In treno

finestrinoNon era solito viaggiare in quel modo. Tanto più senza biglietto. Aveva sentito la voce metallica annunciare la partenza del treno 23678 dal binario 5 e, dopo una corsa sfinente nell’interminabile sottopassaggio, appena prima che la porta si chiudesse, era riuscito a salire al volo. Ed eccolo, seduto, con aria colpevole e distratta. Avrebbe dovuto fermarsi in biglietteria, acquistare un chilometrico e obliterarlo. Peccato che non avesse avuto tempo. Ormai non aveva più tempo.
Aveva lasciato il suo posto di lavoro!
I suoi colleghi erano poco professionali. Per non parlare del suo capo. Incapace di prendere decisioni appropriate.
Guardò fuori dal finestrino. Il treno stava per partire. Sperava che il controllore non passasse. In caso contrario gli avrebbe spiegato. Il caldo dovuto allo sforzo lo soffocava. Non era proprio riuscito a prendere il biglietto. Aveva corso il più veloce possibile, non sarebbe riuscito a prendere il biglietto. Aveva fatto tardi per sistemare la scrivania.
Le mani circondavano le ginocchia: sotto il palmo il tessuto rigido dei pantaloni. Un ragazzo passò. Lui lo guardò con la coda dell’occhio. Chissà che non passi il controllore. Aveva avuto una giornata pesante, sperava che quello lì non volesse sedersi vicino a lui. Voleva stare in pace. Solo. Il ragazzo lo guardò appena e andò oltre. Almeno in questo era stato fortunato.
Si sentiva a disagio, aveva sudato, la camicia era fastidiosamente chiazzata sotto le ascelle: mai corso così nella vita. Mai preso il treno appena in tempo.
Le ruote stridettero alla partenza. La sua schiena toccò leggermente lo schienale: odiava poggiarsi. Quei sedili così logori, usati da persone di ogni tipo, appiccicati in ogni fibra di umori umani. La mamma, una telefonata alla mamma appena giunto a casa. Un brivido gli congelò la nuca.
Tamburellò le dita sulle ginocchia e per un po’ non pensò a nulla.
Gli alberi passavano, i campi scorrevano e le case scomparivano. Per cena si sarebbe preparato una bella insalata. Il paesaggio era il solito di sempre. Lui, però, non lo avrebbe più rivisto, o almeno non tutti i giorni, più volte al giorno.
Se n’era andato. Aveva lasciato a loro stessi quella masnada di incompetenti. Quei fanfaroni che osavano dirgli cosa fare. Il telefono vibrò per l’ennesima volta. Lui aveva studiato. Lui lavorava nel settore da un decennio. Non potevano insegnarli nulla loro. Aveva fatto bene ad andare via.
Si stropicciò le ginocchia, mantenendo come d’abitudine la schiena rigida, nonostante il pungente dolore che sentiva nella parte lombare.
Una ragazza ben vestita gli passò accanto. Aveva i capelli lisci e lunghissimi. La doccia, prima la doccia, poi la mamma. Le ricordò una sua ormai ex collega. Perfetta e sempre curata. Puro aspetto. La odiò subito.
Aveva dedicato ore all’ufficio. Aveva lavorato da casa, aveva perfino scritto al suo capo delle relazioni in cui metteva in luce tutte le negligenze e le carenze del personale. Con l’insalata ci stava una buona mozzarella. Aveva speso le sue capacità per spiegare in maniera minuziosa i possibili cambiamenti, i migliori modi per ottimizzare il lavoro. Ma niente. Nonostante le dieci relazioni scritte per puro amore verso l’azienda, niente. Il capo incompetente non aveva cambiato nulla.
Si massaggiò le ginocchia. Il treno si fermò. Lui osservò l’esterno in sospensione.
Avrebbe usato il sapone nuovo.
Il treno ripartì, la porta in fondo al vagone si aprì e comparve il controllore. Il sapone nuovo. Sedile dopo sedile chiedeva il biglietto ai passeggeri.
Strinse forte le ginocchia. Avrebbe spiegato tutto al controllore. La buona mozzarella. Lui avrebbe capito. Non era riuscito a fare il biglietto, era troppo di fretta.
I passi si avvicinavano. Sapone. Sapeva di essere nella ragione: aveva trascorso tre mesi in stage in quella azienda e aveva colto da subito tutti i punti deboli. Doveva agire così.
Rilassò i pugni. I passi dietro di lui. La mozzarella. Aprì i palmi delle mani e osservò l’alone del sangue che non era riuscito a togliere. Non aveva avuto il tempo. Sapone. Cosa avrebbe dovuto fare? L’azienda sarebbe fallita in mano a quell’uomo. Non sapeva ascoltare i consigli. Mozzarella. Doveva fare qualcosa. Il capo non l’aveva ascoltato, come aveva potuto non capire, lui amava la pulizia, la detersione, la perfezione, perciò doveva agire, anche sporcandosi, un modo per far valere il suo sapere e la sua forza, per dimostrare che aveva ragione.
Sapone.
L’ombra del controllore coprì i suoi pensieri. La sua voce squillò fastidiosa.
Non aveva più tempo.

La prossima settimana il nuovo racconto inizierà così “Aveva sempre voluto assaggiare il burro di arachidi. Sembrava una delizia nei film. Era a dieta: era ingrassato in maniera sconsiderata. Non che fosse importante, il grasso. Un’operazione chirurgica e via, era a posto. L’operazione, però, era una seccatura. Dopo non poteva più muoversi per qualche giorno e detestava stare chiuso in camera. Erano già pochi nella nave, se si recludeva avrebbe avuto meno possibilità. Peccato per quel burro di arachidi, meglio evitarlo. Non lo avevano mai inserito nel menù della colazione… chissà quando avrebbe avuto di nuovo l’occasione di assaggiarlo. Pazienza, doveva pensare al suo obiettivo, perciò avrebbe bevuto del latte e mangiato della frutta. Riempì il vassoio e andò a sedersi vicino alla vetrata. Il panorama gli fece scattare un sorriso:”Siamo finalmente arrivati su Venere!
La meta era vicina.”

Monica Spigariol

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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