Il mio amico Marl

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‘Non pensare alle cose negative. Spesso dimentichiamo la bellezza della quotidianità, le piccole cose, i piccoli gesti. Pensare positivo non è un modo d’essere, è l’unico modo per riuscire a realizzarsi. Molti si lamentano del proprio lavoro, della propria vita, dimenticando gli obiettivi che hanno raggiunto. Vuoi un cambiamento? Devi essere quel cambiamento’
Chiusi il libro e guardai la copertina, ancora appoggiato al letto. Sbuffai tirandolo via e alzandomi di scatto.
– Queste stronzate non fanno per me, vado a comprare un po’ di erba. – Il gatto, mio unico interlocutore, mi fissò mentre infilavo la giacca e uscivo, con la sigaretta fra i denti.

La luce del sole mi bruciava gli occhi. Ero intontito dalla fame e la ragazza senza nome era protagonista dei miei pensieri.
Quella mattina mi ero svegliato solo. Era stata più di una semplice scopata, molto di più. Eppure se n’era andata. Non ricordavo nulla di lei se non quel particolare: un tatuaggio sul braccio sinistro. Un gatto che cavalca un proiettile. Bizzarro, ma sexy. Il ricordo dei suoi ricci d’ebano che stuzzicavano la mia pelle mentre si muoveva sopra di me, rappresentava la sensazione migliore della mia vita.
Cercai di buttarmi la tristezza alle spalle e un fottutissimo mal di testa mi obbligò a concentrarmi sul presente. Con la mano destra cercai di impostare ai miei capelli un senso di dignità. E lì trovai l’origine della fastidiosa cefalea: un bernoccolo grande come un porcino. Come accidenti me lo ero procurato? Le padelle sparse sul pavimento dell’angolo cucina presagivano più di un indizio in merito, ma non avevo tempo per indagare.
Scesi in strada, maledicendomi per il mio continuo rimuginare alla ragazza, alla fame o all’erba.
La strada sembrava deserta mentre mi dirigevo da Marl, il mio migliore amico e soprattutto il mio fornitore di fiducia.
Talvolta più fornitore che amico!
Ma aveva un cuore d’oro, il buon Marl.
Sentivo una stanchezza che mi ingobbiva la schiena e mi rendeva le gambe gelatina. Non era difficile avessi la febbre.
Alla fine vidi i contorni della casa di Marl, con essa un porto sicuro e l’erba, che ormai bramavo come ossigeno.
Bussai più volte, ma non venne ad aprirmi. Strano! Da quando lo conoscevo, non ricordavo di averlo mai visto fuori dal suo feudo. Lì nasceva la sua magia.
Marl abitava in una catapecchia su due piani, stile vittoriano. Un tempo era stata una reggia ma ora sembrava restare in piedi con lo sputo. Nel seminterrato adibito a laboratorio, Marl incrociava specie d’erba provenienti da ogni angolo del globo per ottenere varietà sempre nuove.
Il suo capolavoro portava il suo nome. La Marlerba.
Un ego niente male eh? Ma Dio, come mi fa stare alla grande quella roba! Di più, quando la fumo mi sento semplicemente… Vivo!
Gongolavo nel pregustarmi quelle nirvaniche sensazioni.
Senza pensarci, scavalcai il recinto in modo goffo ed entrai dalla porta sul cortile. Per fortuna non mi vide nessuno.
La febbre mi aveva preso proprio male. Crollai sul divano di Marl in un sonno profondo.
Dormii quattro o cinque ore in un limbo senza sogni né incubi. Neanche fossi un frigorifero a cui avessero tolto la spina. Mi svegliai, sentendo un baccano infernale dal piano di sopra.
Marl allora è in casa? Che accidenti sta combinando?
Rimasi in dormiveglia, accucciato sul divano, aspettando in posizione fetale.
Mentre continuavo a pormi questi dubbi, Marl si palesò in piedi davanti a me con un sacco di plastica nera, era qualcosa di lungo e sottile, ma non riuscivo a immaginare cosa fosse. Aveva i suoi capelli rossi e posticci sparati verso il soffitto come fiammelle e gli occhi iniettati di vermiglio, come vasetti di marmellata alle fragole.
Il maledetto aveva già aperto le danze senza di me.
– Ciao Phil!
– Marl…
– Non ti vedo in formissima…
– Devo avere la febbre.
– Sembri proprio uno zombie!
– Non scherzare…
– E stammi lontano che cominci a puzzare!
Dal nulla Marl mi vomitò addosso una lunga risata, oscena e gorgogliante come un lavandino otturato. Rabbrividii. Poi lo vidi accoccolarsi insieme al sacco sulla poltrona scassata, di fronte a me. Un attimo dopo, nonostante gli occhi spiritati, sembrò tornare serio.
–Da quanto non ti fumi un po’ di Marlerba?
Io… Non credo di capire…
– Scusa Phil… Ora che guardo meglio hai un bel bernoccolo in testa! Spaziale! Hai un’amnesia! L’amichetta di ieri notte doveva essere un tipetto combattivo, quando ha capito le tue intenzioni.
– Quali intenzioni? Io l’amavo!
– Ma non farmi ridere… ora prendi un tiro di Marlerba e tornerai normale! Se così si può dire… E non fare complimenti!
Marl tirò fuori dalla tasca e accese uno spinello farcito di Marlerba. Fece per passarmelo ma stranamente lo rifiutai. Mi sentivo sempre peggio e in quel momento non era certo il fumo il primo dei miei pensieri.
– Io ho fame… Tanta fame…
Marl esplose di nuovo in quella assurda risata. – Non ti preoccupare ho pensato anche a quello… Prendi!
Mi lanciò il sacco di plastica nera sulle ginocchia augurandomi buon appetito.
– Che diavolo è questo?
– La cena, ovvio! Grazie alla Marlerba abbiamo fattezze e sensazioni praticamente umane, come due ragazzi qualsiasi. Però dobbiamo placare certi appetiti…sai, la fame, la puzza di carne marcescente…
Srotolai la plastica nera dal contenuto. Sentii l’aria mancarmi.
Fra le mani tenevo il braccio sinistro della ragazza con la quale avevo passato la notte precedente. Reciso di netto dal suo corpo. Il tatuaggio a forma di gatto che cavalca un proiettile non lasciava alcun dubbio. Divenni di sale e quasi ignorai la logorrea di Marl.
– Fortuna Phil, che mi ero appostato nei dintorni di casa tua per assicurarmi che tutto filasse liscio, come al solito. Ho sentito quel gran rumore di pentole e ho visto lei mezza nuda che scappava. L’imboscata per fortuna ha funzionato. L’ho accompagnata subito qui per essere preparata… Et voilà! Anche stavolta abbiamo la nostra cenetta. Certo che devi migliorare un po’ il tuo approccio con le donne, Phil.
Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo per l’orrore. Marl mi zittì tappandomi la bocca con le sue mani ancora puzzolenti di sangue e sudore.
– Ma sei diventato matto? Vuoi che venga tutta la città a farci la festa? Adesso ti calmi e non fai cose stupide come urlare, intesi? O dovrò prendere provvedimenti. Vero che farai il bravo, Phil?
Annuii alzando la mano destra come in tribunale. Marl sembrò tranquillizzarsi perché mollò la presa.
Ne approfittai.
– Tu sei pazzo! Io vado dalla polizia! Ti faccio internare!
Spinsi via Marl con tutta la forza che mi restava in corpo. Finì gambe all’aria e ne approfittai per scappare in strada. Corsi fino a esaurire l’aria nei polmoni. Per fortuna dopo qualche centinaio di metri vidi un poliziotto di spalle. Cercai di attirare la sua attenzione e quando mi vide il suo sguardo di rabbia e paura mi fece comprendere che la storiella di Marl forse non era del tutto campata in aria.
Ma era troppo tardi.
Feci in tempo solo a sentire il freddo proiettile che si faceva strada nella mia fronte.
Poi tutto si fece nero.

Dal balcone della sua dimora Marl sbuffava fumo dalla bocca, malinconico.
– Uffa! Ora dovrò fare tutto per conto mio! Stupido di un Phil!
Estrasse il cellulare dalla giacca e scelse un numero dalla rubrica, svogliato.
– Diana? Ciao sono Marl! È tanto che non ci sentiamo… Cenetta per due? Sì? Arrivo subito!

Andrea Moretti

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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