La buona novella

foto1Non erano queste le regole. Non era quello che le avevano promesso; era una richiesta che andava oltre le sue possibilità.

Si sdraiò sul divano di pelle marrone pieno di buchi di cicche distratte e ricordi sporchi. Fece l’ultimo tiro dell’ultima MS della stecca presa tempo prima, a Tirana, dove dovette uccidere il capo di una associazione criminale, e dove le sigarette costavano meno.
Negli ultimi anni aveva portato a termine parecchi lavori, senza proferire parola. Lavori puliti.
Ma ci sono grilletti troppo pesanti per sparire dagli incubi con dosi massicce di valium e autocommiserazione.
Si staccò dal divano e dai pensieri per andare in cucina.
Cercò qualcosa per tirar via la malinconia.
Trovò solo una bottiglia di cognac, brutta quanto buona, con il tappo che gira troppe volte, prima di liberare il profumo dolciastro.

Cinque incarichi, ben pagati.
Il primo era un pescatore troppo curioso. Il più facile, il più fastidioso. Sonnecchiava al tramonto sorridente e felice della sua vita semplice e monotona. Un po’ di ricina nella bisaccia del vino, niente di elaborato, un vecchio che moriva felice sorridendo sotto un albero al tramonto bevendo del vino da una bisaccia. Quasi da invidiare.
Poi venne il ricercatore, un tipo che aveva visto un po’ troppe puntate di Breaking Bad. Un lavoraccio: pretendevano dei documenti che aveva nel suo ufficio in una università cadente. A nulla servì cercare di sedurlo, un culo sodo al giorno d’oggi non fa più notizia… Farlo saltare in aria nella sua cucina fu quasi un divertimento.
Il pomeriggio si preannunciava divertente, stesa sul divano a ricordare le ultime anime che aveva strappato dai corpi. Il pensiero le volò al suo angolo di paradiso, la casa in mezzo all’Appennino immersa nel silenzio del bosco.
Non pensava spesso al lavoro, in qualche modo la spaventava il fatto che non riuscisse a ricordare precisamente i loro volti. Tutti uguali, inespressivi, vuoti.
Buttò giù l’ultimo sorso prima di ripensare al giudice.
Un represso che voleva vendicarsi del mondo. Decisamente troppo basso per essere un uomo adulto. I lineamenti erano gli stessi del pescatore e di quell’altro, anche mentre implorava pietà, in una pozza di piscio tra tremori irrefrenabili, i suoi occhi non dicevano nulla. Solo occhi senza spirito.
Un brivido le salì lungo le dita. Istintivamente ritrasse l’indice. Quella volta furono cinque colpi nel petto.

Poi ci fu una pausa, talmente lunga da sperare che non la chiamassero per gli ultimi due lavori.
E invece una mattina di giugno trovò sotto il tappetino d’ingresso la solita busta.
Un ragazzo belloccio, alto, gellato, dall’aria decisamente furba. Un tipo sveglio, “specialista nella costruzione di ordigni fatti in casa”. A quanto pare aveva sbagliato un incarico e sapeva troppe cose per rimanere in galera vivo e vegeto. Non fu difficile annodare il lenzuolo intorno al collo di quel disgraziato.

Poi fu silenzio fino all’11 gennaio 1999.
Eppure era stata chiarissima.
Più ci ripensava più le ribolliva il sangue in corpo. C’era bisogno di un altro bicchiere: doveva annegare il demone della rabbia per poter essere lucida.
Cercò atmosfera nello stereo scadente.

…E tu che con gli occhi
Di un alto colore
Mi dici le stesse
Parole d’amore…

Cinque incarichi, pagati al compimento. Cifre che le avrebbero permesso di comprare il suo angolo di paradiso.
Disse di sì, ma mise le sue regole: avrebbe deciso lei come uccidere, avrebbe ricevuto informazioni solamente attraverso un’anonima busta lasciata sotto lo zerbino del suo appartamento in via Guerrino Jezza, a Campobasso, non avrebbe ucciso animali.
Era il suo modo di lavorare, un miscuglio di superstizione e debolezze che non l’aveva mai tradita.

…Ai protettori delle battone
Lascio un impiego da ragioniere
Perché provetti nel loro mestiere
Rendano edotta la popolazione…

Il ritmo troppo movimentato la trascinò via dai pensieri.
Riprese in mano la busta marrone. Uscì una foto. In primo piano un gatto bianco e grigio riposava senza pensieri.
Un animale è sempre innocente, subisce e soffre il mondo degli uomini, è sempre e solo vittima. Qualunque cosa avesse fatto non aveva di sicuro responsabilità.
Buttò via la busta e tutto il resto. Spense lo stereo e si diede due schiaffi.
In effetti si sentiva stupida.
Era lavoro, l’ultimo lavoro.
Il lavoro andava fatto.

Sette giorni dopo era su un volo per Olbia, da lì avrebbe noleggiato un’auto e raggiunto la ridente frazione che portava il nome di Portobello di Gallura.
S’immerse nel paesaggio bucolico che la inghiottì in un vortice di serenità.
Salire sul promontorio, puntare verso la cascina, trovare il morbido felino, sparare.
Tutto estremamente facile per una come lei.

…quando la luna perde la lana
E il passero la strada
Quando ogni angelo è alla catena
Ed ogni cane abbaia…abbaia… abbaia…

Maledisse lo scarto che le avevano affibbiato, neanche un’autoradio decente.

Al tramonto era nel boschetto. Tra lei e la casa solo vento e paura.
Cercò di svuotare la testa.
Eccolo là. Il gatto. Scodinzolante. Dormiente. Menefreghista. Un gatto. Solo un gatto scomodo.
Doveva muoversi.
Sospiro profondo.
Occhio nel mirino.
Grilletto pesante.
Si fermò.
Ripercorse i suoi passi, entrò nella carretta, accese una Marlboro ai margini del bosco, alle soglie della notte.

Dopo quattro ore decise che avrebbe agito. Una puntura, come dal veterinario.
Tornò sul promontorio per studiare la situazione. Il gatto non era più a riposare.
Lo cercò con il binocolo termico a infrarossi.
Lo vide uscire da una finestra al primo piano.
Poche centinaia di metri e lo avrebbe potuto prendere.
Si avvicinò tranquilla, deglutendo il senso di colpa e cercando di non immaginarsi mentre iniettava la morte in quell’ingenuo animale nottambulo.

Una duna e gli sarebbe stato addosso.
Balzò fuori. Era caldo.
Da donna a macchina, da donna a macchina. Senza guardare infilò la siringa. Doveva solo premerla. Pochi attimi e avrebbe compiuto il suo ultimo lavoro. Il gatto si dimenava, contorceva, sforzi inutili, con quelle mani aveva strangolato un diciottenne alcolizzato, un gatto non le sarebbe sfuggito, benché grasso. Anche se…
… Notò solo in quel momento di stringere tra le braccia un animale troppo magro, troppo piccolo. Ed ora che lo guardava al riflesso della luna i colori le sembrarono invertiti.
Lasciò la morsa e quello fuggì.
Non era il suo obiettivo. Maledisse il buio.
Intorno solo cicale, notte e un milione di stelle a ricordarle di esser poca roba.
Sentì tutti i volti dimenticati tornarle a bussare alla coscienza. Il vecchio, il professore finocchio, il giudice, il tipo sveglio le rimbalzarono dentro per prendere un pezzo di pentimento.
Si sdraiò, pianse.
Due cerchi luminosi le saltarono addosso, cercando insistentemente con la testa le mani che sentiva sudice e colpevoli.
Quella palla di pelo era la sua vittima.
Lo prese in braccio e lo accarezzò senza pensarci. Quello rispose dimostrandole una felicità spontanea. Sulla medaglietta c’era scritto Wolftail. Che nome orribile, pensò sussurrandolo alle stelle. Wolftail rispose con le fusa.
Lo strinse a sé. Le loro anime risuonarono all’unisono. Lì, in un prato bagnato dalla brina, in una notte luminosa, con un gatto dal nome orribile tra le braccia, si sentì umana per la prima volta.
Non poteva ucciderlo.
Gli girò le spalle lasciandogli un sorriso. Quello strinse gli occhi e la guardò entrare nel boschetto.
Raggiunse lo scarto con mille dubbi in testa e una fiamma nuova nello stomaco. Pensò a come risolvere la questione del mandante. Quel vecchio ungherese giallognolo voleva il corpo del gatto.
Ci pensò un momento. Se ne fregò, avrebbe trovato una soluzione.
Accese una sigaretta. L’alba si percepiva soltanto nell’aria.
Lanciò un’ultima occhiata in direzione della cascina.
Stava per chiudere lo sportello, lasciando a quello sguardo il peso dell’addio, ma qualcosa le saltò addosso all’ultimo momento.
Non tutti si accontentano di un sorriso di addio.
Lo guardò stupita, il gatto inclinò la testa e rispose strizzando di nuovo i due occhi verde acceso.

Scapparono con la paura che quell’empatia potesse arrugginirsi. Nel buio di uno sterrato sardo, due esseri solitari, la luna alle spalle, i rimorsi nello stomaco, musica nello stereo.

… e quando avevo duecento lune e forse
qualcuna è di troppo…
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo…

Damiano Lenaz

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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