Sogno o son desto?

fireUn filo di vento spinge con forza e si intrufola nel cilindro della serratura, una pressione tale da far aprire la porta di sicurezza del lato sinistro dell’ex mattatoio.

Ma quindi è sicuro che il comune l’ha giudicato adatto per gli spettacoli teatrali?

Ma certo! In fin dei conti basta fare solo qualche lavoretto per sistemarlo.

Alla faccia del qualche lavoretto penso.

Non fatevi influenzare da quello che vedete oggi. Dovete immaginare la potenzialità di questo luogo! – insiste l’addetto comunale − e tenete conto che presto queste strutture metalliche verranno smontate e verrà lasciato tutto libero. Guardate com’è spazioso e luminoso questo posto! –

Continua a muoversi e gesticolare indicando la vastità della stanza. Sembra un agente immobiliare che vuole venderci un appartamento schifoso, cercando di convincerci che sia bellissimo.

Le piastrelle a terra, dove ci sono, sono tipiche degli anni 60; piccolissime, rettangolari, di colore marrone scuro. Nel resto c’è solo del cemento. I muri sono rivestiti da piastrelle bianche fino a una certa altezza. Sui lati lunghi ci sono dei finestroni suddivisi in piccoli quadrati di vetro, molti dei quali rotti. Il tetto è in legno a vista, forse l’unica cosa bella in questo edificio. La cosa che dà i brividi è che tutto è ancora macchiato del sangue versato dagli animali che qui hanno trovato la morte.

Ma, come si dice, “A caval donato non si guarda in bocca”. Il Comune ha finalmente trovato i fondi per renderlo usufruibile, grazie a un anonimo benefattore. E così verrà ristrutturato per poi essere usato per delle iniziative comunali e anche dalla nostra associazione culturale.

Salutiamo l’addetto e Marco scappa via di corsa perché è già in ritardo per un altro appuntamento. Rimango solo a guardare l’ex mattatoio da fuori e noto per la prima volta che sopra il portone principale troneggia un bue di pietra bianca, accovacciato sopra la scritta “mattatoio” illuminato dalla luce del sole che sta tramontando.

Qui ci puoi fare solo delle tragedie – dico a voce alta, sospirando per la delusione.

Mentre sto per salire in auto noto una luce che filtra da una delle finestre rotte. Forse abbiamo lasciato una lampada accesa. Mi convinco ad andare a controllare perché se prendesse fuoco avremmo perso anche l’ultima speranza di avere un teatro. Sbuffando forzo la porta di ingresso che fa aprire di nuovo la porta del lato sinistro, facendomi trasalire dallo spavento.

Fanculo – mormoro tra i denti.

Mentre mi avvicino per chiuderla mi accorgo da dove proviene la luce. Un piccolo fuoco è acceso per terra sul cemento. Mi si blocca la saliva in gola e non riesco a muovermi dalla paura. Mi volto veloce. Dietro di me non c’è nessuno. L’adrenalina mi scorre nel corpo e le gambe sono rigide e intorpidite, ma riesco a urlare – Chi c’è?

La mia voce si ripete disperata in un’eco che mi sembra infinita. Accendo lo schermo del cellulare per illuminare l’edificio, ormai in penombra.

Sull’angolo più buio scorgo un movimento.

Ti ho visto! Chi sei?

Nessuna risposta. Mi avvio verso la figura che si nota appena.

Quando ormai sono vicino la luce tenue del cellulare illumina due occhi bianchissimi spalancati.

Apro gli occhi. Sono sudato, ho i brividi, il cuore mi pulsa nella gola e ho il fiatone. Mi manca l’aria. Ho un attimo di smarrimento finché non realizzo che sono nella mia camera, al sicuro nel mio letto. Faccio due respiri profondi e mi strofino la faccia con vigore. Decido di andare a bagnarmi il viso e le braccia, per evitare di riaddormentarmi e continuare quell’incubo. Un incubo che si ripete spesso da quel giorno. Con l’unica differenza che quando ho visto il fuoco a terra in quel pomeriggio di inizio primavera, ho avuto una paura tale da non riuscire a emettere alcun suono. Figuriamoci avvicinarmi. Ho camminato all’indietro tenendo gli occhi fissi sul fuoco, prima lentamente e poi accelerando il passo per arrivare a correre fuori dall’edificio. Non ricordo nemmeno se ho chiuso il portone d’ingresso. So solo che sono corso in auto, mi sono chiuso dentro e con le mani tremanti ho avviato il motore. Sono partito sgommando e nello specchietto retrovisore ho guardato l’edificio sparire in mezzo a una nuvola di polvere.

Lo so, sono un coglione senza palle, ma ho avuto davvero una paura fottuta. E così ho preferito far finta di non aver visto. E sono convinto che altri, come me, avrebbero fatto lo stesso.

Venti giorni dopo l’ex mattatoio è stato rivestito di impalcature e teli e i lavori di ristrutturazione sono iniziati. Sono stati molto veloci e ognuno di noi ha dato una mano come poteva, con piccoli interventi di manovalanza.

Oggi, 8 Dicembre, giorno dell’Immacolata, c’è l’inaugurazione alla presenza del Sindaco e un bel po’ di autorità. Si vantano, senza averne titolo, della rapidità dei lavori e di come le cose possano essere veloci e ben fatte se gestite nel modo corretto.

Mentre guardo questo spettacolo di ipocrisia penso a chi qui dentro ci viveva o veniva a scaldarsi e trovare riparo. Mi chiedo se qualcuno si sia accorto della sua presenza e se ne sia fregato, come me. Perché io so che quel giorno c’era qualcuno. Sono certo che nel buio mi guardava. Ho sentito il suo sguardo su di me. E so che continuerà a venirmi a trovare nei sogni per smuovere in me la compassione e carità cristiana che quel giorno non ho avuto. Avrei potuto aiutarlo e non l’ho fatto. Ho solo pensato che avevo paura. Ma probabilmente lui ne aveva più di me. Ho messo a tacere il mio senso di colpa, costringendomi a pensare che i lavori non sarebbero potuti andare avanti con la stessa celerità se si fosse scoperto che l’edificio era occupato.

Tutti i ragazzi dell’associazione sono stretti intorno a me. So che mi considerano un uomo buono e a cui tutti vogliono bene, quasi un eroe per aver trovato il modo di farli esibire in un teatro degno di questa definizione. Ma io oggi non mi sento affatto un uomo buono, né tantomeno un eroe. Dovrebbe essere un giorno felice. Invece, un velo di tristezza rende opaco il mio sorriso di circostanza. Un applauso generale copre il mio sussurro – Buona fortuna amico mio, ovunque tu sia. Spero che tu stia bene. E se puoi, perdonami…

Serena Pavan

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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