La città delle nuvole

Tratto da “Il volto dell’eternità”, racconto pubblicato su Menestrello Itinerante

L’ingresso in atmosfera fu appena percettibile dal caccia biposto, mentre la superficie del pianeta si avvicinava a velocità folle, il calore e l’attrito annunciavano che la procedura era andata a buon fine e la leggera virata con la quale il velivolo disegnò un ampio arco discendente, indicava l’accensione dei reattori del caccia. All’orizzonte, come dallo spazio, si poteva osservare il monolite di architettura aliena stagliarsi nel cielo terso. Più lontane, nella piana realizzata artificialmente dalle sapienti opere di terraforming, si stagliavano altre torri imponenti, alcune delle quali ormai ruderi di una civiltà antichissima che aveva visto il suo apice millenni prima che l’uomo inventasse la scrittura.
Il caccia sorvolava placidamente il pianeta apparentemente incontaminato, specchiandosi nei larghi e placidi fiumi di acqua argentea che tagliavano a metà le fitte foreste di vegetazione dai colori azzurrini, alle quali ben presto si sostituirono aree coltivate e le imponenti mura di una città in grado di ospitare al proprio interno miliardi di persone, ultimi rimasti di una civiltà nata prima ancora che l’uomo comparisse sulla Terra.
Malgrado alcune delle grandi costruzioni che la componevano fossero in rovina, oppure crollate sotto i colpi dei nemici, la città aliena di Mindhole conservava tutto il fascino e la grandezza di una capitale sempiterna. L’intricato mosaico di palazzi e camminamenti si accalcava attorno alle torri della periferia: grattacieli immensi dalle forme più strane, che accostati al dedalo di pinnacoli del centro sembravano semplici fuscelli d’erba. Innumerevoli piattaforme d’atterraggio si affacciavano sui pochi spazi liberi tra le torri aliene, costruite chissà quanto tempo prima da una civiltà imponente, ma ormai quasi del tutto cancellata dalla sanguinaria guerra che gli alieni portavano avanti da migliaia di anni. Pompose arcate si lanciavano attraverso il vuoto unendo le torri più vicine e fornendo ulteriori decorazioni all’architettura immortale dei pinnacoli, mentre gli ologrammi che si susseguivano senza sosta su alcune delle immense superfici cilindriche descrivevano una civiltà viva più che mai. Senza sosta, le torri crollate sotto il peso della guerra venivano ricostruite da macchine sconosciute, in attesa che quella fiera gente riuscisse a liberarsi dal giogo degli invasori, tornando magari a popolare l’universo con le proprie navi spaziali.
Guadagnando quota il caccia si librò nell’aria sopra alla periferia evitando il traffico di migliaia di navette dai colori disparati e raggiungendo il livello dei piani più alti della città vera e propria, da quel punto era facile distinguere il fiume G’Tiir in tutta la sua lunghezza, mentre sulle sue sponde la fitta maglia dei palazzi sembrava farsi più rarefatta e semplicistica, priva di fronzoli, ma ancora elegante e geometrica come tutto il resto. I camminamenti sulle sponde erano pieni di gente che andava e veniva, distinguendosi con gli sgargianti colori che caratterizzavano le fazioni della città eterna, mentre sui ponti che congiungevano le parti della città tagliata in due dal fiume, il porpora dominava ogni cosa tra imponenti stendardi e drappeggi sui pinnacoli a guardia di quei passaggi forzati.
Dalla prospettiva del caccia si poteva osservare persino la parte più antica della città: piccole abitazioni prive di torri elevate che racchiudevano ampie piazze i cui mosaici formavano disegni geometrici, quella parte di città aliena tra gli alieni sembrava essere dominata da una costruzione anch’essa molto diversa rispetto alle guglie geometriche degli altri quartieri, ma che condiva la sua imponenza con arazzi d’un verde chiaro, i quali richiamavano le insegne della potente scuola dell’Aviazione. Posata sulla sommità dell’edificio, come un predatore in attesa, una piccola fregata si preparava a lasciare l’atmosfera; la traiettoria del caccia cambiò di nuovo bruscamente per non intralciare l’eventuale ordine della torre di controllo traffico e districandosi in un labirinto di imponenti cilindri alti come montagne arrivò infine a vedere la propria meta: l’imponente torre del Consiglio. Il colosso sembrava oscurare ogni altra costruzione intorno a se, mentre una sorta di terrazzamento ne mascherava il megalitico basamento, creando una piazza che si estendeva per oltre mezzo chilometro, in cui mosaici e marmi volevano ricordare che quello era il centro nevralgico del pianeta e che qualsiasi decisione partiva proprio dal suo interno.
Risalendo verticalmente piano dopo piano il caccia si portò alla piattaforma di atterraggio assegnata, dalla quale si potevano scorgere non solo gli innumerevoli pinnacoli che componevano lo skyline della città eterna, ma persino l’altro lato di Mindhole, in cui il fiume si ramificava in due tronconi, collegando la torre al resto della città tramite un ponte largo due volte gli altri e presidiato da un intero contingente di guardie, anche loro con indosso il colore porpora degli stendardi che dominavano gli altri ponti.

Davide Zampatori

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Informazioni su Davide Zampatori

Menestrello itinerante alla corte del Doge di Genova
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