Gioco d’amore

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Ancora niente. Non avrebbe mai pensato di ritornare in quel parco. Eppure, Aurora era lì, seduta su una panchina ad aspettare.
Come se non bastasse, il motivo per cui aspettava era in ritardo di un’ora abbondante. Ma in fondo la giovane era contenta di questo. Aveva tempo per pensare.

Guardò l’orologio, mentre un gruppo di ragazzi passava poco lontano da lei. Li sentì fare degli apprezzamenti poco educati, ma non si preoccupò. Appena furono fuori dal suo campo visivo decise che una ragazza giovane, di notte nel parco, dava troppo nell’occhio.
Dopo qualche secondo sulla panchina non c’era più Aurora, ma Jaqueline, una barbona di quasi sessanta anni. Sorrise, guardando i proprio vestiti trasandati: nessuno si sarebbe mai avvicinato. Sapeva come rendersi invisibile: la gente faceva sempre finta di non vedere i vagabondi. Un po’ per paura, un po’ perché ricordavano il lato decadente della società moderna.
Un attento osservatore, però, si sarebbe reso conto che c’era qualcosa di strano in lei: la sua postura rigida e composta, ma soprattutto il fatto che emanava un pungente profumo di arancia. Chiuse gli occhi, sperava che quel ritardo non significasse rimanere senza ciò che le spettava.
Julio era sempre stato preciso nel suo lavoro, ma da quando era morto in una sparatoria era stato sostituito dal figlio Jaime. Inutile dire che la puntualità non era il punto forte della nuova gestione, anche se il ragazzo riusciva a realizzare dei documenti che sembravano originali. Sapeva bene che Jaime era spaventato e al contempo incuriosito da lei; come dargli torto, non era cambiata di una virgola da quando la conosceva. Almeno, non come lui pensava.

Si guardò di nuovo intorno, cercando il giovane, ma di lui non vi era traccia. Sospirando, fece per alzarsi, ma non ci riuscì: il suo corpo sembrava essere diventato di pietra. Il respiro si fece pesante; conosceva quella sensazione, l’aveva già provata in passato. Non portava nulla, ma soprattutto nessuno, di buono.
– Ciao piccola, ti sono mancato?
Conosceva bene quella voce: quei toni caldi erano entrati nel suo cuore, convincendola che tutto ciò che diceva era vero. Il nuovo venuto era alle sue spalle, avvicinando la bocca al suo orecchio e pronunciando quelle parole col suo tono più seducente. Le riportò alla memoria un’immagine.
Lei che cucinava, ritrovandoselo alle proprie spalle. Ricordava il tocco della sua mano tracciare il cammino dall’orecchio alla spalla, baciandola di tanto in tanto. Le era mancato, ma non lo avrebbe mai ammesso.
– Mi piacevi di più come eri qualche minuto fa, ma devo ammettere che è stato furbo per te trasformarti in qualcosa di così disgustoso. –
Jaqueline lo avrebbe mandato al diavolo, ma non poteva aprire la bocca, le aveva bloccato anche quella. L’uomo fece il giro della panchina e lei riuscì a guardarlo con la coda dell’occhio. – Piccola, ora ti sbloccherò per qualche secondo. Voglio parlare con la mia Aurora, non con questa stracciona. Mi prometti che non proverai a scappare? Sbatti le palpebre due volte e facciamo finta che tu abbia detto sì, – disse sorridendo.
Lo fece e lui utilizzò le proprie capacità mentali per lasciarla libera.
Lo fissò, quegli occhi castani che le erano sembrati pieni d’amore e di promesse, che le avevano fatto vedere il fuoco della passione e il ghiaccio dell’indifferenza. Sostenne il suo sguardo quel tanto che bastava per non trovare nessun cambiamento in lui: era ancora l’uomo imperfetto che abitava una parte del suo cuore.
L’aveva sempre trovato attraente, senza realmente chiedersi se fosse bello per tutti o solo per lei. Si appartenevano, lo sapeva bene. Il loro legame non si sarebbe mai dissolto. La sua scelta era stata difficile e l’aveva segnata per sempre, ma non aveva potuto fare altrimenti.
La prima volta che era scappata, lui era riuscito a riportarla a casa. Si era fatta ingannare ancora una volta dalle sue parole e lo aveva seguito. Peccato che lui avesse deciso di punirla: per un mese le aveva fatto credere di vivere durante il medioevo, ma soprattutto di bruciare al rogo. Ricordava bene il viso di sua madre carbonizzato dopo l’accusa di stregoneria, ma provare il suo stesso dolore per un intero mese l’aveva distrutta. Si era risvegliata intatta, senza nemmeno un graffio, ma dentro era cambiata per sempre. Non riusciva a odiarlo, perché lui era sempre stato così.
Lo sapeva anche lui e nonostante ciò, ogni cinquanta anni tornava a farsi vivo. La cercava e quando la trovava voleva costringerla a tornare. Con il tempo, però, la frustrazione si era tramutata in violenza e lei aveva iniziato ad avere paura che la uccidesse. Un timido sorriso si dipinse sulle labbra di lei, che stava tornando a essere Aurora, mentre una lacrima scendeva sul suo viso.
– Mi dispiace, Peter… – Lo prese di sorpresa, infilandogli indice e medio negli occhi e dandogli un colpo secco alla gola. Erano i primi punti deboli che sapeva di poter colpire senza ferirlo.
Corse via, mentre sul piede destro un logoro stivale si trasformava un una scarpa da ginnastica. Era stupita dal fatto che fosse stato così facile, consapevole che a volte lui la lasciasse vincere, solo per non annoiarsi. Gli piaceva giocare con lei. Aurora lo sapeva e conosceva anche il male che quell’uomo era capace di fare, ma non lo odiava: se c’era una persona da biasimare era lei: detestava sé stessa, perché gli aveva permesso di farle del male, ma nonostante ciò lo amava.

Sara Fiore

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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