Ritorni

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E così, tornai dove tutto era cominciato. Anche se in cuor mio sapevo che l’epilogo non sarebbe cambiato.

Non era stato facile. Ci avevo pensato molto, ma la voglia di capire, di sapere, era troppa.
Era passato tanto tempo. La vita mi era sfuggita tra le mani. Non ero stata in grado di apprezzarla e di goderla. Indifferente, avevo lasciato che gli anni scorressero veloci.
Vivevo così, ogni giorno uguale all’altro. Le giornate potevano essere belle, brutte, buone, difficili, non era importante, non me ne accorgevo.
Mi alzavo la mattina e andavo a letto la sera, come un automa.
Lo scorrere delle stagioni scandiva il mio tempo, ma non lo influenzava. Per anni non mi ero accorta di questo mio vivere assente.
Anche la gente che mi circondava non aveva un volto preciso, erano solo personaggi che interpretavano il loro ruolo e poi svanivano.
Non so il momento preciso in cui ho avuto il sentore che qualcosa non andasse, forse è successo il giorno in cui mi sono guardata allo specchio e non mi sono riconosciuta: era un momento fastidioso, ma necessario, il tempo di un rapido sguardo di insieme e di una scrollata di spalle.
L’immagine che la lucida lastra mi rimandava quasi non mi riguardava, era come un’estranea che mi fissava da un mondo parallelo.
Tranne quella mattina.
La notte era stata difficile. Incubi strani si erano rincorsi lasciandomi stremata. Avevo accolto la luce del giorno con riconoscenza.
Mi ero diretta in cucina per il primo caffè del giorno: forte e bollente, mi rianimò e sentii un senso di riconoscenza per quel liquido scuro, profumato e aromatico. I primi raggi del sole fendevano le stecche delle persiane, schiantandosi sul piano di marmo bianco della cucina formando macchie di luce intensa.
Allungai le dita per toccarle e mi meravigliai perché non avvertii alcun senso di calore. La luce però illuminò la mia mano mettendo in evidenza le macchie scure che punteggiavano il dorso, le avvicinai agli occhi per osservarle meglio. Quando erano comparse?
Corsi in bagno e mi specchiai: non mi riconobbi.
Chi era quella estranea che mi guardava? Stentavo a riconoscermi in quei lineamenti tirati, in quegli occhi stanchi che non brillavano ma mi fissavano spenti.
Fu allora che capii, o meglio, che cominciai ad avere contezza di quanto era successo. Il tempo era passato e io non me ne ero resa conto.
E allora fu paura, terrore. Come era potuto succedere? Possibile che non mi fossi accorta di niente?
Uscii dal bagno e mi sedetti sul letto, la testa tra le mani.
La mia mente vorticava, mentre ripercorrevo gli anni della mia vita. Li vedevo con chiarezza, ma io, in tutto questo, dov’ero?
La mia figura era quasi trasparente, come un particolare quasi insignificante.
Una semplice comparsa di cui nessuno si sarebbe ricordato.
Il pensiero che ormai fosse troppo tardi per rimediare mi uccideva. Per la prima volta, però, mi sentivo viva, sentivo che dovevo riprendere in mano la mia vita ed esserne finalmente protagonista. Non importava se per pochi anni ancora.
Dovevo fare un cammino a ritroso, rivivere per quanto possibile gli anni che avevo perduto e capire dove avevo sbagliato.
Il primo passo era tornare da dove ero partita, al paese che avevo lasciato e al quale non avevo più pensato da anni, seppellendolo nella mia memoria.
Avevo giurato a me stessa che non ci avrei più rimesso piede. Era piccolo e squallido, almeno nei miei ricordi.
Quando scesi dalla macchina nella piazza principale, mi guardai intorno e vidi che non era cambiato niente, le panchine erano tutte al loro posto, sotto gli alberi, solo l’insegna del bar era diversa, più moderna.
Era pomeriggio e faceva caldo. Il paese era deserto. Lentamente mi avviai verso quella che era stata la casa della mia infanzia.
Era in pietra con un terrazzino in ferro battuto, dei bei gerani rossi scendevano dalle inferriate delle finestre.
Una bambina molto piccola giocava con le bambole davanti alla porta, sorvegliata da una donna anziana.
La piccola, distratta dal mio arrivo, smise di giocare e mi fissò.
Il suo sguardo, i suoi occhi neri, mi colpirono, in quella bambina rivedevo me stessa.
Anche io, molti anni prima, avevo giocato in strada, guardata a vista da una tata anziana.
Lei, diffidente all’inizio, mi scrutava con quegli occhi profondi. Una risata allegra all’improvviso la scosse. Allungò la manina verso di me, invitandomi a giocare.
Mi accoccolai accanto a lei, sotto lo sguardo stupito della donna, Ppresi una bambola e cominciai a cullarla. Ricacciai indietro le lacrime che mi annebbiavano gli occhi che, per la prima volta, vedevano.

Luisa Bonaccorsi

 

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Ritorni

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Bell’esordio, brava!

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