Camminare

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Mai fatto caso al camminare della gente, se non quando ci sono storte, dolori ecc… A quel punto, shock, una cosa naturale si rivela impegnativa, oltre la consapevolezza.
Ci penso ora che questo ragazzino prova dei jeans: ha la caviglia ingessata ed entra solo nelle tute. Stiamo cercando modelli ampi di gamba, ma che si possano indossare anche senza gesso. Non è una missione impossibile, eppure lui è così abbattuto che vorrei dirgli “Va a casa e torna un altro giorno!”, già so che quello che comprerà oggi gli farà dschifo per sempre. Un po’ ho imparato in questi mesi da commessa.
Lascio parlottare madre e figlio e torno dalla ragazza che aveva gli occhi a cuore mentre provava un abito a fiori.
– Stai benissimo! – Non racconto bugie, guardo il cliente e valuto l’emozione. Se piace, appoggio la loro convinzione, perché sono felici. Se sono in dubbio dico cosa ne penso; se a loro non piace… trovo altro.
La ragazza mi sorride, mentre si rimira allo specchio.  – Davvero?
– Certo! È proprio fatto per te!
Sorride ancora di più.
– Lo prendo! – Esclama in tono acuto, un ultimo sorriso, chiude la tendina e si cambia.
Torno dal ragazzo. Si trova in camerino. Mi guardo attorno per capire se posso fare altro, il mio turno sta per finire, ma mi secca stare con le mani in mano.
Vedo avvicinarsi la ragazza, mi guarda e io le indico la cassa. Caspita come è stata veloce. La osservo camminare, saltella quasi. È leggera. Lo shopping giusto rende leggeri.
Mi viene un piccolo magone, ma lo scaccio, mentre in cassa scambio qualche battuta con lei, che sarà il mio ricordo di luce di oggi. Strappo lo scontrino, le consegno la borsa e la vedo uscire con quella camminata leggiadra che le invidio.
Come cammino io?
Tamburello le dita sul bancone, storcendo le labbra.
Sento i passi della mia collega Clara, di ritorno dalla pausa pranzo.
– Ciao! Quando vuoi, puoi staccare.
– Ok. Aspetto che finisca il ragazzo in fondo o te ne occupi tu?
– C’è solo lui? – si gira a indagare tra gli scaffali.
– Sì.
– Allora faccio io, tranquilla.
Tamburello di nuovo le dita sul bancone, mi guardo attorno come se cercassi anch’io. Il magone aumenta.
– Domani è l’ultimo giorno?
La voce della mia collega mi fa implodere dentro.
– Purtroppo sì. – Mi si è azzerata la salivazione. Non pensavo mi avvilisse tanto andarmene.
– Mi spiace. – mi dice lei, stringendo le labbra. – Non hanno trovato una soluzione…
Io sospiro. – La soluzione non c’era, anche loro erano dispiaciuti, perché dovranno cambiare i vostri turni per fare orario continuato o chiudere a pranzo. Non hanno ancora definito. Antonio e Loredana si sono informati per sistemare tutto, ma a quanto pare un modo non esiste. Almeno per ora. – Concludo, senza sentire speranza.
Lei alza gli occhi al cielo. – Sarà una rottura anche per noi. Chiudere e riaprire…  ormai mi ero abituata bene. Arrivavo e qui era tutto operativo, sistemato. Hai sempre lavorato bene. Odio questa situazione, piombata così all’improvviso.
Annuisco.
Clara allunga il collo e si mette sulle punte.
– La signora ci cerca, vado. Lucia domani ci salutiamo per bene. – Mi abbraccia forte, mi sorride e va.
Io non dico niente, mi sento un peso dentro. Cammino lentamente verso la stanza privata, mi sento un po’ curva, sia nel corpo, sia nei sentimenti.
Tutto è successo troppo velocemente.
Sfioro con la mano gli abiti appesi e li trovo secchi. Questo è un negozietto, nulla di pretenzioso. Ma gli abiti sono di buona fattura, non cinesate. I costi sono contenuti, anche se non come H&M e similari. Mi piace lavorare qui, perché so che vendo un capo che non sarà da buttare dopo una stagione.  Allo stesso tempo, non si ha speso una fortuna. Buon rapporto qualità prezzo.
La clientela è simpatica, anche se io non ho mai visto gran movimento; cosa aspettarsi all’ora di pranzo, il sabato e la domenica?
Quando ho risposto all’annuncio ero scettica, chi vuoi che vada a provarsi vestiti tra le 13 e le 15? Staranno a casa a mangiare, no? Non consideravo che, essendo porta a porta con un ristorante, è facile che qualcuno si infili prima o dopo il pranzo. Infatti il più delle volte le persone entravano, si facevano una passeggiata e poi uscivano. Ma spesso succedeva che magari notavano qualcosa e se non lo compravano subito, magari passassero dopo. In cinque mesi avevo imparato a riconoscere gli sguardi di chi si innamorava di un indumento, ma resisteva.
Lasciavo i post-it a Clara, chiedendo di far attenzione se passasse Tizio… e immancabilmente ci azzeccavo, dopo qualche giorno ricompariva a comprare quello che aveva visto durante il mio turno.
Cammino accarezzando con lo sguardo il reparto maglieria: i colori sono terribilmente spenti.
Entro nella saletta. Mi appoggio schiena alla porta.
Faccio l’impiegata amministrativa, quattro ore al giorno, in una ditta di scarpe: aggiungere quattro ore nel week end, è come avere una settimana in più a fine mese. Sono soldi che fanno comodo. In più mi piace. L’unica cosa spiacevole è non fare mai un pranzo in famiglia, ma rimedio con le cene.
Maledetti voucher.
Maledetti politici!
Possibile che ogni provvedimento sul lavoro getti sempre più nello sconforto i modesti lavoratori? Quelli ricchi no di certo, solo i poveri diavoli che cercano di mantenersi in modo onesto.
Antonio mi aveva proposto il nero. Ma ho rifiutato subito, anche lui non era convinto. Le abbiamo pensate tutte. Il contratto a chiamata no, non ho l’età giusta. La ritenuta d’acconto non mi conveniva. Il tempo determinato era impensabile. Insomma, i voucher erano perfetti! Già tassati, in regola, facili da riscuotere.
Mi tolgo la maglia nera con la scritta staff sulla schiena e la butto in borsa senza piegarla. Indosso la mia verde, stamattina rappresentava la mia calma, ma adesso è solo un altro colore spento.
Non credevo di starci così male. No davvero.
Mi pesa l’ingiustizia: mi sento defraudata di una possibilità, ingiustamente.
Esco e mi dirigo verso la porta laterale. Ho la macchina a pochi passi, ma sembra troppo distante. Ripenso al ragazzo col gesso e studio la mia camminata. Piego le ginocchia, oscillo le braccia, stendo le ginocchia, sento l’asfalto sotto la suola. L’andare è fluido, nessuno scatto, acqua che scorre. Arrivo davanti alla macchina senza avere ancora le chiavi. Le cerco scansando la maglia che insensibile mi urla “STAFF” in faccia.
Apro la portiera e mi siedo.
In fondo è quello che bisogna fare, camminare. Andare avanti. Aggirare o scavalcare gli ostacoli e proseguire.
Metto in moto.
È così.
Faccio retromarcia.
Basta guardarsi indietro! Devo semplicemente camminare avanti: finiranno le difficoltà, no? E poi la prossima settimana potrò mangiare coi miei…
Con lacrime di amarezza, ingrano la prima e parto.

Monica Spigariol

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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Una risposta a Camminare

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Emozionante e attuale!

    Mi piace

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