Insonnia

InsonniaRotolo a pancia in su nel letto e fisso il soffitto. Anche nella penombra riesco a distinguere i particolari di questa stanza che conosco molto bene. Il ticchettio dell’orologio non aiuta affatto la mia insonnia, anzi, mi infastidisce.

Mia mamma parla sempre di insonnia, della sua: dice che fa fatica a prendere sonno. Io non l’ho mai capito come potesse fare fatica a prendere sonno, stando a letto poi.
– Mamma, basta chiudere gli occhi. – Le suggerivo, – provaci!
Lei sorrideva e sospirava. Poi mi faceva una carezza e, quando non mi guardava più, scuoteva la testa.
Non funzionava il mio metodo su di lei, lo so. Ogni mattina recitava le sue lamentele, con voce monotona e stanca. Io continuavo a non capire come fosse possibile non addormentarsi…
Un giorno le ho offerto il mio peluche, il mio elefantino azzurro, morbido e profumato. Neanche questo ha funzionato: è scoppiata a piangere. Non so cosa ho sbagliato, forse non le piace il mio elefantino, il mio Opa.
Me lo strofino sul viso anche adesso, che non ho più sonno, ma vorrei tanto dormire. Il suo pelo è una carezza dolce, mi fa stare bene. Non mi piace stare qui da solo, ho un po’ paura: la sagoma dell’armadio dei miei genitori, al buio, mi ricorda un orco dalle spalle grandi. Stringo forte il mio peluche e cerco di convincermi che non ho paura, che è un armadio, solo un armadio…
Opa è un nome è strano, ma è una delle poche parole che dicevo da piccolo, così mi hanno raccontato. Opa è la storpiatura di oplà: ancora adesso che sono grande, ormai ho 4 anni, quando riesco a prendere un oggetto messo troppo in alto esclamo “Oplà!” È la mia soddisfazione che trova voce.
Mi giro di nuovo tra le coperte, così non guardo più l’armadio-orco e forse prendo sonno.
A quanto pare si attacca, l’insonnia. Me l’ha attaccata la mamma, perché questa notte non riesco proprio ad addormentarmi. Come io le attacco il raffreddore, le mi ha passato la malattia del non dormire.
Sono nel lettone. Il mio fratellino è nella sua cameretta, invece io sono qui. Papà mi ha infilato sotto le coperte dopo che il suo urlo mi ha svegliato.
Mi ha fatto tanta paura, quell’urlo.
Veniva dal garage.
Papà ha urlato forte. Solo un grido, fermato subito. Ma era così… così, non so, triste. Forse non è proprio la parola giusta. No, no! Non è la parola giusta, però non ne conosco di più giuste.
Io mi sono svegliato subito, con il cuore che batteva forte. Ho controllato il mio piccolo fratellino per capire se si era spaventato, ma aveva gli occhi chiusi e la bocca spalancata. Lui non sa ancora camminare, per cui anche se si fosse svegliato, non avrebbe potuto scendere dal lettino.
Io, però, che sono il più grande, sono uscito dalla camera e sono andato a controllare. Stringevo forte Opa per farmi coraggio.
Chiamai: – Papà?
Non lo vedevo da nessuna parte, la casa era vuota e silenziosa.
– Papà?
Stavo per entrare in garage, quando papà aprì la porta all’improvviso e mi prese in braccio. Non mi disse niente e io rimasi a bocca aperta. Mi venne il dubbio che fosse arrabbiato perché non ero a letto.
Poi mi accorsi che piangeva.
– Papà, perché piangi? Sei triste?
Non mi rispose, mi schiacciò la testa sulla sua spalla e mi accarezzò.
Almeno non era arrabbiato.
Ma era triste. Era la parola giusta, allora!
Non mi portò in camera, girò a sinistra e mi lasciò nel lettone.
– Papà, che succede? Perché piangi?
– Niente, Nicola, non è niente. Dormi. Per stanotte puoi restare qui se hai paura. Verrò a farti compagnia tra un po’.
E uscì dalla camera, lasciandomi in quel letto enorme a provare l’insonnia. Per fortuna c’era Opa a farmi compagnia.
Il ticchettio dell’orologio è proprio fastidioso, forse è colpa di questo rumore che la mamma non dorme.
Mamma?
Tra le coperte rosse del letto dei miei genitori, con il suono tragico del tempo che passa, mi rendo conto che mia mamma non c’è. Che in quella casa, dove ho camminato scalzo, sulle fredde piastrelle, scure di notte, vagando tra soggiorno, cucina e corridoio, lei non c’è.
Non c’è…
Tremo e vado in bagno, non ho controllato il bagno.
Entro.
– Mamma?
Spingo la porta vedendola già, con negli occhi quella sua terribile insonnia, seduta stanca sul bordo del water. Ma la vedo solo nella mia fantasia. Il bagno è vuoto. I balconi non sono chiusi e la luce del lampione in strada illumina water, lavandino e doccia, con una luce leggera.
Non la mamma, però, nessuna luce la tocca. Lei non c’è.
Così piango.
Può essere solo in una stanza: il garage.
La mamma è in garage. Ma papà non mi ha fatto entrare. E papà piange.
E allora piango anche io.
Perché non so perché, ma so che è colpa dell’insonnia.
Mi ha portato per sempre via la mia mamma.
– Mamma! Mamma!
Opa mi cade di mano e papà arriva di corsa, mi stringe forte e mi solleva tra le sue braccia.
In un giorno normale avrebbe detto Oplà. Papà lo dice sempre quando mi alza verso di lui. Ma non c’è niente di normale, stanotte.
Papà piange forte e anche io.
Ora so che non basta chiudere gli occhi per dormire.
E so che ormai l’insonnia mi si è attaccata addosso, per sempre.
Ultimo regalo di mia mamma.

Monica Spigariol

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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5 risposte a Insonnia

  1. Sonia ha detto:

    Fa venire i brividi, brava Monica!

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  2. Sere ha detto:

    Bravissima!

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  3. Fabio Piovesan ha detto:

    Che tristezza!
    Per fortuna c’è Opa ❤
    Segnalo "è un nome è strano" e "le mi ha passato".

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  4. Aniello di Maio ha detto:

    La pelle d’oca, bellissimo!

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