Buchi in bocca – Parte seconda

dentiIl Beccamorto viveva nella casa dei suoi, morti ormai da un pezzo. Due piani marroni e pieni di ragni, cucina, bagno, soggiorno, due camere. Una casa viscida e umida, adatta a come si sentiva dentro: vuoto, maleodorante, vecchio e putrido. L’essersi confidato con l’amico d’infanzia non gli aveva dato quel che pensava. Non si sentiva liberato, non si sentiva meglio, si sentiva solo più pedofilo.
La mattina dopo quella sensazione era ancora lì, bloccata tra lo stomaco e l’esofago, più pesante ogni volta che buttava giù qualcosa. Si alzò tardi, all’ora di pranzo, ma dormì poco. Quella cosa lì, premeva talmente tanto da non fargli chiudere occhio. Sapeva di voglia e di paura.
Il pomeriggio andò a comprare delle costruzioni e la roba per la cena, fece tutto in modo meccanico, senza vita, guardava un altro prendere la macchina, raggiungere il negozio di giocattoli, comprare. Guardava un altro usare la sua carta di credito ormai all’osso, riprendere la macchina, passare al supermercato e prendere cotolette e patatine fritte che ai bambini piacciono tanto.
Alle 17.00 non aveva nient’altro da fare che aspettare. Da solo insieme alla sua cosa. Accese la TV a tubo catodico, vecchio relitto del soggiorno. Si fermò su un canale dove un maiale rosa ruttava in faccia ad altri maiali rosa su di un motivetto idiota. “Ciao sono Peppa Pig” diceva e quando parlava, quando ruttava, la sensazione si faceva meno opprimente, meno dura. Rimase lì e si sentì libero. Guardava, non vedeva un altro guardare. Per la prima volta nella giornata era lì, di fronte a Peppa Pig.
Alle 18.00 squillò il telefono di casa, uno di quelli senza tasti, che per comporre il numero devi girare un disco di plastica trasparente.

«Ciao senti, per stasera nulla» era la sorella. fiatone. stanchezza. stress.
«Nulla?»
«Giulia ha la febbre e deve rimanere a casa, mi dispiace… sai ci teneva molto a rivederti.»
E la sensazione tornò a crescere, a farsi pesante, a premere.
«Eh, sì. Capisco. Anche io avrei voluto rived–»
«Hai lasciato il cellulare al pub. Dice che puoi passare a prenderlo stasera, senti hai poi ritrovato a casa tua le mutandine di Giulia?»
«No no, ho cercato ma nulla, sarebbero saltate fuori se fossero qui. Allora facciamo per un’altra sera?»
«Ti faccio sapere. Fino a quando resti?»
«Non ancora sono sicur–»
«Va bene, scusa ma devo andare, ci sentiamo.» e un pianto lontano accompagnò la cornetta.

Attaccò il telefono spaesato.

Era un brodo. Un orrendo brodo quello in cui nuotava. Gioia, tristezza, dolore, delusione, e rabbia, rimpianto, noia, schifo, tutto insieme, un pantano di vomito di emozioni. Ci nuotava dentro contro corrente, a bocca aperta che tutto gli entrava e non sapeva respirare.
Fece finta di nulla e tornò a Peppa Pig, cha magari un po’ lo avrebbe tirato su. Ma niente, dieci minuti e poi pubblicità.
Gli tornò in mente il Tondo, sua ancora di salvezza, ormai inutile.
Mancava mezz’ora alle 19:00 e non aveva nessuna intenzione di passare un’altra serata di fronte ai suoi giudizi.
Provò a chiamarlo al telefono di casa, ma senza fortuna.
Prese la giacca e si buttò nell’inverno di paese per raggiungerlo, le case erano molto vicine e cinque minuti di aria fresca non potevano che fargli bene.
Il Tondo viveva in una villetta giallognola, un po’ nascosta trai vicoli. La notte aveva già avuto il suo trionfo e solo il freddo lo accompagnò nel tragitto.
Bussò alla porta. Ma nessuno rispose. Dalla finestra venivano lampi di luce che si proiettavano sul muro del palazzo di fronte: qualcuno in casa c’era a guardare la televisione.
Riprovò a bussare con più energia. Attese un po’ e mentre stava per farlo di nuovo una voce fermò la sua mano.
«Chi è?» veniva dal basso, da dietro la porta.
«Sono Giacomo, cerco Christian»
«Quello alto?» e la porta si aprì, giusto uno spiraglio, e un occhio uscì fuori dal corridoio illuminato solo dalle immagini del teleschermo.
«Ciao sì, sono io, c’è papà?»
«Papà stasera non torna a casa.»
Già… Sarebbe venuto da lui direttamente da lavoro. Il pub apriva alle 20.00, magari erano già lì per sistemare e avrebbe ancora fatto in tempo a recuperare il telefonino per poterlo chiamare e avvisare di non venire che era tutto un falso allarme e che…

«Quanto sei alto?»
La vocina interruppe le sue riflessioni. E un sorriso riaccese la sua angoscia. Incisivo laterale sinistro caduto, canino caduto, grembiule rosa e treccine. La figlia del Tondo lo guardava dal basso incuriosita, con quei buchi in bocca che gli facevano quell’effetto strano.
«Tanto. Senti, mamma invece?»
«Mamma non c’è, è dalla nonna che sta male.»
E nel buio del vicolo il mare di sensazioni lo travolse, la cosa lo prese, lo girò e lo rigirò, si ritrovò sporco ad annegare nella melma, solo al buio con i buchi in bocca della bambina, solo al buio con il groppone tra l’esofago e lo stomaco, solo al buio con il pisello dritto e sua nipote aveva la febbre e papà non torna e la nonna sta male ed è alto, molto tanto, troppo alto. E che schifo dentro. E solo al buio con Peppa Pig in sottofondo che ricominciava alla TV e solo al buio con la figlia del Tondo e solo al buio con il fumo che esce dalla bocca, dalla bocca. I buchi trai denti, ah quei buchi trai denti.
«Vuoi vedere Peppa Pig con me?»
E il mostro cresce, cresce, cresce, cresce. Non si ferma il mostro. Il pisello di papà ha le ali, il suo no. E le mutandine sanno di primavera ed è inverno e fuori fa freddo e dentro fa Peppa Pig.
Ma no!
Il mostro si ferma.
«No, scusa.» sudava, voleva i fiori rosa, ma voleva scappare. «No, scusa devo andare.» non guardò in basso. «No, scusa devo proprio andare, non aprire agli estranei!»
E scappò via, senza salutarla.
Mani in tasca e pisello dritto.
Avrebbe voluto una sigaretta, che la voglia era tanta e bisognava sedarla, sarebbe bastato tornare indietro.

Sulla porta di casa trovò il Tondo birre in mano e aria di chi dona amicizia per pietà.
«Ciao, dov’eri?»
«Ero venuto a cercarti a casa.» e l’altro cambiò faccia «Ma non mi ha aperto nessuno. Tua figlia mi ha dett–»
«Mia figlia? Cosa hai fatto a mia figlia?»
«Niente, mi ha aper–» e una spinta lo buttò a terra.
«Ti ammazzo sai? Giuro che ti ammazzo.»
«No aspetta, non ho fatto nulla!»
«Brutto sniffa mutandine, io ti ammazzo! Ti ammazzo!» e la bottiglia lo prese in pieno in testa.
Ed ecco il relax.
«Ti ammazzo, ti uccido, io ti…» e un’altra bottiglia. Dalla stessa parte, la destra, maledetti mancini, che uno si aspetta sempre dall’altra parte e invece…
E disteso per terra il Beccamorto sanguinava e col sangue perdeva se stesso.
«Che hai fatto? Dimmelo che hai fatto?»
“Niente, non ho fatto niente” avrebbe voluto dire, ma non uscì nulla e in ogni caso, non gli avrebbe creduto.
E per terra il Beccamorto sanguinava e col sangue veniva via quella sensazione pesante, quella cosa.
E per terra il Beccamorto sanguinava e col sangue la gente usciva a guardare alla finestra.
E lo vide tutto il paese, disteso e sanguinante il paese vide la cosa uscirgli dalla testa.
«Giuro che se hai fatto qualcosa…»
“Ti ammazzo, sì, già sentita” pensò, mentre vide l’amico prendere in fretta la via di casa, senza birre.
E mentre lo guardava appannato andar via pensò all’ironia, quando era giovane tutti gli dicevano che la birra lo avrebbe ucciso, non credeva in quel modo però.
Poi fu bisbigli e vociare e qualche grido e una sirena.
Furono solo fiori rosa e primavera.

FINE
Damiano Lenaz

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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