La cosa

Che cos’è la paura? Una porta che non si apre a volte può bastare, come in questo caso. Mentre scrivo queste parole i secondi diventano giornate.

Ha colpito ha colpito il cofano ed è rotolata sotto le ruote della mia macchina.
Era buio. Pioveva. Avevo fretta.
Tutte balle. Fissavo la strada che si apriva davanti a me, gustando la guida in notturna. Deserta. Alla radio passavano un vecchio pezzo del ‘65. Mi ricordava la mia infanzia. Quella che non avevo mai realmente vissuto.
Baby you can drive my car…
Le dita tamburellavano sul volante e anche la pioggia sembrava andare a tempo. Era tutto perfetto, come tante altre sere. Assaggiavo il sapore di libertà ferroso come il sangue.
Poi, quel colpo sul cofano e sul parabrezza. Non sono riuscito a vedere chiaramente cosa si fosse spalmato contro il vetro, ma ho avvertito, con la coda dell’occhio, lo scivolare di una sagoma verso il basso, sotto la macchina. Qualunque cosa fosse, era arrivata in tempo per creare un dosso artificiale per le ruote posteriori.
– Merda! – ho gridato. Ho spento la radio e lasciato i Beatles a tenere compagnia a uomini più spensierati.
Ho preso un qualcosa, mi sono detto. Non sapevo cosa. Solo che era qualcosa. Ho accelerato per raggiungere l’incrocio e senza rispettare la precedenza ho svoltato a sinistra e poi a destra. Ho parcheggiato la macchina e sono entrato in casa. Ho poggiato la schiena contro il portone e tirato fuori il mio diario. Lo porto sempre con me, per registrare tutto. C’è sempre qualcosa da annotare e io non voglio farmi cogliere impreparato. Ho iniziato a scrivere, terrorizzato dall’idea di sentir bussare o aprire a forza l’entrata. E se restasse chiusa? Se non mi cercasse nessuno, ma io sapessi di aver ucciso: potrei vivere davvero? Mi sento soffocare.
Ascolto il mio respiro. Sono calmo e rilassato. Tutto il mio corpo è rilassato.
Ho preso una cosa. Ed è ancora là fuori. Forse ha bisogno di me. Forse è già morta.
Guardo l’orologio. Sono le ore 22:57.

***

L’illuminazione pubblica lascia a desiderare nel mio quartiere. Devo ricordarmi di scrivere al sindaco. Ho annotato poche parole sotto la pioggia: buio pesto. Posto di merda.
Non sono riuscito a vedere bene il cofano. Ho provato con la luce del cellulare. La batteria è al 77%, percentuale non ottimale, ma pur sempre elevata. L’applicazione torcia ha fatto il suo dovere, ma non a sufficienza.
Non sono riuscito a vedere bene. Forse sto diventando cieco.
Ho passato una mano e sentito che c’era un cozzo, un cozzo ruvido, tagliente. E mentre la destra guidava quella poca luce, una cosa sì, la sono riuscita a vedere: la sinistra grondava di sangue. La cosa che ho preso si è tagliata. O mi sono tagliato io con il cofano. Nel borsello ho sempre portato fazzoletti e cerotti emostatici. Una soluzione per tutto, mi hanno insegnato da piccolo. E io cerco sempre di seguire le lezioni di vita.
Dunque ho fasciato la mano alla meglio e ho svoltato a sinistra e poi a destra, per ritrovarmi nel punto esatto in cui avevo preso quella cosa. Sono arrivato a due minuti da casa e la strada era ancora deserta. Ho parcheggiato sulla banchina e puntato gli abbaglianti sul punto della carreggiata dove doveva esserci la cosa. Niente. Neppure una pozza di sangue o una macchia d’olio. Sono sceso dall’auto, disegnando ombre inquietanti sull’asfalto. Mi sono chinato e ho guardato da vicino. Non ho notato  tracce di capelli, di abiti o di peli. Niente. La cosa era sparita.
Ho costeggiato la strada, sbirciando dietro i cespugli, alla ricerca di un animale ferito o di un morto ancora caldo. Nessun ramoscello rotto, foglia sporca o brandelli di pelle ciondolanti. La cosa era sparita come era venuta. Nel buio. Tra la pioggia.
Ho guidato fino a casa e mi sono convinto che doveva essere un gatto, andato a morire lontano dal luogo dell’incidente. In fondo non c’era sangue. In fondo non avevo sentito neppure un’ambulanza. Mi dispiaceva per quell’animale e per i suoi proprietari. Anche io, una volta, avevo avuto un pesce. L’avevo chiamato Haldol e lui non si era mai lamentato. Una mattina l’avevo trovato a pancia in su a galleggiare. Il bastardo si era ammazzato.

***

Ho trascorso la notte tranquillo. Il buio dietro la finestra mi ha rassicurato. Una cosa buona dell’abitare in una strada senza illuminazione, ho pensato. Meglio non dirlo al sindaco. Ho preso il quaderno e cancellato il vecchio appunto. Negli ultimi giorni le pagine erano diventate più pesanti per le eccessive macchie di inchiostro.
Le donne al bar sono più agitate del solito. Me ne accorgo perché con le loro dannate vocine acute fanno vibrare il caffè nella mia tazza. Vorrei chiedere di fare più piano, un po’ di rispetto, per cortesia!, ma non faccio in tempo, la Nunzia arriva gridando:
– Il mì bimbo! È sparito il mì bimbo! Non si trova! Da ieri sera non si trova!
Il caffè si rovescia sulla mia maglia. Getto un po’ d’acqua su un fazzoletto per cercare di togliere la macchia. L’alone si espande e corrode il tessuto.
Ho preso qualcosa. Ho preso davvero qualcosa. Quel bambino.
E mi trascino lontano dal bar e dalla gente per chiudermi nell’isolamento della mia stanza nella mia casa. Abbandono al quaderno i miei pensieri che, sputati fuori, corrodono la carta e non lo stomaco.
Ho preso qualcosa.
Non ho preso le gocce, ieri. Me ne ricordo solo adesso. Potrei recuperare la dose saltata, ma il dottore non sarebbe contento. Il dottore non è mai contento. Dice che non faccio progressi.
La mano sinistra è ancora fasciata alla buona. Non riesce a tener fermo il bicchiere d’acqua che si tinge di farmaco. Mi piace vedere come si altera la sua consistenza. Ne metto ancora un po’. Solo un altro po’.
Ho preso qualcosa, ieri notte.
Bevo il contenuto tutto d’un fiato e mi lascio vincere da un sonno strano, innaturale, come ogni dettaglio surreale di queste ultime ore.

***

L’hanno trovato. Nascosto nella casa abbandonata. Quella che chiamano la casa dei fantasmi. Vivo.
Hanno trovato anche me, a terra, mentre dormivo con la bava alla bocca. Hanno pensato che avessi tentato di uccidermi. Mi hanno chiesto cosa avessi fatto alla mano.
Niente, non ho fatto niente. Solo un pugno sul cofano.
Non ho risposto.
O forse è stata la cosa che avevo preso a fare quel cozzo sull’auto.
La stessa cosa era ancora là fuori, viva o morta che fosse. Pronta a perseguitarmi, ogni giorno, con il suo pensiero e la sua voce. Allungo le mani sul comodino e afferro il mio quaderno. È l’unica cosa che mi hanno lasciato portare qui dentro. Accarezzo le pagine vergini e mi chiedo dove siano finiti gli appunti degli ultimi giorni.
La cosa. Ho preso qualcosa. Ho preso la cosa…
Riesco solo a farfugliare mentre un angelo bianco si avvicina e si china sul mio corpo. Vorrei abbracciarlo, ma qualcosa impedisce alle mie braccia di muoversi.
Diventa tutto buio, come fuori dalla mia camera. Domani scriverò al sindaco. Forse…

Lisbeth Pfaff

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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