Il rifugio del forestiero

ForestieroJorge, un magiaro grosso come un bue, era arrivato in paese domandando in giro chi potesse dargli lavoro. Ignorante e rozzo, l’unica sistemazione che aveva trovato era il mattatoio delle vacche appena fuori paese. Il luogo non era ben visto e benché tutti comprassero la carne del Richetto, si guardavano bene dall’indugiare nei pressi dell’edificio quando si sentivano i lamenti delle bestie e quel rumore di morte.

Per uno come lui, abituato alle intemperie della vita, quel posto rappresentava il primo riparo decente in cui passare la notte, dopo intere settimane all’aperto. Adesso che l’inverno stava iniziando a stritolare in una morsa letale l’immensa steppa ungherese, Jorge aveva deciso di fermarsi in quello sperduto villaggio scaraventato nel fango e nel letame e di rimandare alla primavera il suo lungo peregrinare verso ovest. Cercava solo di guadagnarsi un tozzo di pane.
Probabilmente l’aspetto possente, lo strano modo che aveva di trascinare i piedi come fossero due zavorre e lo sguardo alienato scoraggiarono la gente del paese che, intimorita e tutt’altro che disposta a offrirgli una possibilità, preferì ignorarlo e barricarsi dietro le porte scardinate delle squallide abitazioni.
Non trovando di meglio, quell’uomo corpulento aveva dovuto sistemarsi nel luogo più macabro.
Il macello consisteva in uno stanzone senza finestre. Lungo tutte le pareti si susseguivano delle fessure strette simili a feritoie che dovevano servire a mantenere l’interno del vano areato in presenza delle carcasse.
Il tetto in parte era ceduto a causa dell’abbondante nevicata dell’inverno precedente e dallo squarcio sinistro l’aria cadeva giù come una benedizione capace di attenuare, anche se per breve tempo, il fetore di morte che vi ristagnava. Sembrava essersi incrostato ovunque, insieme agli schizzi di sangue rappreso, non solo sui muri ricoperti da aloni di muffa, ma anche sugli attrezzi usati per squartare le vacche e sul tavolaccio di pietra e legno marcescente. Su di esso, una lampada a olio e una sfilza di arnesi di ferro, coltelli e bastoni. Dalle travi rimaste intatte penzolavano giù catenacci arrugginiti, grosse corde intrise di sangue e un’impressionante quantità di uncini di ferro acuminati.
In quel fetore Jorge era cresciuto e aveva imparato a convivere. Era il fetore della sua infanzia.
Una mattina all’alba, dopo quattro interminabili giorni rimasto a terra come una bestia, senza cibo né acqua, tantomeno compassione, il rozzo magiaro si sentì prendere a calci dritto in mezzo al fianco. Con un grugnito di dolore spalancò gli occhi stralunati e a fatica si alzò, reggendosi al tavolaccio. Nella debole luce del vano intravide la sagoma di un uomo. In mano teneva una forca. Gliela stava puntando contro.
– Non puoi stare qui, forestiero. – Gli intimò il vecchio Richetto. Aveva la pelle incrostata come quelle pareti.
Jorge si girò verso il muro, mostrandogli la schiena. Si rannicchiò su se stesso, biascicando un’imprecazione con una voce anormale. Poi iniziò ad agitarsi in maniera convulsa.
– Buio e neve. Passi lenti nella neve. Passi nella neve. Corri Jorge! Giù, sotto terra. Passi lenti nella neve. Buio e neve. Perché piangi, Jorge? Passi nella neve. Shh! Zitto, Jorge!
Il ritmo incalzante di quelle frasi insensate era accompagnato dall’incessante dondolio del corpo avanti e indietro. Avanti e indietro.
Il vecchio rimase interdetto di fronte a quel comportamento. Tentò di farlo smettere usando le maniere pesanti. Lo pungolò con insistenza sulle spalle e sui fianchi usando la forca. Non gli diede tregua finché il magiaro non si voltò. Piangeva in silenzio.
Negli occhi gli si leggeva una paura antica che, strisciando subdolamente, era riemersa da chissà quali abissi e gli si era attorcigliata in ogni brandello di carne, comprimendolo fino a paralizzargli le ossa. La tortura finì improvvisamente, così come era iniziata.
– Non ti voglio qui, bestia! – Gli urlò il vecchio sputandogli addosso.
– Fame. La… lavoro. – Balbettò.
Il vecchio ci pensò per un istante. Alla fine gli propose, sogghignando: – Vediamo come te la cavi con le vacche. Mi aiuterai ad ammazzarle e in cambio avrai un po’ di zuppa e un pezzo di pane al giorno. Se non ti sta bene, sparisci e non farti più vedere da queste parti, intesi? E guarda di ripulire lo schifo che hai fatto per terra, ritardato!
Jorge accettò. Avrebbe cominciato il giorno seguente.
Il magiaro faticava a restare in piedi. Era confuso e affamato. Guardò i suoi escrementi e trovò la forza di ripulire prima che la fame potesse avere la meglio. Poi svenne e cadde a terra con un tonfo.

Fu svegliato, l’indomani, da urla ingiuriose e da un gemito straziante. Richetto stava trascinando bruscamente per tutto il vano un vitello di poche settimane. Le zampe anteriori dell’animale erano state immobilizzate con una corda mentre una di quelle posteriori era insanguinata e paralizzata.
– Te la faccio passare io la voglia di ribellarti, stupida bestia. Più ti ostini a resistere e più lentamente morirai! – Continuava a ripetere il vecchio, in preda a una violenza incontenibile.
Il vitellino si dimenava, si contorceva per cercare di rialzarsi, scalciando con l’unica zampa libera.
Jorge assisteva a quello strazio, scosso da singhiozzi strozzati. Si tappava le orecchie con le enormi mani mentre dondolava il corpo avanti e indietro. Avanti e indietro.
In preda alla paura e al dolore, il vitellino emise un grido ancora più acuto. Era stato colpito dal secondo calcio alla testa. Poi si voltò, stremato, verso il gigante, come per chiedergli aiuto. Negli occhi gli si leggeva una paura antica mista a lacrime di sangue.
– E tu, passami quel ferro appuntito, invece di piangere! – Gli urlò il vecchio.
Jorge andò verso il tavolaccio.
Rivide davanti agli occhi suo nonno mentre ammazzava i maiali con un solo colpo di fucile alla testa. Una morte rapida e senza inutili sofferenze.
– Porta qui quel maledetto ferro, ti ho detto!
Jorge prese l’arnese. Lo sguardo alienato.
Non voleva più sentire piangere.

Sonia Barsanti

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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2 risposte a Il rifugio del forestiero

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    L’ultima sezione l’ho letta trattenendo il fiato!

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    • Sonia ha detto:

      Non ti dico, invece, cosa ho provato io, scrivendolo. Avevo tutt’altro in mente, poi Jorge ha deciso “da solo” la propria strada… Grazie per il tuo commento!

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