Ricordi

Ricordi_solo imgGuardo la mano sollevando lo sguardo, allungo il braccio per cercare di prendere quella cosa, non so cosa sia, ma la chiamo, ancora e ancora.
La mano la porta vicino a me, cerco di afferrare quella cosa. Guardo la mano, enorme rispetto alla mia. Sorrido e mi volto. Il volto familiare fa una strana boccaccia, mi fa ridere, poi la mano lascia la cosa, mi accarezza la guancia. – Amore mio!
Quanto è bella la mia mamma.

Ricordi.
Che bella parola. Ho sempre pensato suonasse bene. Delicata, come certi momenti, eppur rude, come altri.
Questo è il primo ricordo che ho della mia vita. Le mani di mia madre, il suo viso e il benessere derivante dal suo tocco. Nient’altro.
Quest’ultima cosa è rimasta immutata nel tempo. Dopo trentacinque anni prenderle la mano o ricevere una sua carezza è come tornare bambini.
La guardo per l’ennesima volta mentre passeggiamo a braccetto lungo i corridoi. Ride.
Sembra felice.

Il secondo ricordo che ho di me bambino risale a quando avevo 3 anni.
Eravamo nel minuscolo cortile condominiale in cui abitavamo al tempo. Lei stendeva i panni, lenzuola bianche nel sole di maggio. Grandi ali profumate e soffici, avrebbero potuto spiccare il volo da un momento all’altro se non fosse stato per le mollette che le imprigionavano ai fili. Piccole farfalle colorate.
Io scorrazzavo con il mio triciclo sull’asfalto reso caldo dal sole. Mi sentivo sicuro, confidavo nelle mie capacità e nel mio corpo, senza nessun timore o paura.
Non me ne rendevo conto, ma a distanza di anni era così che mi sentivo: capace e sicuro senza ombra di dubbio sul mio piccolo mezzo a tre ruote.
Il morso dell’asfalto sui palmi delle mani e sulle ginocchia mi prese alla sprovvista. Non riuscii a fare a meno di gridare, spaventato e dolorante.
E lei fu subito da me. Cosa ricordo? Le sue mani. Sempre più grandi e sicure delle mie, ma un po’ meno del ricordo precedente. Calde e rassicuranti.
Il suo odore e il suo sorriso. – Non è niente piccolo. Vieni qui.
Non avevo davvero bisogno di andare da lei, perché mi teneva già stretto a sé mentre piangevo disperato. Ero sotto la sua pelle e lei era sotto la mia.
Anche questo non sarebbe mai cambiato.

Stringo un po’ di più il suo esile braccio e lei si gira a guardarmi. Apre la bocca in un grande sorriso, le si illuminano gli occhi. E comincia a cantare.
La lascio fare mentre afferro la sua mano. È così piccola ora. Posso sentire le nocche al di sotto del sottile strato di pelle. Le accarezzo con il pollice ed è come sgranare un rosario di carne e sangue. L’inutile preghiera di un figlio che sente sé stesso sotto la pelle di sua madre, ma non riesce a farle provare altrettanto. Vorrei fermarmi e gridare, ma lei non sa più stare ferma, così continuiamo a camminare. Canta.

Ricordo le fiabe che mi raccontava prima di dormire.
La melodia della sua voce riusciva a calmarmi, quasi quanto il suo tocco. Lei lo sapeva, perché mentre parlava teneva stretta la mia piccola mano nella sua. Così grande eppur sempre meno, giorno dopo giorno.
Quanto era bella.
Al tempo sognavo di salvarla da mostri enormi e cattivi. Superavo grandi ostacoli e difficoltà, mi figuravo forte e ferito, ma sempre pronto per lei e ogni volta che nella mia mente riuscivo a salvarla era così bello e piacevole che la mia immaginazione ne chiedeva ancora. Ricominciavo. In un ciclo infinito, fino ad addormentarmi, esausto, ma consapevole che eravamo io e lei contro il mondo. Sempre.
Avrei fatto qualsiasi cosa per vederla sorridere.
È ancora così.
Svoltiamo per l’ennesima volta, tornando al corridoio principale. Un’infermiera mi saluta con un sorriso che non riesco a ricambiare. Continuo a toccare la sua mano, così piccola ora rispetto alla mia. Mando giù il magone e le sorrido di nuovo. Canta.
È così strano e ingiusto. Io ricordo tutto. Ogni cosa dei nostri anni assieme. Lei invece è persa nel suo mondo, nel suo non ricordare. Così opposti. Così lontani. Eppure ogni volta che vengo qui lei sembra riconoscermi. Mi illudo ogni volta, pur sapendo che non è così.
La accompagno nella sala comune. Hanno acceso la televisione e quasi tutti sono incantati a guardarla. Una finestra sull’esterno. Uno squarcio nel vetro delle loro abitudini.
Mia madre non sembra farci caso. Continua a cantare. La accompagno fino alla sua poltrona e la faccio sedere. Ride e canta. Canta e ride. Eppure è ancora così bella.
Le stringo di nuovo la mano, prima di salutarla. Così piccola e debole. Quella mano che era la mia ancora di salvezza. Il mio mondo. Come vorrei riuscire a fare altrettanto. Come vorrei che fosse ancora in grado di capire cosa significa per me. La bacio sulla fronte e mi giro per non guardare le nostre mani che si separano. Cammino spedito verso l’uscita. Non ti voltare.
Se dovessero chiedermi cos’è la tristezza risponderei che è questa: vedere mia madre, malata di Alzheimer, con gli occhi pieni di lacrime mentre canta una canzone che solo lei conosce.

Erika Marchi

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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