Neve rossa

bianconeroEra ormai qualche minuto che correvano nel bosco fitto. I due amici si fermarono e con molto affanno si guardarono negli occhi. Erano entrambi terrorizzati. Jilian pensò che non ne potevano fare parte. L’aveva sempre saputo. Là succedevano cose strane. Per questo erano scappati.Jonathan era esausto, perle di sudore sempre più pesanti strisciavano lungo la sua fronte, ognuna seguendo linee senza logica. Così come era stata la loro fuga. Un anarchico e incessante metter giù un piede davanti all’altro, più in fretta che potevano. Jonathan sbuffava dalla bocca grosse nuvole di vapore reso perlaceo dalla bassa temperatura.

-…che si siano già accorti che manchiamo all’appello?
-Non lo so- rispose Jilian.
-Se ci trovano…Saranno guai…Guai seri!
-Se rimani fermo lì in bella vista ci troveranno per forza…Muoviti!-
Ogni cosa intorno a loro era permeata e fusa con il silenzio, un totale niente di suoni così esteso che a Jilian provocava un nauseante senso di vertigini.
Come accidenti era riuscito, Jonathan, a convincerla a portarselo sul groppone? Il suo piano di fuga dalla scuola non prevedeva intoppi. Jonathan non era certo un atleta, ed i suoi cento chili si vedevano e si sentivano, eccome, in quel respiro affannoso con il quale sbuffava parole a vanvera.
-Avevi promesso. Avevi promesso che non avresti intralciato il mio piano di fuga. Che non mi avresti rallentata.- Lo redarguì Jilian.
-S…Sì hai ragione Jilian procediamo…è lontano il posto?
-Se la smetti di fermarti ogni cinque minuti fra un paio d’ore dovremmo essere arrivati…
Jilian poi si rese conto che non aveva la situazione in pugno. Non quanto pensava. E non dipendeva certo da Jonathan. Si era persa. Ad ogni passo, qualsiasi direzione fosse la prescelta, non vedeva altro che percorsi senza riferimenti che non meritavano alcuna rilevanza, disegnati dalla posizione degli abeti e delle betulle grazie agli scherzi della prospettiva. La neve che nei mesi invernali vestiva di un candido manto le chiome degli alberi, come l’erba incolta che ora calpestavano, rendeva il tutto irreale, come se Dio stesso con una gomma divina avesse deciso di cancellare parte di quello scenario. L’unico riferimento erano le orme che i due amici si erano lasciati alle spalle, l’ultimo legame con il luogo da cui erano scappati, ma anche quelle impronte stavano diventando un miraggio per colpa del vento freddo che inesorabile le stava spazzando via.
Jonathan ruppe il silenzio promettendo di tenere duro.
-Va bene Jilian…Andiamo avanti…
La ragazza fece una smorfia di assenso, poi fissò dritto il timido sole che da qualche minuto si era fatto strada in quel cielo altrettanto bianco che pareva fuso con la terra. In quello scenario così bizzarro, gli alberi erano un elemento estraneo. Danzanti. Fluttuanti. Nel vuoto.
Non correva più la ragazza ma manteneva un passo svelto, un equo compromesso nei confronti del suo compagno di viaggio.
Qualcosa turbava però i pensieri di Jilian.
Come aveva fatto Jonathan a conoscere il suo piano di fuga? Come? Come era possibile?
Era sicura di non averne fatto parola con nessuno, nella scuola.
Aveva rubato dagli archivi dell’istituto una mappa della zona. Rischiando. Aggrappandosi alla speranza e sentendo che la stessa scivolava lentamente dalle sue mani, quasi fosse cosparsa di olio. Respirava la paura a pieni polmoni. Temeva la punizione che gli sarebbe stata inferta ma temeva ancor più il passare del tempo in quel posto, come se la clessidra dei suoi giorni stesse per esaurirsi. Quella scuola che giorno dopo giorno sembrava una gabbia dove le sbarre lentamente si avvicinavano, stringendosi. Lei urlava. Nessuno la ascoltava. Nessuno le credeva. Poteva quasi sentire l’odore di ruggine di quelle sbarre ed assaggiare il tagliente sapore di ferro che le ricordava così indistintamente il sangue.
No, Jillian cosa vai a pensare? Jonathan è tuo amico, lo è sempre stato. Fin dal tuo arrivo alla scuola. Non avevi più nessuno. Lui ti ha sempre fatto ridere. E tu nemmeno la conoscevi la parola ‘ridere’. Sì, lui ti ha sempre capito. Lui è uno come te. Non può essere una spia. Lui è un essere solo. Ed è così bello essere soli…insieme. Ma cosa vado a pensare?!…E’ ovvio che posso fidarmi di lui!
Il flusso incessante dei pensieri in piena di Jilian fu interrotto da un rumore. Come se qualcosa venisse spezzato. Lei si voltò, poi allargò il campo della sua visuale girando il collo in ogni direzione. Non sapeva cosa dire perché la situazione non aveva senso: Jonathan era sparito.
Jillian sentì la neve sporca aprirsi sotto i piedi, ed ogni cosa intorno sprofondare con lei.
No, lo avevano trovato! Lo aveva trovato! Maledetto bastardo! Non è possibile che tu mi abbia già trovato!
Fece per riprendere la fuga da dove l’aveva interrotta. Poteva sembrare crudele, ma doveva mettersi in salvo. Almeno lei. Poi si bloccò. E si mise a tremare analizzando i pensieri di poco prima.
Lo aveva trovato, il maledetto bastardo.
“No Jilian, non è possibile. Lui è morto. Tu lo sai. Perché hai pensato proprio a lui? E’ solo uno scherzo. Uno scherzo della tua mente. Lo stress. La fuga. La paura. Ne sono certa.
Come sono certa che quella che calpesto è neve”.
Poi accadde. Il cielo virò la sua solida coltre bianca. Sfumando. Jilian non seppe quanto durò, ma le tonalità di ogni cosa attorno a lei sgranarono pigmentandosi di seppia, come le vecchie foto che un tempo sfogliava a casa dei nonni, dove era al sicuro. Le orecchie le fischiarono e se non fosse stato per il pungente groppo che le si aggrovigliava attorno alla gola in quel momento così irreale e bislacco, avrebbe vomitato le urla e tutti i succhi gastrici che aveva in corpo, nient’altro dato che l’evasione dalla scuola era avvenuta prima della colazione nella sala mensa. Sembrava fosse passata un’eternità dall’ultima volta che aveva messo qualcosa sotto i denti. E probabilmente era così.
Per una parentesi della durata di un battito di ciglia pensò che la cosa migliore da fare fosse quella di arrendersi e presentarsi come ogni maledetta, fottuta mattina a capo chino alle lezioni per l’appello. E ricevere il meritato castigo. Lui l’avrebbe trovata. Si buttò in ginocchio, sconsolata. Valeva ancora la pena scappare? Cristo Jilian, certo che ne vale ancora la pena! Manca così poco, solo pochi passi…
Fece forza sulle sue gambe e le sue braccia e si tirò in piedi, le articolazioni quasi le cigolarono, sentiva ancora l’acido lattico avvelenarle la carne, imputridirla recandole dolore. Jonathan non aveva certo la corporatura da atleta, anzi; ma nemmeno lei, nonostante la figura filiforme, era portata per lo sport.
La casetta di legno si materializzò davanti ai suoi occhi. Il fumo usciva dal piccolo camino di ferro arrugginito nell’angolo più lontano rispetto alla sua posizione.
E questa da dove cazzo salta fuori? Eppure mi sembra di conoscerla.
Era calata la sera. Sera?! No, non ci credo! Non può essere vero! Quanto tempo è passato? Era mattina poco fa!
I rumori interruppero l’ennesimo torrente di pensieri diventato maremoto nel cranio della povera Jilian.
Rumori che conosceva. Rumori che aveva paura ad ammettere di riconoscere. Quella paura che ti atrofizza le viscere, ti azzera la mente, ti paralizza la lingua.
Li conosceva quei rumori e li temeva con disgusto ma non riuscì a resistere e si avvicinò alla finestra.
I due corpi si contorcevano e urlavano, toccandosi e strofinandosi, sporcati da una passione rara, bruciante, velenosa come un liquore dato a un bambino. Il rosso del fuoco sullo sfondo dell’unica stanza donava alla loro pelle colorazioni sature e villane. I loro corpi erano lì, su quel divano, fusi e confusi con quell’arredamento spartano, vecchio e sgretolato che addobbava la casetta.
Jilian non sapeva cosa pensare eppure, in modo quasi naturale, rimase lì come spettatrice di un film pur senza possedere un biglietto, come ipnotizzata da quel travolgente penetrarsi di corpi.
Qualcosa la tratteneva dal voltarsi e riprendere la sua strada. Perlopiù domande in ordine sparso, senza risposta, che alla rinfusa le danzavano sulle papille della lingua.
Dov’è Jonathan? Perchè mi sembra di ricordare tutto questo? Perchè non sto scappando? Chi sono le persone che sto spiando? Perchè lo sto facendo? Perchè ora?
Il verso di un gufo la fece trasalire, calpestò un ramo che si spezzò. Uno dei due amanti alzò il capo verso la finestra da cui Jilian stava spiando. Nel breve lasso di tempo in cui l’estraneo prono sul corpo dell’amante fu preso dallo stupore di quella imprevista interruzione, Jilian poté scrutarne i lineamenti. Accadde tutto a una velocità che aveva poco a che vedere con lo spazio ed il tempo come viene concepito dalla natura umana. L’immagine di quel volto sudato e godurioso con quegli occhi ingialliti dal riflesso del fuoco le si stampò nella mente. Se le gambe le cedettero o se decise di inginocchiarsi per nascondersi sotto la finestra di riflesso, non riuscì a capirlo. Voleva gridare. Voleva scappare. Non poteva. Sì, quello che temeva era realtà.
Una realtà che aveva accettato quelle pennellate di assurdo conferite da chissà quale mano divina.
No, maledetto bastardo! Non puoi essere vivo! Non puoi! Ti ucciderò! Ti ucciderò papà! Una volta per tutte! Io sono stata l’ultima e tu non farai più male a nessuno…
Seduta spalle al muro, tremante e dondolante con le ginocchia raccolte al petto, dopo qualche istante di nulla sentì riprendere quei suoni libidinosi che fino a poco prima avevano coperto con arroganza il religioso e bucolico silenzio che regnava fra i boschi. Qualcosa si accese in lei. Qualcosa di cattivo. Qualcosa che odorava di sangue. Strinse la neve con entrambe le mani fino a sentire dolore. Aveva freddo, ma il bruciare iracondo che le stava ardendo l’anima la aiutava a non rendersi conto che rischiava di assiderarsi se rimaneva ancora là fuori. Per fortuna nessuno uscì dalla porta. Il rumore non aveva insospettito nessuno all’interno del focolare. Jilian fece il giro della casa. Un armadio degli attrezzi! Sì è aperto…Questa fa al caso mio!
Scivolò tremante e felina verso l’ingresso. La porta era socchiusa. I due amanti erano là esausti su quel vecchio divano sdrucito e rattoppato. Dormivano. Il fuoco non era scoppiettante come qualche attimo prima ed ora sembrava triste, debole e morente.
Jilian alzò l’accetta e poi vide il volto dell’altro amante. Jonathan era sveglio e la fissava basito, gli occhi erano quelli di chi era finito all’inferno ed aveva preso la strada di casa.
-Oh…Jonathan!
-A…Aiutami…
L’uomo al suo fianco si svegliò. Jilian corse a nascondersi dietro il divano.
-Cos’hai detto? Con chi diavolo stai parlando?- Esordì con tono grave svegliandosi dal torpore, stropicciandosi le narici.
Cominciò a picchiarlo. Sì, Jonathan era ormai il suo schiavo, come Jilian era stata tanto tempo prima, però ora si poteva rimediare. Voleva e doveva salvarlo perchè Jonathan era suo amico, il suo unico amico. Jonathan cercava di difendersi da quell’orco mentre veniva sbattuto contro le pareti della casetta, come un topo in gabbia, cercando di stare lontano, il più possibile da quegli artigli di male puro. Jilian sarebbe intervenuta, ma in quel parapiglia di mani e piedi che si dimenavano, aveva troppa paura, temeva di colpire anche il suo amico e non se lo sarebbe mai perdonato.
L’occasione infine si presentò. Jonathan ormai era inerme, sdraiato sul pavimento alla mercè del padre di Jilian, che incombeva su di lui delirando frasi perverse.
-Ora ti punirò come meriti…Bambino cattivo…
La lama cadde come un castigo dei cieli e squarciò come burro il collo dell’uomo. Il corpo della bestia cadde privo di vita al fianco di Jonathan. La testa rotolò vicino vicino al camino acceso, gli occhi ancora aperti e la lingua che penzolava dalle labbra la rendevano icona del terrore e dell’assurdo.
-Gr…Grazie Jilian…-disse tremante il ragazzo. Il suo volto era una maschera sporca del sangue del suo aguzzino.
-E’ tutto finito…Ora riposa…Domani mattina riprenderemo il nostro viaggio…Ti voglio bene Jonathan- disse Jilian abbracciando il ragazzo.
-Ma chi era quell’uomo?
-Non ha importanza…Era solo un uomo cattivo…Come nelle fiabe…
Jilian fece accomodare il ragazzo sul divano e si accoccolò con lui sotto una coperta vecchia e sgualcita. Nonostante quanto fosse appena accaduto, in quell’atmosfera ancora pregna di muffa, vecchio e sangue, presero sonno praticamente insieme, dopo pochi minuti.

Edizione Straordinaria – La Casetta degli Orrori

Foresta di Chequamegon-Nicolet (Wisconsin). Le ricerche del sedicenne Jonathan Price sono terminate in un assurdo scenario da film dell’orrore. Questa mattina la polizia ha fatto irruzione in quella che da molti è stata già definita come la “Casetta degli Orrori”. L’area era stata completamente setacciata palmo a palmo una volta persa la pista delle impronte.
Lo scenario al quale sono stati testimoni i primi agenti è stato qualcosa di raccapricciante.
Jonathan Price stava ancora dormendo sotto le coperte, sdraiato su un divano. Presentava evidenti segni di sevizie. Il ragazzo è un paziente del Centro di Riabilitazione Psichiatrica St. Stephan e soffre di cosiddette fughe psicogene ovvero, come spiegato dai dottori che lo hanno in cura, distorsioni della realtà che il ragazzo stesso si creava ad hoc, suo malgrado. Price è sempre stato un paziente collaborativo nei confronti delle terapie somministrategli, ma purtroppo a causa dei suoi disturbi, non era la prima volta che architettava una fuga dalle strutture ospedaliere del St. Stephan.
Rispetto ai precedenti episodi però, non si era mai riuscito ad allontanato così tanto dal Centro.
La casetta degli orrori si trova a una trentina di chilometri dal St. Stephan. Nel cuore della foresta di Chequamegon-Nicolet.
Accanto al divano è stato rinvenuto il cadavere decapitato (da un’accetta ancora presente sulla scena del delitto) di Martin Brooke, sessantacinque anni, latitante dopo essere stato ritenuto responsabile della morte della figlia Jilian circa vent’anni prima, con la quale condivideva una relazione incestuosa fatta di violenze e sevizie. La madre Ruth era morta dandola alla luce. La ragazza, all’epoca sedicenne come il ritrovato Jonathan Price, esasperata ed in cerca di aiuto aveva tentato di invano di scappare, durante un giorno di scuola, ma Martin Brooke ossessionato da lei, la pedinava, e grazie ai suoi appostamenti era riuscito ad anticiparla, impedendole di mettere in pratica i suoi propositi di fuga. Quindi la uccise e fuggì. Senz’alcun dubbio curioso che Jonathan Price assolutamente all’oscuro di chi fosse Martin Brooke e del suo passato, invocasse a gran voce il nome di una certa Jilian, omonima della figlia del maniaco ed assassino, mentre veniva condotto in una struttura sanitaria di massima sicurezza.
Jonathan è ancora sotto shock e non ricorda nulla sulla notte appena trascorsa.
Sono ora in corso le indagini dell’unità scientifica della polizia per una accurata ricostruzione dei fatti.
Jonathan Price è colpevole dell’omicidio di Martin Brooke?
A presto, con nuovi aggiornamenti.

Andrea Moretti

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Neve rossa

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Che forte l’inserto dell’edizione straordinaria!

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