Martedì sera al bar

17357687_10212312739799347_392738920_o– Anche io una volta avevo una donna.
Il vecchio tirò su con il naso, lasciando intendere la chiara volontà di proseguire.
̶ Era bella, sai? Aveva due gambe lunghe, sembrava non finissero più, potevi arrampicartici su quelle gambe.
Sputò via un grumo rossastro, poi tornò a parlare tra sé, ignorandomi.

Non so perché me l’aveva detto, dal nulla. Io l’avevo solo guardato: bicchiere di prosecco in mano, preso dal bancone dove il barista l’aveva maldestramente appoggiato, mentre cercava di rispondere al cliente che urlava la sua ordinazione dall’altra parte del locale. Mi sono voltato e mi sono trovato lo sguardo di questo vecchio incollato al mio. Mi sono spostato subito, evitando quegli occhi così annebbiati dal tempo. Mentre uscivo, cercando un tavolino vuoto, l’uomo si è mosso, purtroppo esattamente dietro di me. Sentivo i suoi passi, ma speravo che uscisse, che se ne andasse. Invece mi si è affiancato e ha cominciato a parlare: un brivido gelido mi ha percorso la spina dorsale alle prime roche parole.
Quando se n’è andato, sono rimasto impietrito. Una goccia mi percorse la mano, dal bicchiere freddo al mignolo e restò lì.
Osservai un attimo quel grumo di catarro striato di sangue che decorava in modo grottesco lo scalino di asfalto che introduceva al piazzale esterno, con tavolini, sedie e lampade colorate: un conato di vomito mi chiuse la gola.
Maledetto vecchio! Chissenefrega del tuo passato, chi ti ha chiesto nulla!
Mi girai, cercando una sedia, un qualsiasi posto in cui poggiare il culo e rilassare la schiena dolente.
Cazzo, non c’è nulla, tutto pieno.
Sbuffai, mentre il mio prosecco si riscaldava. Adocchiai un solo posto libero, una sedia. Mi avvicinai e mi irritai subito: era il quarto posto in un tavolo con tre ragazze sconosciute.
Che faccio?
La mia schiena gridava, ero stanco, volevo solo bermi questo prosecco e tornare a casa.
Cazzo ci fa tutta ‘sta gente al bar di martedì sera? Crisi della minchia, tutti qui a spendere soldi e a rompere le palle a me che voglio solo dieci minuti di relax.
Mi comandava la schiena, non potevo stare in piedi. Mi feci coraggio e andai verso le ragazze. A pochi passi da loro mi bloccai. La bionda, quella più visibile dal mio lato, aveva delle gambe lunghissime e bellissime.
“Aveva due gambe lunghe, sembrava non finissero più, potevi arrampicartici su quelle gambe.”, aveva detto il vecchio prima di scatarrare.
Mi passai la mano sinistra sul collo, chissà se l’aveva vista e il commento era per lei…
Vecchio maledetto, adesso imbarazzato da morire.
Mi schiarii la gola e coprii gli ultimi passi che mi separavano da lei. Le piombai accanto e le chiesi:
– Posso sedermi?
Le bloccai una risata sul nascere mentre parlavo e si vide che ne era irritata. Mi guardò con uno sguardo assassino, quello di una ragazza stanca di essere continuamente importunata da maschi arrapati.
Sudavo.
̶  No.   ̶  mi rispose tornando a guardare le sue amiche.
Mi schiarii di nuovo la voce:   ̶  Scusa, è l’unica sedia libera e ho un terribile mal di schiena. Nonostante tutto avevo ancora la voce timida, roca e incerta.
Lei si voltò lentamente, il disprezzo si leggeva in ogni suo gesto.
Non mi rispose, si limitò a sbuffare e fare un cenno verso la sedia. Mentre mi sedevo ringraziando, lei puntellò il gomito sul tavolo e nascose il volto, tornando a chiacchierare e ridere come se non fossi esistito.
Dio, come mi sento a disagio.
Ripensai al vecchio, alla donna su cui si arrampicava e nella mia mente lei diventò la biondona e in un terribile flash vidi che scopava con lui e il disgusto si impossessò di me, del prosecco, della vita.
Rovesciai indietro la testa e chiusi gli occhi. Volevo che il mondo scomparisse, il brusio scomparisse, che il mal di schiena scomparisse.
Volevo solo bere un prosecco… volevo solo stare un po’ da solo prima di rientrare a casa e affrontare l’ultimo problema della giornata, il più grosso. Invece, non c’è pace!
Mollai tutto, prosecco, sedia, ragazze troppo belle e troppo altezzose e andai verso la macchina. Cercai le chiavi in tasca e sentii il clac familiare. Portiere aperte.
Mi sedetti in macchina e fitte di dolore si impossessarono della mia schiena.
Devo proprio fare qualcosa, così non posso continuare.
Mentre facevo manovra, ecco di nuovo il vecchio che mi guardava sogghignando. Alzai gli occhi frustrato, sapevo a cosa pensava.
̶  Cristo, quel vecchio ha le cataratte ma la biondona l’ha vista benissimo.
Stavo per andarmene, quando ci ripensai e un’idea stramba mi percorse il cervello. Abbassai il finestrino, mi sporsi, sorrisi verso il vecchio che continuava a ridere e gli urlai:  ̶  Sono gayyyyy!
Forte, forte come avrei voluto urlarlo al mondo, ma ancora non avevo il coraggio di farlo davvero.
Il vecchio non rideva più, aveva uno sguardo da ottuso. Lo salutai con la mano, ridendo come un pazzo. Alzai il finestrino e partii: non sentii quello che mi rispose.
Stavo bene, incredibilmente bene. Finalmente avevo la carica giusta per affrontare l’ira di mio padre, che aveva scoperto in malo modo che mi piacevano gli uomini.
Ce la potevo fare.
Io sono gay.

Monica Spigariol

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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