Le finestre del palazzo di fronte

Binocolo

Non ce n’era bisogno, ma mi tocca farlo ugualmente. C’è una finestra aperta di fronte a me, e io mi domando se valga davvero la pena continuare questo gioco.

Il binocolo che ho adesso in mano me l’ha dato Rachid, un profugo siriano che si guadagna qualcosa da vivere vendendo giocattoli di infima qualità. L’ho visto la prima volta mentre mi recavo da casa mia alla stazione. Aveva steso un telo bianco sul marciapiede del corso, e ci aveva deposto sopra tutta la sua paccottiglia. Mi aveva chiamato, e io mi ero fermato. Ovviamente voleva che comprassi qualcosa, ma a me non andava. Nonostante ciò, decisi comunque di acquistare qualcosa. Vidi quel binocolo. Era color verde militare. Lo presi e lo analizzai con attenzione. Mentre compievo quelle operazione, Rachid, in un italiano stentato, mi diceva:
“Quello costa quattro euro, fratello”.
Ci pensai un po’su. Non avevo davvero bisogno di un binocolo, ma chi lo sa, mai porre limiti al fato. Il binocolo, che Rachid forse considerava come un giocattolo, sembrava in realtà fatto piuttosto bene. A quattro euro forse stavo facendo un affare. Gli dissi che l’avrei comprato e presi dal portafoglio i soldi. Me ne andai col binocolo e mi dimenticai di Rachid.
Pochi giorni dopo mi ritrovai a passare per la stessa via. L’uomo era ancora là, a vendere i suoi giocattoli da quattro soldi.
“Ehi fratello” mi chiamò a gran voce da lontano. Temetti che volesse un’altra volta cercare di vendermi qualcosa, così gli dissi che non avevo soldi con me dietro. Ma lui mi chiese solamente se avevo voglia di fare quattro chiacchiere. In effetti ero uscito di casa proprio perché mi sentivo piuttosto solo, così accettai di buon grado.
Prese a parlarmi della sua storia. Della guerra, della sua famiglia, o meglio, di quelli sopravvissuti, della sua fuga, di tutte le sue speranze.
Tornai a casa con uno strano senso di angoscia addosso. Quell’uomo, nonostante tutto quello che aveva passato, riusciva ancora a sorridere. Io invece guardai il mio appartamento. Era piccolo, sporco, impolverato. Lavoravo come sottopagato, ed ero costretto, come quella volta, a uscire da solo perché in quella nuova città non avevo legami di alcun genere.
Per un attimo ci pensai. Rendere la mia vita migliore implicava uno sforzo davvero notevole, che non avevo voglia di sostenere. Mi accostai alla finestra aperta. Di fronte a me c’era un palazzo, e io vedevo, oltre le finestre che si affacciavano sulla via, gli inquilini dei vari appartamenti condurre le loro vite tranquille. Chi lo sa, magari in realtà erano dei pericoloso gangster o dei narcotrafficanti o dei papponi, ma io potevo considerarli solo come dei tipi normali, perché come tali li vedevo.
Avevo notato che tutti, in quel palazzo, avevano l’abitudine di tenere le tapparelle alzate.
Avrei potuto migliorare la mia condizione peggiorando quella degli altri.
Cosa sarebbe accaduto alle loro esistenze se una presenza inquietante vi si fosse inserita?
Per giorni quel binocolo divenne lo strumento della mia vendetta contro la vita. Il mezzo attraverso il quale potevo riaffermare il fatto che non ero solo uno schiavo della vita, ma che potevo dominare lei e anche quella degli altri. La prima persona che spiai fu una donna di una trentina d’anni che si era trasferita da poco tempo nell’appartamento. Era il soggetto perfetto, perché era bellissima, e la sua camera da letto affacciava proprio di fronte alla mia stanza. Per giorni entrai nella sua vita con ostentata invadenza, fino a quando, un giorno, non vidi nei suoi occhi l’espressione della paura. Dopo quell’istante, non aprì più la finestra e pensai, soddisfatto, che nella sua vita tranquilla doveva essere entrata la paura.
Nel periodo successivo perseguitai gli altri inquilini del palazzo di fronte. Succedeva sempre la stessa cosa: dopo un po’di tempo l’ansia entrava nei loro animi e loro si ritiravano dal mondo, recludendosi nelle loro case abbassando le tapparelle affinché io non potessi più ossessionarli. Fu il frangente della mia vita in cui mi sentii più padrone di me stesso in assoluto. Quando il mio capo mi telefonò per licenziarmi, dato che era da due settimane che non mi presentavo a lavoro, lo salutai con rispetto ironico e riagganciai, mandandolo a quel paese una volta per tutte.
Fu solo quando giunsi a dover rovinare l’ultimo individuo, che capii che tutto quello che stavo facendo era completamente insensato. Prima di portare il binocolo agli occhi, mi voltai, e mi vidi in che stato era ridotta la mia stanza e la mia vita. Raccapricciante. Polvere, distruzione e nichilismo ovunque. Cosa sarebbe cambiato, una volta terminato quel gioco perverso?

Non ce n’era bisogno, ma mi tocca farlo ugualmente. C’è una finestra aperta di fronte a me, e io mi domando se valga davvero la pena continuare questo gioco.
No, mi rispondo. Non ne vale la pena.
Sotto il portone di casa mia c’è un bidone dell’immondizia. Dal quarto piano butto là il binocolo. È quella la fine che merita.
Esco di casa. Andrò a cercarmi un lavoro. Poi andrò da Rachid.
Mi basta questo dopotutto. Un lavoro un po’più dignitoso e un amico che mi regali un sorriso.

La prossima storia continua con: “Quando gli venne comunicato, stava fumando una sigaretta. Gli cadde dalla bocca. Un solo minuto, e la sua vita sarebbe cambiata”.

Andrea Schiuma

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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Una risposta a Le finestre del palazzo di fronte

  1. Monica ha detto:

    Credevo sarebbe finito in modo tragico, invece sono stata felice di leggere il contrario!

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