Piccole sporche complicazioni

PSC_no scritteIn altre occasioni mi sarei comportato in un altro modo. Stavolta però decisi di prendere una strada diversa, di seguire un percorso del quale non immaginavo neanche l’esistenza.

Malinconia.
L’unica soluzione. L’ultima arma disponibile. Era pericoloso, ma dovevo sfruttarla.
D’altra parte me lo sarei dovuto aspettare, per il super eroe più complicato mai esistito non poteva che esistere la soluzione finale più difficile.
Da domani basta, faccio fuori questo tipo e mi ritiro. Ricordo di aver pensato prima di concentrarmi per scatenare in me quel lieve sentimento di angoscia misto a un leggero sapore di felicità e rimpianto.
Era molto difficile e un azzardo senza pari, ma quali alternative c’erano? Avevo giocato tutte le carte migliori, senza esser riuscito a cavare un ragno dal buco: la Rabbia, la Gioia, la Confusione, non erano servite a nulla, e dire che fino a quel momento nessuno era mai riuscito a mettermi in difficoltà tanto da dover sfoderare qualcosa di più potente del Divertimento.
Non rimaneva che il sentimento sconosciuto, quello che mi avevano detto di non scatenare mai se non in situazioni disperate.
Quella era una situazione disperata, spalle al muro, non avevo altre idee.
C’era anche un velo di curiosità, lo ammetto, una Curiosità che dovevo reprimere per non inquinare la purezza del potere.
Era tutto molto complicato: nonostante avessi imparato a controllarmi, per rendere veramente efficace un’emozione dovevo fare in modo che splendesse, senza che su di essa ci fosse la benché minima ombra.
Ci voleva una concentrazione inaudita e una riserva di ricordi sempre nuovi, perché ad adoperarli troppo spesso si rischiava di sciuparli e di far entrare in gioco la noia. La Noia… quella conferiva la capacità di volare. Volare è piacevole, ma non è sempre la soluzione migliore.
Era difficile, difficilissimo, ma sicuramente me la passavo molto meglio di quelli che mi hanno cresciuto, vessati continuamente da quello strano bambino in grado di acquisire capacità uniche a seconda degli stati d’animo. Chissà in che situazioni ho infilato i vecchi eremiti di San Bartolomeo nei primi anni di età. Loro, che si erano rifugiati nei cunicoli bui che passavano per tutto l’Appennino abruzzese pur di scappare dalla società moderna, alle prese con un neonato in grado di scatenare terremoti non appena veniva invaso dalla Felicità.
C’è voluta tutta l’infanzia e gran parte dell’adolescenza per imparare a domare le emozioni, ma solo in età adulta ne ho avuto il pieno controllo. Quel giorno adulto ancora non lo ero, o non lo ero del tutto. Sì, avevo una barba a chiazze rossiccia e la voce rauca, ma del mondo avevo ancora visto troppo poco.
Tra le cose che non avevo ancora scoperto c’era anche quella mia parte, da sempre rimasta oscura, da sempre lasciata in un angolo buio dell’Io: la Malinconia.
Non è una cosa semplice, vivere vent’anni senza essere mai malinconici, costretti a lasciar crescere quella strana sensazione fino a farla diventare tristezza, la Tristezza mi rende invulnerabile, ma incapace di muovermi. Ogni giornata di pioggia fermo, ogni ricordo che poteva suggerire uno stato d’animo simile deviato, trasformato in qualcos’altro.
Ma quello era il gran giorno, il giorno in cui avrei aperto l’ultima porta, quella dietro cui si nascondeva l’ultimo interrogativo.
Di fronte a me avevo l’avversario più temibile mai affrontato.
Ricordo ogni attimo.
Lo guardai mentre in alto, sopra di me, lanciava sorrisi soddisfatti. A vederlo così non sembrava granché, nella calzamaglia gialla e rossa, con il mantello sciupato e bruciato nell’angolo in basso a sinistra, calvo, ma con un monociglio foltissimo.
Non avevo altra scelta, se avessi atteso oltre avrebbe distrutto la città con la sua macchina, un congegno a forma di cupola al cui interno nuotava una specie di tenia gigante in un liquido azzurrognolo, con cui aveva dato prova di poter fare cose orribili con la giusta pazienza: davanti ai miei occhi aveva tolto a tutti gli abitanti la capacità di usare le vocali, con soli cinque minuti di carica. Erano più di quattro ore che combattevamo, non volevo scoprire cosa sarebbe successo con tutta quella potenza accumulata. Gli lanciai un’occhiata ed aprii l’ultima cartella nel lettore mp3: Malinconia.
In sottofondo un pianoforte anticipò la voce di Riccardo Fogli. Mi sentii invadere da qualcosa fino a quel momento mai provato, era come riempirsi di un liquido, un miscuglio di emozioni mi scese dalla testa fino ai piedi, ripensai agli anni delle medie, alle puntate di Holly e Benji, al primo bacio. Era difficilissimo tenere a freno tutto per non sprofondare nella cupezza, diventare tristi, avrebbe significato la fine.
Poi scese una lacrima, sola. Mi segnò la guancia fino a bagnarmi la punta di un sorriso amaro.
Ero pronto.
Aprii gli occhi al mio nemico che armeggiava con il suo apparecchio, levitando a qualche decina di metri sopra di me. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, capii solo che dovevo raggiungerlo e afferrarlo.
Saltai mentre iniziava il secondo ritornello.
Eccola, la sentivo, era pronta.
Il tizio in calzamaglia gialla e rossa non poté fare molto, fino a quel momento era stato migliore di me, più veloce, più forte, più abile, ma in quei pochi attimi era come una formica privata delle zampe che guarda una Timberland numero 47 piovergli addosso. Non mi disse neanche il suo nome, seguii l’istinto e l’afferrai per le spalle mentre ancora tamburellava sullo strumento, poi un vuoto dentro e quando riaprii gli occhi intorno a noi non c’era che lo spazio, immenso, unico.
Sprofondai negli interrogativi, mentre il cattivo di turno annaspava cercando un’aria che non c’era. In pochi secondi gli scoppiò la testa, schizzandomi addosso rimasugli di cervello.
Io potei sopravvivere, il Terrore mi da la capacità di adattarmi a qualunque ambiente, ma non era semplice rimanere in quella costante emozione. Fu quasi istintivo all’inizio, quando ero sicuro di aver fatto saltare in aria il pianeta, ma poi, accorgendomi di essere solamente stato teletrasportato in una parte imprecisata dell’universo, dovetti impegnarmi non poco per non farla scomparire.
Oggi sono ventiquattro anni che nuoto in una costante quanto flebile sensazione di terrore. La terra non è lontana, la vedo più grande rispetto all’inizio.
Il mio esilio mi ha insegnato molte cose: il pan di stelle ha un sapore diverso rispetto a quello ipotizzato dalla Mulino Bianco, molto più acido; le comete lasciano una scia umida, perfetta per togliere rimasugli di cervello dal cotone. Se mi abbandono alla malinconia torno sempre allo stesso punto nell’universo, nello spazio non invecchio e ci sono metodi più pratici per controllare le emozioni di un i-pod, che non mi costringano ad ascoltare Riccardo Fogli.

Ventiquattro anni non sono uno scherzo, neanche per un tipo paziente come me, ma la vista da quassù meritava l’attesa e soprattutto un pensiero mi ha spinto ad andare avanti, tra pianeti e rocce alla deriva…
Secondo i miei calcoli tra quattro giorni atterrerò a Pennapiedimonte.
Giusto in tempo per la sagra del cinghiale.

Damiano Lenaz

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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