Ti mangerei tutta!

Accompagnamento sei così bella...
Vide quel corpo nella sua nudità perversa e il profondo taglio trasversale che squarciava in due il ventre, facendone uscire le interiora e il sangue – Sei contenta ora, Karen? – Nell’ucciderla qualcosa dentro di lei si era spezzato, sentiva la pazzia scavarle dentro la mente e farsi strada tra i pensieri, ma fu pronta ad abbracciare quello stato d’animo. Lasciò cadere il machete e si chinò sul cadavere intenzionata a divorarne le carni ancora calde.
Era la prima volta in cui vedeva qualcuno con quell’aspetto: era pur sempre la prima volta in cui Elisabeth aveva deciso di dare forma e concretezza all’espressione Ti amo da morire. L’aveva sentita anni prima, durante un noioso viaggio in Italia, alla sera, in televisione.
C’era anche un’altra espressione che gli strani autoctoni del posto usavano, soprattutto verso i bambini: Sei così bello che ti mangerei!
Elisabeth aveva sorriso di fronte a queste strane esternazioni di affetto e aveva cambiato canale. O spiaggia. O luogo di villeggiatura.
In effetti noioso non sarebbe stato proprio il termine più appropriato per descrivere quello strano viaggio; aveva, infatti, scoperto nuovi sapori, nuovi profumi, nuovi paradisi. E nuovi inferni.
E l’inferno, signori, si porta dietro, giorno dopo giorno, come un purgatorio perenne da espiare già nella fuggevole vita terrena.
Sarebbe stato un bel caso per uno psichiatra.
Forse per un esorcista.
Elisabeth aveva lasciato l’Italia con le sue bellezze diaboliche e i suoi orrori immondi.
Elisabeth aveva portato con sé la passione per la cucina, per le cose belle e per le belle cose.
Aveva incontrato Karen al rientro.
Victoria Station era particolarmente affollata, quella sera. Molti turisti si attardavano innanzi al cartellone degli orari.
Indugiavano.
Sembrava non comprendessero l’inafferrabilità e l’ineluttabilità del tempo che scorre sempre troppo velocemente quando l’agenda trabocca di cose da fare e troppo lentamente quando la noia e il vuoto e la paura e l’assenza corrodono dentro, acido dopo acido, non solo lo stomaco, ma anche l’animo.
Karen, invece, era seduta su una panchina. Aveva un abito blu e una giacca di velluto dello stesso colore. I suoi capelli, appena ondulati, erano raccolti in un ciuffo stretto e alto. La mano sinistra stringeva maldestra un libro dalla copertina morbida, in pelle. Nella destra un caffè fumante ricordò a Elisabeth l’Italia.
Si sedette al suo fianco, limando centimetro dopo centimetro la distanza tra loro.
Elisabeth non era lesbica.
Nemmeno Karen.
Eppure, sedute su quella panchina, sfiorandosi appena la mano, arrossirono e compresero che qualcosa di nuovo stava inevitabilmente per accadere.
Quando il treno passò e lasciò la stazione, Elisabeth e Karen erano ancora sulla panchina, sedute a parlare, incuranti del tempo, sotto il grande orologio.
Come un incantesimo che si rompe, invero, i giorni si erano susseguiti.
La staffetta delle stagioni aveva affaticato gli atleti e il testimone era caduto a terra troppe volte, spezzando il ritmo, costringendo al rallentamento. Perfino alla pausa.
Immobile, Elisabeth aveva vegliato il sonno della tenera Karen.
L’aveva osservata, notte dopo notte, chiedendosi dove i suoi sogni la accompagnassero, in quale terra o tra quali braccia.
L’amata sembrava sempre più lontana e incurante dei “Ti amo da morire” che Elisabeth pronunciava al suo orecchio ogni giorno, ogni ora.
Quella sera, però, la ragazzina con il libro in pelle in mano aveva proprio esagerato.
Karen, con voce tremolante, aveva bisbigliato che voleva andarsene.
C’era qualcosa in lei, in quella casa, che la tormentava.
Le sue notti erano colme di incubi e su tutti vigilava la follia della bella Elisabeth.
“Non ce la faccio più. Devo trovare una soluzione. Andare via… altrove”.
“E poi”, aggiunse dopo una breve e solenne pausa, “voglio un figlio”.
Elisabeth forse meditava da tempo quel folle gesto.
Le parve la giusta occasione.
Afferrò il machete e….
Finalmente, era giunto il momento di assaporare quella carne, così rossa e pulsante da sembrare ancora viva.
L’odore di interiora era forte.
Un tempo Elisabeth sarebbe fuggita, inorridita, di fronte allo strano spettacolo che aveva inscenato.
Beh, probabilmente non avrebbe neanche ucciso la donna a colpi di machete.
Questa sarebbe un’altra storia da raccontare, non qui, non adesso.
Elisabeth passò una mano sul lungo filo dell’intestino, come per ripulirlo dal sangue o per sporcarsi le mani di quella salsa prelibata.
“Ti amo da morire… sei così bella che ti mangerei”.
Con gli occhi folli di morte, Elisabeth addentò Karen.
Karen era già morta, non sentì più nulla.
Forse ora era più felice. In quel luogo, dove diceva di voler andare. Altrove.

***
Cedo la magica bacchetta della parola detta e non detta, al prossimo cantore, di certo un bravo autore.
Se l’incantesimo vorrai continuare, con questa frase dovrai iniziare:
“Non era solito viaggiare in quel modo. Tanto più senza biglietto. Aveva sentito la voce metallica annunciare la partenza del treno 23678 dal binario 5 e, dopo una corsa sfinente nell’interminabile sottopassaggio, appena prima che la porta si chiudesse, era riuscito a salire al volo. Ed eccolo, seduto, con aria colpevole e distratta. Avrebbe dovuto fermarsi in biglietteria, acquistare un chilometrico e obliterarlo. Peccato che non avesse avuto tempo. Ormai non aveva più tempo.”
***

Lisbeth Pfaff

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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2 risposte a Ti mangerei tutta!

  1. Alberto Amati ha detto:

    Articolo davvero interessante. Ti spiace se ti segnalo che su Agon Channel tutti i giorni alle 13 c’è “Quello che le donne non dicono”, talk show al femminile condotto da Monica Setta: ogni giorno ci sono 2 ospiti che si confrontano?

    Mi piace

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