D’altronde volevo proprio quel vestito

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Fu quello il momento in cui decisi di restare.

Con la busta stretta in una mano e i soldi nell’altra uscii dal piccolo ufficio dove avevo lavorato per tre mesi, adesso mi sarei ritrovata nuovamente a casa e senza risparmi. Ricacciai subito indietro le lacrime che volevano carezzare le mie guance con il loro liquido caldo e mi avviai a salutare le ex colleghe. Anna mi schioccò un frettoloso bacio sulla guancia mentre continuava a stendere lo smalto sulle unghie della cliente, non eravamo mai andate molto d’accordo. Giulia invece uscì dalla stanza nella quale stava facendo la ceretta a una signora sulla quarantina e mi abbracciò con affetto, mi sarebbe mancata.

Arrivai nel mio piccolo appartamento e mi buttai sul letto esausta dai pensieri che vorticavano nella mia mente, non avrei mangiato, il mio stomaco si era tappato all’improvviso. Passai le successive due settimane a mandare curriculum a centri estetici, negozi, ovunque. Ma nessuno cercava personale, “c’è la crisi” mi ripetevano. In un supermercato mi sentii perfino dire che ero troppo bella per lavorare da loro. Capii in quel momento che il mio posto era là e che non sarei potuta scappare. Mi sentii farfalla imprigionata in una ragnatela: agonizzante, rassegnata, in attesa del suo aguzzino.

Ma non fu lui a venirmi a prendere, fui io ad andarlo a cercare. Varcai la soglia del Luna blu a testa alta, mi diressi nell’ufficio di Carlo e mi sedetti sulla sfatta poltrona di pelle.
– Ciao.
– Ciao.
Non voleva rendermi le cose semplici.
– Vorrei tornare a lavoro.
– È duro il mondo là fuori, eh?
– Sì.
Cercai di mantenere un contegno anche se sapevo che stavo per mettermi a pregarlo di riprendermi.
– Va bene, per me puoi iniziare anche subito, se vuoi.
– Subito???
– Franca è malata. Se te la senti…
– Sì, credo di sì.
Entrai esitante nel grande camerino. Le ragazze erano tutte troppo impegnate nei preparativi per notare la mia presenza. Beatrice fu la prima ad accorgersi del mio ritorno e mi abbracciò, senza fare domande. Poi si girò verso le altre esclamando: – Guardate chi c’è?

Fui accerchiata da un gruppo di donne troppo truccate e troppo profumate e quando quegli odori mi entrarono nelle narici, mi sentii a casa. Il mio posto era occupato da una ballerina nuova ma trovai lo stesso uno specchio libero per mascherare il mio viso. Le ragazze mi trattarono come se non me ne fossi mai andata: Paola si avvicinò, con la scusa di prendere uno dei miei rossetti, e mi chiese se le cose andassero tutte per il verso giusto. Dovetti trattenere le lacrime, mi era mancata molto la sua amicizia, ma non l’avevo più cercata perché sapevo bene che al di fuori di quel nightclub non c’era niente che ci accomunava, la abbracciai qualche secondo prima di salire sul palco. Era già arrivato il mio turno. Mi sentii pervasa da una sensazione di sporco. Mi stampai un sorriso finto sulle labbra e iniziai a ballare di fronte a quegli occhi avidi di pelle, di me.

Mi strusciai contro il palo in una danza sensuale e la mia gonna corta salì leggermente, feci lo sbaglio di guardare in platea e incontrai alcuni dei loro sguardi, mi sentii mancare: quegli occhi seguivano ogni mio movimento contaminando il mio corpo con i loro pensieri. Chiusi gli occhi e portai la mente lontano. Stavo passeggiando per i negozi del centro, iniziai lo spogliarello muovendomi con sensuale lentezza, entravo da Louis Vuitton e guardandomi intorno in cerca della pochette nera con la catenella dorata che desideravo da mesi ma che con lo stipendio da estetista non mi potevo permettere, tolsi la gonna facendola scivolare sulla pelle liscia, e la compravo strisciando la carta. Poi ero da Dolce & Gabbana, sfilai la maglietta, che scivolò con fatica sul seno pieno, e compravo il vestito, quello nero lungo con alcune piccole roselline rosa stampate sopra, che avevo ammirato più e più volte, mi avvicinai a loro per le mance sfilando lentamente, e compravo un paio di décolleté, anch’esse rosa.

Tornai al presente e osservai quegli uomini più simili a bestie che a esseri umani.

Fino a poco tempo prima ridevo di quei poveracci che, seduti sulle proprie sedie, si accontentavano di vedermi con il seno nudo e il perizoma. Non c’era niente di male, mi ripetevo. Eppure qualcosa dentro di me era cambiato e vedevo quel mondo con occhi diversi. La sensazione di potere era svanita da molto tempo ed era rimasta solo la dura realtà: stavo vendendo il mio corpo. Adesso non provavo neanche più la soddisfazione del riscatto. Ero sempre stata in carne fin dalla mia nascita, ma nella mia famiglia erano tutti così, quindi non era stato un problema per me, quando una taglia non mi stava più passavo a quella superiore e via. Ma alla scuola elementare ero stata presa di mira da un gruppo di bambini che continuava a chiamarmi “palla di lardo”, avevo cambiato scuola e il mio peso si era, negli anni, allineato con quello dei miei coetanei, ma quel trauma mi era rimasto sempre dentro. Vedere quelle stesse facce che mi avevano deriso sbavarmi dietro, sulle prime, mi aveva gratificato.

Finalmente il mio spettacolo era finito. Mi rivestii in fretta e lasciai il locale con la promessa che sarei tornata l’indomani.

D’altronde volevo proprio quel vestito.

 

Elisa Dellambra

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Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a D’altronde volevo proprio quel vestito

  1. Musa ha detto:

    Diversi autori scrivono quindi..ho letto altri articoli

    Mi piace

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