1985

1985_no imgMatteo. Mi chiamo Matteo. Ho 80, no, 83 anni; almeno credo. Sono uscito stamattina per fare qualcosa, ma non ricordo proprio cosa fosse. Tornerò a casa. Lo farei, ma mi sfugge l’indirizzo.

Il sole non si vede tra le nuvole, è tutto grigio. Chissà che ore sono. Non mi ricordo proprio cosa dovevo fare, intanto cammino, sperando mi venga in mente. Mi secca tornare a casa così, senza aver fatto niente. Poi Armida che pensa, che sto invecchiando e mi sto rincoglionendo, sicuro. La conosco.  Mi prenderà in giro e non ho proprio voglia di farmi canzonare da mia moglie. Non oggi almeno. Fa un freddo… vorrei solo stare tranquillo.
Un rumore, mi volto, passa una Uno rossa, piano, arranca quasi.
– Tsz, la Uno – sbotto lapidario.
Non ho niente contro la Fiat, ma non capisco cosa ci trovi la gente in quella macchina. La Golf, ecco una gran auto. Quella sì valeva la pena di essere guidata. Non avrebbe mai arrancato nella neve come quella misera chiazza rossa.
Neve.
Nevica.
Porca vacca, nevica.
Ecco, già sentivo la voce di Armida che lo rimprovera mentre tiene ancora un piede fuori di casa. Perché non sei rientrato con questo tempaccio? Mi avrebbe chiesto irata
Fermo i miei passi vuoti mentre immagino la faccia paonazza di mia moglie. Sospiro, rabbrividisco e d’istinto mi alzo il bavero. Lo sguardo cade sui piedi.
Ho le ciabatte.
Tutto si ferma. Tutto è gelato, non solo fuori, ma soprattutto dentro la testa.
Non ho nemmeno messo le scarpe.
Non ho le scarpe, penso nello sconforto, non ho le scarpe, non ho le scarpe, non ho le scarpe…

Matteo. Mi chiamo Matteo. Ho 80, no, 83 anni; almeno credo. Sono uscito stamattina per fare qualcosa, ma non ricordo proprio cosa fosse. Tornerò a casa. Lo farei, ma mi sfugge l’indirizzo.
Il cielo è tutto grigio, chissà che ore sono. L’orologio l’ho lasciato di sicuro sopra il comodino, lo tolgo sempre prima di dormire. Peccato poi me lo dimentichi lì.
Sto proprio invecchiando, fatico a camminare, c’ho il fiatone. Lo vedo, vedo le frequenti nuvolette che escono dalla mia bocca. Possibile che faccia così freddo? Inverno, sì, siamo in inverno. C’è addirittura la neve. La neve… Ma quando è caduta? Ieri, oggi, adesso?
Mi guardo attorno. No, adesso non nevica. Però la neve è fresca, morbida e priva di impronte.
Fa freddo, vorrei tornare a casa, ma non ricordo proprio dove abito. Passo in rassegna le case che mi trovo attorno: una bifamiliare dal muro giallo pallido, una casa dal giardino immenso con un canestro senza più rete attaccato malamente al muro, un’altra abbinata dalle ampie terrazze.
Mica conosco questo posto. Non ricordo nemmeno una di queste case. Chissà quanto mi sono allontanato. Armida mi sgriderà, lo so, diventerà paonazza e mi dirà che sono un vecchio rincoglionito.
La conosco. Siamo sposati da più di quarant’anni… Più di quarant’anni… Davvero? Non mi ricordo più quanti. Meglio che non lo chieda ad Armida, sennò brontola fino a stasera.
Sono indolenzito, ho freddo, mi sento i piedi congelati. Li muovo d’istinto e capisco perché ho così freddo. Sono in ciabatte. Le mie ciabatte marroni da camera.
Sono in ciabatte, penso sconvolto, sono in ciabatte, sono in ciabatte, sono in ciabatte

Matteo, mi chiamo Matteo, sono Matteo. Sono seduto su una panchina mentre la neve mi copre le spalle. Non mi muovo da un bel po’, perché mi sono ricordato all’improvviso che quando ci si perde è meglio fermarsi. Almeno se qualcuno mi sta cercando non mi rincorre. Per cui sono fermo su questa panchina e attendo.
Ho freddo. Nevica. Ho le ciabatte zuppe, ma non posso fare niente. Ho pensato un sacco di volte di entrare in quel bar davanti, ma non ho soldi, soprattutto, però, temo che se entro lì non mi trovi nessuno.
Non ho nemmeno idea di chi possa cercarmi.
Armida non credo. Anche se i nostri figli potrebbero benissimo stare a casa da soli, lei non li lascerebbe. Avrà chiamato qualcuno però, di sicuro. Ormai è buio e io mi sono perso. Comincio ad avere anche molta fame. E sonno. Quasi quasi mi addormento. Chiudo gli occhi un attimo solo.
Siamo nel 1985, sono Matteo, i nostri figli hanno otto e dieci anni, nevica, Armida è mia moglie, siamo insieme da più di quarant’anni. La nevicata più abbondante che io ricordi, non ricordo dove vivo, la Golf, siamo a casa da soli io e Armida, siamo nel 2017, i nostri figli si sono sposati, schifo le Fiat, sono Matteo.

Un suono di frenata, una voce affannata e vedo degli occhi che amo, mio figlio maggiore che mi chiama urlando.
Gli rispondo con un sorriso, sono stanco morto.
– Papà, papà. Ti cerco da ore. Come sei arrivato qui? – mi chiede d’un fiato mentre mi sorregge per aiutarmi ad alzarmi.
– Ho camminato tanto. Tua madre è arrabbiata? – non mi risponde, anzi, mi strattona appena, come se avesse perso il controllo di sé.
Sergio ride per disperazione.
– Che dici Sergio. Non mi ricordo niente?
– Ehm… diciamo che il mio nome te lo ricordi. Dai, andiamo.
– Sergio?
– Eh?
– Ci sono ancora le Uno in giro?
– Beh, qualcuno ci va ancora in giro, sì.
– Ah, ok.
– … lo sai che tra qualche mese ne uscirà un restyling in Brasile? Una nuova Uno brasiliana.
– L’hanno rifatta?
– Sembra di sì, papà.
– La Uno? Quello schifo di macchina? Non c’è limite al peggio.
Sergio ride.
– Direi di no, papà – dice osservando le ciabatte zuppe – direi di no.
Saliamo in macchina e ce ne andiamo, disperdendo i riflessi dei lampioni sull’asfalto lucido di pioggia.

Monica Spigariol

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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3 risposte a 1985

  1. malosmannaja ha detto:

    sebbene il cosiddetto “wandering” sia un comportamento tipico nelle prime fasi della malattia, la strutturazione del pensiero nel paziente con Alzheimer è qui forse leggermente romanzata (essere medico è proprio una rottura, in ambito letterario). in particolare suona artificiosa al limite del disturbante la pronta constatazione del vecchio circa la morte della moglie (“Ah, la mamma è morta anni fa. Ecco perché non mi ricordo da quanti anni siamo sposati”), funzionale al racconto (chiarisce definitivamente al lettore come stanno le cose) ma aliena al cervello smarrito di Matteo. dovessi dare un consiglio (non richiesto, quindi puoi sputarmi in un occhio e non mi offendo, ok?), taglierei completamente la frase: in fondo, se il lettore fa il suo lavoro con attenzione, basterà la gestualità e il riso nervoso del figlio per intuire la verità, no? il racconto comunque mi è proprio piaciuto. è scritto bene e prende forza nel reiterarsi dell’incipit e nel pensiero ricorsivo del protagonista. l’immagine dell’anziano sulla panchina con le spalle che pian piano si coprono di neve magari non è originalissima ma è potente. il delirio “Golf vs Uno”, tipico di generazioni cresciute a pane e autorazzismo è godibilmente genuino. il fatto che fin dall’inizio il lettore ipotizzi che Armida possa essere morta e sepolta non toglie forza (anzi!) al bisogno ossessivo di Matteo di scandire la vita in base a ciò che dirà/farà la moglie. complimenti.

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    • Scrittori in Corso ha detto:

      Grazie mille, suggerimenti sempre ben graditi, come i complimenti. Per “golf vs uno” non ci crederai, ma ho dovuto fare una ricerca su Google, perché: primo, nel 1985 avevo 1 anno e non avevo idea di che macchine circolassero, secondo sono un’ignorante pura in materia.

      Monica

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  2. Fabio Piovesan ha detto:

    Approccio interessante, ottimo uso dell’incipit!

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