Mi capite

calcettoFino a oggi ho sempre trovato un modo per evitarlo, ma adesso mi rendo conto di non avere altre possibilità. Perdonatemi tutti, non era mia intenzione arrivare a questo punto.
Mi iscrivo di nuovo a calcetto!
Sì, lo so, avevo detto che non avrei giocato più.
Ho detto che mi ero fatto male troppe volte e che a cinquant’anni era ora di smettere.
In effetti avevo smesso. Per un anno.
Ho mantenuto il mio intento.
Un anno.
Che anno!
Voi siete pazzi! Volete davvero starmi accanto un altro anno così?
Uno in cui torno a casa e vorrei prendere il tavolo e spaccarlo in testa al primo che parla?
Siamo seri. Sono un uomo che lavora in un ufficio di consulenza. Il telefono squilla in continuazione. Presto ascolto a tutti quelli che chiamano e non hanno bisogno di me. Presto orecchio a tutti coloro che mi chiamano disperati, perché il computer non si accende. “La spina era attaccata?”, “Ha provato con il bottone del video?”. Presto attenzione a tutte le problematiche, dalle più stupide e simpatiche, alle più pedanti e difficili. Rispondo, sono gentile, sorrido perfino al telefono per cercare di restare cordiale anche quando i clienti sono maleducati, cafoni e ignoranti. Cerco di sorridere, per farmi coraggio. Ma spesso il sorriso diventa uno sbuffo. Mi piaceva il mio lavoro, anni fa. Ora è una ripetizione noiosa di situazioni già viste. Il brivido della novità, dell’imprevisto è talmente raro, che credo ormai di conoscere ogni singola richiesta, già prima che finiscano di descrivere il punto critico. Windows, Mac, Linux… non mi cambia più nulla, che sia una marca o l’altra, che sia un software o un altro. Tutto è diventato ugualmente piatto e privo di attrattiva. Sono stanco di parlare, di ascoltare. Vorrei cambiare lavoro. Ho cinquant’anni. Chi mi darà mai un altro lavoro? Soprattutto, un altro tipo di lavoro. Se riuscissi a cambiare, sarebbe solo un altro ufficio, un altro telefono, un altro computer, stesse richieste, stesse situazioni. Vorrei, perciò, tornare a casa e trovare solo silenzio. Sarebbe un desiderio semplice. Ma ho tre figli. Maschi. Non posso pretendere si realizzi. Nemmeno questo mio vorrei può essere realtà.
Cosa mi resta? Cosa posso fare per non impazzire? Per non uccidere nessuno. Il calcetto! Sfogarmi, correre, tirare calci a una palla inanimata. Ecco quello che mi è consentito. Ecco il mio realizzabile.
Sì, mi sono fatto molto male, ho acciaccato il mio corpo già non troppo prestante.
Mi sono anche operato al ginocchio.
Ma ho trovato una squadra di vecchi relitti come me, che invece di andare a ubriacarsi, preferisce spaccarsi le ossa. Voglio andare. Voglio iscrivermi. Voglio sfogare tutta la nebbia di sentimenti che ho dentro, per poi tornare a casa e sorridere ai miei figli.
Voglio di nuovo credere di essere felice.
Sono felice quando gioco a calcetto. E quando torno a casa sorridendo ai miei figli. Quando riesco a dare un bacio convinto a mia moglie, prima di raccontarle la mia giornata. Prima di lamentarmi sulla mia giornata.
Per cui, ci ho provato, ho cercato di evitarlo, ma non posso, devo farlo! Lasciatemi il mio calcetto!
Capito? Mi capite?
Sì?
Mi iscrivo!
Siete d’accordo davvero?
Grazie.
Eh?
No.
Mi spiace.
Non vale lo stesso discorso per la macchina che vorresti, Marco.
Riprovaci tra trent’anni, con tua moglie e i tuoi figli.

Monica Spigariol

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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