Il marchio

“Sono fiera di te”. Così mi disse, giuro, prima di essere inghiottita dalle ombre e dal silenzio. Mi aveva lasciata lì e se ne era andata così come era arrivata.
Vorrei fosse un sogno. Vorrei poter dire che non è reale. Ma sono qui.
Non ho nemmeno il coraggio di voltarmi, per verificare quello che sento dietro le spalle. Guardo avanti, tengo negli occhi le immagini di lei, una donna dai capelli chiari, lunghi, dagli occhi buoni e dai vestiti semplici, ma puliti. Lei mi ha detto quelle parole che sento ancora dentro. Lei somiglia incredibilmente a mia madre.
Stringo i pugni e mi giro. Un villaggio. No, una città. Le torri che intravedo mi confermano quello che sospetto: mi ha portato nella capitale.
Sento il brusio della gente, l’odore nauseante della povertà dei quartieri esterni, il sentiero battutto dai cavalli e dalle carrozze sotto i piedi, vedo le case di paglia e quel castello. La mia destinazione. Il mio destino.
Rilasso le mani. Devo procedere.
Mi copro il volto con il cappuccio e mi incammino.
Non conoscevo la donna che è spuntata all’improvviso nel mio appartamento. Si è calata su di me, mi ha fissato negli occhi mentre io balbettavo richieste di spiegazioni, mi ha preso con forza la mano e toccandomi con un dito mi ha marchiata. Un dolore assurdo, una vomitevole puzza di carne bruciata e un cerchio al centro del mio palmo. Poi ha detto “Andiamo.” e mi sono ritrovata in questo luogo, vestita come una donna del 1200.
Nella mia mente la piena consapevolezza di quale fosse il mio compito.
Poi quella frase così importante e la nostalgia forte di mia madre.
Devo andare.
Non guardo nessuno, non mi fermo alle bancarelle di ciambelle dolci, non mi volto verso chi mi insulta. Cammino e basta.
Arrivata davanti al castello mi sorprende notare che l’entrata sia libera. All’improvviso vedo che è giorno di udienze. Lo vedo, nella mia mente si affollano le immagini di quelle giornate in cui i sudditi si succedono in udienza dal re. Apro gli occhi. Le uniche guardie sono ai lati della sala del sovrano. Tutti gli altri sono pronti a intervenire, ma lontani dalla vista, per non spaventare il popolo. So che è così, anche se non li vedo. Sento la loro noia nella mia testa. L’attesa di un qualcosa che, credono, non accadrà.
Cosa fare: attendere o entrare con la forza?
Attendo; mi metto in fila, dietro due contadini che litigano per i confini delle loro terre.
Attendo; le ore passano, ma non perdo forza e coraggio. Osservo in modo minuzioso gli arazzi sui muri, scene di pace e di festa; osservo le rozze sedie e i rozzi sgabelli addossati lungo i muri, in bilico sulle gambe storte o rotte. Non sembra un ambiente opulento.
Quando il mio turno arriva il marchio tremola. Mi prude.
Saluto con un cenno del capo i due contadini che si incamminano soddisfatti lungo il corridoio ingombro.
Entro nella stanza e i miei occhi sono violentemente riempiti di ricchezza. Sedie ricoperte di broccato, vasi ricolmi di monete d’oro ai piedi del trono, coppe d’argento e un re, dalla corona sormontata da una magnifica, enorme, gemma. Preziosissima. Inestimabile.
Un fastidio. Un insulto.
Il marchio comincia a mutare.
Mi scopro il capo. I miei capelli castani si sollevano un po’, elettrizzati dal tessuto. Sorrido al re che attende annoiato il mio inchino.
Non mi inchino.
Alzo il braccio.
Il marchio nero ha ricoperto il mio avambraccio e la mia mano. Ma non è solo colore. È cambiata la sostanza della mia carne.
Il re si alza di colpo dalla sedia, inorridito, le guardie cominciano a invadere la sala, uscendo dalle porte nascoste dal drappo dietro al trono.
Io sono in piedi immobile. Al posto del braccio ora ho una lama, enorme e incredibilmente lavorata. È un groviglio di filamenti metallici, che si sovrappongono in una forma che somiglia a una lancia dalla punta affilata, ma non piatta, bombata. Non la osservo, la conosco. So come è fatta in ogni piccolo particolare, anche se è la prima volta che la vedo. Somiglia al fascio di muscoli dell’avambraccio. Solo di acciaio, solo mortale.
È mia. È la mia arma.
I soldati si slanciano su di me, spade sguainate. Con un solo movimento squarcio il ventre di due di loro. Gli altri si bloccano.
Pochi passi e sono a portata del re, il quale è protetto da due uomini che somigliano a giganti. Noto che il sovrano lancia sguardi furtivi alle sue spalle. Attende il momento giusto per scappare.
Non sa che la mia arma è viva. Non sa che cresce. Non sa che la mia arma sono io.
Allungo solo il braccio pensando di infilzare quel piccolo uomo ridicolo. Un attimo dopo la corona cade. Il re sputa sangue rantolando parole che non mi interessano.
I due giganti corrono via senza guardare indietro. In un attimo siamo solo io, il re morto e la corona.
Ritraggo la lama. Nei sottili solchi tra i fasci di metallo cola sangue. Un tonfo mi conferma la morte del re.
Mi prendo un attimo per meravigliarmi della magia che riporta alla normalità il mio corpo. È uno spettacolo incantevole. Quasi mi commuovo. Ho di nuovo il mio braccio e la mia mano, anche se coperti di sangue. Il marchio, però, è ancora lì, pulsante, pronto a intervenire.
Prendo la corona la cui gemma iridiscente è lo scopo della mia signora, della mia signora madre.
Cerco la porta da cui voleva fuggire il re e corro alla ricerca dell’esterno.
Nel corridoio buio sento riecheggiare i miei passi e le parole della donna che da quel momento avrei servito.
“Sono fiera di te.”

“Per chi mi seguirà, questo è invero il suo là:
Il mare davanti a me, lucente nel primo mattino. È una giornata semplice, di vacanza, nessun programma, nessun impegno. Vorrei sentirmi bene, invece ho la testa vuota. Vorrei amare questo relax. Invece, la verità, è che preferirei lavorare.”

Monica Spigariol

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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