Svalutazione

La prima pioggia dell’estate. Era meravigliosa. Aveva sempre amato lo scrosciare dell’acqua. L’aria fresca che sovrastava quell’afa fastidiosa. L’odore meraviglioso che lascia sull’erba. Era come se fosse l’ultima volta. Non gli sarebbe più stato permesso di percepire certe sensazioni. Stavolta l’aveva fatta veramente grossa: colpire il gatto dei vicini con la canna dell’acqua è un crimine la cui pena difficilmente può essere discussa o alleggerita. Tutti sanno bene quale sia il destino per chi perfidamente osa gettare il famigerato liquido sul felino, e in particolare su quello appartenente al vicino di casa. Adesso avrebbe dovuto passare dodici milioni di anni rinchiuso nelle segrete a pane, acqua e gallette di riso. Prima della condanna, però, l’umiliazione: il giorno in cui dovette essere segregato nelle prigioni, fu prima fatto passare per le vie della città, di modo che tutti i cittadini potessero esprimere il loro disgusto come più volevano. Avresti potuto vedere padri di famiglia gettargli uova, pesce marcio, tavoli, lampade, carri armati e quant’altro avessero in casa. Il popolo si riversava per le strade e lo ricopriva di insulti, sputi, mutilazioni fisiche e psichiche.
“Sei solo una vergogna!”
“Non ti meriti di esistere!”
“Sparisci da questo mondo! Vattene dalla gente per bene!”
Ed ecco la gente per bene che lo punzecchiava con forchette, uncini, baionette secolari. Alcuni gli stavano costantemente di fronte lungo il suo cammino per potergli mettere sempre della nuova brace sotto i piedi. I ragazzini, in quella poca libertà concessa loro dai genitori, gli praticavano dei simpatici elettroshock che lo portavano a sbavare e a svenire di tanto in tanto, mentre gli occhi gli si rivoltavano orribilmente. Piogge di urina animale venivano lanciate dalle finestre più alte a secchiate piene e sempre pronte. I preti gli lanciavano bibbie, vangeli e commentari dalla copertina spessa e spesso dalla costola in legno. Di peli gliene erano rimasti pochissimi, in quanto era pratica comune che gli venissero strappati con le unghie, insieme al bulbo, dai passanti.
In questa situazione non proprio definibile idilliaca, si chiedeva il perché di questo supplizio.
Cosa faceva questa gente tutto il giorno? Qual era il rancore che portava tutti ad assalire lui, che fino a due giorni prima quasi non era conosciuto neanche dai genitori?
Cercava di arrivarci, cercava di capire quale fosse il nesso, ma non ne trovava. E il giorno dopo, si chiedeva, che cosa avrebbero fatto? Sarebbero tornati ognuno alle loro vite? Alla bontà e alla serenità del quotidiano che dicono di difendere?
Venne portato fino allo stremo in seguito a ore di altre torture e piaghe. Si accasciava a terra, si rialzava, veniva spinto a bastonate, e comunque andasse non poteva permettersi di morire, perché era alla prigione, che stava andando.
Quando ci arrivò, lo presero e ce lo fiondarono dentro. C’era paglia e sterco dappertutto. Una piccolissima finestrella. Mezza galletta di riso, forse morsicchiata da qualche topo. Dodici milioni di anni, si diceva? Eh, sì. Avrebbe avuto la giusta punizione per ciò di cui si era macchiato – ma anche il tempo di ragionare sopra molte cose. Per esempio, chi dava a tutti quegli estranei, persone che non avevano idea dei dettagli della vicenda, il diritto di punirlo di propria mano? Non c’era nulla che potesse legittimare una mostruosità del genere, sebbene anche il suo crimine non fosse stato meno mostruoso. Un anno passò. Ne passò un altro, poi un altro e un altro ancora.
Dopo circa quattro milioni e ottocentomila anni, una delle guardie che lo aveva visto girare in tondo e rimuginare per lungo tempo, cercò di dare una risposta al suo rompicapo. Gli parlò dalla fessura della porta:
“Sai, dicono che un tempo – in un’altra era – gli abitanti dei villaggi cercassero di liberarsi del male prendendo una capra e lasciandola da sola in mezzo al deserto, di modo che con la sua morte morisse anche il male della comunità. Il cosiddetto capro espiatorio. Un soggetto che con il male della comunità non c’entra niente, ma che deve essere necessariamente preso e gettato fra le fauci del pericolo, di modo che i membri rimasti in salvo si sentano sollevati dal peso delle loro malvagità e diventino così “buoni”, facendo sublimare tutto ciò di negativo che si trova in loro.
Poi l’uomo si evolse, e vennero fuori le cosiddette società “civili”, dove la giustizia cambiò forma, ma la sostanza del popolo ne rimase immutata. E come puoi ben vedere, amico mio, tu sei la capra.”
Lui ci pensò sopra un altro po’ di milioni di anni – tanto ne aveva a volontà, lì dentro – e quando si avvicinava la mezzanotte del giorno numero undici milioni novecentonovantanovemila novecentonovantanove, capì che forse non era poi così male stare lì dentro.
Di acqua ne aveva – era solo questione di trovare un altro gatto.

Il prossimo incipit è:

Non è mai esistita persona alcuna che, più presto o più tardi nel corso della vita, non abbia realizzato che l’esistenza non vale la pena di essere vissuta.

Tornate su Scrittori in corso per seguire la prossima storia!

Valerio Dalla Ragione

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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