Omicidina

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In questo letto sconosciuto, dal materasso troppo duro per la mia schiena, il tuo respiro regolare mi fa sentire a casa. Tu hai la capacità di rasserenarmi. Peccato che appena chiuda gli occhi, mi salga l’ansia.

Ci siamo incontrati al bancone del bar: lui aveva ordinato un whiskey, io un caffè marocchino. Non era bello, ma poco importava. Sapeva parlare e conosceva il mondo, mentre io avevo vissuto nelle pagine dei suoi libri, delle sue storie, senza vivere davvero la mia vita. Era il mio scrittore preferito, ma non lo sapeva. Finsi di non riconoscerlo: non volevo sembrare una delle tante.
L’avevo seguito fin lì, nascondendomi tra le ombre di altre sconosciute. Tra tutte, però, ero riuscita a farmi notare, perché ero l’unica a non considerarlo.
–  Di cosa ti occupi? –  Gli avevo chiesto.
–  Sono un po’ investigatore… un po’ psicologo.
–  Hey, non starai cercando di psicanalizzarmi, vero?
Aveva sorriso e dilaniato il mio cuore.
–  E tu? –  Aveva continuato.
–  Ricerche.–  Sei così giovane e già lavori in ambito accademico?
Non risposi. Parlammo, incuranti della musica e della calca crescente nel locale. Alcune ragazze si erano avvicinate e l’avevano fissato a lungo, troppo a lungo.
Bevve l’ultimo sorso di whiskey e mi sussurrò:
– Posso offrirti qualcosa?
Allungò la sua mano sulla mia e sfiorò le dita. Il mio corpo tremò e solo allora mi accorsi di avere freddo.
–  Andiamo in un posto più tranquillo?
Nell’inflessione della sua voce percepii qualcosa di diabolico.
Lo seguii, nella camera d’albergo in cui alloggiava. Lo baciai con la stessa passione con cui Margaret, nel suo primo libro, aveva fatto con Paul. Finimmo sul pavimento, come in Tempesta d’amore; sotto lo scroscio bollente della doccia, come in Pioggia di mani; nel letto, facendo la guerra con le lenzuola, come in Soldati del cuore.
Credevo di essere tra le sue pagine e di fare l’amore con tutti i suoi protagonisti. La passione di Pedro, la dolcezza di Leonard, la prepotenza di Kim. E io, io ero tutte e nessuna, nuova e vecchia conquista.
Per la prima volta, in vita mia, mi ero sentita importante.

Si è addormentato, sfinito, al mio fianco: felice, soddisfatto. Il suo sorriso taglia il viso a metà, in un ghigno macabro, come la sua mente, i suoi pensieri. Cosa c’è là dentro?
E se fossi finita in un suo libro? Sarebbe stato un sogno o un incubo? Sarei stata eterna, è vero; un’eterna pazza che si era recata in un locale solo perché sapeva che lui lo frequentava e aveva aspettato per ore e ore, rigirando lo stesso cucchiaino nel caffè ormai freddo.
No.
Non posso permettere che tutto il mondo sappia.
L’idea balena in mente e mi convince: è l’unica via d’uscita al mio problema. Devo alleggerire la pressione sulle tempie e far tacere l’ansia. Quella voce si insinua e si fa spazio, fino ad assorbire tutto il resto.
Citrosodina per digerire.
Codeina per lenire il dolore.
Omicidina per distruggere i miei pensieri.
Afferro il cuscino con tutta la mia forza e faccio pressione sul suo viso; ascolto, eccitata, il respiro uscire dal suo corpo.
Ecco, sono proprio come Elisabeth in Passione di morte.
Finalmente l’ansia si è zittita. Come il suo russare. Dormirà senza far rumore. E nessuno, nessuno, conoscerà la mia storia.
Mi volto. Nonostante il materasso troppo duro, il letto sfatto e il cadavere al mio fianco, dormo finalmente serena e soddisfatta.

 

Lisbeth Pfaff

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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