Tragedia barzelletta

Cyborg

C’erano un italiano, un francese e un americano. Sembra l’inizio di una barzelletta, invece la loro storia non è per nulla divertente.

“Devi proprio fumare così tanto? Non si respira più qui dentro!” Tossì Carlo.
“Probabilmente moriremo, cosa importa!” Affermò Hans mettendosi in mezzo, con la sua pesante cadenza tedesca.
“Pfff” sbuffò Vincent “Dovevo rimanere in Francia”.
“Pensi che lì non ti avrebbero rinchiuso se ti avessero beccato?” Chiese ironicamente Carlo.
“No, ma almeno non mi avrebbero scocciato per il fumo” il suo accento francese era leggero, come il fumo che gli usciva dalla bocca.
Carlo non gli rispose neanche, continuò a camminare avanti e indietro in quella specie di cella ultra moderna. Il bianco delle pareti gli dava fastidio agli occhi e la telecamera che lo fissava gli metteva ansia.
“Basta fare avanti e dietro, mi fai innervosire” disse Hans.
“Io non so come fate ad essere così calmi! Nel migliore dei casi ci impianteranno un cip nel cervello, per controllarci e decidere per noi” rispose Carlo.
“Oh no!” lo azzittì Vincent “Quello non lo fanno più! Ci studieranno per vedere perché non ci siamo ammalati, perché nessuno dei nostri organi è deperito. Vorranno sapere come abbiamo fatto a sopravvivere nascosti e se conosciamo altri come noi”.
“Preferivo il cip” disse Carlo, sorpreso e spaventato.
“Cosa ti aspettavi, questo mondo ormai non è più umano”.

Vincent ricordava ancora il giorno in cui aveva sentito parlare dei primi organi meccanici impiantati negli umani. Inutile dire che, visti i prezzi, le persone più ricche e potenti fossero state le prime a utilizzare tali tecnologie. La creazione degli androidi invece era iniziata come qualcosa di silenzioso. Piccole macchine in aiuto ai più deboli. Piccole macchine che avevano sostituito gli uomini nei lavori più pesanti prima, e negli incarichi importati dopo. Inutile dire che con loro non si poteva scendere a compromessi.
“Me lo chiedo anch’io a volte” iniziò Hans “Perché non sono morto come i miei parenti e i miei amici, perché l’inquinamento, le radiazioni, le onde, l’aria tossica non hanno deteriorato il mio organismo costringendomi a morire o a diventare un Cyborg”.
“Non lo possiamo sapere, e non lo scopriranno neanche loro!” Disse Carlo.
“Già, è semplicemente selezione naturale. Come diceva Darwin. Il nostro organismo si è evoluto e adattato all’ambiente” Vincent si accese un’altra sigaretta.
Hans alzò un sopracciglio dubbioso che Darwin intendesse proprio quello.
Carlo fece segno ai due che si avvicinarono “Dobbiamo scappare” disse sottovoce “Loro non vogliono scoprire perché siamo sopravvissuti. Ci uccideranno e basta, a meno che non diventiamo cyborg. Io non voglio, non mi controlleranno” concluse picchiettandosi la tempia con l’indice.
I due si guardarono, non erano molto convinti.
“Come mai siete qui, dove stavate andando?” Chiese lui sempre sottovoce.
“Verso sud-ovest, ho sentito dire di isole dove c’è gente come noi, nascosti da loro” bisbigliò il francese.
“Io scappavo e basta” rispose Hans.
“Non riusciremo mai a scappare, siamo già morti, goditi questi momenti” affermò Vincent.
“Cosa vuoi goderti qui?” Chiese Carlo, ma non voleva risposta.

Avevano perso la cognizione del tempo. Carlo aveva contato sei pasti, ma non aveva idea di ogni quanto mangiassero. Era il settimo pasto e ognuno occupava un angolo della cella. Seduti a terra consumavano quello che poteva essere l’ultimo piatto della loro vita. Non parlavano quasi mai, non avevano molto da dirsi, non volevano ricordare le loro vite e non erano interessati a quelle degli altri. Il cibo non aveva sapore, almeno nessuno di loro lo percepiva, era solo un passatempo in attesa dell’inevitabile.
D’improvviso si sentì un rumore secco. Hans e Carlo si girarono verso la fonte del rumore appena in tempo per vedere Vincent conficcarsi metà coltello di plastica dritto nella giugulare. Di scatto si avvicinarono a lui, guardandolo con orrore. La sua morte agonizzante durò poco. In dodici secondi Vincent aveva risolto i suoi problemi.
“Allontanatevi” disse una voce dietro di loro.
Carlo si voltò e vide l’ Androide guardiano, poi si guardò le mani sporche di sangue, vomitò tutto quello che aveva mangiato e cadde a terra svenuto.

“Carlo, si svegli”.
Aprì gli occhi e vide la dottoressa del giorno prima. Dietro di lei, una guardia lo fissava. Era in una specie infermeria da giorni. Non faceva altro che pensare e dormire tutto il giorno.
“Mi hanno detto che si rifiuta di mangiare”.
Non rispose.
“Questo non la porterà a niente”.
“Devo andare in bagno” non voleva discutere.
“Certo” lo seguirono.
Entrò in bagno e aprì l’acqua fredda. Si lavò il viso e con le gocce che gli imperlavano il viso si guardò allo specchio. Quella luce fredda lo faceva sembrare un altro. Dove era finito quel giovane ragazzo che riponeva tante speranze nel futuro? Il ragazzo che rideva di giorno e dormiva profondamente di notte. Non era più lui, la fuga, i nascondigli, lo avevano consumato. Però era stato fedele alla propria volontà ogni giorno della sua vita. D’improvviso gli fu chiaro cosa doveva fare.
“Tutto bene?” Chiese la dottoressa appena uscì dal bagno.
Fece cenno di si e iniziò a camminare verso il letto passando tra lei e la guardia. Fece finta di svenire accasciandosi sulla guardia per rubargli la pistola e usare la dottoressa come ostaggio.
Furono momenti concitati in cui la guardia chiamò rinforzi mentre la dottoressa lo implorava di salvarle la vita. Le guardie puntavano le pistole verso di lui. Carlo non diceva niente, sorrise e mirò verso un quadro che era alle spalle delle guardie, all’altezza della loro testa. Sparò, spingendo via la dottoressa. Rimase come sospeso mentre le guardie lo massacravano con decine di pallottole. Era in pace con sé stesso, era in pace con quel mondo, che non era più il suo.

Questo la musa lasciò a me:
Era una sera come tante altre, forse solo più buia, forse no. Era diversa solo perché seduta in macchina mi chiedevo cosa facesse quell’uomo a quell’ora in mezzo alla strada. Una strada così familiare per me, ma decisamente isolata e poco frequentata.
E qualcuno lo racconterà per te!

Sara Fiore

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Informazioni su Scrittori in Corso

Collettivo di scrittura e laboratorio di stile di scrittura creativa. Dal Marzo 2015 si promuove come ritrovo per autori emergenti e non, con lo scopo di migliorare la fruibilità delle produzioni letterarie contemporanee in un contesto di social media. Non costituisce una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7-3-2001.
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2 risposte a Tragedia barzelletta

  1. monica ha detto:

    Ho avuto un momento in cui ho pensato a 1984! Solo un istante, ma c’è stato!

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  2. Aniello ha detto:

    Pensavo di non essere più claustrofobico. Poi ho letto questo racconto. complimenti 🙂

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