Alterazione sinfonica

AlterazioneErano le 16. Doveva suonare almeno altre due ore. “Doveva”, come le ricordava ogni pomeriggio sua madre, dieci anni prima. Più diventava brava e più si faceva strada in lei il dubbio che forse, la passione che metteva su quei tasti, non le apparteneva. “Doveva” farlo.

Sulle note di Asturias decise di prendersi una pausa.
Uscì in balcone e si accese una sigaretta. Portandola alle labbra si chiese cosa avrebbe detto sua madre, sapendo che aveva ripreso a fumare e che era stanca di quella vita.
Quando era bambina la musica era così bella, ascoltandola le sembrava di vedere le note danzare nell’aria con volontà propria e assumere la forma delle storie che raccontavano: c’erano overture che facevano irruzione nelle frenetiche ballate rock o le creature mitologiche del progressive che andavano a braccetto con le ballerine di cancan. Era tutto così pieno di significati che le sembrava di poterlo vivere in prima persona.
Qualcosa in un periodo imprecisato della sua vita era cambiato, non sapeva dire quando e non si curò di cercarlo nei ricordi, ma c’era stato un momento in cui il divertimento era stato schiacciato dal dovere e dal mestiere. In cui tutto quanto aveva smesso di essere un gioco ed era diventato in qualche modo l’obbligo.
Fece una lunga boccata di fumo, appoggiandosi alla ringhiera e godendosi il sole del pomeriggio primaverile, era abbastanza caldo da potersene stare fuori senza giacca e sembrava trascorsa un’eternità dall’ultima volta che aveva deciso di prendersi del tempo per non pensare a nulla.
Guardò verso l’orizzonte, dove le colline scemavano nell’azzurro indistinto del cielo e si chiese come fosse arrivata a detestare la cosa che le piaceva di più al mondo. Eppure quando la chiamavano per un concerto non stava nella pelle, si preparava per giorni e provava fino a consumarsi le mani sui tasti.
La dimostrazione di quanto fosse strana la vita che aveva scelto ogni concerto: c’era sempre più gente, le lodi aumentavano e il suo ego ne gioiva, ma la parte di sé che da bambina viveva per la musica si sentiva schiacciare dalla sensazione che tutto stesse sprofondando nel grigio del lavoro. Quella stessa parte che vedeva la musica come un gioco, odiava considerarla un mestiere e faceva di tutto per negarsi al destino che ormai sentiva segnato.
Esalò l’ultima boccata di fumo, spegnendo la cicca in un sottovaso a uso posacenere e rimase a fissare l’orizzonte con uno sguardo nostalgico, sospesa nell’incertezza se tuffarsi di nuovo nelle note che aveva imparato a odiare, oppure restare a fissare l’orizzonte in quella strana apatia.
Sospirò scoprendosi in lacrime, trafitta dalla consapevolezza che non sarebbe potuta rientrare in casa per mettersi di nuovo al lavoro. L’esasperazione l’aveva saturata e inghiottita, risputandola con tutto il risentimento che le impediva di distogliere lo sguardo dall’orizzonte. Sentì le guance avvampare d’imbarazzo all’idea che le era balenata nella mente.
Poteva davvero abbandonare tutto? Rifiutare il richiamo della musica e tutta la gioia che le provocava da bambina?
Si voltò alla finestra, passandosi il dorso delle mani sugli occhi e ordinandosi di entrare: aveva un concerto e non poteva fare la figura della ragazzina capricciosa ritirandosi a due settimane dall’evento. Entrò chiudendosi la finestra alle spalle e con un ultimo sguardo a quell’orizzonte, chinò il capo schiacciata dal dovere autoimposto. “Doveva” farlo.
Si sforzò di sedersi di nuovo, sfiorando i tasti per accarezzarne la consistenza e per un attimo la bellezza della musica la travolse di nuovo. Le dita si misero in posizione come pronte a guidare le note in un assalto tipico di Albéniz, ma le mancò la forza di suonare, l’idillio le scivolò via come era tornato, lasciandola vuota e triste.
Tirò un pugno sulla tastiera e il pianoforte gracchiò indignato, provocandole una smorfia. Odiava quel rumore e soprattutto odiava il silenzio, in quella casa non c’era mai stato silenzio. Eppure per la prima volta nella sua vita le venne in aiuto, dandole un conforto inaspettato. Sembrava materializzarsi nell’orizzonte dove il cielo si confondeva nelle colline e nel tramonto che ne sconvolgeva i colori.
Chiamò il suo agente in lacrime, spiegandogli che non poteva suonare, che la musica l’aveva abbandonata e che non ci sarebbe stato alcun concerto. La discussione andò avanti per ore, l’uomo le intimò più volte di non darsi per vinta, di tenere duro perché la stagione era quasi finita e ci sarebbe stato un nuovo concerto l’anno successivo.
A sera il pianoforte era chiuso e l’appartamento sprofondato nel buio. L’assenza di luci dava l’impressione che tutto fosse stato inghiottito dal silenzio.
Seduta a terra in un angolo della casa, fissava le stelle fuori dalla finestra e fumando l’ultima sigaretta iniziò a fischiettare una melodia che nessuno aveva mai ascoltato prima, ma che era scolpita nella sua mente. Aveva sempre saputo dove cercarla, ma non era mai riuscita a trovarla: era la sua musica, qualcosa che riusciva a scacciare le incertezze e donava all’orizzonte quella nota di colore a cui non aveva mai dato importanza
Nel silenzio la sua sinfonia ritrovò la strada, crebbe e da un leggero motivetto si trasformò in un concerto, caricò a testa bassa le overture, ballò con le valchirie per tutta la notte, riuscì a infiacchire il ritmo incessante della tecno e la straziante malinconia del blues, infine si confrontò con l’eternità di quel silenzio che l’aveva generata e divenne infinita.

Davide Zampatori

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Alterazione sinfonica

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Non capivo dove andasse a parare, che è un pregio 😉
    Finale evocativo!

    Mi piace

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