.

– Stai benissimo, Patrizia.
La sua voce dolce fa sembrare più accettabile la bugia. Più buona la menzogna. Mi porge uno specchietto, poi si ricorda che non riesco a tenerlo in mano. Si allunga sul mio corpo, spingendo i suoi seni prosperosi e le sue braccia forti proprio davanti ai miei occhi.
– Guardati! Sembri un’altra…
Non voglio. Non posso. Ma voglio che smetta di parlare. Per cui apro e torno a vedere. L’immagine che lo specchio mi restituisce è infame. Non ero pronta per vedere. Non sono mai pronta.
– Con il tuo colore degli occhi, poi!
I miei occhi sono grigi. Anche la mia vita. Vivo imprigionata in questo letto da non so quanto tempo. Le mie giornate sono tutte uguali e i minuti non passano mai veramente.
– Sei felice?
Mi ha chiesto davvero se sono felice?
Sento un fruscio, sopra le lenzuola.
– Che dici, Giovanna? Ti piace?
– Ottimo lavoro, Lucia. Come sempre.
Mia madre è accanto al mio letto.
– Cucciola…
I miei occhi grigi la fissano senza bisogno di parole. Davanti a me ho ancora quell’immagine nitida nello specchio. Il mio viso assomiglia a quello di mia nonna, la sera in cui morì. Aspetto che un fulmine illumini anche il mio volto e che qualcuno si meravigli della fissità del mio sguardo.
Il mio viso assomiglia alla morte.

– Puoi accompagnarmi in un posto, mamma?
La mia richiesta sembra coglierla impreparata. Si era seduta a leggere accanto a me, abituata al mio mutismo come ci si abitua a una cattiva compagnia che non se ne vuole andare.
– Se posso, tesoro. Certo.
– Aiutami ad alzarmi.
Le mie gambe sono fragili. Non riescono più a reggere il mio corpo.
Quando mi tira su, non sento niente. Ho solo l’affanno.
– Lo specchio.
Nella camera ce ne è uno, lontano dal mio letto. Non posso vedermi da lì.
Mi ricorda un libro che avevo letto. Il mostro là dietro non sono io.
Mi appoggia sulla carrozzina e mi tira. Sembra una mamma che accompagna in un passeggino il proprio cucciolo d’uomo. Eppure io sono Patrizia e ho trentatré anni. Fino a qualche anno fa camminavo. Parlavo. Parlavo senza sintetizzatore vocale. Poi è arrivato lo schianto. La corsa in ospedale. Le gambe che non si muovevano. Le braccia immobilizzate. E questa bocca incapace di parlare da sola.
– Eccoci, amore.
Vorrei alzarmi in piedi. Il sintetizzatore è rimasto vicino al letto. I miei occhi non pronunciano alcuna parola.
– Sarai sempre la mia bambina – mi dice dandomi un bacio sulla fronte.
E per quanto la ami, adesso la odio, perché è incapace di capirmi.
Là, nello specchio, c’è uno scheletro di trentacinque chili. Incapace di tenere la testa ritta senza supporto. Di chiedere un bicchiere d’acqua quando ha sete. Di aprire una bottiglietta e bere a cannella.
Quando mi vede piangere, mi accompagna a letto, apre il suo libro e inizia a leggere ad alta voce. Se mi chiedessero perché vivo, non avrei dubbi sulla risposta. Ogni giorno aspetto questo momento: la storia de Il principe felice e i doni delle sue gemme. Mia mamma me la leggeva sempre da piccola. Da quando ho avuto l’incidente, ha ricominciato a farlo.
– Ti ricordi la mia voce? – le chiede il sintetizzatore.
E quando piomba il silenzio, la intravedo piangere.

Quella sera non avevo bevuto. Non avevo assunto droga. Non stavo neppure correndo. Non era troppo tardi.
Tutte le giustificazioni che gli altri avrebbero potuto trovare al mio essermi uccisa dentro erano infondate. Ero astemia. Non prendevo neanche un analgesico per le emicranie. Il mio motorino aveva i fermi. Erano le dieci di sera. Indossavo una tuta.
Sull’asfalto non c’erano segni di frenata. Dalla sua parte. Non mi aveva neppure vista. Non aveva bevuto. Non aveva assunto droga. Non stava neppure correndo. Si era semplicemente distratto nel guardare nello specchietto retrovisore il suo bambino nel seggiolino. Per fortuna si erano salvati. Erano vivi. E sani.
A me era andato peggio, ma dovevo considerarmi fortunata. Così avevano detto, giuro. For – tu – na – ta.
Di tutti i miei sogni non è rimasta che una nuvola di vapore. Mentre aspirano il mio muco nasale, non riesco a smettere di pensare a come sarebbe stato tutto diverso. Se non fossi uscita per chiarire con lui. Se non avessi pianto. Se fossimo restati ad abbracciarci sotto le stelle per un minuto, per dirci addio, come si dice addio a ogni cosa di questo mondo quando si sta per morire. Magari non avrei avuto l’incidente. Magari ne avrei avuto uno peggiore e sarei stata meno fortunata.
– Non a tutti è concessa una seconda possibilità.
Non mi ero accorta neppure della prima.

Ci sono giorni in cui sto meglio. Altri in cui la stanchezza vince. Ho pensato di accelerare la fine. Di intraprendere il mio ultimo viaggio. Una volta ho provato a parlarne con mia madre e lei ha pianto. Le sono rimasta solo io. Sono l’unica cosa che le è rimasta. Non so ancora cosa fare della mia vita. In fondo ho solo trentatré anni. Ma spero di essere libera di scegliere. Forse non oggi. Magari domani. Di scegliere ogni giorno di vivere. O di scegliere di andare via una volta per tutte.
So che mia nonna da qualche parte mi protegge. Il suo volto, il mio volto, mi tormenta ogni volta che incrocio uno specchio. Spero che non ci sia il temporale stanotte: le sponde di metallo potrebbero riflettere nella penombra. E non voglio vedermi di nuovo morta.

Lisbeth Pfaff

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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Una risposta a Fortunata

  1. wwayne ha detto:

    Anch’io ho pubblicato sul mio blog una foto in bianco e nero, anche se successivamente virata su toni blu: http://wwayne.wordpress.com/2013/10/27/l-ultimo-vero-bacio/. Che ne pensi?

    Mi piace

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