Note dell’anima

piano– Sai mantenere un segreto?
Llyod lo guardava con aria severa.
– Sarò una tomba.
– Era quello che volevo sentire.

Llyod scostò le tende rialzando uno strato di polvere, aprì tutte le finestre dissipando l’oscurità che li avvolgeva.
La luce soffusa, incupita dalle nubi del temporale, penetrò nella stanza tingendo le mura di un colore blu opaco e rivelando un ambiente divorato dal tempo, sporco, contenente ciò che rimaneva di un gran numero di strumenti musicali.
Un’orchestra fantasma.
Sedie e tavoli erano sovrapposti uno sopra l’altro a formare delle vere e proprie torri in procinto di crollare su sé stesse. L’intero mobilio era in condizioni pietose, addirittura le librerie, stracolme di volumi, avevano cominciato a risentirne dell’umidità.
Spartiti e cartelloni colorati nascondevano il linoleum del pavimento così come i piccoli frammenti bianchi d’intonaco staccatosi dal soffitto.
Per un istante, ad Arker gli parve neve.
Attraverso il rivestimento trasparente d’imballaggio, riconobbe un assetto di viole e violini, ignorare il violoncello era impossibile con le sue curve dolci e abbondanti, per non parlare della serie di ottoni ammucchiati l’uno sopra l’altro come se fossero spazzatura.
Deglutì rumorosamente, irato e offeso dalla mancanza di rispetto rivolta a tutti quei tesori colmi di ricordi ed emozioni.
Llyod lo superò, ostentando quella fiducia in se stesso che mostrava solo quando reggeva un libro di testo in mano, si fermò al centro della stanza dove una massiccia struttura, nascosta da un telo pesante e scuro, occupava la maggior parte dello spazio.
Scostò il tessuto, prestando molta attenzione ai propri gesti rivelando ciò per cui avevano affrontato quell’acquazzone estivo: un “tesoro segreto” per cui valeva la pena essere inzuppati a dovere.
Un pianoforte a coda.
Libero dal suo bozzolo, poteva tornare a regnare in mezzo ai suoi defunti compagni con i suoi tre metri di lunghezza e il nero laccato, spiccando tra la polvere e la neve fasulla. Neppure le ammaccature sulla cassa ne sminuivano l’eleganza.
– Uno Steinway! – Sussultò Arker eccitato, corse verso lo strumento studiandone la composizione, le sue dita percorsero le curve della cassa, accarezzò il coperchio superiore richiuso fino a sfiorare i tasti d’avorio.
Gli occhi sgranati e la bocca socchiusa in un vago sorriso addolcirono il suo viso.
Llyod provava compiacimento nel vedere, per la prima volta, quel lato così entusiasta di lui, non il solito grugno che gli rifilava ogni giorno nella loro “amicizia” costruita su un accordo cooperativo: Llyod lo salvava dalla bocciatura con le sue ripetizioni mentre, Arker, fungeva da guardia del corpo contro gli altri bulletti della scuola. Non sapevano nulla l’uno dell’altro e, per quanto Llyod provasse a conoscerlo, lui glielo impediva, inoltrandosi ulteriormente in quella fitta rete di misteri che lo circondavano.
Per puro caso fortuito Llyod aveva scoperto una parte di lui che tanto si ostinava a nascondere.
Chiudendo gli occhi rivedeva la scena di quel giorno.
Inspirò rumorosamente, contò fino a dieci, cercando il coraggio necessario ad aprir bocca e proporre quel suo desiderio.
– Lo suoneresti?! – la frase non gli uscì come aveva calcolato, tanto meno il tono con cui avrebbe voluto esprimersi. Divampò, un ondata di calore si propago in tutto il corpo e man mano che continuava a guardare il volto basito di Arker, l’imbarazzo aumentava.
– Intendevo…so che sei un pianista! – Stava per dire straordinario ma si trattenne. – Lunedì ti ho visto intrufolarti in aula musica e…
– Mi hai spiato. – lo interruppe, ripiombò nella sua abituale e fredda indifferenza, occultando la vergogna che gli cresceva dentro per essersi lasciando prendere dall’entusiasmo di vedere uno Steinway dopo tanti anni. Scrutò il proprio interlocutore con fare sprezzante, dirigendosi verso la porta, deciso ad andarsene e a non cedere alla tentazione di suonare quel gioiello dell’artigianato tedesco quando Llyod gli si parò davanti divaricando gambe e braccia. A ogni suo tentativo di fuga, l’altro mimava i suoi movimenti come un portiere pronto a tuffarsi all’occorrenza.
– Usano questa stanza come magazzino temporaneo! A settembre ristruttureranno l’edificio e si porteranno via tutto! Hai tutta l’estate per venire qui a suonarlo quanto vuoi, quando ti ricapiterà mai un’occasione del genere?
– Spostati!
– Ti lascio in pace se suoni ancora una volta il brano di quel giorno! – A quel punto Arker perse definitivamente la calma, odiava ricevere ordini.
Lo afferrò per il colletto della camicia obbligandolo a reggersi sulle punte dei piedi, era la prima volta che Llyod vedeva da vicino quegli occhi blu oltremare incupirsi, diventare indaco e fulminarlo colmi d’ira; così com’era la prima volta che quelle mani lo sfioravano. Temette l’arrivo di una serie di pugni, quando percepì la presa sulla sua camicia farsi meno intensa.
Arker lo mollò di botto rischiando di farlo cadere e si diresse verso il pianoforte. Alzò la coda, rivelando il meccanismo interno dello strumento e si sedette sullo sgabello regolandone l’altezza con le apposite manovelle.
Riconobbe la lira incisa nel legno pregiato, ultimo rimasuglio a rappresentare il nome di fabbrica. Sospese le mani sopra la tastiera, assaporando quell’istante d’attesa fino in fondo.
Inspirò profondamente.
Le mani caddero sugli appositi tasti pronte, ancora una volta, a dare tutto, come quel giorno. Llyod ne rimase rapito, rivisse quella scena, ma sta volta da un angolazione migliore, ottimale, senza farsi sfuggire nessun dettaglio di quel balletto.
Quelle mani rozze e robuste che spaventavano l’intero corpo studentesco su quel piano divennero eleganti, affusolate, aggraziate nei loro movimenti precisi, usando la stessa passione che impiegava in ogni suo gesto abituale, senza risparmiarsi. Parevano fondersi insieme, come se il piano stesso fosse un estensione del suo braccio. Un organo vitale.
Llyod ancora non riusciva a credere che quel suono agrodolce, dal sottotono malinconico, fosse frutto delle mani di Arker, si stupì nel percepire, tramite il piano, quell’amplio spettro di sentimenti intensi e palpabili fuori, uscire dalla sua anima sotto forma di note musicali.
Era molto di più di un abile attacca brighe, il contenuto del libro chiamato Arker era molto diverso dalla copertina che ne rappresentava l’intero.
– Claude Debussy Claire de lune, – sussurrò il pianista appena terminò la ballata.

Giuls Nova

Annunci

Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
Questa voce è stata pubblicata in Giuls Nova, Incipit, Scrittori in Corso e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Note dell’anima

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Sviluppo interessante!
    Ti segnalo alcuni errori: ad Arker gli parve neve, si propago, Intendevo…so, aula musica, essersi lasciando, sta volta, un angolazione.

    Mi piace

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...