Catalifrangenze

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Un computer sulle gambe, una tazza di the caldo in mano, la stufa accesa che riscalda l’ambiente, una serata perfetta, tutta per me, tutta per scrivere. Stavo per iniziare a scrivere quando ho sentito il gatto che miagolava al primo piano. ‘ Uff – mi sono detta – ci si mette pure Bea a rompere.’ ho appoggiato il pc sul divano e mi sono alzata abbastanza arrabbiata con quell’ammasso di pelo. Ho fatto le scale in velocità e mi sono bloccata sull’ultimo scalino, non ci potevo credere.

Era lì, di fronte a me, luminoso nel buio incerto del pianerottolo. Splendeva, lampadina fioca, mentre seduto guardava il tempo scorrere nel cielo. Il gatto lo fissava, insistendo nel suo lamento, incuriosito più che spaventato. Lo guardava. Indugiava un attimo. Portava gli occhi su di me, che come lei non sapevo che fare. Ci scambiammo un secondo di stupore, poi insieme rigettammo gli occhi a quella figura fluorescente.
Quella rimase immobile non so per quanto tempo: un secondo, un minuto o un’ora, poi finalmente tolse lo sguardo dalla finestra, per guardarsi le punte dei piedi.
La gatta fu più coraggiosa, la prima a volerlo toccare. Si avvicinò per strusciargli sopra il suo odore, fu buffo vederla inciampare, mentre convinta di trovare una gamba su cui far scivolare la testa non colpì nient’altro che il vento.
Miagolò un disappunto incerto, poi venne tra le mie gambe.
Io non sapevo che fare. Quella cosa restava a brillare in piedi di spalle sul pianerottolo in fondo alle scale, mentre con l’aria di chi fuma in pace si fissava le punte dei piedi.
– Chi sei?– domandai tremante – Come sei entrato?
Domande inutili, vuote, quando l’unica cosa da chiedere sarebbe stata “perché brilli?”
Quello non fece una piega. Unì le punte dei piedi e continuò a brillare nel buio.
Non sapevo che fare, ma non avevo paura, sentivo che non poteva farmi del male anche se non avevo idea di cosa fosse.
Dopo un po’ si decise a parlare, dopo la pausa lunga di chi ha cercato una risposta arguta senza però aver avuto fortuna.
– Chi sono? – disse – Non sono che un canto finito. Una foglia vecchia e intirizzita. Un lume, che in un giorno senza sole si è spento portando con se un verso d’amore. Ora non sono nulla, neanche un ricordo, ma un tempo sono stato qualcuno. Non lo so – continuò – Non so rispondere a quello che mi chiedi, la tua domanda è sciocca. Ora non sono nulla, dovresti chiedermi chi ero.
Poi tornò nei suoi pensieri nella finestra, a contemplare il cielo.
Rimasi ferma aggrappata al corrimano, mentre le gambe lottavano con la testa. Fuggire o scoprire, queste erano le due voglie che mi assalivano. Scappare gridando o rimanere e sapere.
Mi ci volle del tempo per rispondere.
– Se non mi dici chi sei chiamo la polizia. Sopra c’è mio marito, è campione di Krav Maga.
Neanche in quel momento fece una mossa. Rimaneva sospeso nella sua bolla, a digerire il tempo con gli occhi fissi nelle stelle.
– Portami del vino– si decise a chiedere – e ti dirò cosa sono stato

Non so perché obbedii, forse per curiosità, o forse per un istinto che mi suggeriva che non è il caso di negare un desiderio a un fantasma. Quando riscesi con una bottiglia di Castelli Romani, non lo trovai al suo posto. Pensai per un momento di aver immaginato tutto, di essere piombata in uno di quei sogni ad occhi aperti, quei viaggi, quei trip che colpiscono chi troppo stanco dallo stress non riesce a godersi un meritato riposo.
Ma mi sbagliavo. Non condensai neanche il pensiero, infatti, che quel bagliore fievole mi sorprese alle spalle abbracciandomi.
Non provai nulla. Non sentii nulla. Vidi soltanto un braccio attraversarmi il braccio. Poi quell’ombra al contrario afferrò la bottiglia, dimostrando una concretezza insperata. Prese anche i bicchieri di finto cristallo per riempirli a metà.
Dopo qualche attimo sono riuscita a voltarmi.
Mi trovai di fronte un ragazzo dai capelli lunghi e l’aria britannica. Era bello, anche se in faccia si leggevano i lineamenti di chi ha visto giorni migliori.
– Non posso toccare ciò che è vivo, per il resto la mia condizione non mi pone limiti.
Aveva qualcosa di familiare, un viso visto centinaia di volte senza particolare attenzione. Solo guardandolo mi assalì la sensazione che ti prende quando cerchi un nome ma non viene, quando per un attimo ti sfugge un ricordo.
Mi porse il bicchiere senza far caso a cosa ne facessi. Poi tirò giù un sorso.
– Fui poeta ferito scappato da casa per cercare climi migliori. Arrivai nella tua terra per trovare calore, ma ciò che mi attendeva era solo la tomba. Cantavo di Bellezza e Verità, amanti inscindibili e seppi cogliere in un vaso il senso della vita. Sono stato questo e poco più ed ora non lo sono. Ora sono una lapide anonima, l’ultimo mio verso.
Disse questo guardando per terra, come intimidito, come se stesse confessando il più atroce dei peccati. Rimasi spiazzata dalle parole che confermavano i miei istinti. Indietreggiai per un attimo, poi bevvi di un fiato il calice.
– Ma che ci fai in casa mia?
– E dove dovrei essere? La mia di casa è troppo lontana, qualunque altro posto vale lo stesso. Sono legato a questi luoghi da una vecchia dolce, non posso allontanarmi troppo.
– Dimmi il tuo nome!
– Non posso. Il mio nome non puoi trovarlo mentre vaga nell’aria. È impresso di inchiostro o dolcemente scolpito nell’acqua. Il mio nome non me lo custodisce neanche la tomba, l’ho venduto per un quarto di secolo di gloria.

Poi si avvicinò quasi fluttuando, mi tolse il bicchiere di mano e lo riempì di nuovo. Ancora una volta sfiorandomi mi diede solo una sensazione per gli occhi.
Riempito il mio calice, svuotò quel che restava della bottiglia nel suo. Si mise a sedere con quell’aria riflessiva che mai si era tolto di dosso.
– Non ti voglio qui. Vai via.– dissi sopraffatta dall’incertezza. Parole prive di coraggio e convinzione.
– Lo so che non mi vuoi, ma non puoi evitarmi. Non è per il desiderio che oggi abito queste mura. È per l’amore che mi lega alla mia vecchia.– vuotò di nuovo il bicchiere. –  Finisci il tuo vino ti prego.
Non eseguii, rimasi ferma ad osservare il liquido illuminato dalla sottile luce blu di quel corpo. In un attimo fu più fluorescente, mentre ancora indugiavo nelle piccole onde nel calice. Il fantasma mi si era messo di fronte e mi fissava con occhi tristi, pieni di pietà.
Quello sguardo mi fece cadere di mano il bicchiere, che rompendosi in frantumi fece fuggire via il gatto. Ancora una volta quella mano vuota mi sfiorò il corpo, mi sfiorò la guancia e un calore freddo, ora, mi perforò la pelle.
Poi sul pianerottolo quella luce si spense. Rimase solo il buio a far da contorno.
Tornai di sopra a tentoni, appoggiata al corrimano.
Mi sentivo strana, svuotata. Era come se quella carezza si fosse portata via una parte di me.
Quando scesi a raccogliere i cocci trovai l’altro calice poggiato sul gradino dove sedeva quella figura.
Vedendo quel bicchiere un ticchettio mi scoppiò nella testa. Corsi di sopra e mi stupii vedendo che respiravo a fatica.
Quella notte dormii di gusto.
Oggi sono passati tre mesi. Il fantasma non si è fatto più vivo, ed ecco, ancora una volta, ho una serata libera.
Computer sulle gambe, tazza di the in mano, stufa accesa che riscalda l’ambiente.
Una serata perfetta, tutta per me, come tante negli ultimi tempi. Tempo buono per scrivere, ma anche oggi il cursore lampeggia nel mare di bianco, ancora una volta, dalle dita non fugge neanche una sillaba.

Damiano Lenaz

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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