Scelsi il sicomoro

Scelsi il Sicomoro_SOLO IMG

Un omaggio a Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami.

Un pensiero per il mai dimenticato Alexander Langer.

Scelsi il sicomoro.
Tra tutti gli alberi del parco scelsi lui, con i suoi rami forti e le sue fronde corpose, perché nei momenti difficili, quando non ti reggi in piedi, hai bisogno di chi sappia sostenerti.
Comprai una corda robusta. Ne avevo una a casa, ma preferii che fosse nuova, che non avesse una storia o un legame con la mia vita, dato che doveva essere il mio filo diretto con la morte.
E poi andai alla ricerca di qualcuno che potesse seppellirmi.
Avevo scartato immediatamente amici e parenti, nessuno di loro mi avrebbe permesso di arrivare in fondo.
Allora mi recai in un paese vicino, un luogo in cui non mi conoscessero, ma che non fosse neanche troppo lontano e scomodo.
Non avevo mai parlato del mio progetto con qualcuno e non sapevo come porre la questione. Decisi che la cosa migliore fosse parlarne in maniera diretta.
Scartai l’idea di chiederlo a una donna. Avrebbe certamente fatto il lavoro con cura e dedizione, ma ero un uomo alto e robusto, non sarebbe riuscita a tirarmi giù dalla pianta.
Per primi individuai due uomini che caricavano un carretto, mi avvicinai e spiegai loro che avevo deciso di togliermi la vita. Avevo bisogno di qualcuno che venisse a tirarmi giù dalla pianta una volta morto e mi seppellisse.
I due all’inizio mi guardarono come se stessi scherzando, poi probabilmente lessero nel mio sguardo la tristezza che da un po’ di tempo lo velava e mi dissero di tornare a casa, di chiamare un dottore.
Ripresero a lavorare come se nulla fosse e non mi restò che andare via.
Sapevo che non sarebbe stata una cosa facile e non mi scoraggiai.
Mi fermai davanti a un portone aperto, c’era un uomo chino a togliere le erbacce dal suo giardino.
«Buongiorno!» salutai.
L’uomo alzò la testa sudata. «Buongiorno», mi rispose cordialmente.
La sua faccia mi ispirava fiducia e le sue mani erano forti e callose, considerando la sua corporatura non avrebbe avuto certamente difficoltà a svolgere il lavoro.
Mi feci coraggio e gli esposi i miei intenti. «Devo togliermi la vita. Ho deciso di impiccarmi e ho bisogno di qualcuno che venga, quando sarà tutto finito, a tirarmi giù dalla pianta e che si occupi della sepoltura.»
L’uomo mi guardò perplesso.
«Le pagherò il disturbo e sosterrò io tutte le spese», aggiunsi in fretta.
L’uomo si alzò in piedi, aveva un’espressione indecifrabile, poi all’improvviso corse via chiudendosi in casa.
«Se ne vada!» sentii che mi urlava da dentro.
Avvilito mi allontanai.
Giunsi alla piazza del paese, c’era un piccolo mercato di frutta e verdura, alla vista del cibo il mio stomaco si chiuse all’istante. Da quando avevo deciso di suicidarmi, ogni istinto vitale sembrava avermi abbandonato, non mangiavo e non dormivo, solo la sete mi risultava insopportabile.
Vidi che c’era una fontana al centro della piazza e andai lì per bere un po’ d’acqua. Mi sedetti sul bordo di marmo e mi guardai intorno, c’erano molte persone che passavano di lì e questo mi rincuorò, qualcuno l’avrei trovato.
«Non sei di qui», disse una voce alle mie spalle.
Mi volsi e mi trovai di fronte un uomo anziano che si reggeva in piedi con l’aiuto di un bastone. Mi sorrise e io ricambiai il saluto, ma mi sentivo deluso, perché non potevo certo chiedere a lui di venire a recuperare il mio corpo senza vita.
«È una bella giornata oggi, l’ideale per stare un po’ fuori e scaldare le ossa.»
L’uomo aveva voglia di conversare e io annuii, cercando di risultare cordiale.
Iniziò a chiacchierare di cose leggere, come si fa con gli sconosciuti. Io l’ascoltavo e intanto mi guardavo intorno, alla ricerca di qualcuno che facesse al caso mio.
«Cerchi qualcuno?» mi domandò alla fine il vecchio.
Non sapevo cosa rispondere.
Lui si volse a guardare il via vai di persone. «Vedo il tuo tormento», disse.
La sua affermazione mi stupì e avvertii la mia faccia colorarsi di questa emozione. «Davvero?»
Il vecchio annuì sempre con gli occhi puntati in avanti.
Allora decisi di aprirmi a lui e di raccontargli quel che mi stava accadendo.
Lui ascoltò tutto senza interrompermi, solo quando ebbi finito parlò. «Quando ero giovane come te non pensavo mai alla morte. Tu perché vuoi morire?»
Mi ero posto la stessa domanda molte volte, trovando sempre motivazioni diverse che alla fine erano sempre la stessa. «Non ce la faccio più», risposi.
Il vecchio taceva, la mia risposta non era sufficiente per lui.
Sospirai. «Sono stato un idealista per tutta la vita, mi sono battuto per ciò che ritenevo giusto. Ho sacrificato tutto alla causa che mi animava e ora mi trovo senza forze, senza energia.»
«Non credi più?»
A quel punto un po’ della mia vecchia vigoria tornò ad avvamparmi il viso. «No, no, tutt’altro! Ci credo ancora, moltissimo. Solo che non ho più la forza di portarlo avanti. La strada è ancora lunga, molte persone mi hanno deluso, qualcuno invece mi ha sostenuto, ma ora non ce la faccio più.»
«Io ho cambiato lavoro molte volte, anche tu puoi cambiare strada», mi disse.
Quante volte mi ero riproposto la stessa cosa! Cambiare strada, lasciare ad altri il lavoro che avevo svolto e proseguire in altro modo. Non era possibile, oramai ero totalmente identificato con il mio ideale, nulla esisteva se non avevo la forza di proseguire.
«No, non posso», sussurrai con rassegnazione.
L’uomo sospirò, poi disse: «Se è di qualcuno che si occupi della sepoltura che hai bisogno, c’è un becchino in questo paese.»
«Ma loro non mi denunceranno? Non chiameranno qualcuno che mi fermerà?»
Il vecchio scosse il capo. «No, sono amici. Tu digli che ti mando io. Mi chiamo Vita.»
Vita mi indicò la direzione da prendere e io mi incamminai. A pochi passi la sua voce mi raggiunse e quasi mi fece sussultare: «Qual è l’ideale per il quale ti sei prodigato finora?»
«La Libertà», risposi con un sorriso.
Il vecchio Vita annuì e tornò a guardare altrove.
Fu facile trovare il becchino, la sua era l’ultima casa in fondo alla via. Mi presentai alla porta chiusa e bussai, ma non mi rispose nessuno. Provai ancora una volta, ma niente, sembrava non esserci nessuno.
Allora mi sedetti su un grosso sasso ad aspettare, accanto a me stava un piccolo angelo di pietra grigia assorto in altri pensieri.
«Chi stai aspettando?»
A farmi la domanda era stato un bambino che non avevo visto arrivare.
«Sto aspettando il becchino», risposi. «Lo conosci?»
Lui annuì con aria furba.
«E sai quando tornerà?»
«Oggi non torna più, sarà qui domattina presto.»
Mi portai una mano alla fronte, sconfortato. Pensavo di avercela fatta e invece avevo davanti un altro giorno.
Stavo per alzarmi e andarmene, con il proposito di tornare il giorno dopo, quando il bimbo mi prese la mano. «Se vuoi puoi scrivergli un biglietto e io glielo consegnerò quando torna.»
La sua proposta mi lasciava perplesso, titubai per un istante, con lo sguardo fisso negli occhi limpidi del mio giovane messaggero.
Forse lo feci perché ero davvero stanco e un giorno in più sulla Terra pesava come pietra sul mio cuore, forse lo feci per non deludere quello sguardo fiducioso. In qualche modo, quel bambino sembrava credere in me, sapeva che ce l’avrei fatta, anche se ignorava i miei intenti.
Mi ritrovai a scrivere un breve messaggio al becchino. Gli spiegavo dove mi avrebbe trovato e lasciavo un recapito per il ritiro della somma che gli avrei pagato. Mentre firmavo la lettera, mi sembrò di firmare un contratto, un contratto con la Morte, tante volte invocato e adesso finalmente sancito.
Il bambino ricevette il foglio come fosse cosa sacra e io me ne andai a casa per gli ultimi preparativi.
Chiusi ogni cassetto, ogni anta di mobile, tutte le finestre e le porte, come fossero le tante vicende della mia vita.
Scrissi un breve biglietto indirizzato a nessuno, ma che sarebbe stato compreso da chi mi avrebbe sostituito.
“Continuate in ciò che è giusto.”
Preparai il nodo.
I suicidi non avvengono mai la sera, ci si ammazza al mattino. La sera chiudi gli occhi su una giornata che consideri finita e speri di riaprirli su un giorno che porterà qualcosa di nuovo. Il mattino dopo ti svegli con davanti ciò che pensavi di aver lasciato e alla fine non ce la fai più.
Così all’alba, guardando il sole che sorgeva, provai finalmente un grande senso di sollievo. Erano le mie ultime ore, presto tutto si sarebbe concluso.
Mi incamminai a piedi nudi verso il parco, lasciai le scarpe vicino alla porta di casa e raccolsi la corda e lo sgabello.
Il sicomoro mi aspettava, la sua vista fu di grande conforto. Era un amico che mi accompagnava per un ultimo tratto.
Non c’era nessuno. Solo io e la fine di ogni mio tormento.
Salii sullo sgabello e fissai la corda al ramo che avevo scelto. Una lacrima mi solcò il viso mentre infilavo la testa nella corda. Era una lacrima partorita dal sollievo o dalla tristezza? Non trovai risposta.
Il passaggio fu fulmineo, come il calcio che il piede sferrò allo sgabello facendolo ruzzolare lontano, dove non l’avrei più raggiunto.
Alcuni pensieri confusi, tra l’asfissia che mi coglieva, e immagini.
La sagoma di un bambino che camminava verso di me, stagliandosi davanti alla luce del sole. No, è tutto sbagliato, non doveva venire lui. Ora come faro? Sarà un’immagine che lo tormenterà per sempre.
La sagoma si allungò e diventò un uomo con la pala, un uomo forte che può reggere qualsiasi cosa.
Poi un piccolo angelo di pietra e poi l’uomo, come una cosa sola.
La Morte.

Daisy Franchetto

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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