Ti amo piccola stella

stella.jpgBussasti alla porta. Non una, ma due volte. Appoggiasti l’orecchio destro per origliare qualsiasi movimento nella casa.

Io ti guardavo, anche se non potevi vedermi.
Ormai appartenevo ad un altro mondo. Cercavi di percepire qualche movimento, ma solo una melodia si sentiva.
“Siamo stelle che cadono nella notte dei desideri…”.
Come era vero. Proprio nella mia notte, la notte che desideravo da quando ti avevo vista su quel pianerottolo con uno scatolone più grande di te, ero caduto.

Quel giorno rimasi folgorato. Come se ti stessi sognando ad occhi aperti. Eri lì, piccola ma forte che spostavi le tue cose nell’appartamento accanto al mio, vuoto da anni. Con i capelli castani legati, ma tutti in disordine, il viso pulito e meraviglioso, mi salutasti educatamente senza chiedermi nulla. Mi offrii io di aiutarti e tu mi colpisti con un sorriso adorabile. Non ti nascondo che nelle settimane successive cercai di studiarti, capire i tuoi orari, le tue abitudini, le tue amicizie. Sembravi non essere fidanzata, il che mi rese molto felice. I nostri incontri ‘casuali’ erano il momento più bello della mia giornata, intorno a loro ruotava tutta la mia routine. Dopo un paio di mesi decisi di prendere troppa pizza e, fingendo di averla presa per sbaglio, invitarti a mangiarla con me. Quando apristi la porta mi si spezzò il cuore. I tuoi occhi gonfi e rossi erano un chiaro indizio di pianto. Pensare che tu, la mia piccola stella, stessi male per qualche motivo mi faceva sentire arrabbiato e inutile.
“Cosa vuoi” il tuo umore non era dei migliori.
“Ciao…io…ho preso troppa pizza, volevo chiederti se ti andava di mangiarla insieme”.
“Non ho fame!”.
“Ok…è tutto a posto?”.
“Secondo te?” non c’era neanche l’ombra di quel tuo bel sorriso sul volto.
“No”.
“Ecco allora lasciami in pace”.
“Magari posso fare qualcosa”.
“PUOI RESUSCITARE I MORTI? Perché è questo che mi serve…perché mio padre…” non riuscisti nemmeno a finire la frase che iniziasti a singhiozzare. Io ti abbracciai cercando di irradiare un po’ del mio affetto dentro di te. Cercando di farti capire che non eri sola; io c’ero, se volevi.
“Mi dispiace. Non voglio dirti altro perché sarebbero solo parole vuote e inutili per te” ti strinsi più forte che potevo e poi tornai a casa mia. Non ebbi il coraggio di mangiare, mi sembrava un insulto al tuo dolore. Il mattino dopo era sabato, niente lavoro, ma alle nove e mezza il campanello della porta mi svegliò. Il suono era timido, incerto, ma il mio sonno era molto leggero. Aprii la porta ancora in pigiama, chiedendomi chi potesse essere. Vederti mi risvegliò come se avessi preso cinque caffè. Avevi i capelli legati come la prima volta che ti avevo visto, indossavi degli occhiali scuri, un maglione largo molto scuro e dei jeans. Lo ricordo con precisione perché osservandoti pensai che avevo voglia di stringerti e farti dimenticare il brutto della vita.
“Ciao” non mi guardavi, come se ti vergognassi.
“Ciao” non sapevo cosa aspettarmi.
“Volevo scusarmi per ieri”.
“Non devi, non è successo poi niente di così grave” sorrisi timidamente. Vista la situazione dovevo cercare di rimanere un po’ serio.
Mi sorridesti, non dicesti niente, ma rimanesti lì a fissare il pavimento.
“Vuoi un caffè?” ti chiesi, non sapendo bene cosa fare, mi sembrava tutto banale e stupido.
“Tra mezz’ora c’è il funerale e non voglio andarci sola”.
“Dammi dieci minuti” risposi e vidi il tuo timido sorriso ritrovarti per qualche secondo.
Vederti seduta sul mio divano a guardarti intorno mentre mi preparavo mi emozionava molto. La situazione era strana, molto triste, ma io avevo immaginato così tanto la tua piccola figura su quel divano che credevo di sognare.

I mesi successivi sono stati i più belli della mia vita. Non avevo mai conosciuto nessuno così positivo e pieno di vita. Ogni giorno era allegro e pieno di vita, non ti abbattevi mai. Anche quando tutto era disastroso tu te ne fregavi, cercando di vedere le cose da un’altra prospettiva. A me bastava guardarti per essere felice. L’unica volta che non ci sei riuscita è stato in libreria. Ricordi quando stavamo facendo il regalo di compleanno a tua cugina e abbiamo deciso di cercare il libro col titolo più strano? Incontrammo una signora, era magra e vestita in maniera inadeguata per i suoi sessant’anni. Dopo averla salutata in maniera fredda e imbarazzata ci lasciò e io ti dissi che era una vecchia amica di famiglia. Non era vero. Quella era la mia vera madre. In realtà quella che ho sempre chiamato mamma è mia zia. Lei mi ha cresciuto, come se fossi stato suo figlio perché sua sorella, una drogata senza voglia di disintossicarsi, non voleva e non poteva occuparsi di me. Non si era voluta disintossicare neanche per crescere suo figlio. Aveva scelto la droga al mio posto e io non gliel’avevo mai perdonato. La trattavo come un’estranea e le avevo chiesto di non cercarmi. Forse sono stato troppo duro, non lo so. So solo che non c’è stata nel momento più delicato della mia vita, lasciandomi dopo tre giorni che ero nato. Quando mia zia mi disse la verità rimasi come uno scemo a fissarla. Mia madre era una donna che non conoscevo, che a più di quaranta anni aveva deciso che c’era spazio per me nella sua vita. Quando la conobbi mi vergognai così tanto. Era totalmente fuori luogo e io speravo che nessuno ci avesse visto insieme. Per molto tempo rifiutai l’idea che mi avesse dato la vita, poi decisi semplicemente di ignorarla. Mia zia mi aveva cresciuto, mi aveva donato un fratello e io l’avrei sempre chiamata mamma.

Adesso ero lì a vederti bussare preoccupata, chiedendoti come mai io non ti avessi dato delle chiavi di riserva per le emergenze. Mi sentivo stupido a guardarti, ci avevo messo così tanto a baciarti. Ora che non c’era più tempo per noi, mi rendevo conto che avrei dovuto rischiare, chiederti di uscire molto prima, baciarti di più e soprattutto dirti che ti amavo ogni secondo. Invece ero lì, stavo per guardare la tua disperazione nel vedere il mio corpo steso a terra la mattina dopo il nostro primo bacio. Sarei stato proprio io a farti soffrire, quando avrei voluto regalarti solo gioia. Nella notte in cui si era esaudito il mio più grande desiderio ero caduto.
“Siamo stelle che cadono nella notte dei desideri…”.
Ti amo piccola stella.

Sara Fiore

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Ti amo piccola stella

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    A parte la doppia tragedia… sembra una storia che conosco!
    Il racconto mi è piaciuto molto.
    Mi permetto di segnalare:
    – “serve…perché” (uno spazio mancate);
    – “Mi sorrisi, non dissi niente, ma rimasi lì a fissare il pavimento.” dovrebbe essere “Mi sorridesti, non dicesti niente, ma rimanesti lì a fissare il pavimento.” (a meno che non abbia completamente frainteso i soggetti);
    – “pieno di vita” in due frasi consecutive (ma forse è una scelta di stile);
    – non ci sono le virgole prima dei “perché” (anche qui forse stile).

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