Lo sdegno del giornalista

sdegnoAlla fine non mi era dispiaciuto più di tanto. Intendo dire; certe cose è meglio se non capitano, ma dopotutto chi è che non ha mai perso l’ufficio in un raid aereo?
Sono cose che succedono, specie in mezzo alla guerra.
Del resto i pacifisti del Sogno Lucido erano dei pazzi, ogni pretesto era buono per bombardare le città libere, figurarsi quando il loro Magister aveva dichiarato eresia le famiglie! Così mi ritrovavo a guardare il centro poliattivo di Nuova Yathrib, devastato e trasformato in un gigantesco cratere.
Mi veniva da ridere, chiunque avesse un minimo di sale in zucca, sapeva che l’estremismo occidentale del 1978H era simile a quello che gli occidentali avevano subito da parte degli islamici nell’era del consumismo. Cinque secoli potevano davvero trasformare una civiltà in qualcosa di così assurdo e contorto da diventare proprio ciò che pretendeva di combattere? Il cratere del centro poliattivo mi diceva che era proprio così.
C’era una donna che piangeva accanto a me, gli agenti di sicurezza avevano radunato i superstiti e si stavano preoccupando di mettere in sicurezza la zona in attesa dei droni giornalistici e degli immancabili curiosi.
Ero ancora troppo stordito per rendermi conto che metà dei giornalisti della città doveva essere morto tra le macerie e che l’altra metà era accanto a me, tra i feriti. Qualcuno era già in piedi, come me, ma la maggior parte era coperta da un telo bianco.
Il mio sguardo venne distratto da una collega, aveva un’espressione stravolta, ma le sue lunghissime trecce azzurre erano perfettamente annodate e quando mi avvicinai, riuscii a sentirle addosso anche il solito profumo di gelsomino.
«Tutto bene?»
La ragazza annuì, tirando su col naso, «Ero in ritardo. Cos’è successo?»
«Solita storia, i sognatori hanno mandato qualche altro aereo.»
«Il Profeta sia ringraziato, pensavo foste tutti morti!», pianse abbracciandomi.
Trovai la forza di sorriderle, come faceva quella ragazza a interessarsi a una categoria di bastardi di professione come i giornalisti? Era stranamente preoccupata, l’unica nella ressa di gente accorsa e forse la più sciocca, io mi sentivo sempre meglio: non avrei dovuto scovare uno scoop per almeno tre settimane e ci sarebbe stata la fila per farmi un’intervista. Apparizioni in olovisione e contatti sulla rete. Mi baloccai con l’idea di lanciare subito un hash riguardo il bombardamento, ma venni afferrato da due addetti al pronto soccorso per un full body checkup e almeno tre iniezioni di vaccino antiradiazioni. Persi di vista la mia collega, quando ci misero in quarantena.
Mezz’ora più tardi la zona era diventata un gigantesco pronto soccorso, tende con la mezzaluna rossa erano sbucate dal nulla, medici in camici bianchi o abiti civili giravano tra le barelle dei più gravi. C’era il caos e ci sarebbe rimasto per un tempo sufficiente a farmi fare un servizio coi fiocchi.
«Sei del Sabq, vero?», mi chiese un’infermiera, facendomi l’ultima iniezione.
«Rafis Hannon.»
«Farai un servizio anche per oggi, vero?»
Sorrisi, scotendo il capo: «Mi hanno requisito l’attrezzatura e la mia olotelecamera interna non funziona bene con tutte le interferenze del raid!»
Rimase a chiacchierare più del dovuto e riuscii a strapparle un paio di notizie sui feriti e sui morti: praticamente ero uno dei pochi a esserne uscito quasi illeso. La mia collega, altrettanto fortunata, era nella sala accanto, riservata alle donne in stato di shock. Chiesi di poter uscire, quando il terminale dell’infermiera confermò che fosse tutto in ordine.
Il caos mi metteva allegria, era tutto dannatamente troppo bello per essere vero: i morti e feriti che venivano portati in barella piacevano alla gente, i disperati che piangevano la dipartita dei propri cari erano il meglio che un giornalista attento allo scoop potesse desiderare.
Ritirai la mia roba e mi misi in cerca della collega, trovandola dentro una delle tende dei feriti gravi.
Una maschera di trucco sciolto e tintura azzurra si voltò a guardarmi, scoppiando ancora in lacrime «Assur è vivo per miracolo! Perché quei mostri ci hanno fatto questo? Che senso ha?»
Assur era un collega del Sabq, blaterava di Allah e Maometto, di Cristo e profeti vari, sotto l’effetto di chissà quale droga. Per me era più interessante in quello stato che durante i suoi servizi, ma decisi che infierire sarebbe stato troppo, almeno mentre la zona era ancora calda.
«Ehi! Ti va di fare un po’ di grana, ragazza?», chiesi, dimenticando Assur.
«Cosa stai dic…»
«Mi serve una mano: il servizio non si farà da solo, finché l’olotelecamera non funzionerà di nuovo.»
«Non puoi dire sul serio, quest’uomo sta morendo e tu vuoi filmarlo?»
«Proprio perché sta morendo voglio filmarlo, il mondo vuole sapere! Non c’è spazio per piangersi addosso, non mentre c’è uno scoop da fare.»
La sprovveduta mi fissò, scoppiando di nuovo a piangere, non sembrava rendersi conto che c’era talmente tanto materiale da farci un servizio di cinque ore. Altro che filmati occidentali con supereroi o sproloqui sul loro Sogno Lucido, era materiale vero.
Presi a filmare Assur, simulando un tono tragico e sofferente, le mie osservazioni sull’accaduto e sulle morti erano cariche di cordoglio, così come gli accorati riferimenti alla follia del Magister occidentale. In breve anche Assur e tutti i suoi deliri mi stancarono, presi a girare per le tende, chiedendo a dottori e infermieri. Inasprire i toni era la mia specialità e quando giunse sera, dopo l’arrivo dei militari, avevo materiale a sufficienza per almeno dieci servizi.
Anche se gli occidentali avevano distrutto il mio ufficio, avrei avuto la mia fetta esclusiva di visualizzazioni, hash e quant’altro, forse anche di più, considerato che ero uno dei pochi sopravvissuti. Alla fine, perdere il mio ufficio, non mi era dispiaciuto per niente!

Davide Zampatori

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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2 risposte a Lo sdegno del giornalista

  1. Fabio Piovesan ha detto:

    Bel racconto!
    Se posso fare due osservazioni:
    – attrezzatura requisita, olotelecamera interna malfunzionante, collega che si rifiuta… per me manca una frase del tipo “amen, registro lo stesso”;
    – hash richiama troppo hashtag per essere credibile tra cinque secoli.

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    • Davide Zampatori ha detto:

      Ciao Fabio,
      L’idea è proprio di richiamare il famosissimo simbolo cinguettante.
      Per il giornalista, un amen mi sembrava troppo e rimarcare che l’avrebbe fatto ugualmente sembrava superfluo!

      Grazie del commento e continua a leggerci! 😉

      Mi piace

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