Desiderio

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Quando la incontrai non sapevo neanche che potesse esistere un essere vivente in grado di stregarmi. Era strano e allo stesso tempo normale specchiarsi in quegli occhi chiari, sembrava come se li avessi cercati per tutta la vita senza trovarli, era stata una ricerca tanto strenua quanto terribile.

Avevo rovinato vite e condannato persone alla sofferenza nel tentativo di arrivare a loro, eppure erano lì davanti a me, la fissavo pieno di un desiderio che rasentava la brama. Era così vicina che le mie narici si colmavano di lei.
Persino il suo odore mi chiamava e non riuscivo a muovermi.
Visti da fuori potevamo sembrare una scena comica, ma lo sguardo di ghiaccio rideva, era una risata sguaiata e complice. Il caos della stazione metropolitana sembrava silenzio in confronto e quando le sue labbra sottili si dischiusero per un sorriso imbarazzato il silenzio divenne totale. Eravamo soli.
L’intera città era sparita e niente aveva più importanza di quel sorriso, non so dire quanto durò, mi sentivo appagato, ma tutta l’eternità non sarebbe stata abbastanza.
Si avvicinò.
Mi chiese come mi chiamassi, anche se sapeva già tutte le risposte.
Parlammo in quello stesso punto, al centro della stazione, tra spintoni di passanti e annunci ripetuti. Eravamo fuori dal tempo e parte dell’infinito nello stesso tempo. Le avrei dato tutto anche se non avevo ancora chiesto il suo nome, ma sapevo che era la stessa cosa per lei.
Volevo toccarla, sfiorare la sua guancia, avrei pagato con la mia vita per sentire il suono del suo sangue fluire potente nel suo corpo e la mia anima per potermi specchiare ancora nei suoi occhi. La sua espressione diceva la stessa cosa, saperlo mi faceva impazzire.
Le presi la mano o fu lei a farlo con la mia e per un attimo il paradiso non fu più importante. Lo sguardo di ghiaccio mi fulminò e ci ritrovammo seduti al tavolo di un bar. Non sapevo come ci eravamo arrivati, avevo un’unica certezza: eravamo affamati.
Divorammo tre focacce e passammo il pomeriggio a ridere, non riuscivo più a distogliere lo sguardo da quegli occhi e per quanto volessi chiederle qualcosa di lei non riuscivo a farlo, parlavamo di sciocchezze e mi piaceva quella sua spensieratezza, la bramavo più della mia monotona vita priva di significato.
Volevo dirle che mi ero già innamorato di lei, che avrei dato la mia vita per renderla felice e non farle mancare nulla, ma non serviva: lo sapeva già, quegli occhi mi stupirono ancora con un cipiglio solenne e la conferma che per lei fosse la stessa cosa mi fece esplodere il cuore di gioia.
Finimmo a correre per strada come adolescenti, i cuori che battevano all’impazzata e i piedi che suonavano come tamburi sul lastricato. Gridavo il mio amore, gridavo ai passanti che ci guardavano inorriditi da quel comportamento così assurdo, volevo che tutto l’infinito capisse che avevo trovato il centro del mio universo.
Ci fermammo solo quando non c’era più fiato nei nostri polmoni, quando le nostre gole furono secche, anche se avrei voluto gridare ancora quel sentimento che mi permeava. Volevo che qualcuno capisse come mi sentivo, che c’era una vita diversa quando si trovava ciò che si era cercato per tutta l’esistenza.
Mi ritrovai dentro un locale, luci stroboscopiche e liquidi fosforescenti danzavano al ritmo dei corpi, ma il caos non riusciva ad attenuare il suono della sua voce, il calore che trasmettevano le sue mani. Volevo stringerle così forte da farmi male e baciare quelle nocche morbide.
Per un po’ rimasi con gli occhi chiusi, la giornata di follia era trascorsa nel miglior modo possibile e quella stanchezza tiranna mi spingeva a voler cedere all’oblio, ma la sua voce mi teneva acceso come una macchina: dovevo restare con lei, specchiarmi in quegli occhi di ghiaccio, volevo qualcosa di suo da tenere nel mio cuore, non bastava il sapore delle sue labbra.
Quando fummo nel mio appartamento l’odore del suo corpo era qualcosa di talmente tanto familiare da avermi fatto dimenticare qualsiasi altra cosa; le sfiorai il corpo con timore di farle male, eppure la trovai pronta ad accogliermi a prendere tutto ciò che potevo darle.
I baci sul collo diventarono un ritmo incoerente, qualcosa li rendeva sempre più lenti; un piccolo morso sulla spalla mi fece ridacchiare. Nel buio cercai gli occhi di ghiaccio, ma scostando una ciocca bionda non li trovai, neanche osservando meglio quel viso.
Ansimavo di piacere, mentre mi chiedevo se non li avesse chiusi.
Alla fine li vidi.
Al posto di quelle sfere penetranti c’erano due pozzi bui come la notte, il sorriso era diventato un ghigno macabro. Le sue mani nodose e ruvide si strinsero sulla mia testa e in un attimo il terrore m’invase, sentivo qualcosa nel mio corpo e mi resi conto che non conoscevo quella donna: non era ciò che avevo visto alla stazione.
Torreggiava su di me con il corpo nudo e mi fissava con quegli occhi fatti di tenebra, cercai di divincolarmi, ma bastò un semplice sorriso per farmi restare fermo come un burattino coi fili tagliati. Gridai, ma uscì solo un sussurro che parlava di amore.
Comprendeva la mia paura, la trovai nei miei pensieri, nella mia paura per lei e l’attimo dopo il terrore diventò piacere e desiderio. Mi concessi ancora e ancora, per tutta la notte. Anche quando le forze mi abbandonarono non riuscivo a smettere di esaudire ogni suo desiderio.
Riverso sul letto, nell’ombra del buio la osservai mentre persino l’ultima goccia della mia volontà veniva risucchiata via dal mostro e desiderai poter morire.
La donna si voltò, i suoi occhi erano tornati due splendide iridi grigie e per un attimo desiderai poter fuggire, liberarmi. Le bastò sorridere per avermi di nuovo in pugno e desiderare solo di poter appagare ogni suo desiderio – Non temere, dolcezza.
La mia ragione ebbe un ultimo sussulto poi tutto diventò tenebra.

Davide Zampatori

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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