Fantômes d’octobre

L’aria si fa pungente nei pomeriggi di ottobre, quando il tempo non è che un rantolo di estate in un presente di autunno.
Io studiavo francese, per leggere Rimbaud e ascoltare Brel, dicono che se conosci il francese, è tutta un’altra cosa.
Eravate lì, avvinghiati in un litigio senza fine, con quell’aria di amanti che litigano, che si abbandonano alla rabbia e all’amore urlandosi contro e lanciandosi rimpianti e affetto.
Lui se ne andò, abbandonandoti alla tua tristezza, ed in quegli occhi soli vidi nient’altro che il desiderio. Ti volli da quel primo istante, ti volli come nulla prima, ti volli come volevo il francese.
Stringevi i pugni sulle ginocchia trattenendo a stento lacrime iraconde, nascondendo in uno sguardo basso gli occhi che mi avevano attratto.
Sfogliavo distratto il mio inutile manuale guardando oltre le pagine il nostro futuro insieme, e già dietro il libro il vento cantava
“Mon amour
mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour
de l’aube claire jusqu’à la fin du jour
je t’aime encore, tu sais, je t’ame.”
E poi via, volasti via portandoti dietro i tuoi occhi e la mia passione, trascinandoti il nostro amore geriatrico, i miei sogni futili.
Ti alzasti rassegnata, cercando nell’aria chissà quale segreto, mentre sparivano le note e le parole con quel tuo gesto avventato.
Mi passasti davanti come se non esistessi ed uscisti dal parco e dalla mia vita con un soffio di grecale.
Eppure io volevo solo imparare il francese, ma quel giorno finii per perdermi in uno sguardo triste.

Poi nulla più. Di te non seppi nient’altro che ti ho amata, mentre seduta su una panchina ti abbandonavi al rimpianto per un amore sciupato. Ti ho cercata nei pomeriggi di autunno sulla stessa panchina, trovando solo la tua immagine. Ho percorso gli stessi passi che ti ho visto fare mentre fuggivi da quell’addio, ma dopo pochi metri non erano che una incognita nell’etere. Non ho fatto molto più, alla fine mi bastava sapere che esistevi.

L’aria si fa pungente nei pomeriggi di ottobre, mentre cerco ancora una volta le tue gambe da sovrapporre al ricordo. È un anno che ti amo e non ti ho più rivista. Non ho imparato il francese e il tuo ricordo è ormai stropicciato, mentre cerco nella mente dettagli che possano farmi rimbalzare il cuore e sotto il cielo la tua immagine concreta. Eccoti apparire dove eri stata l’autunno scorso in questo stesso giorno.
Ed eccoti di nuovo intrappolata in quel litigio, ed eccoti di nuovo con quello sguardo, su quella panchina, con gli stessi pugni serrati, ed eccoti di nuovo scomparire al di là del cancello con l’andare lento della volta scorsa.
No. Stavolta i tuoi passi non saranno un mistero, non ti perderò di nuovo per i miei timori. Ti seguo, da lontano senza farmi vedere, e ad ogni passo ti conosco un po’ di più, mentre ti fermi per bere l’aria, mentre un impavido raggio di sole ti illumina, mentre continui sulla tua strada e passi incurante tra macchine e voci.
E poi arrivi al promontorio e ti getti in quel grecale che già ti portò via.
E mentre assisto impotente al tuo nuovo addio lo sguardo mi cade su una lapide, dove campeggia una tua foto sorridente e una data, il giorno di oggi di due anni fa.
E mentre il mio amore va farsi benedire dietro quel salto nel vuoto, un ultimo spicchio di cielo si chiude su di me, trascinandomi sul ciglio da cui sei appena scomparsa.
Ed eccomi anch’io nel grecale. Finalmente potrò stringerti e affogare nei tuoi occhi.
Eppure io, volevo solo imparare il francese.

Damiano Lenaz

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