Aqua

Immagine aqua giulia

Il blu attorno era una coccola di serenità. Quel blu così bello, così intenso. Non un azzurro slavato, né quel blu che assomiglia troppo al nero. Blu come deve essere. Quel posto avrebbe potuto essere una fuga dallo stress, peccato.

Il suono acuto dell’allarme rimbomba, perfora i timpani. Raccolgo le gambe al petto che pare voler esplodere. Non chiudo gli occhi. No. Il buio tornerebbe e temo di dimenticare, ancora una volta.
Anche se è solo un colore lo stringo forte, afferrandolo saldamente per stamparmelo in mente; quel blu così bello, come deve essere.
Assillata dalle sirene, tappo le orecchie con i palmi delle mani, come fossero vere, come servisse veramente a scacciare quel suono.
Quando, quasi per caso lo vedo fluttuare tra quel blu, eccolo che stona, tremola. Un frammento bianco volteggia verso il basso, allungo le mani chiuse a coppa, nel momento in cui ci leghiamo tutto si frantuma, crolla. Il vuoto torna.
Annego.

– Chi è stato a introdurre questa all’interno della Culla?!? – il tenente Wallace agita nell’aria il rettangolo contenente il mio blu – Non possiamo permetterci di contaminare il nucleo! – il silenzio persiste pesante tra l’equipe della sezione 01 – S.I.A. le registrazioni! – il numero 271 fa un passo avanti – Sono stato io Signore!

5.472 giorno
Membri equipaggio: 3000
“Cosa ne sarà di me d’ora in poi?” dopo un po’ di tempo, ho smesso di pensarci su “Forse ho dimenticato come pensare”

5.474 giorno
Membri equipaggio: 2999
Era la prima volta per me e in un certo senso lo era per tutti. Dopo anni trascorsi in una pace apparente, chiusi in uno spazio stretto, gettati nell’infinito, dove non c’è né giorno né notte, certe cose cominciano a perdere significato. Nessuno se lo aspettava.
La morte.

5.475 giorno
Membri equipaggio: 2999
Terminato il referto medico e i trattamenti su salma, il soggetto numero 300 è stato lanciato nel vuoto, sigillato come da prassi in una scatola nera. Pochi secondi ed è sparito, inghiottito in quella profonda oscurità. È tutta colpa mia.

5.477 giorno
Membri equipaggio: 2999
Ogni tanto, tra un caricamento e l’altro, mi ritrovo a fissare, attraverso uno dei miei occhi, quel nero oltre gli oblò. Lo cerco, aspettando che compaia da un momento all’altro: il mio fallimento.
– Suicidio – una parola che non conoscevo fino a ora, l’ho cercata nel sistema, fatta mia, ma nonostante tutto non compresa appieno. È rimasta là, come un filo cucito sulle labbra.

5.479 giorno
Membri equipaggio: 2999
I pochi soggetti che hanno assistito all’accaduto non sembrano aver subito gravi turbamenti. Con il passare degli anni, dopo la Crisi di Home, la desensibilizzazione alla realtà ha finito con il degenerare certe emozioni. Forse è questa la differenza tra noi e lui? Noi abbiamo dimenticato, lui no.
È da quell’evento che a ogni avviso, allarme che sia, mi ritrovo a impallarmi nel terrore. I valori indicano un aumento improvviso del battito cardiaco e dell’immissione d’ossigeno; la scheda continua a pulsare nell’attesa che io accetti quella notifica, trattengo il fiato e spingo verso la cartella aprendola:
“5479 giorno”

Il riflesso sul suo volto fittizio muta, le palpebre sbarrate si rilassano. Lascia cadere le braccia lungo i fianchi e…

…piego la testa all’indietro, il sistema si riassesta, i parametri tornano alla norma con l’accumulo di ossigeno. Apro gli occhi a esaminare i contorni olografici delle braccia leggermente disturbati da interferenze, constato che i file sistemici stanno tornano a ricalibrarsi. Attivo la telecamera 9 verso il numero 271 ancora chino sui cavi all’interno della console madre quando…

…mi rimetto a sedere e con il palmo della mano asciugo le gocce di sudore che imperlano la fronte.
– Era solo un cavo allentato – lei percorre con lo sguardo il proprio ologramma tornare alla sua forma ordinaria, quel “corpo” piccolo ed esile da bambina mi turba, sembra sbagliato. Giorni fa non era così, tutto mi sembrava…

…normale, svolgevo i miei compiti, precisa. Eppure c’è qualcosa fuori posto. È un dettaglio, ma il sistema non rileva nulla. Appena muovo le telecamere su di lui sobbalza.

Eccola là! Ancora! “È solo un’intelligenza artificiale!” continuo a ripetermelo ma da quel giorno è sempre più dura convincersene; qualcosa in lei è cambiato e non riesco a togliermelo dalla testa. Quei due buchi neri e vuoti che un tempo mi inquietavano ora traboccano di…emozioni? Velati, ora, dal blu del dipinto di papà che accidentalmente avevo perso all’interno della Culla.

Il suo Blu ha riportato in me…

ricordi.

Il suo Blu ha risvegliato in me…

– Ti chiedo scusa. A causa mia hai rischiato di subire grosse penalità. Stai bene?
– Il tuo scanner rileva anomalie? – alla mia domanda una sequenza di finestre si aprono all’unisono circondandola, su una di esse vedo il mio volto.
– Nulla, ma come ti dicevo temo ci sia qualcosa nel mio sistema che non funzioni correttamente.
– La manutenzione ha confermato che è tutto nella norma.
– Non posso sbagliare di nuovo.
Gli angoli della bocca si incurvano e ripiomba in un’espressione triste. Umana. Come fosse viva.
So a cosa allude.
– Non è colpa tua – mi accorgo tardi di aver detto una delle più grandi idiozie al mondo, sto seriamente cercando di consolare una macchina?
– Già prima del risveglio avevo analizzato strane anomalie nel sistema nervoso nel numero 300. Dissi che non era pronto. Ma il suo risveglio era un ordine.
– Non era pronto?
– Ansia, claustrofobia e depressione. I suoi ricordi riguardo Home erano troppo vividi, presenti. Così decidemmo di ridurne la quantità, quella che gli rendeva impossibile adattarsi alla vita qui, ma le sue condizioni peggiorarono drasticamente. Lamentava un senso di “vuoto”.
Quei pochi ricordi rimasti presero il sopravvento, così recidemmo il problema alla radice. Un intervento facile, bastava toccare un solo, unico, ricordo.
– Un ricordo?
– Un volto.
– Quale?
– Non faceva parte di nessun carico di nessuna flottiglia. So solo che l’individuo si rivolgeva al numero 300 come: papà.
La testa si svuota all’improvviso, tappo la bocca con la mano, trattenendo a stento il cibo che corre su per l’esofago…ma che cazzo?
– Pressione, respirazione e battito cardiaco in aumento. Avvio una richiesta di controllo.
– No, sto bene! – la richiesta d’intervento viene annullata, non riesco neanche a guardarla, temo di ritrovare la sua freddezza brutale.
Papà…A pensarci adesso, non mi viene in mente nemmeno il suo viso, solo un’immagine sfocata che cinge il cuore. Estraggo dalla tasca il piccolo foglio spiegazzato del disegno di papà, una delle ultime cose che mi rimane di lui.
– Il blu! – la voce di S.I.A. rimbomba energica. Me la ritrovo affianco, mai vista più vicina di così, i suoi occhi brillano nell’osservare il disegno, mutano il proprio colore, così come la chioma che si disperde nell’area.
– È l’ultimo ricordo che ho di mio padre Eric. Amava dipingere, soprattutto l’oceano.
– Eric?
– Il suo nome, tutti ne hanno uno.
– È così importante?
– Ci ricorda chi siamo –
– Anche io avevo un nome, ma dissero che non ne avevo più bisogno, quindi lo cancellai – il suo viso ripiomba nella tristezza. Scompare per un istante per poi riapparire in cima alla Scatola Nera, lo sguardo volto alla finestra sullo spazio.
– Forse lo hai solo dimenticato – ogni cosa che dico sembra sbagliata – Potremmo usare un nome di rimpiazzo finché non te lo ricorderai…– nell’ampio vuoto della Culla in cui ci ritroviamo, governa un silenzio pesante, rotto unicamente dal rumore dei macchinari. Celle su celle contengono uomini e donne in attesa di essere scelti, che il loro tempo finalmente giunga, cullati dal suono dell’acqua che scorre tra le tubature e i canali di scolo, come una ninna nanna.
Tutto questo è S.I.A.
– Che ne dici di “Aqua”? – forse me lo sono solo immaginato, deve essere così, quella che ho visto scendere sulla sua guancia non poteva essere una lacrima.

Giuls Nova

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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