Il professorone

man-1156543_1920Entrò in classe con la flemma che lo contraddistingueva alla mattina e con gli occhi fissi al pavimento. Ogni giorno si chiedeva come potesse continuare a oltrepassare quella soglia: era stanco, arrabbiato, annoiato. In quell’aula niente gli piaceva eppure non aveva il coraggio di rimanere fuori, di cambiare strada, di andare al parco o al bar.

Era legato a quella continua sequela di azioni e reazioni. Alla vita che l’aveva inchiodato a quei ceppi, stuprandolo psicologicamente ogni giorno di più, fino a renderlo sterile. Straniato e confuso da un’esistenza che non voleva più e che non pensava avrebbe mai voluto evitare.
Eppure non era sembrato così male in principio: laureato in fisica, cattedra universitaria e capelli… Oh, quanti capelli. Poi l’avevano beccato a farsela con una studentessa di quindici anni più giovane di lui, in aula magna.
L’avevano cacciato dall’università e aveva dovuto accettare quella dannata cattedra al liceo del paese, ma la fortuna non l’aveva abbandonato. Non del tutto.
Si chiamava Ginevra. Andava e veniva, di solito insieme alle sue amiche, raramente da sola. Faceva parte di un gruppetto che si radunava nell’unico bar del paese ad avere il satellite. Guardava le partite ed era una tifosa sfegatata.
S’incontrarono una sera d’inverno, durante il derby, schieramenti opposti e sedie vicine. Esultanze e lamenti facevano parte del repertorio di entrambi e un professore di fisica della città sembrava troppo solo per non essere triste. Almeno secondo Ginevra.
Finire nello stesso letto fu semplice, anzi direttamente nello stesso bagno di quel locale. Era passione, era desiderio e Ginevra sapeva dargli entrambe le cose, senza chiedere molto in cambio. Sembrava la sua salvatrice e lo trattava come uno sciocco… Oh, quanto gli piaceva fare la figura del cretino con lei.
La cosa era andata avanti, anche se lei aveva un ragazzo e quella sera era stata uno sbaglio. Andava avanti perché Ginevra era stanca di quel luogo, del paese, della gente. Sarebbe andata via, prima o poi. Doveva solo trovare un buon motivo per farlo, lo diceva sempre, anche mentre appoggiava la testa sul suo petto.
Il caldo della primavera era diventato insopportabile e s’incollava insieme al sudore sulle lenzuola quando Ginevra aveva detto che era ora di finirla, che la storia stava diventando troppo importante e il suo ragazzo sospettava qualcosa.
Essere l’amante non era mai stato un problema, sapeva che un giorno sarebbe stato messo da parte, come sapeva che Ginevra non poteva essere davvero sua: non con tutto ciò che aveva da dare, eppure quel senso di abbandono non l’aveva risparmiato.
L’aveva cercata, a casa sua, a casa del suo ragazzo, persino nel bar. Non l’aveva trovata neanche quando aveva fatto pesare il suo titolo con il maresciallo locale. Gli ridevano dietro, a lui. Al professorone.
La sua ricerca si era fermata solo quando avevano trovato il corpo di una giovane donna nel bosco, stuprata e mutilata. Il volto sfigurato e il ventre squarciato dalla gola all’inguine. Del mostro che aveva fatto quel lavoro nessuna traccia, la polizia venne persino dalla città, eppure nessuno trovò nulla. Solo un messaggio scritto a mano da un amante innamorato.
Quando trovò le sue parole sul giornale accanto alla foto di Ginevra sentì il cuore esplodere e si chiuse in casa per una settimana. Rimproverandosi di averla persa.
Gli anni seguenti scivolarono anonimi, il ricordo di Ginevra era sempre vivo, il dolore ancora forte, la vita era diventata stranamente amara. Finché non arrivò Diana.
S’incontrarono per caso, un passaggio a casa e un sacco di risate… Oh, quanto erano belli i suoi denti. La sua voce era calda e sfrontata. Quando offrirle un passaggio diventò routine, fermarsi in quello spiazzo prima di casa sua sembrava la chiusura naturale della giornata.
Diana era la malizia, riusciva a far sembrare ogni cosa piacevole in un modo che conosceva solo lei, le regole erano così inutili che non serviva neanche parlare, a volte; tutto andava avanti perché doveva e lei era al centro di ogni turbine di sentimento. Riusciva a sorprenderlo ogni volta, anche quando lo coccolava nel suo grembo.
Quando nell’autunno i giornali titolarono di un incidente e di un pedone travolto da un pirata della strada il suo cuore si fermò ancora, andò sulla sua tomba, lontano da parenti e amici perché non voleva attirare sguardi indiscreti e lì si lasciò andare al pianto della disperazione.
Dopo quasi quindici anni in quel luogo, dell’uomo arrivato in paese non c’era rimasto molto: non c’erano più tanti capelli, ma il suo fascino era in qualche modo rimasto. Elena fu l’unica ad accorgersene: arrivata anche lei dalla città, anche lei arrabbiata per essere costretta in quel paese che odiava.
Si trovarono al bar della scuola, lui non voleva più saperne, ma la sfrontatezza di Elena lo stupì, la sua sfacciata voglia di conoscerlo e di farlo suo era evidente a tutti. Qualcuno storse anche il naso, le chiacchiere sulla forestiera e il professorone si fecero troppo invadenti. Finché Elena lasciò una lettera in cui spiegava che non riusciva più a vivere in quel luogo, che troppe volte era stata sul punto di cedere al suo dolore e che l’unica soluzione era andare via.
Così era rimasto solo, ancora.
Il cuore indurito da una vita sfortunata; la noia della solitudine che si faceva strada ogni giorno di più e la vita sempre più corta.
Quella mattina era il primo giorno che incontrava la nuova classe, un terzo superiore come tanti. Si fermò a guardare quei volti. Avrebbe voluto poter dire che gli piaceva la sua vita e la sua materia, ma non era vero: l’aveva odiata e l’aveva sprecata, non era riuscito a costruire nulla.
Una ragazza in terza fila lo fissò con interesse, aveva lo sguardo di Ginevra, le mani di Diana e le curve di Elena, si scambiarono un sorriso… Oh, quanto è bello quel nasino!

Dal quotidiano nazionale:
Diverse sono le ipotesi sulla tragica morte della ragazza trovata annegata venerdì scorso, se sia stata una morte accidentale, causata o voluta. La procura, che ha disposto l’autopsia per accertare le cause della sua morte, ha iniziato la ricostruzione delle ultime ore di vita della giovane di nome Katja Gandrusk. Uscita da scuola si era avviata presumibilmente a casa. Ogni giorno era solita mangiare un boccone al volo e andare alla biblioteca dove lavorava part-time, secondo quanto dichiarato dai genitori. Non frequentava suoi coetanei, ma da tempo prendeva ripetizioni dall’esimio professore di fisica del liceo scientifico Augustin Cauchy, il quale, interrogato sui fatti, si è detto addolorato dalla perdita di una così valida studentessa.

Davide Zampatori

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Informazioni su scritturavirale

Un’amante della lettura e del cinema che scrive fantasy, ma non solo. Una mente persa in altri mondi, dove si affollano storie e personaggi pronti a raccontarsi.
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