Storia di un cappello viola

CappelloViolaContinuavo a sfregarmi le mani, il freddo era invadente. Lo stare fermo non mi aiutava, ma del resto quello era il mio mestiere. Ogni domenica, con il mio banco, ero lì in attesa che qualcuno comprasse qualcosa e che riuscissi a pagare le bollette anche quel mese.
La neve iniziò a cadere a metà mattinata, quando la gente passeggia più volentieri, laconica dà uno sguardo alla roba, a volte ti saluta, altre semplicemente prosegue.
Ero lì intorpidito nel mio angolo di inverno, ad attendere la fine della giornata e il calore effimero della stufa.
La fame premeva nelle viscere, il caffè bruciacchiato preso a colazione non bastava a tenermi vivo. Il freddo premeva nelle vene, non un attimo di tregua. Era una guerra, fatta di cortesia finta e impazienza.
L’asfalto lentamente diventava bianco, poi tornava grigiastro, deturpato dal camminare della gente, neanche un po’ di bellezza per tirarmi su.
Una rossa sui trenta si avvicinò. Cappotto aperto su una scollatura temeraria e cappello viola imbarazzante, cominciò a guardare un po’ come fan tutti la roba sul grezzo tavolino di plastica e ferro.
“Scusi, quanto vengono?” e si allungò sui libri più vecchi, lasciando intravedere il seno.
“Quelli cinque, questi tre, per gli altri il prezzo è scritto in copertina, non riesco a ricordarli tutti”
(Non riuscivo a ricordarne neanche uno).
La rossa continuava a scavare tra le pagine, cercando ispirazione. Tornai a sedermi, convinto dell’imminente sorriso e dell’arrivederci a cui ero ormai abituato.

Rimase lì qualche minuto, poi tirò fuori un libro nero, lo sfogliò con eleganza. Sorrise, lasciando intravedere gli incisivi un po’ troppo grandi.
“Questo lo prendo!”
Me lo porse continuando a guardare la roba, sempre più inchinata, incurante di quel seno che generosamente donava ai miei occhi.
Il modo in cui cercava mi incuriosiva, era come se parlasse con la roba, come se la salutasse.
Ne tolse altri due, uno rosso e uno malandato.
“Guardi su questo le faccio lo sconto, che si è rovinato tutto”
Stette qualche secondo a fissarmi, le mie parole l’avevano riportata in questo mondo. Si chiuse in fretta il cappotto e imbarazzata e intirizzita disse: “Non fa nulla, a me piacciono così…”
Le sue parole erano calde e avevano un tono strano, parlava con l’emozione empatica di chi ha scelto il cane vecchio al canile.
Le infilai la roba nella busta e le offrii uno di quelli gialli che erano lì da almeno quindici anni.
La neve aveva coperto il viola orrendo del cappello, solo qualche chiazza veniva fuori tra i fiocchi.
Mi ringraziò e prese la roba con impazienza, la seguii con lo sguardo mentre toglieva dalla busta il libro malandato. Una sorta di lampo interruppe i geloni alle dita, mentre quella iniziava a scorrere con l’indice le righe giallognole.
Poi arrivò alla strada ignorando il rosso del semaforo e la golf del ’99 che non poteva frenare in tempo.

La gente corse a guardare, curiosa, pettegola.
Strilli, bisbigli e ancora strilli… e poi le campane suonarono mezzogiorno.
Una macchia colorò la neve di sangue, in un ultimo rantolo di forza la vidi stringere a se il vecchio libro. Un ultimo sorriso le si stampò sul volto.

Arrivò l’ambulanza e in poco tempo la gente scomparve. Rimase solo la mia busta, al centro della strada, come a ricordarmi che ero stato l’ultimo ad averle parlato.
Poi un ragazzino gli diede un calcio facendo cadere la roba. Si guardò intorno, la prese, sfogliò le pagine umide. La infilò in uno zaino poi scomparve, lasciando solo il mio pensiero a ricordare un cappello viola.

Damiano Lenaz

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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