Nulla autosciente

C’erano soltanto tre regole: corri, non darla mai al centro, la sera prima della partita pochi cinque contro uno.

Sabbia del deserto in cumuli di argilla plastificata. Dai tetti di una necropoli romana sgorga acqua pesante di una meteora di passaggio. Il gusto amaro delle droghe serpeggiava sulle mie papille con le sue squame adrenaliniche, mentre il pallone di cuoio navigava nel fango del mio campo di battaglia. Alle ventidue sagome che si muovevano sul prato si aggiungevano a tratti altri giocatori partoriti dalle mie visioni distorte, per poi restringersi, moltiplicarsi come organismi monocellulari e infine esplodere in conflagrazioni atomiche, dispersi come pop corn sul pavimento di un cinema in tarda serata.
Come se li avessi inghiottiti con le mie terminazioni nervose, i parastinchi urlarono di dolore quando i tacchetti di un mediano dai baffi preadolescenziali si gettarono alla ricerca delle mie ossa stanche. La caduta sulla linea di fondo durò l’intera vita di un universo, per poi farmi sentire lo schiaffo di un nuovo big bang quando il mio naso andò a sbattere sull’erba terrosa. Non appena questa penetrò oltre le mie labbra punzecchiando la mia lingua, lo shock derivato dal contrasto delle mie percezioni in guerra aperta mi riportò alla lucidità per un istante, quel tanto da rialzarmi e ricominciare a correre, in tempo per vedere che era stato fischiato un rigore.
Non sono sicuro che andò veramente così, ma in quel momento mi parve di vedere l’allenatore discendere dal cielo mascherato da volpe e posarsi sul dischetto dell’area tenendo un pallone dorato in mano, indicandomi cosa avrei dovuto fare. Dopodiché si ridusse in fretta a una strana forma di uovo di struzzo luminoso e levitante a un metro dal suolo. Esplose, e i suoi resti furono in fretta assorbiti dal terreno. Al suo posto, il pallone mi aspettava sul dischetto. Toccava a me battere.
Gli occhi dei difensori intorno a me assunsero all’istante il pallore della morte… come si chiamava quel film? Non ricordo. Ma ero circondato da zombie. L’essere di fronte a me, saltellando sulla linea della porta, allungava le sue braccia, ora due, ora quattro, ora otto, sedici, una potenza di due che non si arrestava, un integrale che copriva per esaustione l’intero specchio della porta e la inglobava nel suo campo di azione. Chiusi gli occhi e vomitai a terra. Dovevo concentrarmi.
Ora rivedevo il portiere nell’umiltà indegna della sua forma umana. L’arbitro fischiò, e con lui mi avvicinai al dischetto. Le mie visioni ricomparvero non appena colpii la palla con il dorso del mio piede destro. Avrei dovuto essere più veloce. La sfera si librò nel cielo, ingigantendosi ad ogni centimetro, si alzò sopra la porta e continuò ad espandersi. La sua ombra ricoprì in breve metà del campo, mentre sentivo il mio peso alleggerirsi, attratto da quel dio sferico partorito dal mio rigore.
L’enorme bolla si bucò sul tetto degli spalti alla mia destra, e il boato ci scaraventò nuovamente a terra, schiacciati con il volto al suolo da quel flusso indescrivibile di potenza, da un’entità autocosciente all’atto di smembrarsi e tornare ad essere nulla, dopo essere nata dal continuo aggregarsi e disgregarsi di materia al termine un’attesa incalcolabile di mancate combinazioni aritmetiche. Il vuoto di materia originato dalla distruzione della sua coscienza di dio auto-creatosi ci risucchiò ancora una volta, mentre il vento spietato del silenzio esistenziale spinse delle nuvole nere di puro odio al di sopra del nostro cielo. La bocca di quel nulla cosmologico inghiottiva lampi di luce vera e annichiliva l’esistente. Le mie unghie rapprese al suolo non potevano trattenermi dalla furia di quell’entità sovrumana nell’atto di piangere la cessazione del suo essere, un dio bambino dal potere superiore al tessuto universale che lo conteneva e che l’aveva originato. Il buio ricoprì ogni cosa.
Per molto tempo sono stato in dubbio sulla mia scelta di riempirmi di acidi prima della mia partita d’esordio. Il fatto che il mio goal su rigore fu determinante nella vittoria che portammo a casa mi ha, in fondo, sempre rincuorato. Riguardo volentieri le foto della squadra sui giornali locali scattate appena dopo il triplice fischio, nonostante la bava alla bocca e gli occhi rivoltati non rendono giustizia alla soddisfazione che avrei provato se mi fossi trovato in altre condizioni psicofisiche – il ché mi porta sempre a un dubbio che non ho mai saputo risolvere: cosa sarebbe successo se invece fossi rimasto lucido, arido e privato di quella piena autocoscienza che avevo ottenuto? Avrei segnato lo stesso?
Non mi sono più drogato da allora, ed è un peccato perché l’immagine canina del mio allenatore era certamente preferibile ai suoi tratti umani. Quello che conta è che fui eroe per un giorno, prima di tornare ad essere la nullità di sempre, e proprio quel giorno non ero lì per goderne insieme agli altri.
Forse è così che si svolgono le vicende umane.

Valerio Dalla Ragione

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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