Fuoco alle micce

Quella montagna di vestiti da stirare era il mio incubo da almeno un mese. Ora eravamo alla resa dei conti, aspettavo ospiti e dovevo liberare quella stanza, altrimenti avrei dovuto farli dormire sul pianerottolo.Fu allora che ebbi l’idea, anzi, la scintilla. O meglio ancora il fuoco: non avendo abbastanza tempo per mettere tutto in ordine, svuotai sul mucchio di vestiti una bottiglia di alcool etilico e ci lanciai sopra un fiammifero acceso. All’inizio la cosa funzionava, avevo aperto le finestre e il tutto sembrava andare per il meglio, ma quando le fiamme si espansero dai vestiti della cresima di mio figlio (e fin lì tutto bene) all’armadio e poi ai letti, compresi che forse quella non era la migliore delle idee. Mentre la stanzetta degli ospiti bruciava in tranquillità, anche il soffitto cominciava a subire la potenza ignea, e proprio quando meno me l’aspettavo, una voragine si spalancò sopra i miei occhi e il mio vicino precipitò seduto sulla tazza del cesso con il giornale ancora in mano. – Cazzo! – urlò quello, – guarda che casino hai combinato! – Continuava a gridare mentre si riallacciava i pantaloni.
All’inizio non capivo bene di cosa stesse parlando, ma lo assecondai e cercai di seguirlo.
– Il mio cesso! Il mio bellissimo cesso! – Non finiva di ripetere.
– Coraggio amico, – gli feci io, – troveremo una soluzione. Purtroppo anche il mio cesso è precipitato al piano di sotto e al momento non posso ospitarti, ma forse qualcuno saprà darci una mano. Cosa ne dici?
– …il mio cesso!
– Va bene, usciamo allora. – chiusi io e mentre tutto l’appartamento prendeva fuoco, afferrai la sua mano e lo tirai fuori di lì. Chiusi bene a chiave la porta di casa perché in fin dei conti sono una persona responsabile e sono conscio di quello che sto facendo.
Uscimmo in fretta cercando un bar dalle mie parti, mentre il mio vicino teneva ancora il giornale in mano.
– Devo finire un articolo! – Andava ripetendo. Non che lo biasimassi, eh, ci mancherebbe altro, ma mi pareva un po’ fuori luogo. In ogni caso, guardandoci intorno, la situazione non era delle migliori: l’unico posto aperto sembrava essere l’enoteca hegeliana lì all’angolo. Non c’ero mai entrato, ma non mi aveva mai fatto comunque una gran bella impressione.
– Salve, mi scusi, dialettico barista, il mio amico dovrebbe andare in bagno, è possibile? – Chiesi io. – Ma certo, però c’è una consumazione obbligatoria in sé per sé. Lei capisce…
Ma io non capivo, o meglio non volevo stare al gioco, quindi lo afferrai per la cravatta e lo tirai a me: – Senti bello, io sull’ontologia ci cago sopra, e tutto quello che è dialettico meno lo vedo, meglio mi sento. Ci siamo capiti?
– Fenomenologico. – Disse quello, ma c’era qualcosa che non mi tornava in ogni caso.
– Teniamo gli occhi ben aperti. – Feci al mio compare, ma quello era fuggito già in bagno. Se solo lo avessi fermato in tempo… quando seppi della sua morte mi si chiuse lo stomaco.
Praticamente i cessi di quell’enoteca erano divisi in tre corridoi principali, e ogni corridoio si divideva in tre bagni separati: uomini, donne e Kantiani. Ognuno di questi tre era diviso a sua volta in tre gabinetti a sé stanti.
La polizia mi mostrò i filmati delle telecamere di sorveglianza più tardi in questura: dal televisore affisso in bagno apparve un pupazzo di Dioniso su un piccolo triciclo:
– Salve, Arthur. Voglio fare in gioco con te, – recitava – per anni hai soffocato in te il desiderio di vivere e la libertà dell’individuo, dando alla Volontà un significato negativo e pessimistico. Ma oggi voglio darti l’opportunità di cambiare la tua vita. Entro sessanta secondi il gabinetto in cui ti trovi collasserà su sé stesso riducendoti in brandelli di carne, ma di fronte a te puoi vedere una leva. Tirandola, si azionerà un meccanismo che strapperà via i tuoi occhi e ti priverà della vista, quella vista che già credevi non potesse conoscere la realtà e che quindi non ti è mai stata utile. A quel punto, un altro meccanismo ti farà trasvalutare tutti i tuoi valori e scomporrà chimicamente la tua morale, ma dopodiché sarai libero, e potrai finalmente guardare nell’abisso e ricominciare una nuova vita, ma dovrai decidere in fretta. Vivere o Superomismo: a te la scelta.
Come avrete già capito, Arthur non ce la fece. Evidentemente la sua volontà di vivere non era così forte per trasvalutare tutti i suoi valori. Quando me ne uscii di questura ero in parte triste, ma non posso negare di aver provato anche una certa soddisfazione. Fine del gioco. Mi dissi. Mi chiamo Friedrich, e voglio insegnare agli altri ad apprezzare il dono della vita.

Valerio Dalla Ragione

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Fuoco alle micce

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Spiazzante, divertente, straniante: bravo!
    Segnalo uno spazio mancante “pianerottolo.Fu”.

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