Se in un pomeriggio di autunno…

vipera

Parlava un dialetto strano… non mi interessava sapere da dove provenisse; volevo solo tornare a casa vivo. Che poi cazzo, non è possibile che uno va a cercare funghi e finisce così.

Manico del cestino stritolato tra le mie mani sudaticce, fissavo attonito le labbra di quello zotico.
Mentre parlava, o meglio inveiva, in quella lingua incomprensibile, non riuscivo a non pensare a quanto somigliasse a Mauro Corona. Capello lungo incolto un po’ aggrovigliato, barba fitta, camicia in flanella a quadri rossi, pantaloni in velluto lisi, una sacca lurida appesa alla cintura, scarponi che avevano attraversato troppi sentieri.
Sembrava proprio un montanaro d’altri tempi.
All’ultima frase sottolineò il concetto con la mano a lama che si agitava a pochi centimetri dal mio naso.
Se non fosse stato per quell’accetta che teneva con leggerezza nell’altra mano, me ne sarei già andato ridendo.
Deglutii. Sudavo.
Non sapevo che fare.
Forse avevo sbagliato, non era stagione per raccogliere i funghi, ma avevo controllato prima di partire, Cristo Santo!
Gli porsi con cautela il cestino cercando di non fare movimenti avventati e di fargli capire che volevo la pace.
Mossa sbagliata.
Riprese il suo sproloquio più deciso e incazzato di prima.
Non andavo mai a funghi da solo. Che pessima idea avevo avuto!
Mi feci coraggio e dissi, con finta calma – Scusi, non capisco cosa dice.
Si zittì per un secondo, ma non abbastanza per farmi sperare e poi ricominciò la sua scena, sbattendo addirittura i piedi per terra.
Avevo freddo, pensavo a mia moglie a casa e la mia mente si riempì dell’idea della fuga. Avrei potuto abbandonare tutto e correre, correre fino a non più stare in piedi.
Un aumento del tono di voce mi fece tremare le ginocchia.
Fermai i miei occhi nei suoi. Erano di un colore indefinibile, scoloriti, erano occhi vecchi, che tanto avevano visto. Eppure in quell’istante mi sembrarono buoni.
Il mio cuore cominciò a calmarsi, ma subito dopo partì la tachicardia.
L’uomo alzò l’accetta con gesto sicuro e la vidi chiaramente davanti a me. Non era esattamente nuova, né brillante o ben tenuta. Eppure era affiliata.
Chiusi gli occhi in uno stupido istinto di sopravvivenza: il cuore tremava e il terrore della morte possedeva ogni senso. Il bosco era muto, esisteva solo il sibilo orrendo dell’ascia.
Sentii il movimento calare su di me.
Rividi mia moglie, con il pancione, che mi aspettava a casa, stesa sul divano, suo rifugio e sostegno in queste ultime settimane di attesa.
Oddio, sarei morto prima di conoscere mio figlio.
Avrei lasciato sola mia moglie in un momento così delicato della vita…
L’accetta calava su di me, sicura e inarrestabile.
Sentii lo spostamento d’aria.
No, non su di me, non calò su di me. Oltre me.
Il montanaro mi aveva superato.
Aprii gli occhi e mi trovai faccia a faccia, sghembo sorriso di scherno. Mi fece cenno di guardare alle mie spalle, appena sulla destra.
Mi voltai cauto: disgusto, orrore e paura mi riempirono fino alla nausea.
Boccheggiai.
La testa di una vipera come non ne avevo mai viste, giaceva a qualche centimetro dal mio piede. Il resto del corpo versava poco più in là.
Stavo per morire davvero, ma non per colpa del montanaro.
L’uomo mi diede una pacca sulla spalla, ridendo.
– Vipera dal corno, – mi disse in una lingua che finalmente capivo.
Io impallidii ancora di più: era una specie rara e pericolosa.
L’uomo mi indicò con un gesto la base dell’albero vicino a me. Non mi disse niente e non vidi niente, ma capii subito che lì c’era la sua tana e molto probabilmente le uova.
Il montanaro si voltò e con un gesto della mano mi salutò. Si chinò a raccogliere la testa della vipera, che aveva una protuberanza sul muso, proprio simile a un corno. La infilò nella sacca e se ne andò, senza più voltarsi.
L’accetta ben stretta nella mano.
Io ero immobilizzato.
Non riuscivo a credere a quello che mi era appena successo.
Le mie ginocchia tremavano e mi sentivo senza forze. Avrei voluto trovarmi più vicino alla strada. Per tornare alla macchina e percorrere il bosco avrei impiegato almeno mezz’ora, sarebbe stata mezz’ora di paura e di visioni: già sentivo sibili e rumori sospetti in ogni direzione.
Quel gruppo di sassi potrebbe essere un’altra tana di vipere, quel tronco caduto chissà cosa nasconde…
Sforzandomi, cominciai a fare i primi passi, ignorando il cadavere dietro di me.
Potevo farcela.
Raccogliere funghi e passeggiare nei boschi erano da sempre due delle cose che amavo di più. Chissà quando avrei avuto di nuovo il coraggio di mettere piede in un boschetto. Un brivido mi percorse la schiena: per un po’ sarei stato lontano da qualsiasi zona erbosa…
Presi un respiro e aumentai il passo. Dovevo tenere un ritmo costante e deciso, per non trovarmi altre serpi intorno.
Peccato solo per lo sciaf-sciaf delle scarpe zuppe della mia pipì: rendevano ridicola la mia andatura e in generale me stesso.

Monica Spigariol

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Se in un pomeriggio di autunno…

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Devo dire che la parte che mi spaventa di più è immaginare il ritorno in un bosco pieno di presunte insidie! Ho apprezzato la nota ironica alla fine ^_^

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